La nuova guerra di Trump

 

Trump, una guerra per la rielezione

di Atilio A. Boron (*); da: rebelion.org; 4.1.2020

 

Una delle prime lezioni in ogni corso sul sistema politico degli Stati Uniti è che le guerre solitamente possono ribaltare la popolarità declinante dei presidenti. Con una percentuale di approvazione di Donald Trump del 45% nel dicembre 2019, i “deficit gemelli” (commerciali e fiscali) che crescono incontenibilmente così come il debito pubblico e una minaccia di giudizio politico contro di lui, sicuramente i consiglieri e i consulenti della Casa Bianca hanno raccomandato al presidente di appellarsi al tradizionale mezzo e di iniziare una guerra (o un’operazione militare di grande impatto) per recuperare la sua popolarità e metterlo in una posizione migliore per affrontare le elezioni di novembre di quest’anno.

  

Questa potrebbe essere un’ipotesi plausibile per spiegare l’immorale e sanguinoso attentato che ha messo fine alla vita di Qassem Soleimani, certo il generale più importante dell’Iran.

 Washington ha ufficialmente comunicato che l’operazione è stata esplicitamente ordinata da Trump, con la vigliaccheria tradizionale degli occupanti della Casa Bianca, che sono soliti buttare bombe a migliaia di chilometri di distanza dalla Pennsylvania Avenue (sede della Casa Bianca, n.d.t.) e di annientare nemici o presunti terroristi con droni maneggiati da giovani moralmente e psicologicamente squilibrati da alcune caverne in Nevada.

 La stampa si è incaricata di presentare la vittima come uno spietato terrorista che meritava di morire in quel modo.

  

Con questa azione criminale si aggrava straordinariamente la situazione in Medio Oriente, per la soddisfazione del regime neonazista che governa Israele, delle barbare monarchie del Golfo Persico e per i malviventi dispersi dello sconfitto – grazie alla Russia – Stato Islamico.

 

Il calcolo perverso prevede che nei prossimi giorni la popolarità del magnate newyorkino cominci a salire una volta che la macchina propagandistica degli Stati Uniti si metta in marcia per smussare, una volta ancora, la coscienza della popolazione

 

   

Come dicevamo più sopra, questo appello alla guerra fu utilizzato di routine nella storia del paese. Come segnalava l’anno scorso l’ex presidente James Carter, gli Stati Uniti sono stati in guerra per 222 anni dei loro 243 di vita indipendente. Ciò non è casuale ma risponde alla nefasta credenza, profondamente radicata dopo secoli di lavaggio del cervello, che gli Stati Uniti siano la nazione che Dio ha posto sulla terra per portare le bandiere della libertà, della giustizia, della democrazia e dei diritti umani nei più lontani angoli del pianeta.

 

Ora non si tratta di fare un riassunto puntuale delle guerre iniziate per aiutare presidenti in ansia, ma conviene mettere in tavola un caso recente, che coinvolge anche l’Iraq e il cui risultato è stato diverso da quello sperato.

  

In effetti nel 1990 il presidente George H.W. Bush (Bush padre) aveva problemi con la sua rielezione. L’operazione “Causa Giusta”, nome edulcorato per designare la criminale invasione di Panama nel dicembre 1989 non aveva sortito l’effetto desiderato visto che non possedeva il volume, la complessità e la durata necessarie ad esercitare un impatto decisivo sull’opinione pubblica. Tempo dopo il Washington Post titolava in prima pagina (16.10.1990) che la popolarità del presidente stava crollando e commentava che “alcuni repubblicani temono che il presidente si senta obbligato ad iniziare delle ostilità per fermare l’erosione della sua popolarità”. Come previsto i democratici trionfarono nelle elezioni di mid term del novembre 1990. Bush capì il messaggio e scelse il vecchio sistema: duplicò la presenza militare degli USA nel Golfo Persico ma senza dichiarare guerra. Poco dopo filtrava la dichiarazione di uno dei principali consiglieri di Bush, John Sununu, che diceva, con parole che vengono come il cacio sui maccheroni per capire la situazione di oggi, che “una guerra corta e di successo sarebbe, politicamente parlando, oro in polvere per il presidente e garanzia della sua rielezione”.

  

L’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq offrì su un piatto d’argento a Bush l’opportunità: andare in guerra per “liberare” il piccolo Kuwait dal gioco del suo prepotente vicino.

 A metà del gennaio 1991 la Casa Bianca lanciò l’operazione “Tormenta del Deserto” – a cui si associò, per la disgrazia dell’Argentina, il governo di Carlos S. Menem – contro l’Iraq, un paese già devastato dalle sanzioni economiche e dalla sua lunga guerra contro l’Iran,e contro un governante, Saddam Hussein, previamente ‘satanizzato’ fino all’indicibile dalla bugiarda oligarchia mediatica mondiale, con l’imperdonabile compiacenza delle “democrazie occidentali”.

 

Ma, contrariamente a quanto sperato dai suoi consiglieri, Bush padre fu sconfitto da Bill Clinton nelle elezioni del novembre 1992. E lo fece con quattro parole: “E’ l’economia, stupido!”.

 

Chi può dire che un risultato simile non potrebbe ripetersi anche questa volta? Questo, naturalmente, detto senza alcuna speranza che un eventuale successore democratico del satrapo newyorkese possa essere migliore, o meno funesto, per il futuro dell’umanità.

  

Comunque, ciò di cui siamo sicuri è che “l’ordine internazionale” costruito dagli Stati Uniti e dai loro soci europei mostra un avanzato stato di putrefazione.

 Altrimenti non si capisce il silenzio complice o l’ipocrita condanna, quando non l’aperta celebrazione, degli alleati della Casa Bianca e della “stampa libera” a fronte di un crimine commesso contro un alto capo militare – non contro un presunto e ignoto “terrorista” – di un paese membro delle Nazioni Unite, ordinato dal presidente degli Stati Uniti e in aperta violazione della legalità internazionale e, persino, della Costituzione stessa e delle leggi statunitensi.

  

Una nuova guerra spunta all’orizzonte, provocata da Washington invocando gli abituali pretesti per coprire le sue insaziabili ambizioni imperiali.

 

Il “complesso militare-industriale” festeggia con champagne mentre il mondo rabbrividisce avanti alla tragedia che si avvicina.

 

 

(*) Politologo argentino

 

(traduzione di Daniela Trollio

 Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

 

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