mer

25

apr

2018

LA RESISTENZA CONTINUA

lun

23

apr

2018

GIRON, SAIGON E DAMASCO

Giròn, Saigon e Damasco

 

Di Miguel Angel Ferrer (*)

 

Da tempo immemorabile la conquista e la colonizzazione di un popolo ha implicato l’occupazione militare del territorio dove quel popolo vive. Se non avviene questa occupazione tramite le armi, non si può parlare di conquista.Così conquista e occupazione sono sinonimi assoluti.

Dal punto di vista del conquistatore il luogo, i bombardamenti e i blocchi trovano la loro ragione di essere se si consuma l’occupazione militare. E’ il caso, ad esempio, dell’Afganistan e dell’Iraq, occupati da truppe USA e di altri paesi imperialisti.

In Libia e in Siria si è ripetuto più o meno lo schema classico. La differenza sta nel fatto che l’esercito invasore non proveniva formalmente dai paesi imperialisti. Si è trattato di soldati mercenari di origini varie al servizio dell’imperialismo statunitense e dei suoi alleati.

 

Nel caso libico l’esercito mercenario invasore riuscì a occupare il terreno (dopo i bombardamenti massicci di USA ed Europa), rovesciare il governo legittimo ed imporre un regime coloniale.

 

Ma in Siria l’esperienza non si è ripetuta. La tenace resistenza del presidente Bashar al-Assad (e del popolo siriano, aggiungiamo noi, n.d.t.) e l’aiuto diplomatico e militare russo anche con truppe sul terreno, hanno impedito la caduta del regime ed una nuova colonizzazione della Siria.

 

La resistenza e l’aiuto diplomatico e militare russo sono stati fattori determinanti nella sconfitta dell’esercito invasore. Vinte e dandosi alla fuga sbandandosi, le truppe mercanarie non sono riuscite a concludere con successo l’occupazione militare cominciata anni fa.

 

Fallita la riconquista e la ricolonizzazione della Siria attraverso l’azione di un esercito mercenario, raggiungere questi obiettivi implicherebbe  la partecipazione diretta degli USA e dei suoi alleati. Ma sembra che non ci siano nemmeno le condizioni minime per tale impresa. E non solo non esistono per portarle a termine con successo, ma neanche per tentare di farlo. E meno ancora oggi che la presenza e l’aiuto russi appoggiano la stabilità del governo di al-Assad.

 

Si tratta della prima, grande, sconfitta dell’imperialismo yankee dalla guerra del Vietnam, consumata nell’aprile 1975, 43 anni fa. E della seconda se consideriamo la vittoria cubana sull’esercito mercenario invasore costruito, e al servizio, dagli USA a Playa Giròn, anch’essa in aprile, ma del 1961, già 57 anni fa.

 

La vittoria di Playa Giròn e la liberazione di Saigon cambiarono il corso della storia.

E lo stesso su può dire, più o meno, del trionfo siriano sugli invasore mercenari al servizio degli USA.  Perchè la riconquista e la ricolonizzazione della Siria avrebbero dato le ali al progetto yankee, tra altri simili, di riconquistare e ricolonizzare l’Iran, obiettivo che ora è più lontano e complicato.

 

La vittoria della Siria sugli USA non significa, tuttavia, che cessino le aggressioni, i propositi di nuove invasioni, i tentativi di destabilizzazione, il finanziamento e l’addestramento dell’opposizione interna, il lavoro di strangolamento economico, la satanizzazione di al-Assad e del suo governo.

 

Ma questa vittoria ha rovesciato, a favore dell’anticolonialismo, la correlazione di forze tra centro e periferia. E se la vittoria in Siria è di per sè fonte di ottimismo e di allegria, lo è anche la nuova correlazione di forze che si annuncia dopo questi storici fatti, in un altro storico mese di aprile.

 

(*) Economista e professore di Economia Poliltica messicano. Collabora con siti come Rebeliòn e Telesur, e con quotidiani come El Sol de México, El Universal, La Jornada, ecc.). Da lahaine.org; 23.4.2018

 

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” Via Magenta 88, Sesto San Giovanni)

 

lun

16

apr

2018

SIRIA: LE RAGIONI DEL DIAVOLO

Siria

 

Le ragioni del diavolo

 

di Guadi Calvo (*)

 

L’ultimo attacco contro la Siria, eseguito dalle tre potenze più forti dell’occidente – Stati Uniti, Francia e Regno Unito con l’appoggio esplicito di nazioni come Germania, Olanda, Canada, ovviamente Israele, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e un altro gruppo di paesi , che anelano ad apparire nella foto di un club di cui non sono soci, né lo saranno mai perché poveri ed esauriti come la Spagna - ha portato il numero dei morti ad alcune centinaia o a poche migliaia; non si sa né si saprà mai (che importa?), visto che sono già così tanti che il numero esatto di essi non aggiungerà nulla alla vergogna di una guerra che dura da poco meno di sette anni e dove sono stati commessi una serie di crimini che neppure le più infiammate teste del nazismo avrebbero potuto immaginare.

 

Una guerra dove gli episodi di Nizza, Manchester, Parigi, Londra o Barcellona non godrebbero neppure della gravità per essere considerati “una notizia”.

 

Sono ormai molte le volte in cui Washington, riparandosi dietro accuse che non sono mai state provate, attacca nazioni “disubbidienti” o mette in atto attentati di “falsa bandiera” per giustificare un’invasione. Forse la più eclatante è stata quella dell’Iraq nel 2003:  le armi di distruzione di massa - che Saddam Hussein avrebbe ammassato in arsenali, che a 15 anni da quell’invasione e dopo una guerra civile che non è ancora finita e che ha provocato centinaia di migliaia di morti – che non sono mai state trovate.

 

A quanto sopra bisognerebbe aggiungere le morti per cancro provocate dalla contaminazioni delle falde acquifere con l’uranio impoverito proveniente dalle ‘camicie’ che rivestono i missili e le bombe lanciate dalla coalizione occidentale provocando un esponenziale aumento dei tumori.

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sab

14

apr

2018

CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA

Questa notte attaccata la capitale Damasco con missili da USA, GB, Francia. Mobilitiamoci!  

GIÙ LE MANI DALLA SIRIA!

 

SABATO 14 APRILE

 

2018 -  ORE 18.00

 

 

PRESIDIO-MANIFESTAZIONE

 

MILANO - PIAZZA SAN BABILA 

 

“L’Italia ripudia la guerra come strumento d’offesa alla libertà degli altri popoli

e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.”

Costituzione della Repubblica Italiana - Art.11

 

Questo appello nasce dalla volontà dei soggetti promotori di mobilitarsi contro la politica di aggressione, condotta dalla NATO – USA in testa, che ha già provocato una violenta rottura degli equilibri in tutto il Medio Oriente, in parte del continente africano, in Europa. 

Stiamo assistendo alla solita commedia, il cui copione è ben noto: ancora una volta con finanziamenti degli USA e, allo stesso tempo, mercenari, filonazisti, jihadisti, golpisti, consiglieri militari della NATO. Migliaia di morti civili sono il tragico risultato. 

Come in Iraq, dove risultarono inesistenti le tanto declamate armi di distruzione di massa, anche in questa occasione si crea un pretesto per muovere guerra alla Siria. A Douma, liberata in queste ore dall'esercito arabo siriano, si sarebbero usate armi chimiche, causando perdite di vite umane tra i civili. Prima ancora di accertare se sia accaduto realmente, si vorrebbe lanciare un attacco missilistico sulla Siria. Un silenzio totale invece avvolge la tragedia dello Yemen, da più di due anni attaccato dall'Arabia Saudita con armi fornite dagli USA e, tra gli altri, anche dall'Italia. Come sempre due pesi e due misure. 

Non è mai stato così alto il rischio di una guerra devastante tra la NATO, che potrebbe avere l’appoggio delle petromonarchie così come di Israele, e la Federazione Russa. La Siria infatti ha una storica amicizia con l’Unione Sovietica prima, con la Russia oggi; per questo ha chiesto il suo aiuto nella lotta contro i terroristi armati, addestrati e finanziati dagli USA, è evidente che in queste circostanze un attacco alla Siria equivale ad una dichiarazione di guerra alla Russia

   

Chiediamo l’impegno di quanti aderiranno a scendere in piazza prima che sia troppo tardi.

La prima vittima della guerra è la verità.

La guerra è contro i lavoratori. Non un soldo per la guerra

 

Comitato contro la guerra – Milano  


PER INFO:

E-MAIL   comitatocontrolaguerram ilano@gmail.com 
BLOG
   comitatocontrolaguerramil ano.wordpress.com 
FB
   www.facebook.com/comitato.m ilano.5 
CELL.
  3383899559

 

È IN CORSO LA RACCOLTA ADESIONI ad ora sono pervenute : 
Centro di Iniziativa Proletaria Tagarelli
 – S.S. Giovanni (Milano), 
Marx21.it
,  
Sez. ANPI "Bassi - Viganò"
 - Milano, 
La Casa Rossa” - Milano, 
Comitato Lavoratori Precoci – Lavoro Giovani

Partito Comunista – Milano, 
Comitato Lavoro Milano, 
Ass.ne Italia-Cuba Circolo Celia SanchezMarilisa Vertì
- Parma, 
Ass.ne Italia-Cuba Circolo Arnaldo Cambiaghi - Milano, 
GiovaniComunisti 
Milano, 
Sez. ANPI Abbiategrasso "Giovanni Pesce"

L'Antidiplomatico
PCI
 federazione Milano, 
Scintilla
Ass.ne Italia-Cuba Circolo Camilo Cienfuegos
 (Abbiategrasso- Magenta MI), 
Circolo Vegetariano V.T.

   

 

 

mer

11

apr

2018

APPOGGIO USA A ISRAELE

Le 14 ragioni dell’appoggio incondizionato degli USA a Israele

 

di Nazanin Armanian (*)

 

Nessuno si aspetta che Donald Trump condanni l’ultimo attacco militare di Israele alla manifestazione pacifica dei palestinesi per la “Grande Marcia del Ritorno” del 30 marzo, che ha fatto una ventina di morti e circa 2.000 feriti.  I palestinesi stavano ricordando al mondo la data dell’appropriazione delle loro terre nel 1976 da parte di Israele e reclamando il diritto al ritorno di circa 700.000 persone espulse dalle loro case nel 1948.

 

Non l’ha fatto neanche Barak Obama (nonostante la sua opposizione agli insediamenti ebrei), definendo “difesa propria” il massacro di 2.205 palestinesi, tra i quali circa 400 bambini e bambine, commesso da Israele nell’estate 2014.

 

L’amore quasi religioso che oggi gli USA professano verso Israele non si deve alla loro preoccupazione per la sicurezza del loro amato, né perchè è il rifugio di una minoranza oppressa, ma a vari fattori uniti da un’unica verità assoluta: gli interessi strategici della superpotenza stessa.

 

Dall’indifferenza alla devozione totale

 

Nonostante il Congresso USA appoggiasse nel 1922 la creazione di uno Stato ebreo in Palestina, quello tra Washinton e Tel Aviv non fu un colpo di fulmine. Fu l’URSS il primo paese che nel 1948 riconobbe lo stato israeliano. Il Segretario di Stato George Marshall credeva che riconoscere Israele avrebbe allontanato gli USA dai paesi arabi e, in concreto, dal petrolio del Medio Oriente. In più sospettava che Israele avesse delle inclinazioni verso l’URSS perchè vari suoi dirigenti venivano dall’impero russo, come i suoi primi quattro presidenti (tra il 1949 e il 1978): Chaim Weizmann, Yitzhak Ben-Zvi, Zalman Shazar e Ephraim Katzir. Il signor Marshall confondeva l’origine etnica con il pensiero politico: Israele era nato da un’ideologia antisocialista.

 

Solo quando gli israeliani sconfissero vari stati arabi nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, una Washington meravigliata comincia ad inviargli generosi aiuti militari ed economici, che si moltiplicheranno dopo aver vinto un’altra guerra, quella del 1973. Non c’erano dubbi: Israele era il candidato ideale per essere la loro porta di ingresso ed il guardiano dei loro interessi in quella lontana regione.

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mer

04

apr

2018

AUTOMAZIONE, ROBOTIZZAZIONE, VERSO LA QUARTA RIVOLUZIONE iNDUSTRIALE?

 Dal periodico comunista di politica e cultura nuova unità n. 2/2018

 

AUTOMAZIONE, ROBOTIZZAZIONE, VERSO  LA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE?

 

Non dimentichiamo che oggi, più di ieri, o si lotta per abbattere il potere della borghesia, contro la società capitalista e per il socialismo o si va incontro alla sconfitta totale e alla barbarie.

 

Michele Michelino

 

Oggi sempre più spesso si parla di quarta rivoluzione industriale fantasticando un mondo dove il lavoro salariato è sostituito dai robot. Su questo tema si stanno sprecando fiumi d’inchiostro. Gli apologeti del capitalismo prospettano nuovi mirabolanti scenari.

 

Alcuni pensano che sia arrivato il momento in cui le macchine faranno tutta la produzione e l’umanità non avrà più necessita di lavorare ma sarà mantenuta dai profitti generati dalle macchine. Questo, naturalmente, è un sogno che non tiene conto che è dallo sfruttamento del lavoro salariato che sono generati i profitti che intascano i capitalisti.

 

In realtà il capitale ha una continua necessità di ristrutturarsi usando le nuove scoperte della scienza e della tecnica, asservite al capitale per intensificare sempre più lo sfruttamento della forza lavoro. Generalmente le cosiddette rivoluzioni industriali sono state fatte corrispondere alle scoperte scientifiche e tecniche applicate al processo produttivo. L’aumento della produttività in una società divisa in classi in cui il potere è nelle mani dei borghesi si realizza sullo sfruttamento operaio.

 

All’inizio del XIX secolo, agli albori della nascita del capitalismo, contro l’introduzione delle macchine si sviluppò in Inghilterra un forte movimento popolare degli operai e lavoratori a domicilio che, impoveriti dallo sviluppo industriale, decisero di colpire macchine e impianti. Questo movimento popolare di lavoratori, ancora privi di una coscienza di classe, vedeva le macchine come nemici che “toglievano” il lavoro e prese il nome da Ned Ludd che, nel 1779, spezzò un telaio in segno di protesta.

 

Questo movimento di massa di lavoratori ribelli fu duramente represso e nel 1813, in un processo a York, molti furono condannati all’impiccagione e deportati.

Con lo sviluppo della tecnica e della scienza al servizio dei capitalisti, la ricchezza dei borghesi aumentava a discapito dei salari, dell’occupazione e della condizione operaia.

 

Queste prime ribellioni di una primordiale e nascente classe operaia contro una certa tecnologia e un “progresso” che li costringeva alla fame e alla miseria negli anni seguenti - con lo sviluppo dell’industria e del capitalismo e del sistema di fabbrica sulla società - diventarono obiettivi dei nascenti sindacati operai: gli orari di lavoro, il minimo salariale, le condizioni del lavoro minorile e delle donne, le condizioni di salute.

 

La condizione operaia nella fabbrica capitalista che aveva come obiettivo la ricerca del massimo profitto e lo sfruttamento della forza-lavoro fin dalla sua origine aveva grandi conseguenze sulla salute.

 

I licenziamenti degli ex lavoratori a domicilio a causa dell’introduzione delle macchine e del sistema di fabbrica provocarono suicidi, alcolismo, prostituzione e criminalità.

 

Finora le rivoluzioni industriali del mondo occidentale sono state tre

 

La prima nel 1784 con la nascita della macchina a vapore, con l’uso e lo sfruttamento della potenza di acqua e vapore per meccanizzare la produzione sostituendo attraverso le macchine il lavoro artigianale.

 

La seconda nel 1870 con il via alla produzione di massa attraverso l’uso sempre più diffuso dell’elettricità, l’avvento del motore a scoppio e l’aumento dell’utilizzo del petrolio come nuova fonte energetica, che portò le popolazioni rurali a emigrare nelle città e a lavorare nelle fabbriche.

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mer

04

apr

2018

MASSACRO ALLA FRONTIERA DI GAZA

Massacro alla frontiera di Gaza

 

“Non taceremo, mettiamo fine all’impunità israeliana”

 

Coalizione della Flottiglia della Libertà; da: rebelion.org; 3.4.2018

 

 Nel Giorno della Terra, il 30 marzo, migliaia di donne, uomini e bambini palestinesi pacifici, speranzosi e disarmati si sono riuniti sulle frontiere di Gaza per la Grande Marcia del Ritorno. I rapporti iniziali indicano che almeno 16 palestinesi sono stati assassinati e più di 1.400 persone ferite a seguito degli spari delle Forze di Occupazione israeliane contro la folla, con munizioni vere e gas lacrimogeni.

 

Questa azione pacifica, non diretta dai partiti, si celebra ogni anno il 30 marzo per ricordare un’ingiustizia che i palestinesi sperimentano tutti i giorni: la perdita delle loro terre per l’occupazione coloniale illegale. Seguendo la tradizione di Gandhi e di Martin Luther King la popolazione palestinese manifestava in forma non violenta sulla sua terra, nel tentativo di correggere una grave ingiustizia: si sono scontrati con gli spari dei francotiratori.

 

Nella Risoluzione 194 (del 1949) dell’ONU, L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite esprimeva chiaramente che “i rifugiati che desiderino ritornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbero poterlo fare nella data più vicina possibile” ( https://www.unrwa.org/content/resolution-194).

 

La società civile palestinese intende continuare le sue azioni pacifiche tutti i giorni, fino al 15 maggio, giorno in cui i palestinesi commemorano la Nakba (Catastrofe) e giorno in cui il governo USA ha deciso di traslocare la sua ambasciata ad al-Quds/Gerusalemme.

 

La Coalizione della Flottiglia della Libertà (Freedom Flotilla Coalition), composta da organizzazioni della società civile di 14 paesi, tra le quali “Verso Gaza”, condanna il massacro del governo israeliano contro il popolo palestinese che esercitava il suo legittimo diritto di protestare contro l’occupazione illegale ed il diritto universale alla libertà di movimento.

 

Una volta ancora le Forze di Occupazione Israeliane (IOF) hanno dimostrato il loro disprezzo per la vita umana: non si deve permettere loro di farlo impunemente. I responsabili di questi crimini di guerra devono essere portati davanti alla giustizia.

 

E’ importante dare un nome a coloro che sono stati assassinati venerdì dalle Forze di Occupazione israeliane. Non sono “caduti” anonimi, sono giovani con familiari e amici, persone che avevano un futuro ma che l’hanno messo a rischio per la Palestina e per la libertà di movimento:

 

Naji Abu Hajir – 25 anni

 

Mohammed Kamal Al-Najjar

 

Wahid Nasrallah Abu Samour – 27 anni

 

Amin Mansour Abu Muammar

 

Mohammed Naeem Abu Amr

 

Ahmed Ibrahim Ashour Odeh – 16 anni

 

Jihad Ahmed Fraina

 

Mahmoud Saadi Rahmi

 

Abdel Fattah Abdel Nabi – 18 anni

 

Ibrahim Salah Abu Shaar – 22 anni

 

Abd al-Qader Marhi al-Hawajri - 25 anni

 

Sari Walid Abu Odeh

 

Hamdan Ismail Abu Amsha

 

Jihad Zuhair Abu Jamous – 30 anni

 

Bader al-Sabbagh – 22 anni

 

Mus' ab Zuhair Essaloul – 23 anni

 

La Coalizione della Flottiglia della Libertà continuerà a navigare finché dureranno l’occupazione e il blocco, chiedendo ai governi di non essere complici di queste violazioni dei diritti umani.

 

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto San  Giovanni)

 

sab

31

mar

2018

OPERAI, INTELLETTUALI E SOCIALISMO

Operai, intellettuali e socialismo

 

 Liberarci dei lacci e lacciuoli che tengono imbrigliata la classe operaia e i proletari e li legano ai loro sfruttatori è oggi indispensabile

 

Michele Michelino (*)

 

 

 

Le ultime tornate elettorali hanno evidenziato il grande distacco esistente fra la classe operaia e i partiti che dicono di rappresentarla, a cominciare da chi si dichiara “comunista” nella forma, ma è riformista nella sostanza.

 

Non c’è né da meravigliarsi né da scandalizzarsi. I più grandi tradimenti degli interessi proletari sono stati attuati proprio da chi diceva di rappresentarne gli interessi.

Le guerre, le varie “riforme del lavoro” che hanno peggiorato le condizioni di vita e di lavoro di operai e proletari, sono state compiute proprio dai governi “amici”, dimostrando agli operai e ai proletari che di amici, nel palazzo, non ne hanno.

 

Coperti dal simbolo della falce e martello, i cosiddetti “comunisti” - con la loro partecipazione ai governi che hanno sostenuto gli interessi dell’imperialismo e dei grandi industriali, delle banche, ecc. – si sono guadagnati invece il loro posto al sole

 

E ora i gruppi dirigenti di queste organizzazioni - composte di riciclati da vecchi partiti “comunisti”, che nella pratica sono stati le mosche cocchiere dell’imperialismo - davanti ai fallimenti e alla perdita di una poltrona “conquistata” attraverso il voto operaio e popolare, incolpano del loro fallimento gli operai e parlano di “arretratezza” della classe operaia che vota Lega o Cinque stelle.

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gio

29

mar

2018

DI LAVORO E SFRUTTAMENTO SI CONTINUA A MORIRE

DI LAVORO SI CONTINUA A MORIRE: IL CAPITALISMO E’ UN VAMPIRO CHE SI ALIMENTA E PROSPERA’ SUL SANGUE OPERAIO.


Un’esplosione, scoppio in un serbatoio nel porto industriale di Livorno ha provocato la morte di due operai di 25 e 52 anni. Altri operai sono rimasti feriti. Ora ci sarà l’ennesima inchiesta e un processo che si concluderà come sempre dopo anni e vari gradi di giudizio. I tempi lunghi dei processi e la prescrizione concedono l’impunità ai padroni assassini. La giustizia dei padroni tende sempre a proteggere gli sfruttatori, per i padroni nessuno è responsabile se non gli operai che si sono trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato.
Il 28 marzo Alla Sanac di Massa, atri tre operai sono rimasti feriti nell'esplosione, all'interno dell'azienda, che tratta materiale edile refrattario.
Dal 1° gennaio 143 morti sui luoghi di lavoro in Italia. Almeno altrettanti muoiono sulle strade e in itinere.
Nel 2017 il dato dell’Inail (ancora provvisorio in attesa dei dati definitivi che arriveranno con la relazione annuale di luglio) sale a 1.029 ‘casi mortali’, +1,1%.
I dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro ci dicono che dal 1° gennaio sono 143 morti sui luoghi di lavoro in Italia, e almeno altrettanti muoiono sulle strade e in itinere.

 

gio

29

mar

2018

IL TRONO SANGUINOSO

Arabia Saudita

 

Il trono sanguinoso

 

Di Guadi Calvo (*)

 

Dal giugno dell’anno scorso, quando il re Salman ha escluso dalla linea di successione il nipote Mohamed bin Nayefi e ha designato con decreto reale suo figlio, il principe Mohammed bin Salman, di 31 anni, ministro della Difesa, questi è responsabile del genocidio, che si continua a commettere con il consenso di tutte le potenze occidentali, contro il popolo yemenita dal 2015, che da allora ha prodotto circa 17 mila morti civili, tra cui 3.500 bambini. Più di 25 mila feriti, 3.000 di questi donne. Una somma di circa 22.000 civili feriti, 25 milioni di yemeniti colpiti dalla crisi umanitaria e, di essi, 10 milioni che soffrono la fame: tra loro 2 milioni sono bambini. Con l’aggiunta delle epidemie: solo il colera ha fatto, fino ad ora, 3.500 morti.

 

Il futuro monarca sta mettendo alla prova il suo potere, dimostrando – come i suoi predecessori – il profondo disprezzo per i diritti umani, quegli stessi diritti che i suoi alleati occidentali si sgolano a difendere quando governi che non fanno i loro interessi – tipo Venezuela, Cuba, Iran, Corea del Nord o anche la Russia – senz’altra prova che una serie di campagne mediatiche perfettamente orchestrate , vengono accusati e sanzionati.

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mer

28

mar

2018

LA POLITICA ESTERA USA

La politica  estera degli Stati Uniti: il  circolo estremista si chiude

 

di Randy Alonso Falcòn (*)

 

Nel mezzo dell’ambiente febbrile che si vive nalla Casa Bianca, le recenti nomine del presidente Trump a posti-chiave della sua amministrazione riflettono chiaramente l’accento militarista, di potere forte e di ricatto imperiale che questi sta imprimendo alla politica estera statunitense.

 

Insieme ai cambi al comando del Dipartimento di Stato e del Consiglio di Sicurezza nazionale, anche il bilancio che Trump ha appena firmato lo scorso venerdì, per quello che resta dell’esercizio fiscale 2018, mostra la preminenza delle politiche della forza sulla diplomazia, nel più classico stile detto “hard power”. Mentre le assegnazioni al Dipartimento della Difesa crescono più di 60 mila milioni di dollari, il bilancio della cancelleria statunitense  e dei suoi organi per la diplomazia pubblica è stato tagliato del 32%. Mentre la spesa totale per la difesa, compreso il rinnovamento dell’arsenale nucleare, arriva a 700 mila milioni di dollari, il resto delle spese raggiungerà i 591.000 milioni. Gli Stati Uniti spenderanno in difesa più di quello che spendono i sette paesi che li seguono.

 

Nel presentare un anno fa la proposta di bilancio 2018, il direttore dell’Ufficio del Bilancio di Trump, Mick Mulvaney, è stato deciso: “Il presidente ha detto che avremmo speso meno denaro per la gente di fuori e più per quella di casa”. “E’ un bilancio di potere duro, non morbido, ed è intenzionale. Questo è il messaggio che vogliamo inviare ai nostri alleati e agli avversari. Questo è un Governo forte e potente”, ha detto in conferenza stampa.

 

I falchi fanno il nido

 

In una parodia con i giorni più sinistri dell’amministrazione W. Bush, vecchi e nuovi falchi assumono la conduzione della politica estera imperiale.

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lun

26

mar

2018

AHED TAMINI

Ahed Tamimi condannata a otto mesi di prigione per aver resistito ad uno scagnozzo israeliano

 

 

Da: lahaine.org; 22.3.2018

 

 

L’attivista palestinese Ahed Tamimi è stata condannata mercoledì (21 marzo) ad una ingiusta pena di otto mesi di prigione e ad una multa di 5.000 shekel (1.168 euro) per aver contrastato l’entrata illegale in casa sua di uno scagnozzo dell’esercito israeliano e per aver “convocato manifestazioni”, nonostante avesse 16 anni al momento della sua detenzione, secondo informazioni della Ong Avaaz.

 

L’adolescente,  in carcerazione preventiva da dicembre, verrà messa in libertà il prossimo luglio grazie alla pressione interna e internazionale che ha obbligato la Procura Militare di Israele e il Tribunale a cancellare alcuni dei dodici reati che pesavano su di lei e per i quali rischiava una pena di almeno tre anni di carcere.

 

La giovane di 17 anni è comparsa il pomeriggio davanti alla Corte Militare, ubicata nella prigione israeliana di Ofer, nel territorio occupato di Cisgiordania, accusata di dodici reati. “Non c’è giustizia sotto l’occupazione israeliana” ha detto alla Corte sulla sua condanna alla fine del giudizio, iniziato lo scorso 31 gennaio.

 

La condanna riguarda anche sua madre Narima, condannata ad altri otto mesi di prigione e ad una multa di 6.000 shekel (1.400 euro), che appare anch’essa nel video per il quale è stata arrestata Ahed, e la cugina di questa, Nour, che è in libertà provvisoria ma che sarà condannata alla prigione se verrà accusata di reati simili nei prossimi tre anni.

 

L’udienza è stata celebrata a porte chiuse, nonostante la difesa avesse chiesto che fosse pubblica, richiesta che il Tribunale militare del regime sionista ha rifiutato. La Polizia di Israele, in un comunicato, ha informato dell’arresto di una donna palestinese che era presente all’udienza e che ha schiaffeggiato un procuratore militare.

 

Il video per il quale Ahed è stata arrestata mostrava l’adolescente, allora di 16 anni, che insultava e resisteva ai soldati israeliani che erano entrati con la forza nel cortile di casa sua, nella città cisgiordana di Nabi Saleh. Ahed è stata accusata – tra altri reati, alcuni dei quali per fatti avvenuti nel 2016 – di aver attaccato le forze di sicurezza, di aver proferito minacce, di aver gettato pietre e di aver partecipato a manifestazioni ‘violente’.

ven

16

mar

2018

RIFLESSIONE SULL' 8 MARZO

Qualche riflessione sull’8 marzo

 

E adesso?

 

di Daniela Trollio (*)

 

Un altro 8 marzo è passato. E’ stato caratterizzato da “scioperi”, anzi per meglio dire da manifestazioni, in tutto il mondo. L’azione più incisiva l’hanno fatta in Brasile 800 donne del Movimento Sin Tierra occupando la stamperia del gruppo editoriale Globo, il più grande dell’America Latina. La protesta è stata diretta contro il governo e i suoi provvedimenti anti-lavoratori, contro la stampa asservita e contro l’utilizzo dell’esercito in città come Rio de Janeiro.

 

Sembrano rivendicazioni  un po’ poco femministe. Ma non è così, per varie ragioni.

 

La principale è molto semplice: va bene l’8 marzo, ma c’è un prima e un dopo -  altri 364 giorni  - in cui continuiamo a vivere la nostra vita di sfruttate e di oppresse. Un intero anno in cui dovremo lottare, a quanto pare non più come – genericamente - “donne” ma come parte di quell’immensa maggioranza che sono i proletari, i lavoratori; un anno in cui ci troveremo davanti, tutti i giorni, i nemici di cui sopra.

 

Parole

E qui veniamo ad una parola d’ordine “storica” e centrale del femminismo nordamericano ed europeo : “il corpo è mio e lo gestisco io”. Bellissima parola d’ordine che sottoscrivo come desiderio, ma il corpo delle donne non esiste in un luogo senza spazio e senza tempo, ma nella realtà nuda e cruda di ieri, di oggi, di domani. Se è vero che il corpo è “mio”, chi lo gestisce sono altri. Se devo lavorare per vivere, il mio corpo sarà gestito dai miei padroni, che stabiliranno il suo valore, l’uso del suo tempo, la sua utilità.

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mer

14

mar

2018

PER IL DIBATTITO

Pubblicato sulla rivista Scintilla n. 87 di marzo 2018

 

Risposta a Scintilla

 

Sul numero 86 del febbraio 2018 di “Scintilla”, sotto il titolo “Risposta a un articolo stimolante”, i compagni di Piattaforma Comunista rispondono a un mio articolo pubblicato nel numero di gennaio 2018 di “nuova unità” dal titolo “Potere operaio e organizzazione comunista”.

 

Ringrazio i compagni per la risposta e il garbo con cui replicano al mio articolo, aprendo un confronto sul che fare di chi oggi si dichiara comunista. Confronto che raccolgo volentieri.

 

I compagni di Scintilla concordano su una serie di analisi e affermazioni - in particolare ” pochi operai e proletari rivoluzionari, comunisti, sono costretti a lavorare nel movimento di massa, sindacale, sociale, divisi fra loro, frazionati, dispersi e annacquati fra alcune decine di organizzazioni che si definiscono “comuniste” senza alcun confronto fra loro, alcun dialogo, con gli operai spesso isolati anche nelle loro organizzazioni”. E che occorre “cominciare a interrogarsi sul come uscire dal pantano in cui siamo caduti, come ricomporre la classe proletaria, la nostra organizzazione politica rivoluzionaria”. E che “oggi serve una sola organizzazione di classe proletaria anticapitalista antimperialista di combattimento, indipendente, non di mera rappresentanza”, e “un’unica grande organizzazione di classe che si pone l’obiettivo del potere operaio”.

 

Ma essi si soffermano sull’ultima frase del mio scritto che afferma “Oggi il “che fare” è: quale deve essere il ruolo dei comunisti nel movimento di massa attuale?”, ritenendo che “La domanda, così come è posta, rischia di far retrocedere il dibattito”.

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lun

12

mar

2018

ULULATI SOLO CONTRO DAMASCO

Ululati” solo contro Damasco: quello che i media occidentali non dicono su Guta Orientale

 

Di Rania Khalek (*)

 

Mentre le forze governative siriane ed il gruopo estremista Jaysh-Al-Islam lottano per il controllo di Guta Orientale, i media occidentali ‘ignorano’ le atrocità commesse dagli insorti, incolpando il “regime” di tutta la violenza nella zona suburbana di Damasco”, denuncia la giornalista Rania Khalek.

 

Come è già successo ad Aleppo, Madaya e Homs, i media coprono la situazione “come se lì non esistessero insorti armati e le autorità stessero massacrando i civili senza pietà”, presentandole come se fossero mosse da “una sete di sangue caricaturisticamente vile” dice Khalek  in un articolo in inglese per Russia Today.

 

Quando parlava degli insorti, la stampa occidentale, generalmente, li presentava – e ancora li presenta – come ribelli moderati e lottatori per la pace.

 

Coloro che seguono il conflitto siriano limitandosi a leggere i principali media d’Occidente si creano la falsa impressione che esista un conflitto unilaterale tra il Governo siriano e i suoi cittadini. Ma questa guerra non è molto semplice.

 

Yihaidisti

 

I ‘ribelli’ che controllano Guta Orientale fanno parte di una serie di gruppi yihaidisti, il più forte dei quali è Rania Khalek una formazione salaafita yihaidista sostenuta dall’Arabia Saudita, che cerca di sostituire il Governo siriano con un Stato Islamico (Isis). Jaysh Al Islam è un gruppo estremamente settario e rivoltante nella sua retorica, nelle sue tattiche e negli obiettivi quanto lo è l’ISIS. Compie esecuzioni pubbliche e il suo fondatore, il defunto Zahran Alloush, fece un appello pubblico alla pulizia etnica contro le minoranze religiose di Damasco.

 

Il secondo gruppo più grande è Faylaq Al Rahman, alleato di Hayet Tahrir Al Sham (HTS), ultimo nome della filiale di al-Qaeda in Siria. Anche HTS ha una piccola presenza a Guta orientale, come Ahar Al Sham e Nour Al Din Al Zenki, che erano soliti ricevere armi statunitensi e i cui miliziani si fecero riprendere decapitando un adolescente.

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mer

07

mar

2018

8 MARZO

8 marzo, giornata internazionale della donna lavoratrice

 

Per noi… niente mimose, grazie!

 

Svegliamoci, svegliamoci umanità, non c’è più tempo! Le nostre coscienze saranno scosse dal fatto di stare soltanto contemplando l’autodistruzione basata sulla depredazione capitalista, razzista e patriarcale!”.

 

Sono le parole di Berta Càceres, leader del popolo indigeno Lenca e co-fondatrice del Consiglio delle organizzazioni popolari ed indigene dell'Honduras (COPINH). Con una dura lotta riuscì, insieme al suo popolo, ad evitare  la costruzione di una diga sul Rio Gualcarque, sacro ai Lenca, ad opera di una joint venture tra la compagnia honduregna DESA e la cinese Sinohydro, il più grande costruttore di dighe al mondo. Dopo anni di minacce, è stata assassinata nella sua casa il 2 marzo 2016. Pochi giorni fa è stato arrestato il mandante del suo assassinio: il presidente della DESA. Berta è una dei 130 ambientalisti uccisi in Honduras.

 

L’8 marzo è una giornata di lotta “internazionale”:  così vogliamo ricordare alcuni nomi delle donne proletarie, rivoluzionarie, comuniste che nel corso dei decenni hanno lottato in prima fila per un mondo senza sfruttatori, senza oppressori, contro il colonialismo, il capitalismo, l’imperialismo.

 

Solo alcuni nomi, ma dietro a questi ci sono migliaia e migliaia di donne invisibili che continuano la loro lotta, nelle condizioni più difficili, in tutti i continenti, per un mondo diverso e contro le menzogne imperiali sulle guerre, fatte per “ragioni umanitarie” e per difendere ”i diritti delle donne”, nascondendo il fatto che in Afganistan, in Iraq, in Libia le donne godevano di diritti e condizioni di vita incomparabilmente migliori prima che l’aggressione imperialisti precipitasse i loro paesi in un caos di violenza e di oscurantismo.

 

 

Prima di partire nel nostro giro intorno al mondo, un pensiero va a Rosa Luxemburg, ad Alexandra Kollontaj, a Nadezda Krupskaja e alle operaie russe che il 23 febbraio 1917 (l’8 marzo per il nostro calendario) scesero in sciopero trasformando la giornata in una vera e propria insurrezione.

E, tra le 35.000 donne partigiane, a Onorina Brambilla Pesce, Carla Capponi, Gisella Floreanini e Gina Galeotti Bianchi, la partigiana “Lia”.

 

 

Fu Nwanyeruwa, una donna Ibo della Nigeria, a scatenare la prima, anche se breve, sfida alle autorità britanniche nell’Africa Occidentale. Nel novembre 1929, organizzata da lei, scoppiò la Guerra delle Donne: circa 25.000 donne di tutta la regione protestarono, manifestarono e lottarono contro l’imposizione delle tasse applicata anche alle donne che, tradizionalmente, ne erano esenti. Dopo qualche mese piegarono l’Impero Britannico.

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mar

06

mar

2018

OFFENSIVA MEDIATICA CONTRO LA SIRIA

Si scatena una nuova offensiva mediatica contro la Siria

di JuanLu Gonzàlez (*)

 

Tutto indica che siamo alle porte di una nuova fase dell’aggressione internazionale contro la Siria.

 

Ora che la situazione sul terreno fa intraveder la fine della guerra, di nuovo – come ad Aleppo – i battaglioni mediatici dell’occidente si dirigono unanimemente contro la campagna di liberazione di Guta orientale, in prossimità di Damasco, dalle mani dei terroristi.

 

I convogli delle famose forze Tigre sono già nelle vicinanze della sacca terrorista, dotate di batterie lanciamissili, artiglieria autoguidata, veicoli blindati e carri armati di ultima generazione come il temuto T-90 Armata. Durante gli ultimi giorni sia la Siria che la Russia stanno duramente bombardando le difese yihaidiste per facilitare il successivo lavoro della fanteria.

 

Con il fronte di Idleb in forte ebollizione, qualsiasi analista sa che, se si libera Guta, la guerra sarebbe praticamente finita e la vittoria apparterrebbe, presto o tardi, al popolo siriano.

 

I bilioni di dollari investiti da USA, Arabia Saudita o Qatar sarebbero serviti solo ad allungare la lotta e a renderla più distruttiva. Per questo hanno bisogno di fermare la battaglia prima che cominci. Proprio adesso tornano a sfilare dalla manica tregue-trappola come quelle che volevano ad Aleppo, per difendere gli yihaidisti ed i  loro istruttori imperiali. Né la Siria né la Russia rifiutano la tregua, ma non vogliono che in essa siano inclusi né i gruppi terroristi né i loro alleati, che sono la maggioranza nella sacca di Guta.

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lun

05

mar

2018

L'EREDITA' DI UGO CHAVEZ

L’eredità di Hugo Chàvez

 

di Atilio Boron (*); da: lahaine.org; 5.3.2018

 

Oggi, 5 marzo, sono passati cinque anni dalla sparizione fisica di Hugo Chàvez.

 

E’ giusto e necessario fare una breve riflessione sull’eredità che ha lasciato la sua presenza in Venezuela, in America Latina e nei Caraibi. Come precedentemente, nel 1956, con Fidel e con il trionfo della Rivoluzione Cubana, l’irruzione di Chàvez nella politica del suo paese si internazionalizzò rapidamente e raggiunse una proiezione continentale. Non sarebbe un’esagerazione affermare che, con una differenza di quarant’anni (ricordiamo che il bolivariano assume la presidenza del suo paese nel 1999), la storia contemporanea della Nostra America sperimentò questi due terremoti politici che modificarono irreversibilmente il paesaggio politico e sociale della regione.

 

Chàvez raccolse le bandiere che erano state innalzate da Fidel - la sua esortazione martiana a lottare per la seconda e definitiva Indipendenza dei nostri popoli – e le piantò nel fertile terreno della tradizione bolivariana.

 

Con Chàvez divenne realtà ciò che cantava il verso di Neruda, che fa dire al Liberatore “mi sveglio ogni cento anni quando si sveglia il popolo”. E con la ribellione del 4 febbraio Chàvez mise fine al letargo del popolo, ribellione che “per ora” era stata sconfitta. Ma Chàvez sapeva che quel popolo si stava già preparando per le grandi battaglie a cui era stato chiamato da Bolìvar, reincarnato nei corpi e nelle anime di milioni di venezuelane e venezuelani che scesero nelle strade per portare Chàvez al palazzo di Miraflores.  E quando la cospirazione dell’imperialismo e dei suoi servi locali volle mettere fine a quel processo, l’11 aprile del 2002, un’immensa mobilitazione popolare fece saltare in aria i lugubri emissari del passato e riportò il Comandante Chàvez alla Presidenza.

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dom

04

mar

2018

IL "CHE" DIMENTICATO

 

Da il sito www.ilbuio.org

 

Il Che italiano

 

http://www.ilbuio.org/wp-content/uploads/2018/02/Cheitaliano.jpg

Meglio morire combattendo per la libertà che essere prigioniero per tutti i giorni della tua vita.
Bob Marley

Per la retorica fascistoide, quello italiano è un popolo di poeti, di santi e di navigatori. Per la Storia, più realisticamente, di mafiosi, di ladri e di opportunisti.
Per altri ancora, pochi a dire il vero (e, verrebbe da aggiungere, fortunatamente), il popolo italiano è anche un popolo di Rivoluzionari.
Oggi ne ricordiamo uno, sconosciuto o quasi ai più,  non per nulla e non a caso.
Alludiamo a Libero Giancarlo Castiglia, per i suoi compagni di lotta, guerriglieri dell’Amazzonia brasiliana, semplicemente “Joca”.
Nato nel 1944 in un piccolo paese della Calabria, San Lucido, alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, emigrò con la famiglia in America Latina. A Rio de Janeiro lavorò come metalmeccanico e collaborò con il periodico del Partito Comunista Brasiliano “La Classe Operaia”.
Erano anni duri e difficili, in un Paese oggi noto soprattutto per il calcio e per il carnevale: nel 1964, il legittimo governo trabalhista (laburista) di Joao Goulart venne abbattuto da un colpo di stato guidato dal maresciallo Castelo Branco ed appoggiato, tanto per non smentire affatto la loro tradizione reazionaria e golpista, dagli USA. E, come prevede la schifosa tradizione golpista sudamericana (ma non solo quella, a dire il vero) uno dei primi atti del regime fu quello di vietare gli scioperi e mettere fuori legge le forze politiche di opposizione, per primi i comunisti.
Libero Giancarlo Castiglia avrebbe potuto far ritorno in Italia. Alla fine, però, decise di rimanere in Brasile: perché “”nella vita bisogna fare una scelta. Lo so che questo non è il mio Paese, ma c’è la libertà da difendere e se nessuno ci prova le cose non cambieranno mai”.
Dopo una fase di addestramento in Cina, cambiò il suo nome e divenne Johao Bispo Ferreira, detto “Joca”. Nel 1967, si mise al comando di un distaccamento della guerriglia rurale in Amazzonia di cui faceva parte anche il capo del Partito Comunista Brasiliano, Mauricio Gabrois, ed iniziò a lottare per liberare i popoli indio dalla miseria e dallo sfruttamento. Il gruppo guerrigliero era composto da 69 persone, per lo più giovani, in prima fila studenti, operai, medici e sportivi, tra cui campioni di calcio e di boxe. Contro di loro erano schierati migliaia di soldati dell’esercito brasiliano.
Dopo anni di epiche battaglie, “Joca” e i suoi vennero sconfitti fra il 1973 e il 1974, e sparirono nel nulla al termine di un imponente rastrellamento della soldataglia golpista (circa 20mila bestie in divisa). Come in altri territori dell’America latina, di questi giovani oppositori non si seppe più nulla.
Finché all’inizio del nuovo millennio, in una fossa comune vicino al fiume Araguaia, venne ritrovato uno scheletro con le mani mozzate. C’è chi ritiene che quei resti possano appartenere al giovane calabrese.
La storia di Joca, del rivoluzionario italiano Libero Giancarlo Castiglia, è  quella di uno dei pochi (ma “erano pochi, furono folla ad un tratto”, ricordano  i versi di un poema di Paul Eluard) che ci hanno insegnato che è preferibile morire per qualcosa piuttosto che vivere per niente.


Matteo Sepulveda&Dora Tosta

Per saperne di più su “Joca”, sui suoi compagni, sulla sua vita e sulla sua lotta, leggete il libro

 

sab

03

mar

2018

AMIANTO. ASSEMBLEA DEL COMITATO

 Sabato 3 marzo 2018 - ore

 

15,30 - ASSEMBLEA

 

presso il

 

CENTRO DI INIZIATIVA PROLETARIA “G. TAGARELLI”

 

                                                                    Via Magenta 88 Sesto San Giovanni

 

 O.d.G:

 

1)     Bilancio delle attività del Comitato e resoconto delle iniziative fatte.

 

2)    .Informazione sulle cause penali

 

3)     Corteo del 28 aprile, giornata mondiale contro l’amianto

 

4)    Varie.

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ven

02

mar

2018

LE ELEZIONI PASSANO I PADRONI RIMANGONO

gio

01

mar

2018

SCANDALO ONG E ORGE, QUESTO E' IL CAPITALISMO

ONG e orge: quando cadono le maschere, il volto del capitalismo fa paura

 

di Cecilia Zamudio (*)

 

C’è un tema che di recente è sulla cresta dell’onda dei media dominanti, che mette in chiaro l’opposizione tra Riforma e Rivoluzione (che già sviluppava Rosa Luxemburg e che continua ad essere il nodo gordiano dei processi storici, particolarmente urgente oggi).

 

Si è venuto a sapere che dirigenti e lavoratori di Oxfam Haiti facevano orrende orge approfittandosi della miseria di donne e bambine, abusando di loro in quello sfruttamento aberrante che è la prostituzione; di fronte a questi fatti ci sono persone che si chiedono: “come è possibile che qualcuno che ‘lotta contro la povertà’ (sic!) possa essere un puttaniere e approfittare della miseria per abusare delle donne?” … I media dominanti sono pieni di tavole rotonde di pseudo esperti in “diritti umani e cooperazione internazionale”, in cui apparentemente i partecipanti si rompono la testa per capire questa questione: rappresentazioni destinate all’alienazione di massa. 

 

Il fatto è che, per comprendere queste questioni in apparenza incompatibili (solo in apparenza), bisogna capire il ruolo del riformismo nella perpetuazione del sistema capitalista. La questione ha radice nel fatto che le ONG come Oxfam non lottano realmente contro la povertà: perché l’impoverimento è causato dal saccheggio e dallo sfruttamento perpetrati contro la maggioranza e contro il pianeta da un pugno di capitalisti; e le ONG non mettono in discussione né combattono il sistema. Mettono pezze, fanno rapporti che possono risultarci utili come documentazione (ma sempre tenendo conto della loro ideologia), si riuniscono in hotel e spendono in catering bilanci milionari e – come no … - perpetrano orge in paesi impoveriti da una storia di saccheggio coloniale e di saccheggio capitalista attuale, come Haiti o il Ciad.

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mer

28

feb

2018

LETTERA AL GIORNALE ZONANOVE

Perché i cortei per Macerata?

 

Anche a Milano tanti cittadini del IX municipio (ex zona 9) hanno partecipato alla manifestazione antirazzista e antifascista nel lungo corteo che si è svolto sabato 10 febbraio per le vie della città .

I fatti sono noti: un nazista dichiarato, ex candidato della Lega, a Macerata il 3 febbraio ha sparato a 6 persone, 6 africani. Saluto romano, avvolto nella bandiera italiana, all’arresto ha gridato “Viva l’Italia”.

I nazifascisti di Forza Nuova si sono subito mobilitati a difendere l’autore della sparatoria esponendo uno striscione in cui c’era scritto: “Pieno sostegno a Luca Traini”.

 

In molti, sia a destra che a sinistra, dopo aver “deprecato” l’accaduto, hanno comunque ripetuto che “l’immigrazione è un problema”, ma è proprio vero?

 

E’ arrivato il momento di fare chiarezza su alcuni slogan che sentiamo ripetere sempre più spesso, in televisione, sui mass-media e anche nei bar di Niguarda quando andiamo a prendere un caffè.

Gli immigrati ci rubano il lavoro”: balle spaziali, il lavoro ce l’hanno rubato i nostri padroni “italianissimi” che, tra i primi al mondo, per massimizzare i loro profitti hanno delocalizzato la produzione, chiudendo le fabbriche e portandole nei paesi poveri, guadagnandoci così due volte. Paghe da fame all’estero e in Italia e cancellazione di ogni diritto conquistato dai lavoratori nel nostro paese, col ricatto del licenziamento.

 

Dobbiamo difendere i nostri valori”: ma quali sono questi valori? Prima di tutto il valore assoluto è, da decenni, “il mercato”. In nome del mercato sono stati tagliati sanità, scuola, assistenza e la possibilità di avere un futuro da tutti i giovani, italiani e non, con misure come il Job Act. E quando ci si ribella, com’è avvenuto a Rosarno nel 2010, dove i raccoglitori di arance e pomodori vivono tuttora in condizioni di schiavitù, ecco il solito “folle” che spara e uccide.

 

Di sfruttamento non muoiono solo gli “immigrati”, perché i padroni non sono razzisti, sfruttano allo stesso modo bianchi e neri. Nel 2015 e nel 2017 due donne italiane, braccianti nelle campagne di Andria e di Taranto, sono morte - letteralmente - di sfinimento.

 

Prima di tutto gli italiani”: noi e loro, ma chi sono questi “noi” e questi “loro”? Con chi condividiamo le nostre condizioni di vita e di lavoro, di precariato, di disoccupazione, di sfruttamento, con i “nostri” padroni italiani o con gli altri lavoratori, di qualsiasi colore e provenienza siano? Dietro le frasi di politici, padroni che si lanciano contro gli immigrati al grido “Prima gli italiani”, si nasconde l’interresse economico di chi sfrutta in modo sempre più intensivo sia gli operai italiani che quelli “stranieri”.

 

Chi sono i nostri veri nemici

 

Viva l’Italia”, ha gridato il nazista: quale Italia, quella degli industriali e dei banchieri, per salvare i quali i soldi ci sono sempre? Quell’Italia che spende 64 milioni di euro al giorno per le forze armate, per partecipare in prima fila alle guerre che portano fame e morte nei paesi da cui gli “immigrati” sono costretti a fuggire e lauti profitti a petrolieri, industrie degli armamenti?

 

Anche fra “italiani” esistono oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori.

 

Infine oggi si dice spesso che “non esistono più destra e sinistra”.

 

Ma i fatti come quello di Macerata dimostrano che la battaglia contro il fascismo non è cosa del passato: così come alla sua nascita servì agli agrari emiliani per reprimere le lotte degli operai e dei contadini, anche oggi il fascismo è finanziato e usato contro i lavoratori di qualsiasi colore e nazionalità, dagli sfruttatori che hanno interesse a dividere i lavoratori e gli esseri umani per mantenere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

 

Michele Michelino (febbraio)

 

 

 

dom

25

feb

2018

PILLOLE DI STORIA OPERAIA

Pubblichiamo il capitolo 1. Lo sfruttamento dell’uomo imprenditore sull’uomo lavoratore, le lotte dei comitati spontanei di cittadini, le attività sindacali, le controversie legali, la prestazione sanitaria.

 

Chi vuole leggerlo puoi cliccare qui sotto o nella rubrica "i nostri libri"  su questo sito.

 

www.resistenze.org/sito/te/pr/sa/prsage22-017957a001.pdf

sab

24

feb

2018

AMERICA LATINA

L’alternativa insurrezionale in America Latina è un’opzione del futuro?

 

di Marcos Roitman Rosenmann (*)

 

Non corrono bei tempi per la democrazia rappresentativa, forma per eccellenza della dominazione borghese occidentale, in America Latina. Nel nostro continente la gestione per antonomasia dell’esercizio del potere è stata la dittatura ed i regimi autocratici. Le loro ricette per garantirsi il controllo delle istituzioni ed evitare la sconfitta politica sono la frode elettorale ed il sempiterno ricorso al colpo di Stato. Un’illusione ha fatto nutrire false aspettative. Per un breve periodo – quello compreso tra la fine della guerra fredda e l’attacco alle Torri Gemelle (1989-2001) – è sembrato che le borghesie latinoamericane avessero assunto un comportamento democratico.

 

Eliminato il fantasma del comunismo, non esisteva più un nemico nel breve periodo. Pervase da una fede cieca per aver disarticolato qualsiasi progetto che facesse loro ombra, non ebbero dubbi nell’assumere un discorso democratico rivendicando un nuovo ordine nel quale sarebbero state rispettate le regole del gioco, rinunciando alle vecchie pratiche destabilizzatrici, colpi di Stato o truffe elettorali.

 

Dall’altra parte la sinistra politica latinoamericana, e ancor più la sinistra sociale, hanno sempre lottato per conquistare spazi istituzionali, ampliare i diritti sociali, politici ed economici nel quadro di elezioni pulite dove si rispettassero i risultati. La riconversione verso la democrazia della borghesia facilitava l’avvento di uno spazio comune di lotta politica.

 

La coincidenza negli obiettivi di medio e lungo termine, un ordinamento in cui i conflitti si risolvessero nell’arena elettorale e con la negoziazione, portò al consenso per riformare Costituzioni, legittimare la partecipazione di nuovi attori ed assumere il risultato delle urne, che favorivano gli uni o gli altri.

 

La via insurrezionale veniva scartata e messa a riposo, cercando soluzioni ai conflitti armati nella regione con l’apertura di una tappa di riconciliazione. Disarmo, negoziazione e riconversione dei movimenti armati in partiti politici erano l’orizzonte disegnato per il futuro secolo XXI.

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ven

23

feb

2018

ISRAELE E GAZA

Promozione turistica

 

Non visitate più i vecchi campi di Auschwitz o di Treblinka: è meglio visitare Gaza!

 

Di Daniel Vanhove (*)

 

Il governo della colonia terroristica israeliana sta accusando i responsabili politici della Polonia di voler negare la responsabilità polacca nel genocidio degli ebrei durante la 2° Guerra Mondiale.

 

In effetti lo scorso 6 febbraio il presidente polacco Andrzej Duda ha firmato una legge che condanna fino a 3 anni di prigione, compresi gli stranieri, chi fa uso dell’espressione “campi di sterminio polacchi” riferendosi a quelli che i nazisti tedeschi avevano costruito nel paese.

 

A fine gennaio, con le violente parole che siamo abituati a sentire, il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele “non tollererà che si deformi la verità e si riscriva la storia, né che si neghi l’Olocausto” (definizione erronea visto che la parola “olocausto” viene dal greco e significa il sacrificio, mediante il fuoco, di un animale che si offre intero a Dio invece che offrirgli solo una parte e mangiarsi il resto. Sarebbe quasi lo stesso dell’immolazione. Dove è avvenuto tale sacrificio, un’immolazione degli ebrei davanti a Dio nel genocidio di cui furono oggetto per i nazi dell’epoca? E’ una terminologia inappropriata, e quando la si sottolinea con una maiuscola è ancora più inappropriata). Una dichiarazione – quella di Netanyahu, che ha contato sull’immediato appoggio dello Stato terrorista principale: gli Stati Uniti.

 

Riassumendo, sempre in agguato rispetto alla più piccola parola male intesa rispetto alla sua versione ufficiale del passato, molte organizzazioni ebree internazionali si sono aggiunte alle posizioni del primo ministro israeliano, vedendo nella manovra del governo polacco un tentativo di negare la partecipazione di determinati cittadini polacchi nei crimini nazisti. Ma, per il governo polacco, l’espressione “campi di sterminio polacchi” dava l’impressione erronea che fosse stata la Polonia a prendere l’iniziativa nei crimini commessi dai nazisti tedeschi quando il paese fu occupato ed i cittadini dell’epoca furono obbligati e forzati a piegarsi davanti alle decisioni nazista pena l’esecuzione immediata.

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gio

22

feb

2018

PER NON DIMENTICARE

 

Pillole di storia operaia e popolare, per non dimenticare che la lotta continua.

 

PER SCARICARE O LEGGERE GRATUITAMENTE  IL LIBRO CLICCA QUI SOTTO.

 

 

http://www.resistenze.org/sito/ma/di/sc/mdsc5f29/mdsc5f29.htm

 

lun

19

feb

2018

FASCISTI A VARSAVIA

Europa: aspettando la catastrofe?

 

di Higinio Polo (*); da: elviejotopo.com; 12.2.2018

 

Sabato 11 novembre 2017 decine di migliaia di fascisti polacchi hanno sfilato per le strade di Varsavia.

 

Davanti al Palazzo della Cultura e della Scienza – che l’Unione Sovietica regalò alla Polonia socialista – marciavano migliaia di persone con bengala accesi e sotto un denso fumo che avvolgeva le bandiere e nel bagliore del fuoco che bucava la notte; gli ultranazionalisti gridavano “Vogliamo Dio”, chiedendo una Polonia bianca, l’espulsione dei rifugiati fuggiti dalle guerre e la persecuzione dei comunisti: “A colpi di martello, a colpi di falce, finiamola con la feccia rossa”.

 

Quel discorso xenofobo e razzista ha trovato riparo, e silenzio complice, nella Chiesa cattolica polacca e la comprensione e la tolleranza del PiS (Legge e Giustizia), il partito ultranazionalista che si è trasformato nell’organizzazione politica con maggior influenza tra i giovani polacchi.

 

Come in altre occasioni, la manifestazione è stata vista con simpatia dal governo polacco, di cui fa parte il PiS, un’organizzazione nazionalista di estrema destra che ha vinto le elezioni nel 2015.

 

Nella notte triste di Varsavia (la città che resistette al nazismo, quella della rivolta del Ghetto, quella liberata dall’Esercito Rosso), la religione cattolica, la xenofobia, il nazionalismo e l’odio per i comunisti hanno unito, in un inquietante serpente di fuoco, sessantamila polacchi che hanno attraversato la città lanciando un serio avviso a tutto il continente europeo.

 

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sab

17

feb

2018

INDUSTRIA 4.0 A LARI (PISA)

mer

14

feb

2018

AVVOLTOI TRICOLORI IN NIGER

Avvoltoi tricolori sul Niger

 

di Daniela Trollio (*)

 

Paesi specializzati nel guadagnare e paesi specializzati nel rimetterci: ecco il significato della divisione internazionale del lavoro…… La nostra ricchezza ha sempre generato la nostra povertà per accrescere la prosperità degli altri: gli imperi e i loro caporali locali

Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina

 

Mentitori, come sempre.  Nello scorso maggio 2017 il Ministero della Difesa “smentisce le notizie relative all’invio di militari italiani in Niger”. Si trattava di quella che già tutti chiamavano Operazione “Deserto Rosso”. In settembre i ministri Roberta Pinotti e Kalla Moutari firmano un accordo di cooperazione, senza che ne siano precisati i contenuti. Il 17 gennaio 2018 la 27° legislazione si conclude con il voto favorevole - oltre al proseguimento delle attuali missioni militari…. scusate, “interventi umanitari”, li chiamano loro … - ad una nuova missione, quella in Niger, “nel quadro di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area”, oltre ad un intervento in Tunisia.

 

Qualche dato

 

Il Niger è uno degli ultimi 10 stati nel mondo per PIL pro capite. La sua è una delle più povere economie degli stati del Terzo Mondo ed è basata essenzialmente sulla pastorizia e sull’agricoltura. Il paese importa prodotti alimentari di base come olii, latte in polvere, farine, zucchero e cereali. Esporta cipolle e fagioli secchi! Il 13,9% della popolazione nigerina è malnutrito, il 59,5% vive sotto la soglia della povertà, che colpisce in particolare la popolazione rurale (il 63,9%). I due terzi dei 19 milioni di abitanti vivono con meno di un dollaro al giorno.

 

Ma … c’è un ma: come nel caso di altri paesi estremamente poveri, il Niger è ricco di minerali. Uranio, carbone, ferro, fosfati, oro e petrolio, tant’è vero che è il 5° paese al mondo per estrazione dell’uranio (più di 3.000 tonnellate l’anno), estrazione gestita in gran parte dalla multinazionale francese Areva.

 

“Deserto Rosso”

 

Di uno degli obiettivi dichiarati, quello di “combattere il terrorismo”, non è neanche il caso di parlare: l’Europa si lecca le ferite sanguinanti di questa lotta e non è certo finita, purtroppo.

 

Un altro, invece, è quello di bloccare il ‘nodo’ di Agadez, passo obbligato verso l’imbarco successivo sulle coste libiche dei gruppi di migranti provenienti dall’Africa occidentale che cercano di attraversare il Mediterraneo. Obiettivo un po’ in ritardo, visto che l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (OIM), a fine 2016, aveva registrato una significativa diminuzione: “L’affluenza è diminuita in modo importante dal settembre 2016, quando l’azione del governo contro i trafficanti ha cominciato ad essere più visibile e forte” affermava il capo della missione OIM in Niger, Giuseppe Loprete.

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mar

13

feb

2018

ELEZIONI

Potere al popolo o Potere operaio?

 

La nuova lista alle prossime elezioni politiche - il cartello elettorale Potere al popolo composto da più partiti, lanciato dal Centro sociale “Je so’ pazzo” di Napoli e dall’organizzazione politica a cui fa riferimento, i Clash City Workers - a cui hanno aderito Rifondazione Comunista, PCI, Eurostop, Sinistra anticapitalista, Contropiano, NO TAV,  sindacalisti di Cobas e Usb e altri, è una lista interclassista che raccoglie spezzoni di movimenti politici e di lotta. 

 

La “novità” ha suscitato in alcuni settori nuove speranze in chi cerca una rappresentanza parlamentare e una sponda politica alle lotte, con l’illusione di riuscire a cambiare la realtà politico-sociale con il voto e il parlamentarismo.

 

Ognuno dei componenti eterogenei della lista, a seconda delle convenienze e della base sociale di riferimento, la definisce “anticapitalista”, “di rottura”, “comunista”, ma si tengono ben lontani dal caratterizzarla col simbolo della falce e martello. E’ vero che Potere al popolo non è un partito ma un cartello elettorale con programma condiviso, quindi una mediazione fra le posizioni di tutti i partecipanti; tuttavia nel programma e nelle rivendicazioni non va oltre una serie di obiettivi riformisti, al più antiliberisti, perfettamente compatibili col sistema capitalista.

 

Nel programma di Potere al popolo, infatti, si legge che “Per noi potere al popolo significa restituire alle classi popolari il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza; significa realizzare la democrazia nel suo senso vero e originario. Per arrivarci abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi e, soprattutto, di costruire e sperimentare un metodo, che noi abbiamo chiamato controllo popolare”.

 

Il cartello elettorale quindi rivendica il “controllo sulla produzione” e la “distribuzione della ricchezza”, cioè il potere popolare, non il potere operaio e l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Per Potere al Popolo i ricchi possono essere sempre più ricchi, basta che con il controllo popolare distribuiscano un po’ più di ricchezza.

 

Potere al Popolo nel suo programma rivendica maggiore democrazia all’interno del sistema capitalista, non lotta contro il potere borghese, per il potere operaio e proletario, per il socialismo, per una società libera dallo sfruttamento capitalista che oggi non va di moda fra i piccolo borghesi, ma per un obiettivo condiviso anche da settori della borghesia “progressista” illuminata.

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mer

07

feb

2018

Macerata, Firenze, Rosarno: stragi di capitalismo.

Macerata, Firenze, Rosarno: stragi di capitalismo.

 

 Un nazista dichiarato, ex candidato della Lega, a Macerata il 3 febbraio ha sparato a 6 persone, 6 africani.

 

Saluto romano, avvolto nella bandiera italiana, all’arresto ha gridato “Viva l’Italia”. Una scia di sangue che riecheggia la strage di Firenze e quella di Rosarno, solo per ricordare le più gravi. 

A destra, e a sinistra, dopo aver “deprecato” l’accaduto, tutti hanno comunque ripetuto che “l’immigrazione è un problema”, dato che siamo in periodo elettorale e fare appello alla “pancia”, ai peggiori istinti, paga elettoralmente. I nazifascisti di Forza Nuova arrivano a difendere l’autore della sparatoria esponendo uno striscione in cui è scritto: “Pieno sostegno a Luca Traini” 

 

Quale problema? 

 “Gli immigrati ci rubano il lavoro”: balle spaziali, il lavoro ce l’hanno rubato i nostri padroni “italianissimi” che, tra i primi al mondo, per massimizzare i loro profitti hanno delocalizzato la produzione, chiudendo le fabbriche e portandole nei paesi poveri, guadagnandoci così due volte: paghe da fame all’estero e paghe da fame e cancellazione di ogni diritto conquistato dai lavoratori nel nostro paese, col ricatto del licenziamento. 

 

Dobbiamo difendere i nostri valori”: ma quali sono questi valori? Prima di tutto il valore assoluto è, da decenni, “il mercato”. In nome del mercato sono stati tagliati sanità, scuola, assistenza e la possibilità di avere un futuro da tutti i giovani, italiani e non, con misure come il Job Act. E quando ci si ribella, come è avvenuto a Rosarno nel 2010, dove i raccoglitori di arance e pomodori vivono tuttora in condizioni di schiavitù, ecco il solito “folle” che spara e uccide.

 

Di sfruttamento non muoiono solo gli “immigrati”, perché i padroni non sono razzisti, sfruttano allo stesso modo bianchi e neri. Nel 2015 e nel 2017 due donne italiane, braccianti nelle campagne di Andria e di Taranto, sono morte - letteralmente - di sfinimento.

 

Prima di tutto gli italiani”: noi e loro, ma chi sono questi “noi” e questi “loro”? Con chi condividiamo le  nostre condizioni di vita e di lavoro, di sfruttamento …. con i “nostri” padroni italiani o con gli altri lavoratori, di qualsiasi colore e provenienza siano? Padroni che, mentre si lanciano contro gli immigrati al grido “Prima gli italiani”, sfruttano in modo sempre più intensivo sia gli operai italiani che quelli “stranieri”. 

 

Chi sono i nostri veri nemici?   

 

Viva l’Italia”, ha gridato il nazista: quale Italia, quella degli industriali e dei banchieri, per salvare i quali i soldi ci sono sempre? Quell’Italia che spende 64 milioni di euro al giorno per le forze armate, per partecipare in prima fila alle guerre che portano fame e morte nei paesi da cui gli “immigrati” sono costretti a fuggire e lauti profitti a petrolieri, industrie degli armamenti ecc.? Tutti i partiti della cattolicissima Italia - sostenitori delle guerre imperialiste e delle missioni della NATO - anche se con alcuni “distinguo” sono uniti nella campagna contro gli immigrati.  

 

In realtà, per noi che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle la società capitalista divisa in proletari e borghesi, il nemico è in casa nostra.  Sono quei padroni e le loro istituzioni che mandano a morte, sui posti di lavoro, migliaia di operai e proletari senza guardare di che nazionalità sono.

 

Anche fra “italiani” esistono oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori. Noi lavoratori non abbiamo niente da spartire con i “nostri” padroni, italiani o stranieri che siano. Abbiamo tutto in comune, invece, con chi condivide la nostra condizione di sfruttati e oppressi. 

 

Oggi – nuovamente - stanno varando leggi che si ritorceranno contro di tutti i proletari. Per farci accettare tutto questo bisogna costruire l’immagine di un “nemico”: ecco allora la caccia agli immigrati, dipinti come la causa di tutti i nostri problemi; così padroni e politici di ogni colore potranno continuare tranquillamente a sfruttarci fino all’osso e ad arricchirsi senza che noi lottiamo. 

 

Infine, la battaglia contro il fascismo non è cosa del passato: così come alla sua nascita servì agli agrari emiliani per reprimere le lotte degli operai e dei contadini, anche oggi il fascismo è l’altra faccia della “democrazia” borghese, dove ci chiedono di votare ogni 4 anni chi ci sfrutterà. Ogni volta che ci organizziamo e lottiamo, ogni volta che superiamo le false divisioni tra italiani e stranieri, tra lavoratori pubblici e privati, ecc. ecc. , ecco che rispunta il fascismo, perché di una cosa i padroni hanno molta paura: l’unità dei lavoratori.

 

Noi - operai e proletari di tutto il mondo - siamo un’unica classe e abbiamo lo stesso interesse: l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della proprietà privata del capitale. 

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli” 

 

Via Magenta 88, Sesto San Giovanni (MI) 

                                                                                                                         7  febbraio  2018

 

 

 e-mail: cip.mi@tiscali.it          

 

sab

03

feb

2018

AFGANISTAN

 

Afganistan: l’ondata di attentati e la strategia di Trump per l’Asia centrale

 

di Nazanin Armanian (*)

 

Da quando Donald Trump occupa la Casa Bianca, si è moltiplicato il numero degli attentati in Afganistan, che si caratterizzano oltretutto dai precedenti per la loro gravità. Portano il segno dello Stato Islamico (ISIS), non dei talebani. Solo negli ultimi tre mesi, circa mille afgani sono stati vittime del terrrorismo in quel desolato paese. L’ISIS estende l’arco della crisi regionale all’Asia Centrale, zona di influenza di Cina, Iran, Russia e India. Gli afgani, intrappolati tra il fuoco incrociato della NATO, dei talebani, di al-Qaeda (ora sotto il comando di Hamza Bin Laden) e dello Stato Islamico, continuano a fuggire dal paese. 

 

Trump, che (come Obama) ha mentito nel promettere la ritirata delle truppe dall’Afganistan, ha progettato un piano per “vincere la guerra” e sbloccare la situazione in cui si trovano le truppe senza neanche consultarsi con il generale John Nikolon, capo della NATO nel paese.

 

La strategia di Trump per l’Afganistan

 

In Afganistan, gli USA hanno due problemi principali:

 

1. il Pakistan, guardiano degli interessi USA in Asia Centrale, si è avvicinato alla Cina, cambiando drasticamente l’equilibrio delle forze nella regione;

2. i Talebani sono sfuggiti al contollo del Governo Pakistano, dividendosi in vari grupppi, ognuno con vita propria.

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gio

01

feb

2018

IL CAPITALISMO GLOBALE

Il capitalismo globale nella fase cannibale

 

di Misiòn Verdad (*) 

Nel 2017 il capitale delle persone più ricche del pianeta è aumentato di 762 mila milioni di dollari. L’82% della crescita della ricchezza mondiale è finita nelle mani dell’1% della popolazione. Così ha registrato Oxfam nel suo rapporto “Premiare il lavoro, non la ricchezza”. 

 

L’anno passato è anche stato quello di maggior incremento nel numero di persone le cui ricchezze oltrepassanno i 1.000 milioni di dollari, con un nuovo milionario ogni 2 giorni. Questo dato contrasta con un’altra realtà esposta nel rapporto: la ricchezza del 50% più povero non è aumentata per niente.

L’organizzazione, che tutti gli anni si incarica di mostrare gli effetti della disuguaglianza di entrate e ricchezze nell’economia mondiale, mette in evidenza che l’accumulazione di ricchezza ha poco a che vedere con il talento o il sacrificio. Secondo il rapporto, due terzi della ricchezza dei multimilionari ha a che vedere con monopoli, eredità, relazioni di connivenza ed evasione fiscale, mentre la metà della popolazione mondiale ha visto le sue entrate ristagnare nel 2017.

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lun

29

gen

2018

VERTICE IMPERIALISTA A DAVOS

Alcuni temi che saranno taciuti

 

Davos e il “Senso comune” della Classe Dominante

 

di Fernando Buen Abad Domìnguez (*)

 

Imporre all’umanità il “senso comune” di quell’immensa minoranza che è la borghesia, è un’insensatezza madornale che regna in lungo e in largo in un mondo dove: “La super-concentrazione della ricchezza: inarrestabile. Ciò indica che la disuguaglianza sociale è un ostacolo per eliminare la povertà del mondo. L’1% della popolazione ha più risorse di tutto il resto.

 

Tutto “Patas arriba” (A testa in giù, n.d.t.) diceva Galeano. A margine di un certo disprezzo “popperiano” per il “senso comune” e lungi da disquisizioni scientifiche, qui va inteso il “senso comune” come quel principio di ragione che una comunità fissa per delimitare condotte e far valere accordi di convivenza. Specie di “leggi” sociali non scritte, saggezza basata su prova ed errore e su un certo carattere congiunturale della conoscenza venuto dall’esperienza comune.

 

Detto con ovvietà: in un mondo incalzato dalla fame, dalla povertà, dall’esclusione e dall’umiliazione dovrebbe essere inaccettabile lo sfruttamento inumano dei lavoratori e la produzione di beni di lusso.

 

E, tuttavia, la morale borghese lo accetta, e lo esibisce, con naturalità irritante e con disinvoltura insultante.

 

In un mondo terrorizzato dalla barbarie del militarismo mercantile, bagnato dal sangue degli innocenti e affogato nelle lacrime di incalcolabili amarezze … non di dovrebbe accettare alcuna forma di colonialismo, schiavitù o sfruttamento, per quanto felici se ne sentano i beneficiari.

 

In un mondo minacciato in tutte le sue forme di vita, sfiancato dalla contaminazione di mari, fiumi e laghi; depredato dei suoi boschi e delle sue pianure, sacrificato con erbicidi, insetticidi e plastica … dovrebbe essere inaccettabile il cinismo commerciale delle società che hanno portato il pianeta, la sua flora, la sua fauna e le sue risorse naturali sul bordo di collassi multipli. “Senso comune”.

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dom

28

gen

2018

IN RICORDO DEI LAVORATORI DEPORTATI

sab

27

gen

2018

IN RICORDO DEGLI OPERAI DEPORTATI

MANIFESTAZIONE AL MONUMENTO AL DEPORTATO POSTO IN CIMA ALLA COLLINETTA DEL PARCO NORD.

 

SABATO 27 GENNAIO ORE 14.15 INGRESSO PARCO NORD

 

 

Ritrovo ore 14.00 precise al Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli” Via Magenta 88 Sesto San Giovanni

 

 

Centinaia di lavoratori delle fabbriche di Sesto San Giovanni Breda, Falck, Marelli, Pirelli e di Milano furono deportati nei campi nazifascisti e non ritornarono.

 

Noi come sempre ricorderemo e onoreremo questi operai e lavoratori partecipando al corteo con il nostro striscione. LA RESISTENZA CONTINUA.

 

 

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli

 


 

sab

20

gen

2018

LOTTE OPERAIE CONTRO LO SFRUTTAMENTO

 

Sfruttamento capitalista, morti sul lavoro e lotte operaie.

 

Documenti e testimonianze nel libro disponibile gratuitamente nella rubrica

“i nostri libri” su questo sito.

 

 

gio

18

gen

2018

I PADRONI ASSASSINI RESTANO IMPUNITI

 

LA VITA DEGLI OPERAI?

VALE ZERO

 

Ieri l’altro, il 17 gennaio 2018, a Milano sono morti di lavoro 3 operai alla “Lamina S.p.a.” Oggi i giornali ci informano che il fratello di uno di essi - Giuseppe Barbieri, sceso nel forno per cercare di salvare il fratello Arrigo - è in stato di “morte cerebrale”. Oggi il giovane operaio diciannovenne Luca Lecci il che Ieri, a Rovato (BS), è stato stritolato da un tornio ha perso la vita.

 

Ma non è finita.

 

Proprio il 17 gennaio la Corte di Cassazione ha confermato i proscioglimenti di 7 ex manager della Pirelli di Milano accusati di omicidio colposo per la morte di 24 operai e di lesioni gravissime nei confronti di altri 4 lavoratori degli stabilimenti milanesi di Viale Sarca e Via Ripamonti. Le vittime avevano lavorato nell'azienda tra gli anni '70 e gli anni '80 e si sono ammalati di forme tumorali causate dall'amianto presente sul posto di lavoro – presenza dimostrata oltre ogni dubbio nel corso dei processi. Così i dirigenti Pirelli - Luciano Isola, Ludovico Grandi, Gavino Manca, Carlo Pedone, Piero Sierra, Omar Liberati e Gianfranco Bellingeri – già assolti in appello con l’assurda motivazione che gli operai morti “avevano già lavorato in settori fortemente caratterizzati dalla presenza di amianto” prima di essere esposti alla stessa sostanza alla Pirelli, non hanno alcuna responsabilità, come del resto non l’hanno mai, in particolare nel tribunale di Milano, i responsabili della morte dei 591 lavoratori (cifra sempre per difetto) morti di lavoro nel 2017. 

 

 

Oggi i soliti ‘noti’ – governo, istituzioni varie, padroni e sindacati (che hanno indetto per venerdì uno sciopero di 2 ore… mezz’ora per ogni morto!) – si stracciano le vesti e invocano “più sicurezza”. Quando ce l’avremo questa “sicurezza” di non morire più sul posto di lavoro? Quando il diritto alla vita spetterà anche agli operai?

 

Siamo stanchi di essere solo la carne da macello, siamo stanchi  di doverci limitare a piangere i nostri compagni di lavoro che perdono la vita e allora guardiamoci in faccia e diciamocelo chiaramente: MAI, finché ciò che conta è il profitto dei padroni, l’unico diritto riconosciuto – e difeso a spada tratta anche da chi dovrebbe fare ‘giustizia’ - nella nostra società capitalista.

 

 

Domani i titoli dei giornali torneranno ai problemi “veri”, in particolare le elezioni.

 

Ma le elezioni passano, i padroni restano e per noi lavoratori non cambierà niente, neppure il fatto che continueremo a rischiare di non tornare a casa nostra la sera, dopo una giornata di lavoro che per noi significa un salario da fame e per altri la ricchezza.

 

Nessuno oggi rappresenta gli operai e - anche se siamo coscienti che solo abolendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la classe operaia può liberarsi - è arrivato il momento in cui gli operai stessi, invece di delegare al politico di turno, si auto-organizzino per difendere la loro vita, i loro interessi, rivendicando che senza sicurezza non si può lavorare.

 

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

 

 

Sesto San Giovanni, 18 gennaio 2018

 

e-mail: cip.mi@tiscali.it      

 web:   http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

gio

18

gen

2018

CORTEO CONTRO LE STRAGI OPERAIE

Domani, venerdì 19 gennaio alle ore 15, 30 il nostro Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio  parteciperà al corteo indetto dai sindacati confederali Metalmeccanici “sulla sicurezza” e contro i morti sul lavoro che partirà da MM. San Babila a Milano.

 

 La ricerca del massimo profitto ha fatto ancora una volta nuove vittime. Tre operai sono morti e un quarto e in gravissime condizioni in ospedale, intrappolati con altri due operai (ora fuori pericolo) nella camera a gas nella fabbrica . «Lamina Spa» di via Rho 9 a Milano. Invitiamo tutti gli associati al corteo dietro il nostro striscione PER RICORDARE TUTTI I LAVORATORI UCCISI IN NOME DEL PROFITTO.

mer

17

gen

2018

STRAGE DI OPERAI A MILANO