gio

20

set

2018

MORTI SUL LAVORO E ORGANIZZAZIONE OPERAIA

 

Morti sul lavoro e organizzazione operaia

 

Bisogna partire dalle cose concrete che interessano la nostra classe, dai suoi bisogni, organizzandoci insieme ai nostri compagni, partecipando in prima persona a tutte le lotte e iniziative di chi si muove sul terreno degli interessi generali della classe.

Anche nel mese di agosto, quello in cui la maggioranza delle fabbriche e dei luoghi di lavoro sono chiusi per ferie, i morti sul lavoro hanno raggiunto cifre record.

Nocività, salute, lavoro sempre più sfruttato e precario è diventato la normalità a cui ci siamo ormai assuefatti.

 

Che il capitalismo sia un sistema ingiusto, basato sulla sopraffazione di pochi detentori della proprietà privata del capitale ai danni di proletari, operai e lavoratori salariati, è evidente.

Da sempre i padroni ci dicono che, nonostante alcune storture questo è il migliore dei mondi possibili.

Lo sfruttamento capitalista si manifesta in vari modi, ma il più violento è rappresentato dagli infortuni e dai morti sul lavoro: frutto della continua lotta di classe, guerra che i borghesi, gli sfruttatori, conducono contro gli sfruttati. Un’organizzazione sociale divisa in classi, in cui predominio e potere sono nelle mani di chi possiede il capitale, in cui la proprietà privata dei mezzi di produzione appartiene ad una minoranza di persone: in sintesi il "modo di produzione capitalistico”.

Perciò la causa dei morti sul lavoro oltre che dei singoli padroni è del sistema economico, cioè della società borghese, in cui i mezzi di produzione appartengono ai capitalisti privati o pubblici, a gruppi economici e persone cui interessa solo realizzare il massimo profitto.

 

Ruolo dei sostenitori del capitalismo: sindacati confederali e PCI

 

La ricerca del massimo profitto inevitabilmente acuisce i contrasti di classe e si scontra con la resistenza degli operai in lotta contro il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

I sindacati confederali CGIL-CISL-UIL-UGL, ma anche altri sindacati corporativi falsamente “autonomi”, riconoscendo come legittimo il profitto, sostenendo solo le rivendicazioni sindacali “compatibili “ con il sistema, sono diventati negli anni pilastri del sistema e paladini dell’ideologia borghese fra i proletari, il principale puntello al sistema dello sfruttamento dell’uomo sull'uomo.

 

In passato un aiuto importante ai padroni è venuto, oltre che dai sindacati, dal PCI che negli anni 70’, ma anche prima, giovandosi del suo passato di partito operaio, ha sostenuto una politica filo-padronale (oggi sostenuta dal PD e da Rifondazione Comunista) e, attraverso i suoi uomini nel sindacato, ha cercato e cerca di impedire e controllare le lotte autonome e indipendenti basate sui reali interessi dei lavoratori.

leggi di più

mer

19

set

2018

MALATTIE INFORTUNI MORTI IN NOME DEL PROFITTO

SABATO 22 SETTEMBRE ORE 16,00 presso la Casa del Popolo di Marano Vicentino

 

MALATTIE INFORTUNI MORTI

IN NOME DEL PROFITTO

 

 Si muore a livelli di record, sul lavoro, in Veneto. Primi in Italia, tra i primi al mondo. Muoiono operai come soldati in guerra, sulle trincee del lavoro. Operai che cadono da impalcature senza protezioni o schiacciati da presse prive di sicurezza, che sputano le loro vite assieme al muco e al catarro dei tumori che li uccidono, i tumori dell'amianto, del cvm, del cromo esavalente…. Morti bianche????

Sui giornali (quando vengono ricordati) i loro nomi durano un giorno, sulla televisione anche meno. Muoiono dimenticati in fretta. Talvolta, ma è necessario che siano più di tre o quattro, causano dure prese di posizione: le sinistre si ricordano della dura realtà del lavoro, i presidenti esclamano indignati “è inconcepibile”, “è inaccettabile”, “è inammissibile”, le destre tacciono.

 

I fatti rimangono cronaca e spariscono prima ancora di diventare racconto, storia, vissuto. Cresce l'impassibilità. Pennivendoli servili vorrebbero farci credere che l'impresa è modernità, efficienza, intelligenza che avrebbe salvato il mondo (e noi a non capire perché le fabbriche continuino a licenziare, a chiudere). Ci dicono che non c'è niente da aspettarsi dalle “ideologie” e dal loro “ipocrita proselitismo”.

La “lotta di classe”, l'opposizione tra “capitale” e “lavoro” suscitano sorrisi di commiserazione. Arrivano nuove parole, per valutare azioni e individui, “performance”, “competizione”, “profitto”. Parole per intensificare il lavoro, per aumentarne ritmi e carichi, che produrrà ulteriore logoramento fisico e nervoso, causa di altre malattie, infortuni e morti.

Più l'onnipotenza dei padroni dilaga, più i dividendi crescono. Non ci sono alternative alle vite spezzate, se non nella lotta contro lo sfruttamento, del quale sono nient’altro che inevitabili conseguenze. Per questo siamo tutti coinvolti, senza finzioni, senza delegare a nessuno la difesa delle nostre vite e la difesa dei nostri interessi di classe.

Noi, classe operaia, non abbiamo solo il dovere della memoria e l'obbligo “civico” di ricordare chi è caduto. Abbiamo soprattutto il dovere di usare l’arma della memoria per denunciare e lottare affinché non si ripetano più queste stragi, eliminando ogni forma di sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

 

 

LEGGI “VOCI OPERAIE” Giornale operaio dellʼAlto Vicentino

 

lun

17

set

2018

EDITORIALE del giornale "nuova unità"

Editoriale del Giornale "NUOVA UNITA' " n. 5
La fascistizzazione è sempre più evidente
Andare oltre l'attività sindacale per diventare protagonisti della politica che costruisca un futuro con un sistema sociale socialista, cioè solidale e non per ingrassare i capitalisti
Agosto è stato un mese caldo non solo dal punto di vista climatico. E non è stato di riposo per molti lavoratori. È stato invece caratterizzato da numerose morti sul lavoro; da presidi operai come alla Bakaert di Figline Valdarno - dove 318 operai spremuti come limoni con contratti sempre più al ribasso che hanno permesso all'azienda di realizzare grandi profitti - hanno ricevuto la lettera di licenziamento perché la multinazionale belga, ex Pirelli, ha deciso di delocalizzare in Repubblica ceca dove i profitti aumenteranno ulteriormente. È continuato il presidio a Piombino degli operai ex Lucchini con il Camping 1 Cig - che insieme ai dipendenti Bekaert - hanno portato un buon contributo alla Festa di "Partigiani sempre" che si tiene ogni anno a Viareggio. I ferrovieri si sono mobilitati contro la firma dello scandaloso contratto che tende a dividere l'unità dei lavoratori tra FS e Italo. In molti hanno passato i mesi estivi con l'incubo della disoccupazione in seguito allo stallo di varie trattative, Ilva in primis.
La caduta del ponte Morandi a Genova - che ha aumentato la lista dei morti sul lavoro - ci riporta ad altre circostanze. Nel 1999, l'anno del governo D'Alema, quando crollavano i ponti serbi sotto i bombardamenti da aerei decollati dall'Italia veniva ceduta ad un gruppo di azionisti privati la proprietà pubblica della Società Autostrade che gestiva anche il ponte Morandi. Ovvero come agevolare gli interessi dei privati alla continua ricerca del massimo profitto. Il Morandi non è il primo ponte a crollare. Negli ultimi 3-4 anni sono decine i ponti ceduti e, per logica, non sarà l'ultimo però sono eventi che permettono ai politici di ogni risma di piangere lacrime... di coccodrillo e affermare la loro propaganda demagogica.

leggi di più

dom

16

set

2018

DA SESTOWEEK : ottima cronaca, una sola precisazione al momento non ci è arrivato nessun fratto

ven

14

set

2018

PILLOLE DI STORIA: ESPOSTI ALLA MORTE

Pillole di storia operaia. CI HANNO ESPOSTO ALLA MORTE…
Qualche riga come introduzione… 
1981. Breda Fucine di Sesto San Giovanni. “A trenta metri dal mio posto di lavoro, nello stesso gigantesco capannone, c’era il “macchinone”, all’inizio della “seconda linea”. Vi si producevano aste per l’estrazione petrolifera su licenza americana. La “seconda linea” era stata acquistata nuova di pacca, perché nello stabilimento di Houston (Texas, USA) – stranamente – l’avevano accantonata subito dopo averla completata. Chissà perché?
Perché – lo abbiamo saputo parecchio tempo dopo – di morti ne avevano già seminati abbastanza gli impianti di quel genere montati in precedenza nella fabbrica americana.
Forse lo sapevano già da allora i dirigenti che avevano mandato negli USA a visionare l’impianto il tecnico Lazzati, che poi era diventato il caporeparto della seconda linea: è morto qualche mese fa, anche lui, per tumore ai polmoni, quel tumore che è causato dalle fibre di amianto che si diffondono nell’aria”.

Questa vicenda ce la racconta così bene Ezio Partesana, che preferisco lasciare lo spazio a lui, riproducendo un suo scritto pubblicato nel febbraio ’98. Intanto, noi ex operai Breda, che abbiamo costituito il “Comitato di Difesa della Salute nei luoghi di Lavoro e nel Territorio”, ci incontriamo ogni giovedì sera nella sede provvisoria che il comune di Sesto ci ha dovuto concedere, in attesa che la ristrutturazione dell’area Breda si compia; allora ci metteranno a disposizione un pezzo dell’unico capannone che hanno progettato di tenere in piedi apposta per non dimenticare (?) che cos’era la Breda… Così ci hanno promesso; e potete scommettere che noi faremo di tutto per fargli mantenere la promessa…
________________________________________

LA LINEA DEL FUOCO 
Storia degli operai e del reparto aste

Sesto San Giovanni, periferia nord di Milano, città ridotta in frammenti sospesi tra la produzione e un futuro da tecnocity , agenzie per lo sviluppo, piani di conversione, tradizione operaia, civiche scuole d’arte, fabbriche che spariscono: Falck, Breda, Pirelli, Marelli… Chi abita adesso a Sesto è probabilmente qualcuno che non c’era trent’anni fa. La memoria che se ne conserva non è di nessuno, sono i capannoni con già sopra scritti i piani di ristrutturazione residenziale e i pensionati ai giardini che non possono essere ingannati. La giunta comunale riempì gli incroci vent’anni orsono con grandi cartelli stradali bianco, rossi e verdi con sopra scritte frasi della costituzione italiana; adesso vogliono far lo stesso per ricordare le grandi fabbriche e mettere delle insegne “qui sorsero le acciaierie”, “in questa piazza c’era l’ingresso delle tute blu verso le catene di montaggio” e “ecco il reparto dove su trenta operai trenta entrarono nelle squadre di azione partigiana”. Ne vogliono cavar fuori un museo urbano, rendere l’onore delle armi e mettere a riposo i combattenti dell’unica guerra mondiale che non ha avuto un trattato di pace e che produce ricchezza maldivisa e morti al ritmo di qualche migliaio. In Italia, nell’anno di grazia mille e novecentonovantasette.
«Finito il corso mi misero sul “macchinone”: una macchina enorme, almeno tre metri per quattro, dove saldavamo le aste. Mi sentivo felice; dopo quattro anni finalmente ero entrato in una fabbrica vera, operaio saldatore. Avevo dei guanti lunghi e un grembiule. Scendevano delle aste per il preriscaldo del giunto, un manovale le sistemava sotto la macchina, poi si chiudeva e si faceva la saldatura. Per poter lavorare con quelle temperature e le scintille, c’erano delle coperte di amianto che mettevamo sopra il pezzo; ogni cento, duecento aste, la coperta era bruciata e ridotta in polvere, e bisognava cambiarla. Lavoravamo in quattro a quella macchina; adesso sono morti tutti e tre, sono rimasto io solo come vivente. Saldavamo le aste alla Breda Fucine, riparandoci gli occhi e le mani con l’amianto. C’era un mio collega che veniva da Bergamo, mi ricordo benissimo, veniva mezz’ora prima per accendere il fuoco e aprire il tetto per cacciare fuori la nuvola di fumo delle saldature del giorno prima. C’era polvere dappertutto. Lì si usava un metodo che si chiama saldatura a scintillio: i due pezzi venivano riscaldati e poi con una corrente fortissima si fondevano l’uno con l’altro. A volte dei frammenti cadevano nella vasca di recupero dell’olio e si incendiava il macchinario. E allora dovevano scendere sotto e spegnere il fuoco con dei piccoli estintori; ci tenevano fermi per un’ora, un’ora e mezzo e poi si riprendeva il lavoro. Io su questa macchina ci ho lavorato dal ’74 fino all’83, dieci anni. Ci davano il mezzo litro di latte al giorno se cominciavamo a tossire o a vomitare; a volte i sindacati ci facevano fermare ma non c’era nessuna resistenza; non mi dicano che difendevano gli operai, a me e ai miei compagni non ci ha difeso nessuno

leggi di più

mer

12

set

2018

SALVATOR ALLENDE: UN INSEGNAMENTO

 

Salvador Allende: un avvertimento e un insegnamento

 

di Atilio Boròn (*); da: lahaine.org; 12.9.2018

 

Giorni fa, il 4 settembre per essere precisi, si sono compiuti 48 anni dal trionfo di Salvador Allende nelle elezioni presidenziali del Cile del 1970.

Con il passare degli anni  è chiaro, con dolore, che la sua figura non ha raccolto la valorizzazione che merita, persino all’interno di alcuni settori della sinistra, dentro e fuori il Cile.

Invece di onorare il presidente-martire e la sua opera, molti si sono accodati alle critiche che il consenso neo-liberista dominante ha formulato sulla sua gestione, senza offrire un’analisi alternativa che tenesse conto delle gravissime, ed estremamente avverse, condizioni in cui avvenne il suo ingresso alla Moneda e tutto il suo lavoro di governo.

 

L’avvento della “democrazia a bassa intensità” nel Cile post-Pinochet, prodotto di uan sopravvalutata transizione i cui limiti economici, sociali e politici sono oggi evidenti, ha corretto solo in parte la sottovalutazione che la figuradi Allende e del governo di Unità Popolare (UP) hanno patito.

 

Ciò nonostante, dopo quasi trent’anni di una ingannevole transizione che ha accentuato le iniquità della società cilena e la sua dipendenza esterna, le cose cominciano a cambiare e, fortunatamente, vediamo numerosi tentativi di rivalizzare la sua fertile eredità.

 

Si tratta di un atto di giustizia perchè, come abbiano espresso in più di un’occasione, Allende fu il precursore del “ciclo di sinistra” che ha scosso l’America Latina (e il sistema inter-americano) fino alle fondamenta a partire dalla fine del secolo scorso. Le esperienze vissute in Venezuela con Hugo Chàvez, in Ecuador con Rafael Correa, in Bolivia con Evo Morales – dove sono state recuperate le risorse naturali – hanno nel governo di Allende un luminoso precedente nella nazionalizzazione delle miniere di rame in mano agli oligopoli nordamericani, nella nazionalizzazione delle banche, nell’espropriazione dei principali conglomerati industriali e nella riforma agraria.

 

Tenendo conto delle condizioni di quell’epoca, inizio degli anni Settanta, quello che fece il governo di UP fu una prodezza in un paese attorniato da dittature di destra e attaccato con furore dagli USA.

leggi di più

lun

10

set

2018

SERATA IN ALLEGRIA FRA COMPAGNI E AMICI.

dom

09

set

2018

NICARAGUA DI GENTE DOLCE...

Nicaragua di gente dolce..

di Daniela Trollio (*)

 

… così definiva il paese di Sandino lo scrittore Salman Rushdie dopo un viaggio di mesi - appena dopo la rivoluzione - tra le genti del Nicaragua appena liberatosi di una dittatura tra le più sanguinarie del continente latino-americano, quella di Anastasio Somoza di cui Franklin D.Roosevelt diceva: “Sarà anche un figlio di puttana ma è il nostro figlio di puttana”..

Ora, a quasi trent’anni dalla presa del potere del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, la gente dolce del Nicaragua torna alle cronache, dal mese di aprile.

Rivolte, scontri, repressione governativa, crisi “umanitaria” secondo i giornali borghesi di tutto il mondo.

Gli stessi ingredienti che hanno scosso il Venezuela per più di un anno. Una “rivoluzione colorata” che, nel paese del Comandante Chàvez, sembra essere fallita, almeno per il momento.

Questo fa pensare che, prima di parlare del paese di Sandino, sia il caso di dare un’occhiata alla situazione generale, non solo in America Latina ma anche nel suo potente vicino, gli Stati Uniti. Perché non ha senso parlare del Nicaragua senza parlare di  tutto il continente.

 

Tanto per cominciare, gli USA non hanno mai dimenticato il loro “cortile posteriore”, l’America Latina. Se per anni, con la scusa della “guerra al terrorismo”, sono stati impegnati su altri fronti, oggi – seminato il caos in Medio Oriente, persa la battaglia contro la Cina che è diventata la maggiore potenza economica, rimasti con le pive nel sacco in Siria – tornano al loro vecchio sogno. Un continente di paesi vassalli da utilizzare, spremere e buttare via. Sotto le ali dell’impero non crescono frutti, ma cadaveri, fame e miseria per le grandi maggioranze, territori da spogliare fino all’osso per trasformarsi in numeri sugli schermi delle Borse, profitti astronomici per le multinazionali imperialiste.

 

Del sogno fa anche parte la speranza di liberarsi di quei paesi della zona che decisero, nel secolo scorso, di non giocare più secondo le regole imposte dal potente vicino – alcuni tramite rivoluzioni armate, altri per vie diverse -  a cominciare da Cuba rivoluzionaria, dal Venezuela, dalla Bolivia e dal Nicaragua, per arrivare, in altre latitudini, alla Corea del Nord e alla Siria. 

leggi di più

sab

08

set

2018

ACCORDO ILVA: IL PROFITTO E' GARANTITO

 

ACCORDO ILVA: IL PROFITTO E’ GARANTITO, IL POSTO DÌ LAVORO NO, LA SALUTE NEANCHE, FORSE IN FUTURO SE COMPATIBILE CON L’AUMENTO DEI PROFITTI.

 

Tutti i sindacati confederali – FIOM/CGIL-FIM/CISL-UILM/UIL, a cui si aggiunta USB- si dichiarano soddisfatti per l’accordo firmato con Am Investco, la cordata guidata da Arcelor Mittal, concordando con il viceministro Di Maio che “sull'Ilva è stato raggiunto il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili”, la stessa, solita, frase che sentiamo ogni volta che i sindacalisti firmano accordi antioperai.

In attesa di leggere il testo integrale definitivo facciamo alcune considerazioni basandoci su quanto pubblicato sugli organi di stampa.

Gli stessi sindacati firmatari dell’accordo non possono fare a meno di ammettere che “si tratta comunque di circa 3.000 esuberi con una clausola di salvaguardia (sic!) che prevede che ‘dal 2023 i lavoratori in esubero possano essere riassorbiti se nel frattempo non hanno usato gli ammortizzatori”. In teoria, come prevede  l’accordo, chi accetta il licenziamento senza chiedere nemmeno un euro di FIS (ex cassa integrazione), fra 5 anni può forse cominciare a sperare che lo riassumano, un sogno destinato a rimanere tale.

 

Anche sull’ambiente il risultato è pessimo. Come ha dichiarato il presidente del Consiglio Conte “Se Ilva vuole produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio lo deve fare senza aumentare di nulla le emissioni che ci sono”. Non c’è che dire, una bella difesa dell’ambiente in questo stabilimento dove gli infortuni e i morti sul  lavoro sono all’ordine del giorno, non solo fra gli operai costretti a lavorare senza sicurezza, ma anche tra i loro famigliari e la popolazione, che protesta da decenni. Si può continuare a morire, basta “non aumentare le emissioni” di sostanze cancerogene.

Con quest’accordo i padroni possono continuare a fare il massimo profitto risparmiando sulla sicurezza, ma anche con garanzia d’impunità!.

 

La popolazione della città da anni protesta – insieme a molti operai, ma non tutti - contro l’inquinamento provocato dalla fabbrica; ma non si difende il salario difendendo il posto di lavoro così com’è, con i suoi veleni per tutti e i profitti per il solo padrone di turno, che in cambio da loro un misero salario.

La storia insegna che gli operai, senza un’organizzazione di classe che difenda i loro interessi immediati e futuri, sono alla mercé del padrone: lavorano finché il loro lavoro valorizza il capitale e sono licenziati appena non servono più.

 

L’esperienza ci insegna che la monetizzazione della salute, della vita umana, del posto di lavoro e dei licenziamenti va a vantaggio solo dei padroni. LA SALUTE NON SI PAGA, LA NOCIVITA’ SI ELIMINA E LA SICUREZZA DEVE ESSERE GARANTITA, anche se questo obiettivo si scontra con il mercato, con la logica del profitto che sono i fondamenti della società capitalista.

La mancanza di sicurezza in fabbrica e l’inquinamento, le sostanze cancerogene, uccidono prima gli operai che sono a diretto contatto in fabbrica, ma uscendo nel territorio anche i loro famigliari e tutta la popolazione. E questo è ciò che accade da sempre in molti luoghi, prima di tutto a Taranto.

Per difendersi bisogna intervenire sull’ambiente di lavoro e sulla società con una posizione anticapitalista, e questo è possibile imporlo solo con un’organizzazione indipendente che unifichi le lotte in fabbrica e nella società.

 

L’unità di classe fra i proletari che lottano in fabbrica e nel territorio, l’unione degli sfruttati, fa ritornare più che mai di attualità la famosa esortazione: "Proletari di tutti i paesi, unitevi!".

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

Sesto San Giovanni, 8 settembre 2018

 

mail: cip.mi@tiscali.it                                                 web:  http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

 

https://www.facebook.com/cip.tagarelli

lun

03

set

2018

CIAO BEPO

Il compagno Bepo con cui abbiamo combattuto tante battaglie ci ha lasciato a 63 anni (nella foto).

 

Giovedì 30 abbiamo salutato Bepo all’obitorio dell’ospedale di Castelfranco Veneto.

Oltre a noi, una decina, c’erano parecchie persone. La loro età era piuttosto avanzata, ma abbiamo visto anche bambini e giovani. Persone che non conoscevamo, molti di Castel di Godego, il suo paese, parenti, amici….

Il nostro obiettivo era di salutarlo nel modo migliore, da compagni, mettendo una bandiera rossa con falce e martello sulla bara, dedicandogli un breve ricordo. Ma avrebbe capito quella gente cosa intendevamo, o meglio chi era Bepo per noi? Dovevamo spiegarlo.

 

Proprio quella bandiera poteva aiutarci a spiegare: quei simboli, falce e martello, a rappresentare il riscatto operaio dalla fatica e dallo sfruttamento sul lavoro. Lui con quei simboli aveva molto a che fare.

 

Da quando lo abbiamo conosciuto, all’inizio degli ’80, qualcuno di noi, da subito, lo battezzò: era Bepo “l’operaio”.  Niente da dire, un soggetto difficile, del quale si narravano le epiche gesta di pugni e sbronze.       Se I primi, potenzialmente letali, diventavano ricordo, le seconde erano attualissime e frequenti. Beveva, e avrebbe sempre bevuto. Ma questo è un tema che riprenderemo.

 

Di mestiere faceva il tubista: una specie di idraulico, saldatore per grandi impianti industriali, con un curriculum di tutto rispetto. Il Superphenix, di Cray-Melville, in Francia, la centrale più potente dell’epoca, e le centrali, pure nucleari, di Montalto di Castro e Caorso, il petrolchimico di Marghera, raffinerie di mezzo mondo, nelle sue amate Russie, come nei Paesi Arabi, in Libia, com’era capitato, a mettere in sicurezza i pozzi di estrazione del petrolio, poco prima dei bombardamenti Nato, o dove capitava. Lo si vedeva poco, era spesso all’estero.

Negli intervalli tra questi lavori, era sempre con noi; alla Riva, l’osteria, ritrovo dell’epoca, e poi allo Stella Rossa, il centro sociale occupato, e soprattutto davanti ai tribunali a difendere la causa degli operai morti di cromo esavalente alla Tricom (non mancò ad una sola udienza), e nelle manifestazioni, quelle che lui sentiva come sue, quelle operaie, con i compagni di Sesto, i nostri compagni, come gli piaceva dire, ma anche antifasciste, lui che andava giustamente fiero del babbo, con quelli di Masaccio, il capo partigiano. 

Questo della lotta partigiana era un altro dei suoi marchi di fabbrica, che curò negli anni, attraverso una lettura assidua di testi storici sulla Resistenza, soprattutto locale, che si sciroppava senza paura per lo spessore in cm del testo.

 

Insomma, operaio e antifascista. Due circostanze di base per la sua immedesimazione nella classe, quella operaia e storica, fosse a Reggio Emilia o a Sesto S. Giovanni. L’istinto proletario e antifascista innato e l’amore per i suoi simboli, il rosso della Bandiera e dell’URSS, formavano il suo comunismo.

 

Niente di teorico o di spessore politico, come si dice, no, ma tutto cuore ed esperienza vissuta. Quella del lavoro nei cantieri, a saldare e sudare. Con sempre più evidenti i segni di quel lavoro e dell’usura che comportava e dell’alcol col quale sosteneva quella fatica, che era anche fatica di vivere.

leggi di più

dom

02

set

2018

JOHN MC CAIN: CRIMINALE DI GUERRA

John McCain: da falso eroe a criminale di guerra in serie 

di Nazanin Armanian (*)  

 

John McCain era un eroe statunitense, un uomo di decoro e onore ed un mio amico”. Così Bernie Sanders, il presunto “socialista” del Partito Democratico, ha reso omaggio al senatore repubblicano rivelando che gli statunitensi ed il mondo intero hanno un serio problema se persino l’ala sinistra del Partito Democratico è altrettanto militarista e bugiarda dell’ala di estrema destra dei Partito Repubblicano.

 

In realtà la maggioranza delle guerre degli USA contro altre nazioni sono state scatenate dai presidenti democratici mentre i repubblicano erano “isolazionisti”. Questo sì, essi condividono l’idea che “Dio salvi l’America” e che il resto dell’umanità non sia fatta altro che da “Untermensch” sub-umani e danni collaterali degli infami interessi delle élites governanti.

 

Il sentimentalismo reazionario che ha invaso la stampa per la sua morte impedisce di riconoscere McCain come uno dei politici più tenebrosi degli ultimi decenni degli USA, e questo dice molto di lui in un paese con il culto della guerra, e ai cui presidenti si attribuisce un valore per il numero delle loro aggressioni militari contro altre nazioni.

 

A John McCain venne attribuito il titolo di “eroe” nel 1973 quando fu restituito agli USA dal Vietnam, durante un interscambio di prigionieri. Era stato catturato nel 1967 quando il suo aereo da combattimento, dopo aver realizzato 23 missioni di bombardamento, fu abbattuto dall'esercito vietnamita, cadendo nel lago di Hanoi. Venne salvato dal signor On, una guardia di sicurezza di una fabbrica di lampadine. La stessa gente le cui vite aveva distrutto con le sue bombe curò le sue ferite e lo restituì al suo paese sano e forte. 

Durante la guerra gli USA buttarono 7 milioni di tonnellate di bombe, 100.000 tonnellate di sostanze chimiche come l’agente “arancio”, uccidendo cinque milioni di vietnamiti e lasciando con gravi problemi altri 3 milioni per effetto del napalm.

  

Gli eroi erano persone come il signor On, non uno spietato individuo che diventerà, con onore, candidato alla presidenza USA.

 

Il falso eroe

 

Se la superpotenza fu sconfitta da quella piccola – grande - nazione, quali atti eroici avevano compiuto soldati come McCain? Se andare ad uccidere sconosciuti col rischio di perdere la vita è eroismo, eroi più grandi furono Hitler o Gengis Khan per la quantità di cadaveri che lasciarono dietro di sé.

 

Ma John non era un soldato qualsiasi, bensì il figlio dell’ammiraglio al comando della Flotta del Pacifico, John S. McCain che, come se non bastasse, era stato pizzicato a cooperare con il nemico vietnamita, disonorando la storia di famiglia.

leggi di più

dom

02

set

2018

LA VERITA’ E’ RIVOLUZIONARIA

PILLOLE DI STORIA: PER NON DIMENTICARE: LA VERITA’ E’ RIVOLUZIONARIA

Lettera inviata da un partigiano al segretario del PCI e Ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti che il 22 giugno 1946 firma l’amnistia per i fascisti. Il provvedimento, che doveva pacificare il Paese, si tradusse nella liberazione di migliaia di fascisti, compresi i peggiori criminali. Riportiamo un brano e una lettera inedita pubblicata a pag. 100 del libro di Antonio Masi e Michele Michelino DALL’INTERNAZIONALE A FISCHIA IL VENTO A NIGUARDA fornitaci dal compagno Enzo Galasi (nella foto) partigiano, militante comunista della terza GAP deceduto nel 2015. .......”Tra gli antifascisti aumenta la rabbia verso Togliatti che aveva, in nome della pacificazione concesso l’amnistia ai fascisti. Anche militanti del PCI scrissero lettere di protesta. Riportiamo il testo della lettera fornitaci dal partigiano Enzo Galasi, compagno di lotta di Sergio Bassi”.

“Caro Togliatti, sono un vecchio comunista compagno di Picelli . Lei mi crederà settario perché così sono chiamati quelli che hanno la propria fede e sono disposti a qualunque sacrificio. Intendo parlare dell’amnistia.

So già che lei mi dirà che si tratta di una mossa politica indispensabile e strategica. I lavoratori, anche se ignoranti, sono in grado di capire certe necessità date le condizioni in cui ci troviamo, gli alleati ecc. Ma i lavoratori capiscono anche che c’è un limite a tutto, specie se hanno sofferto. I migliori compagni pensano che lei ha passato ogni limite e non conosce i fascisti se pensa che questi si ammansiranno di fronte al generoso gesto dell’amnistia generale. Perché di questo si tratta non si è ridotta la pena di cinque o dieci anni. No signori.

Si sono mandati addirittura a casa uomini che avevano meritato l’ergastolo o trent’anni di galera, che sono fra i maggiori responsabili della rovina del popolo.

 Si è dato ragione in questo modo alle canaglie fasciste che si atteggiavano a martiri e che chiamano delinquenti i valorosi partigiani che hanno combattuto contro tedeschi e fascisti.

Io che le parlo sono il padre di Sergio Bassi. A 19 anni si è battuto come un leone in difesa della libertà e ha compiuto circa venti azioni pericolose. Anche lui è morto abbattuto alla mitraglia insieme ad altri cinque giovani generosi come lui all’idroscalo di Milano.

Ma il compagno Togliatti queste cose riesce a comprenderle? Mio figlio non può avere pace se io tengo ancora la tessera del Partito per il quale egli è morto, di quel Partito che trascura i migliori che favorisce i profittatori, di quel partito che non rispetta più nemmeno i suoi morti perché manda in libertà i loro assassini. Lei mi dirà che è stato obbligato a questo da altri componenti del governo, ma piuttosto che commettere una cosa simile era molto meglio dimettersi”.

Distinti saluti.

Bassi Roberto

 Via Carlo Imbonati 9, Milano

 

 

 

 

mar

28

ago

2018

PER RICORDARE

L’Operazione TP-Ajax della CIA: “ripulire” l’Iran dai comunisti

di Nazanin Armanian (*)

Sono passati 65 anni dal colpo di Stato del 19 agosto 1953, il primo organizzato dalla CIA e al quale ne seguirà una lunga lista per tutto il mondo. Era un segreto di Pulcinella, e Barak Obama nel 2013 riconobbe, senza chiedere scusa, l’implicazione del suo paese in quell’intervento che cambiò la storia dell’Iran.

 

Correva l’anno 1950. Il parlamento iraniano ottemperava ad una delle vecchie richieste della società: approvava la Legge di Nazionalizzazione del Petrolio e metteva fine al dominio della società British Persian Oil Company (BP la sua sigla), affidando il controllo sull'esplorazione, l’estrazione e la vendita dell’Oro Nero iraniano allo Stato. Gli sforzi del governo di Winston Churchill perché la legge includesse un emendamento che in realtà annullava l’essenza della legge stessa e che con trappole manteneva i privilegi del consorzio britannico non diedero i risultati desiderati.

 

Persino lo Scià, sotto la forte pressione popolare, si vide obbligato a ratificarla e a nominare primo ministro il dottor (in Diritto, in Svizzera) Mohammad Mossadeq (1882-1967) che era il capo della Commissione sul Petrolio del Parlamento per affrontare la denuncia presentata dalla BP all’Aja, che accusava l’Iran di far saltare la licenza ricevuta nel 1933. Dopo che i giudici diedero ragione al leader iraniano – che non riconosceva al tribunale stesso il diritto di giudicare un accordo che non era un “trattato internazionale” e quindi l’Iran non aveva infranto alcuna legge, le navi militari britanniche, appoggiate dagli USA, entrarono nel Golfo Persico.

leggi di più

mer

22

ago

2018

ANCORA MORTI SUL LAVORO

 Altri 4 morti sul lavoro ieri: dal nord al sud continua la guerra degli sfruttatori contro i lavoratori. 

 

A Massa Carrara un portuale di 40 anni è rimasto schiacciato da un carrello elevatore, un altro di 33anni è rimasto folgorato nell'Aretino, un altro operaio di 62 anni è morto in seguito a una caduta dal tetto di un capannone industriale a Frosinone, un altro ancora travolto di un tubo ad alta pressione. Ad Aosta gravissimo operaio caduto da un'impalcatura.  

 

Ancora una volta si parla di quattro morti bianche per nascondere i morti del profitto e la brutalità del sistema capitalista di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

 

Gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali sono sempre il risultato di un’intensificazione dello sfruttamento, di ritmi di lavoro inumani che provocano condizioni di vita e di lavoro insicuro in ambienti insalubri, senza adeguate protezioni per i lavoratori.


In mancanza di serie e certe sanzioni, molti datori di lavoro, che si arricchiscono attraverso lo sfruttamento degli esseri umani, quando si verificano infortuni mortali parlano dei morti sul lavoro come di “tragedie imprevedibili”, di errore umano, di disattenzione, di fatalità.  

Le chiamano “morti bianche”, come se i lavoratori assassinati fossero morti per caso, senza responsabilità di nessuno, arrivando in alcuni casi a sostenere che la colpa degli infortuni sarebbe la causa della disattenzione degli operai stessi .

 

 Secondo dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna, al 21 agosto si registrano 475 morti sui luoghi di lavoro dall’inizio dell’anno, cifra che va raddoppiata se aggiungiamo quelli in itinere. At

 

 In Italia ci sono più di 800 mila invalidi del lavoro e 130 mila sono le vedove e gli orfani causati da capitalisti che, pur di aumentare i profitti, non esitano a risparmiare anche pochi centesimi sulle misure di sicurezza rischiando, consapevolmente, di mandare a morte i lavoratori, ben consci che le leggi che tutelano la proprietà privata dei mezzi di produzione si limitano a monetizzare la salute e la vita umana degli sfruttati. In ogni caso, con la prescrizione, i loro delitti contro i lavoratori continueranno a essere impuniti.


Gli operai, i lavoratori nella democrazia borghese, sono solo merce forza lavoro da usare quando l’industria tira e da licenziare quando non servono più a valorizzare il capitale. Senza organizzazione gli operai in questa società non sono che carne da macello dei padroni

 

 All’indignazione, alla rabbia, dobbiamo unire la mobilitazione nelle fabbriche, nei cantieri, nelle campagne, nei luoghi di lavoro, contro lo sfruttamento e i morti sul lavoro che evidenziano la realtà della contraddizione capitale/lavoro.


E’ ora di smettere di indignarci e passare all’azione. E’ ora di ricominciare a discutere come organizzarci come classe operaia con risposte unitarie alla barbarie capitalista.

 

 Costruiamo momenti di discussione, organizzazione e lotte unitarie, partendo dai nostri interessi di classe a prescindere dalle sigle sindacali di appartenenza o politiche: basta lacrime, è il momento della lotta. 

 

 Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

 

 Via Magenta 88, Sesto San Giovanni 

 

  Mail: cip.mi@tiscali.it       

 

Sesto San Giovanni 22 agosto 2018

 

 

 

 

mar

21

ago

2018

YEMEN: TUTTE LE MORTI NECESSARIE

Yemen: tutte le morti necessarie

di Guadi Calvo (*); da: //rcmultimedios.mx; 20.8.2018

 

Come succede con l’enclave sionista in Palestina, sembra che il regno saudita abbia conseguito, da parte della comunità internazionale, la sua licenza di uccidere senza che questo non significhi assolutamente niente.

 

L’olocausto che il sionismo porta avanti in Palestina da 70 anni ha la sua correlazione, dal marzo 2015, nello Yemen, da quando l’Arabia Saudita – con la miseria scusa che gli Houti, un’alleanza tra sciiti (il 35% della popolazione) e vasti settori del sunnismo povero (64%), minacciavano di prendere il controllo totale del paese dopo la rinuncia e la fuga del presidente Mansour Hadi, che dopo essere andato in esilio a Riad è stato obbligato dai sauditi a riassumere il suo ruolo, cosa al di fuori da ogni protocollo vigente nel paese.

 

Gli Houti, dal nome del loro leader, conosciuti anche come Ansarolà (Seguaci di Dio) sono accusati di avere stretti legami con l’Iran, la forza squilibrante in un Medio Oriente sottomesso all’alleanza tra nordamericani e sionisti. Mentre i Sauditi non sono accusati di avere legami con gli Stati Uniti, invece.

 

Dopo i colpi della “Coalizione” guidata dai sauditi, insieme ad un certo numero solo nominale di soci, visto che gli unici che partecipano davvero sono Riad e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), il popolo yemenita è stato trascinato in una situazione che dovrebbe essere inammissibile al nostro livello di civiltà o, per lo meno, dovrebbe essere castigata con la stessa severità con cui fu castigato in nazismo dopo la sua sconfitta nella II Guerra Mondiale.

 

L’ultima grande prodezza del principe ereditario Mohammad bin Salman al-Saud - figlio di Re Salman, responsabile principale del genocidio yemenita, che già si avvicina ai 20 mila morti, con milioni di sfollati e che ha precipitato la nazione più povera del Medio Oriente in un disastro umanitario ancora lungi dall’aver raggiunto la sua quota massima e che ha causato anche migliaia di morti per fame oltre alla più grande epidemia di colera registrata nella storia con un milione e duecentomila contagiati e per lo meno 3 mila morti – è stato l’attacco a tre trasporti scolastici nel governatorato di Saada lo scorso 9 agosto, in cui sono morte 50 persone (40 bambini e 11 adulti) e ne sono rimaste ferite altre 77.

leggi di più

sab

18

ago

2018

Lettera ai giovani

Lettera ai giovani

 

 

“Giovani, giovani ricordatevi delle sofferenze che i vostri padri hanno sopportato, delle terribili battaglie che hanno dovuto vincere per conquistare la libertà di cui ora godete.
Se vi sentite indipendenti, se potete andare e venire a vostro piacimento, scrivere sui giornali quello che pensate, avere un’opinione ed esprimerla pubblicamente, è perché i vostri padri hanno offerto intelligenza e sangue. Voi non siete nati sotto la tirannide, ignorate che cosa significhi svegliarsi ogni mattina con un calcio del padrone sul petto,  non vi siete battuti per sfuggire alla spada del dittatore, alle false decisioni d’un cattivo giudice. Ringraziate i vostri padri, e non commette il delitto di acclamare la menzogna, di unirvi con la forza bruta,  l’intolleranza dei fanatici e la voracità degli ambiziosi. La dittatura ne è lo sbocco. (…)
Giovani, giovani siate umani, siate generosi. Se anche ci ingannassimo, siate con noi quando diciamo che un innocente subisce una pena terribile, e che il nostro cuore si rivolta e si spezza per l’angoscia (…)
Chi dunque se non voi tenterà la sublime avventura, si lancerà in una causa pericolosa e superba, terrà testa a un popolo, nel nome dell’ideale della giustizia? E, infine, non vi vergognereste se  fossero i maggiori, i vecchi ad appassionarsi, a fare –oggi- quel che sarebbe il vostro compito di generosa follia”.

 

 

Emile Zola (1840-1908)
Estratti da: Lettre à la jeunesse, 1897.

 


Emile Zola, per i candidati-partecipanti ai quiz televisivi che sono soliti premiare l’ignoranza più o meno nella stessa misura in cui l’attuale governo DiMaio-Salvini premia l’incompetenza affidandole incarichi ministeriali e di sotto-potere, è autore di numerosi romanzi, fra i quali Germinal, Nana, La bestia umana, Il denaro, anche se la sua notorietà è legata al notissimo episodio dell’affare-Dreyfus e del suo (di Zola) J’accuse!

 

 

 

Dal sito:www.ilbuio.org/?p=19645

 

gio

16

ago

2018

IL CAPITALISMO E' SFRUTTAMENTO E MORTE

Il capitalismo è sfruttamento e morte per i poveri

 

INTERNAZIONALISMO E SOLIDARIETA’ DI CLASSE
Il capitalismo, fin dai suoi albori, con la colonizzazione e la conquista di buona parte del mondo, ha causato la schiavitù e la morte di centinaia di milioni di persone. Solo in America Latina e in Africa si calcola che siano morti almeno 70 milioni di indigeni e che , in nome del profitto, circa 12 milioni di schiavi africani siano stati strappati ai loro paesi nei primi anni del secolo, mentre sono miliardi gli esseri umani che ancor oggi l’imperialismo sacrifica.

Così, mentre aumenta la ricchezza nelle mani di una minoranza, dall’altro polo aumenta la miseria, la disuguaglianza, la povertà, i campi non coltivati, i contadini senza terra, gli operai senza lavoro: disoccupazione, fame, malattie, guerre, morte.
Nel sistema capitalista molte vite, che potrebbero essere salvate, si perdono per pochi centesimi. L’analfabetismo, la prostituzione infantile, i bambini sfruttati e costretti a lavorare sin dalla più tenera età che chiedono l’elemosina per poter vivere, le baraccopoli in cui vivono milioni di persone in condizioni disumane, le discriminazioni per motivi razziali o sessuali, sono solo una parte dello sfruttamento capitalista.
L’imperialismo impone ai popoli del mondo sottosviluppo, prestiti usurai, debiti con interessi impossibili da pagare, scambio diseguale, speculazioni finanziarie non produttive, corruzione generalizzata, commercio di armi, guerre, violenza, massacri.
In questo secolo l’umanità è cresciuta di 4 volte (la popolazione ha superato i 7 miliardi) e ormai sono migliaia di milioni le persone che soffrono la fame, la sete, la voglia di riscatto e di giustizia......
Gli investimenti finiscono per tre quarti nel nord del mondo e per un quarto in una decina di paesi del sud. Ormai ad un aumento di produttività non corrisponde più alcuna crescita dell’occupazione. Assistiamo quotidianamente al fatto che più le imprese multinazionali licenziano i lavoratori e più si vedono aumentare il valore delle loro azioni. La sovrapproduzione di capitali ha raggiunto cifre pazzesche, innescando nel sistema mondiale una bomba ad orologeria pronta ad esplodere da un momento all’altro, di cui le ricorrenti crisi delle Borse sono solo la spia........


Ormai questa enorme massa di denaro non produce alcun giovamento alla società, e quando esplodono crisi come quella del Sud-Est asiatico del 1998, o quella argentina del 2000, il Fondo Monetario Internazionale interviene non per salvare le popolazioni affamate di quei paesi, bensì i grandi speculatori finanziari.
Agli ordini del mercato, lo stato viene privatizzato sempre più. Le campagne sull’inefficienza e sulla corruzione montate dai capitalisti hanno lo scopo di rendere possibile realizzare le privatizzazioni con il consenso di una parte dell’opinione pubblica e con l’indifferenza di un’altra parte.
Gli stati del Terzo Mondo più pagano più sono in debito, e più sono costretti ad obbedire all’ordine di smantellare lo stato sociale, ipotecare l’indipendenza politica e alienare l”economia nazionale.
La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale rispondono solo agli interessi delle multinazionali, decidono e riscuotono a Washington, sebbene gli Stati Uniti siano il paese più indebitato del mondo.
Conoscere, far conoscere e combattere le leggi che regolano il sistema di sfruttamento capitalista che, in nome del profitto, impongono miseria, guerra, fame e morte, è il primo dovere di ogni proletario cosciente.
Ormai l’imperialismo ed il sistema capitalista, per i proletari e i popoli del mondo, è diventato sinonimo di distruzione e di barbarie, che continuano a perpetuarsi attraverso le violenze e le guerre.......................

 

www.resistenze.org - materiali resistenti - disponibili in linea: saggistica contemporanea -

 

sommario > Capitolo 9. [M. Michelino:1970-1983 - La lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni]

 

mer

08

ago

2018

PILLOLE DI STORIA OPERAIA. BREDA DI SESTO. La lotta contro lo sfruttamento capitalista, per la liberazione dell'uomo sull'uomo, e per il socialismo, continua.

lun

06

ago

2018

LAVORO: LA STRAGE INFINITA

La strage infinita

 

Dopo i quattro migranti morti in un incidente sul lavoro – che questo sia ben chiaro – sabato scorso, oggi ne sono morti altri 12, nelle campagne di Foggia. Anche questa è una strage di lavoro. 16 nostri fratelli di classe, sfruttati peggio delle bestie nei campi per pochi euro al giorno. Non sapremo mai i loro nomi.

 

Quello che sappiamo è che, dopo qualche indagine, ci diranno che si tratta di una fatalità, al massimo verrà alla luce, come negli anni scorsi, qualche squallida storia di caporalato. Come ogni estate. Ma succederà di nuovo, perché nessuno ha interesse a fermare lo sfruttamento bestiale che porta frutta e pomodori, insanguinati, sulle nostre tavole.

 

Così come si è ripetuta – sempre oggi – una riedizione della strage di Viareggio (29 giugno 2009): questa volta sul raccordo stradale di Borgo Panigale, Bologna. Un Tir carico di materiale infiammabile, 2 morti e una settantina di feriti finora. Merci pericolose che viaggiano senza alcuna misura di sicurezza, autisti costretti a guidare fino allo sfinimento (tutti sanno che le schede che registrano il chilometraggio si taroccano) perché gli affari, il mercato, non si possono fermare, le misure di sicurezza sono un impedimento, sono i “lacci e lacciuoli” tanto deprecati negli scorsi anni da industriali e politici, che frenano il “progresso”.

 

Qui l’unico progresso è quello dei capitalisti. Noi possiamo solo sperare di non essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. E, alla faccia di chi sbraita “prima gli italiani”, oggi si  dimostra, una volta ancora, che non c’è alcuna differenza, i padroni sfruttano e ammazzano italiani e stranieri, bianchi e neri, senza alcuno scrupolo, perché, a loro interessa solo il profitto.

 

Ma, per una volta, facciamoci una domanda: vogliamo davvero – noi, i nostri cari, i compagni di lavoro, gli sconosciuti che incontriamo tutti i giorni, qualunque sia il colore della loro pelle - essere la carne da macello che permette agli sfruttatori di arricchirsi ancora di più sul nostro sangue e sulla nostra vita?

 

Se la risposta è no, ricominciamo a pensare di unirci, organizzarci e lottare per rovesciare questo sistema sociale, barbaro e inumano, che si chiama capitalismo.

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G: Tagarelli” , Via Magenta 88 Sesto San Giovanni (Mi)
 

mail: cip.mi@tiscali.it

 

www.facebook.com/cip.tagarelli

 

Sesto San Giovanni,  6 agosto 2018

 

dom

05

ago

2018

STRAGE DI BRACCIANTI IN PUGLIA

Puglia: strage di braccianti nel Foggiano 

 

Sabato pomeriggio, 4 agosto, quattro braccianti sono morti nel primo pomeriggio in un incidente a un incrocio sulla strada tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri (Foggia), travolti  da un Tir carico di pomodori lungo la strada che percorrevano per tornare alle loro baracche. Intrappolati in un furgone per il trasporto merci; altri quattro sono rimasti feriti, due di loro sono in rianimazione. Tutti provenivano dall’Africa, tutti giovanissimi.

I lavoratori, dopo una giornata di 12 ore di lavoro, tornavano alle loro fatiscenti baracche, in cui lo stato e i padroni costringono a vivere degli esseri umani.

 

Non la fatalità, ma l’aumento dello sfruttamento è la causa principale degli infortuni e dei morti sul lavoro.

Dietro la politica dell’“unità nazionale” e del “prima gli italiani” si nasconde lo sfruttamento di chi si arricchisce sulla pelle dei lavoratori, la lotta di classe e il contrasto tra oppressi ed oppressori.

 

Nel 2018 il bracciante, “l’operaio moderno” - al contrario degli oppressi di altri periodi storici, con l’affermarsi dell’industrializzazione “4.0” e dell’aumento della concorrenza fra proletari - non solo non ha possibilità di migliorare  le sue condizioni di vita e di lavoro, ma cade anzi sempre più in basso, al di sotto delle condizioni della sua classe di appartenenza.

Lo sfruttamento e i morti sul lavoro, di malattie professionali o a causa di lavoro come quelli in itinere dimostrano che l’esistenza della borghesia non è più compatibile con lo sviluppo della società. Quindi, non di costo del lavoro bisogna parlare, ma di costo del capitale che i proletari e le masse sfruttate del mondo pagano ogni giorno sulla propria pelle .

 

Non basta resistere agli attacchi dei padroni, bisogna organizzarsi per passare al contrattacco.

 

La lotta economica è un aspetto della lotta tra le classi, esprime un conflitto di interessi tra borghesia e proletariato. E’ una lotta necessaria per limitare lo sfruttamento capitalistico, ma per quanto efficace possa essere, da sola non basta

L’esperienza ricorda costantemente ai lavoratori che la classe operaia, nella difesa dei suoi interessi materiali, lotta contro gli effetti e non contro le cause del proprio sfruttamento.

Separare la lotta economica da quella politica per la presa del potere politico è sempre stato l’obiettivo della borghesia.

“L’emancipazione degli operai deve essere opera degli operai stessi” ed è giunto il momento in cui gli operai e gli sfruttati di tutto il mondo - se vogliono liberarsi dalle catene dello sfruttamento capitalistico – devono cominciare a organizzarsi con un loro partito per distruggere questo sistema di produzione inumano che continua a riprodurre gli operai come schiavi e i capitalisti come padroni.

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G Tagarelli”

Via Magenta 88, Sesto San Giovanni (Mi)

 

Mail: cip.mi@tiscali.it

 

 

lun

30

lug

2018

APARTHEID: REGOLE DEL COLONIALISMO ISRAELIANO

La leggitimazione dell’apartheid: le nuove regole del colonialismo in Israele

 

di Jorge Elbaum (*); da: surysur.net; 29.7.2018

 

 

L’approvazione, giovedì scorso, della denominata Legge Fondamentale dello Stato Ebreo comporta la degradazione della piena cittadinanza per coloro che non possiedono identità ebrea. La legislazione approvata al congresso unicamerale israeliano (chiamato Knesset) legittima giuridicamente la segregazione di fatto nel territorio israeliano da decenni, e impone nuove condizioni di vassallaggio agli abitanti dei territori occupati (militarmente) della Palestina.

 

La norma cerca di consolidare i privilegi (già consolidati di fatto) di cui godono i cittadini di ascendenza ebrea al di sopra di altre collettività, che rappresentano – in territorio israeliano – il 20% della popolazione (tra cui beduini, drusi e arabi musulmani).

 

Israele non ha mai approvato una Costituzione Nazionale ma questa norma, adottata giovedì scorso, è assimilabile a quella fondamentale architettura giuridica. E’ stata approvata da maggioranza semplice di 62 voti contro 55 e 2 astensioni. Il suo obiettivo primario è l’imposizione della superiorità ebrea su qualsiasi altra componente etnica, linguistica e/o confessionale. I voti di maggioranza che hanno portato all’approvazione della legge di supremazia sono venuti dall’alleanza che raggruppa i settori della destra insieme a quelli religiosi ortodossi, guidati dal premier Bibi Netanyahu.

 

L’offensiva di questi settori è stata favorita dal presidente Donald Trump, che recentemente ha voluto legittimare l’annessione di Gerusalemme occidentale attraverso l’installazione della sua ambasciata in questa città.

leggi di più

mer

25

lug

2018

E' MORTO MARCHIONNE

E’ MORTO MARCHIONNE, NON IL CAPITALE.

NESSUN CORDOGLIO PER GLI SFRUTTATORI E GLI OPPRESSORI.

NON UNA LACRIMA: OGNUNO PIANGE I SUOI MORTI E MARCHIONNE NON  E’ UN MORTO NOSTRO.

 

Anche se la morte di ogni essere umano crea dolore fra chi lo ama e, come dice il proverbio, non si augura a nessuno, tuttavia in questo caso noi non ci associamo alle fanfare che magnificano un rappresentante della classe sfruttatrice.

Il capitale è un rapporto sociale determinato che genera sfruttati e sfruttatori, qualcosa d’impersonale, inumano, che si alimenta dello sfruttamento e del sangue di miliardi di esseri umani, e la vita di Sergio Marchionne, a.d. di FCA, è la personificazione di questo rapporto, un mito per gli apologeti del capitalismo/imperialismo  e un nemico per gli sfruttati di tutto il mondo.

La morte di Marchionne, funzionario del capitale, è stata preceduta dalla riorganizzazione dei vertici della società - nuovo amministratore delegato e nuove cariche che continuano il lavoro al servizio del capitale, della famiglia Agnelli e soci - e da una lunga campagna mediatica che magnificava la persona e i suoi grandi meriti al servizio della FCA-FIAT. Meriti raggiunti attraverso licenziamenti, cassa integrazione, aumento dello sfruttamento operaio, morti sul lavoro, “suicidi” di lavoratori e lavoratrici ridotti alla fame, delocalizzazioni, oppressione e clima da caserma nelle fabbriche.

 

Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo nella ricerca del massimo profitto, i grandi investimenti produttivi, i nuovi modelli, sono serviti solo ad aumentare i profitti, perché ciò che non rende profitto è capitale morto e ai capitalisti non interessano i lavoratori: muoiano pure gli operai purché si valorizzi il capitale e aumentino i profitti.

Se i padroni e i funzionari del capitale, dopo aver assicurato la continuità con la nomina dei nuovi manager, celebrano la sua morte come quella di un grande uomo, è solo perché nella società capitalista i borghesi detentori del potere sono anche i padroni dello stato e dei mezzi di comunicazione che capovolgono i valori della società, facendo dei parassiti capitalisti dei grandi uomini, relegando gli operai e i proletari che producono la ricchezza di cui loro si appropriano ai gradini più bassi della società. Per loro, che muoiono ogni giorno, non ci sono lacrime né titoloni sui giornali.

Nel sistema capitalista divisa in classi i borghesi detengono il potere economico e politico sfruttando e opprimendo i proletari e i singoli individui appartengono anche a loro insaputa a classi sociali determinati dai rapporti di produzione.

 

In questo momento in cui i borghesi piangono uno di loro, la nostra solidarietà e il nostro cordoglio vanno a tutte le vittime dello sfruttamento imperialista nel mondo, alle famiglie dei morti sul lavoro e di malattie professionali, alle vittime delle guerre quotidiane che vede contrapposti gli sfruttati agli sfruttatori, gli oppressi agli oppressori.

 

NON C’E’ ALCUNA COMPATIBILITA’ TRA I NOSTRI INTERESSI E QUELLI DEI PADRONI, OGNUNO PIANGE I SUOI MORTI

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G: Tagarelli”

Via Magenta 88 Sesto San Giovanni (Mi)

mail: cip.mi@tiscali.it

 

25.7.2018

lun

23

lug

2018

SEI OSSERVAZIONI SULLA NATO

Sei osservazioni politicamente scorrette sulla NATO
di Nazanin Armanian (*)

 

Salvo personaggi come Donald Trump, nessun capo di stato implicato in nell’invasione militare di altre nazioni è solito metterla in relazione ad interessi materiali: ammazzare circa due milioni di bambini, giovani e anziani iracheni per occupare il loro strategico paese e portarsi via il loro petrolio?! Si, a condizione di farlo sotto una bandiera umanitaria: salvare “le donne afgane”, le “bambine nigeriane sequestrate” o “la civiltà dalla barbarie del terrorismo islamico”, ecc. 
Possono avere intenzioni altruistiche i fabbricanti di giochi-bomba o la banca che sfratta gli anziani per il mancato pagamento di una rata?

 

La propaganda è riuscita persino ad ingannare un settore della sinistra occidentale e trascinarla a difendere il bombardamento di un paese, l’uccisione e la distruzione della vita di migliaia di civili per una causa presumibilmente più alta.

 

La NATO, che è come un martello a cui tutto sembra un chiodo, nel suo “Nuovo Concetto Strategico” si attribuisce l’autorizzazione ad aggredire un paese persino per il cambiamento climatico, la siccità, il terremoto: nel sisma che scosse Haiti nel 2010 e uccise 316.000 persone, lasciando 1,5 milioni di persone senza casa, gli USA – dopo aver impedito l’uso dell’aeroporto alle ONG - inviarono 4.000 soldati nel paese non per salvare vite ma per installare una base militare proprio di fronte a Cuba.

 

1. La NATO non ha ragione di essere
La dissoluzione del Patto di Varsavia nel 1991 fu un’opportunità per mettere fine alla NATO e destinare l’ingente spesa militare a risolvere il principale problema dell’umanità: la povertà di cui soffrono 1.200 milioni di persone e che, ogni giorno, uccide per fame 100.000 persone, più che la somma dei morti nelle guerre, per il terrorismo o per incidenti stradali.
Tuttavia la NATO (1949) non nacque con il Patto di Varsavia (1955) per morire con esso. I paesi socialisti decisero di unirsi in un patto militare solo dopo la brutale aggressione USA alla Corea del Nord (vicino dell’Unione Sovietica e della Cina) che uccise 3 milioni di persone, il 20% della popolazione. 
Il “Pericolo Rosso” non era già più una scusa: se non hai nemici ... inventateli. La festa del militarismo doveva continuare e la NATO divenne il “pompiere piromane”: fabbricò la “minaccia del terrorismo islamico” che era anche più redditizia della “minaccia comunista” visto che, dicevano, come i fantasmi gli “yihaidisti” erano invisibili, introvabili e spaventosi. La loro capacità di apparire in qualsiasi parte del mondo permetteva all’Alleanza di intervenire in terre lontane come l’Afganistan – il paese più strategico del mondo – e senza l’autorizzazione dell’ONU, per “salvare il mondo dai barbari”. L’affare della paura fa sì che i cittadini paghino tranquillamente le imprese militari perchè li “proteggano”: gli “yihaidisti faranno da bulldozer in Yugoslavia, Afganistan, Iraq, Libia e Siria, spianando la strada perchè le truppe NATO entrino.
Oggi gli USA contano su circa 1.000 basi militari in 156 paesi del mondo.

2. La NATO è uno strumento del militarismo USA
Invece di trattarli come vassalli, Donald Trump dovrebbe ringraziare i suoi soci europei per la copertura politica e la legittimità “democratica” che conferiscono alle sue invasioni. E’ per questo che il capo della NATO è sempre un europeo, anche se chi comanda è il Pentagono. La sola presenza degli europei nell’Alleanza ha salvato gli USA dall’isolamento mondiale, ad esempio, durante i mandati di Bush o di Trump. Inoltre l’invenzione del concetto di “Comunità internazionale” - che è usato non per riferirsi ad un insieme di paesi che comprenda giganti come Cina, India, Russia o Brasile ma, quasi esclusivamente per riferirsi ad un’iniziativa politica degli USA appoggiata dall’Europa – le fornisce un attributo di “democratica”.

leggi di più

mar

17

lug

2018

E’ cominciata la guerra commerciale mondiale

 

E’ cominciata la guerra commerciale mondiale

 

di Manuel E. Yepe (*); da: rebelion.org; 15.7.2018

 

 

 

Con una ferma replica di Pechino alle azioni offensive degli Stati Uniti sul terreno dei mercati, è scoppiata la guerra commerciale mondiale più colossale della storia.

  

Nell’imporre, a partire da venerdì 6 luglio, dazi del 25% ad un centinaio di prodotti importati dalla Cina per un valore di 34.000 milioni di dollari USA annuale, gli Stati Uniti hanno violato le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e hanno dato inizio alla più grande guerra commerciale nella storia economica del mondo” denuncia un comunicato del Ministero del Commercio cinese.

 

Pechino afferma di essersi impegnata a non sparare il primo colpo, ma che si è vista obbligata a prendere misure in risposta alla situazione creata dagli Stati Uniti e di averlo notificato all’Organizzazione Mondiale per il Commercio.

 

Le misure degli Stati Uniti danneggiano le catene mondiali di fornitura e di valore, ma stanno anche aprendo il fuoco contro tutto il mondo. compreso contro essi stessi” ha sostenuto un portavoce del Ministero del Commercio del paese asiatico.

 

L’organismo cinese ha denunciato il “bullying” (vessazione) mercantile con cui Washington fa pressione sui suoi soci commerciali tramite le minacce di dazi che vanno contro la condotta che i tempi attuali esigono.

  

La Cina esorta tutti i paesi del mondo ad unire gli sforzi contro il protezionismo commerciale e ad appoggiare il multilateralismo. Il gigante asiatico afferma di aver voluto evitare la guerra commerciale che gli Stati Uniti hanno provocato, ma che è stato costretto a battersi, in questa guerra, quanto sarà necessario per proteggere gli interessi della propria nazione e del suo popolo.

 

Come rappresaglia Pechino ha annunciato l’applicazione della stessa percentuale di dazi per lo stesso valore monetario a varie merci statunitensi, alcune delle quali comincerebbero ad essere gravate da tali dazi nella stessa data fissata da Washington.

  

Una guerra commerciale tra USA e Cina, le due maggiori economie del mondo, potrebbe danneggiare non solo le due nazioni ma l’economia mondiale nel suo insieme, secondo le proiezioni degli economisti della Pictet Asset Management di Londra, uno dei principali gestori indipendenti di patrimoni e attivi d’Europa.

 

Alcuni degli effetti più immediati della guerra appena cominciata, per i consumatori USA, sono il rincaro del 25% dei prodotti importati dalla Cina, che comprendono prodotti tecnologici come semi-conduttori e chips che sono assemblati in Cina, e sono necessari per la fabbricazione di prodotti di ampio consumo come televisori, computers, cellulari e veicoli, senza dimenticare una grande varietà di altri prodotti, dalla plastica ai reattori nucleari.

 

Ovviamente le più colpite saranno le economie statunitensi e cinesi, ma non solo queste.

 

Più del 90% dei prodotti colpiti dai dazi statunitensi sono produzioni intermedie o beni di capitali: cioè prodotti necessari per ottenere altri tipi di produzioni.

 

I dazi statunitensi colpiranno sicuramente altri beni non necessariamente commercializzati esclusivamente negli Stati Uniti. A sua volta, la Cina ottiene da molti altri paesi componenti che finiscono nei suoi prodotti finiti, per cui qualsiasi cambiamento nel flusso di esportazione cinese colpirebbe inevitabilmente questi paesi.

 

 

 

Circa il 91% dei 545 prodotti USA che la Cina, per rappresaglia, colpirà con i dazi appartengono al settore dell’industria agricola danneggiando gli agricoltori statunitensi, bastione del presidente Trump. Verranno colpite, nel settore automobilistico, società come Tesla e Chrysler, che fabbricano negli Stati Uniti e vendono i loro prodotti in Cina.

 

Tra le economie che potrebbero essere più vulnerabili in una guerra commerciale, si trovano quelle più strettamente integrate nelle catene globali di valore, cioè in quei processi mediante i quali un prodotto, per la sua elaborazione, ricorre non solo alla linea produttiva di un paese, ma viene lavorato in più paesi fino ad arrivare al suo risultato finale..

 

Molti esperti ritengono che le misure vessatorie di Trump contro la Cina, basate sulla falsa affermazione che il paese asiatico sta rubando la tecnologia statunitense, colpiranno in qualche modo l’impressionante avanzamento dell’economia cinese, ma che l’effetto negativo più grande lo subiranno la vita e i capitali dei cittadini statunitensi.

 

Bisognerà conoscere quali sono i calcoli  dei profitti e delle perdite che potranno derivare dalla guerra commerciale contro la Cina che farà il sistema delle multinazionali di Wall Street. Da questi calcoli dipenderà probabilmente la sopravvivenza del regime di Donald Trump, con i suoi continui spropositi e le sue illegalità.

 

(*) Avvocato, economista e politologo cubano

 

(traduzione di Daniela Trollio

 Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” - Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

 

 

gio

05

lug

2018

CUBA. RAUL CASTRO PASSA IL TESTIMONE

Daniela Trollio * | nuovaunita.info
giugno 2018


Nel 57° anniversario della vittoria di Playa Giròn, Raùl Castro ha passato il testimone a Miguel Dìaz-Canel Bermùdez, un ingegnere figlio di un meccanico e di una maestra che diventa presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri

Il 19 aprile scorso - "Anno 60 della Rivoluzione" - l'eroica (e non c'è alcuna retorica nel definirla in questo modo, ma un semplice riconoscimento della realtà storica) "generazione della Sierra" ha fatto un passo indietro e ha ceduto il posto ai rappresentanti della nuova generazione, quella nata dopo la Rivoluzione. Nel 57° anniversario della vittoria di Playa Giròn, Raùl Castro ha passato il testimone a Miguel Dìaz-Canel Bermùdez, un ingegnere figlio di un meccanico e di una maestra di Villa Clara, che diventa così presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri.

Il passaggio era già stato annunciato due anni fa, in chiusura del 7° congresso del Partito Comunista di Cuba, quando Raùl disse che la sua generazione avrebbe consegnato "ai nuovi alberi le bandiere della Rivoluzione e del Socialismo, senza il minimo accenno di tristezza o pessimismo, con l'orgoglio del dovere compiuto, convinta che sapranno continuare e ingrandire l'opera rivoluzionaria per cui diedero le energie migliori e la vita stessa generazioni di compatrioti". E tale passaggio è già in atto da diversi anni, visto che il 77,4% dei membri del Consiglio di Stato è nato dopo il trionfo della Rivoluzione e l'età media dei membri dell'Assemblea Nazionale del Potere Popolare (il parlamento di Cuba) è di 48 anni.

leggi di più

mar

03

lug

2018

LA SITUAZIONE DELLA CLASSE OPERAIA IN ITALIA NEL 2018

LA SITUAZIONE DELLA CLASSE OPERAIA IN ITALIA NEL 2018

 

Negli ultimi 25 anni la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale è salita a dismisura, a scapito dei salari e delle pensioni, tagliandoli e riducendoli, dimostrando che la lotta di classe dei capitalisti continua e finora l’hanno vinta loro, sia in Italia e negli altri Paesi capitalisti.

 

In Italia, negli ultimi vent’anni, il rapporto salari/Pil è diminuito del 7-8 per cento e questo significa di fatto che oltre 100 miliardi sono passati “dai salari al profitto e alle rendite”.

L’aumento dello sfruttamento degli operai e dei proletari occupati comporta anche un peggioramento della condizione dei cosiddetti “lavoratori poveri”, più di otto milioni, ai quali si sommano molti degli oltre quattro milioni di “poveri assoluti” (in forte aumento, oggi al 7,6 per cento rispetto al 6,8 per cento del 2014).

L’8 per cento del Pil di oggi è uguale a circa 120 miliardi di euro e se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent’anni fa, oggi quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che in quelle dei capitalisti.

Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbe dire 5 mila 200 euro in più, in media, all’anno, se consideriamo anche gli autonomi (professionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, stanno un po’ di qui, un po’ di là. Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tonde in più in busta paga.

Altro che flat tax e taglio delle aliquote con l’Irpef che avvantaggiano ancora una volta solo i ricchi attraverso la rapina dei poveri.

 

La civiltà di un paese si misura da come è trattato chi produce la ricchezza del paese. La condizione della classe operaia è la base e il punto di partenza per verificare il grado di progresso e di civiltà di una nazione.

 

Secondo il Trades Union Congress(TUC) - che ha analizzato i dati dell’OCSE e ha fatto una previsione della crescita dei salari nelle economie sviluppate nel corso del 2018 – in Italia è prevista una decrescita dei salari, in particolare del salario reale, ossia la quantità di beni e servizi che il lavoratore può acquistare con il suo salario o stipendio, cioè il suo potere d’acquisto. Il salario reale si calcola tramite il rapporto tra il salario nominale (ovvero la quantità di moneta ricevuta come stipendio) e l’inflazione.

La TUC, la confederazione che unisce i sindacati del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord (in inglese: United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland; abbreviato in UK), ha messo in risalto la situazione difficile del mercato del lavoro dell’UK da diversi anni, chiedendo che con l’accordo Brexit siano trovate delle soluzioni per incrementare l’occupazione e i salari.

Dai dati si evidenzia che, mentre per i lavoratori dei Paesi dell’Europa orientale – come Ungheria, Lettonia e Polonia si prevede una crescita dei salari rispettivamente del 4,9%, del 4,1% e del 3,8%, l’Italia in questa classifica si trova nella penultima posizione, precedendo appunto il solo Regno Unito. Inoltre in Italia, insieme all’UK e alla Spagna, è previsto un calo degli stipendi nel 2018

 

 

leggi di più

gio

28

giu

2018

La linea

 

 

La linea

 

di David Brooks (*); da: jornada.unam.mx; 26.6.2018

 

 

 

Attraversano una linea e improvvisamente agenti in uniforme strappano loro dalle braccia i figli. Non sono casi isolati (ce ne sono stati oltre 2.000 di questi atti per quanto se ne sa ad oggi), né si tratta di abuso di autorità, non si tratta di un’aberrazione. E’ la politica ufficiale degli Stati Uniti.

 

Di fronte a ciò, c’è un’altra linea che si sta attraversando, molto chiara e definita per tutti da entrambi i lati della frontiera. Una linea che definisce se esiste ancora la coscienza o se siamo già così sopraffatti da tale violenza, così abituati all’orrore, che non reagiamo più davanti a questa barbarie, un’altra di più.

  

Questi bambini sono incarcerati temporalmente – a volte questo significa per vari mesi e in alcuni casi per più di un anno – in centri di detenzione, mentre la burocrazia cerca di sistemarli in case, di solito con i familiari se questi esistono ed hanno il coraggio di presentarsi (corrono il rischio di essere detenuti se non hanno documenti).

In alcuni di questi centri i bambini separati dai loro genitori, o quelli che arrivano non accompagnati, vivono con altre centinaia di minori in attesa di essere processati. Viene loro prestato qualche servizio medico e ci sono centinaia di ufficiali che mostrano compassione ma, alla fine dei conti, sono bambini ingabbiati senza i loro genitori, alcuni con meno di 4 anni.

  

Bisogna segnalare che tutto questo non è cominciato con Trump, ma che – a fronte della cosiddetta crisi dei minori di età che migrano non accompagnati di qualche anno fa - il governo di Barak Obama già li alloggiava in centri di detenzione (anche se formalmente non si chiamavano così). L’Arizona Republic già nel 2014 ottenne alcune delle prime immagini di un centro di detenzione specializzato per bambini a Nogales, dove li si vede dormire sul pavimento di un capannone suddiviso in gabbie.

 

Ma ora la politica ufficiale è la separazione dei minori di età dalle loro famiglie quando attraversano la linea di frontiera con il Messico. Oggi questi centri sono già arrivati al 90% della loro capacità e le autorità stanno cercando nuovi luoghi dove mettere i minori di età perchè presto non ci sarà più spazio, e tra le opzioni ci sono alcune basi militari.

  

In decine di città del paese sono scoppiate proteste, organizzazioni come l’Unione Americana delle Libertà Civili ed altre ancora hanno presentato cause davanti ai tribunali nazionali e persino alla Commissione Interamericana del Diritti Umani; altri promuovono petizioni o campagne di lobby al Congresso per esigere la fine di queste pratiche.

 

Ma, davanti all’estrema crudeltà di questa politica – e alle sue ovvie conseguenze di traumatizzare rifugiati e immigranti che fuggono dalla violenza, attraversano uno o vari paesi in condizioni estremamente pericolose solo per essere criminalizzati e separati dai figli che cercavano di proteggere  dopo la loro grande fuga – ci si aspetterebbe una risposta molto più di massa e universale, sia qui che dei paesi da dove provengono o che hanno attraversato: o no? (In questo stesso spazio del giornale, la settimana scorsa abbiamo parlato dello stesso problema, con la stessa domanda. Una settimana dopo, e ci scusiamo con i lettori per l’insistenza, bisogna ripeterla).

  

Non ci vuole molto ad immaginare – come riportato nei reportage e anche fotografato – le grida di paura e dolore, di terrore. Più e più volte gli agenti dell’immigrazione, che si suppone abbiano anch’essi figli, hanno portato via bambini che piangevano e gridavano dalle braccia delle loro madri, e alla fine della giornata sono tornati a cenare con la loro famiglia, e certamente hanno abbracciato i loro figli: stanno solo facendo il loro lavoro, ordinato da Washington.

  

Molti diconono – compresi familiari delle vittime – che i nazisti facevano lo stesso. Uno striscione , durante una protesta, segnalava: “Per favore, non facciamo i buoni tedeschi”, riferendosi a come ufficiali, burocrati e militari nazisti giustificavano i loro crudeli compiti asserendo di essere semplicemente buoni patrioti  e di aver solo obbedito agli ordini (è urgente rileggere nuovamente Hannah Arendt, che esplorò questo discorso).

  

Il peggior terrore che un bambino può provare è essere strappato ai suoi genitori.

Bambini biondi con gli occhi azzurri saranno mai trattati così brutalmente sulle nostre frontiere? No, il trumpismo è razzismo; ‘Dio mio, in cosa ci siamo trasformati?” ha commentato l’attore e comico Jim Carrey (molti uomini di spettacolo si sono trasformati nei portavoce della coscienza in questo paese).

  

Tristemente, questo tipo di pratiche non sono nuove in questo paese. Migliaia di bambini delle comunità indigene furono separati dalle autorità e inviati nelle scuole per indiani a migliaia di chilometri dai loro villaggi, dove sistematicamente veniva cancellato il loro idioma, la loro cultura, la loro storia, a volte con l’accompagnamento di castighi fisici e di abusi di ogni genere; una pratica iniziata nel secolo XIX e continuata per un altro secolo, fino al 1970.

 

Anche i bambini degli schiavi africani e i loro discendenti furono rubati alle loro madri dai loro padroni. Giorno e notte si potevano ascoltare uomini e donne che gridavano ... i loro famigliari venivano strappati senza alcun avviso. La gente moriva di crepacuore, ricordò in un’intervista nel 1938 una testimone delle aste degli schiavi. Un ex schiavo raccontò nel 1849 come un bambino fosse strappato dalle braccia di sua madre, tra le grida terribili di entrambi da un lato e le frustate crudeli dei venditori dall’altro, prima che la madre fosse venduta al miglior offerente, come del resto documenta una mostra al Museo di Storia Afroamericana del Smithsonian Institute di Washington chiamata “Tempo di pianto”, scrisse il Washington Post.

  

No, non è qualcosa di nuovo ma è invece il momento in cui uno deve decidere se è stata o no oltrepassata una linea che dovrebbe essere assoluta e rigida: sono nostri figli, figli di tutti, di entrambi i lati della frontiera.

 

 (*) Giornalista canadese/statunitense.

 (traduzione di Daniela Trollio

 Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 Via Magenta 88, Sesto San Giovanni)

 

 

dom

24

giu

2018

Calcio, un bel posto dove non cresce niente

 

Calcio, un bel posto dove non cresce niente

di Jorge Montero (*); da: lahaine.org; 15.6.2018

 

 Arriva un nuovo mondiale e le emozioni si gonfiano. Goals, magliette, tunnel e cappelli, giochi a stadio completo, giri, finali. Il Maracanà, Wembley, lo Stadio Azteca, San Siro, il  Monumental, il Santiago Bernabeu.... concentrazioni, relatori e patriottismo, gruppi di fanatici, la gloria e la sconfitta ... Garrincha, Johan Cruyff, Pelé “Grande pulce”, Zidane, Andrès Iniesta, “Gioca con le due gambe, Diego, perchè da macino è un furto!”.

  

Lealtà e trappole, “l’arancia meccanica” e il catenaccio, magnati yankee, oligarchi russi, sceicchi arabi, milionari cinesi, corruzione, l’emozione collettiva, il rumoroso silenzio di uno stadio vuoto. Filosofi da salotto, “Il calcio è il gioco più difficile del mondo, perchè lo si gioca con i piedi obbedendo alla testa ... e guardate la distanza che c’è”, diceva Angel Labruna.

  

Culto al successo, demolizione dello sconfitto. Silvio Berlusconi mentì su una storia di trionfi del Milan e seppe approfittare dell’energia simbolica del calcio per prostituire l’Italia; il truffatore Jesùs Gil y Gil costruì una sua forza politica a partire dalla sua rovinosa presidenza dell’Atletico Madrid; Mauricio Macri ci parlò dell’efficacia nella gestione imprenditoriale dalla direzione del Boca Juniors e milioni di persone si comprarono la frode.

  

Il calcio, con le sue molteplici vergogne e le sue scarse dignità. I mondiali mussoliniani del 1934 e del 1938. L’Italia due volte campione del mondo. Il Duce che assisteva a tutte le partite a Roma. Dal palco d’onore, il mento sollevato verso le tribune strapiene di camcie nere. Due argentini, appena nazionalizzati, gli danno la prima coppa. Orsi fa il primo gol, Guaita assiste al secondo. 2 a 1 alla Cecoslovacchia. Quattro anni dopo gli azzurri ricevono il telegramma prima di uscire dal tunnel dello Stadio Olimpico di Parigi: “Vincere o morire” è l’ordine che Mussollini da loro. Sconfiggono nella finale l’Ungheria 4 a 2. La squadra fa il saluto fascista.

 

Neri nuvoloni si affacciano sull’Europa alla vigilia di un’altra guerra.

 

leggi di più

mer

20

giu

2018

GIORNATA DEL RIFUGIATO POLITICO

 

Migranti e rifugiati politici

 

Michele Michelino (*)

 

Sulla pelle dei migranti è in atto una campagna che ha fatto la fortuna elettorale di diversi partiti, dalla Lega di Salvini al M5 Stelle Di Maio e Grillo, ma questo è un tema abbastanza traversale che accumuna anche partiti di centrosinistra a cominciare dal PD.

 

La caccia e il disprezzo razzista verso lo “straniero” fanno ormai parte del pensiero dominante di un popolo – il nostro - che ha dimenticato che migliaia di suoi fratelli, connazionali, sono stati costretti a spargersi per il mondo quando gli stranieri eravamo noi.

 

Chi si scrive non ha mai dimenticato i racconti del padre e dei suoi amici e compagni, meridionali venuti al nord in cerca di lavoro e in seguito, per mancanza di lavoro, trasferitisi in Germania. Più volte ho ascoltato di nascosto i racconti di mio padre che diceva a mia madre, quando tornava a casa, che gli italiani, al pari di altri lavoratori, turchi, spagnoli ecc., costretti a emigrare per guadagnarsi il pane, erano considerati esseri umani di serie b. In Germania questi lavoratori vivevano in baracche e quelli che non avevano il permesso di lavoro erano “clandestini” e spesso quando al sabato sera si ritrovavano fra compaesani a causa di qualche zuffa che inevitabilmente scoppiava fra alcuni  quando si è lontani da casa e il sabato sera è l’unica occasione di svago, tutti gli italiani venivano identificati come mafiosi e attaccabrighe e per questo era impedito loro di entrare in alcuni bar o caffè dove campeggiava  la scritta “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”.

 

Anche nella Repubblica Italiana nata dalla Resistenza la divisione fra il nord e sud dell’Italia non si è mai sanata e allora era ancora più evidente. Le fabbriche del “miracolo economico” di Milano e di Torino reclutavano manodopera dal sud e dal Veneto, costringendo al trasferimento coatto decine di miglia di persone senza fornirgli adeguati servizi. Quelli erano gli anni in cui a Torino e Milano nelle portinerie dei palazzi erano affissi cartelli con la scritta “qui non si affittano case ai meridionali” costringendo molti lavoratori a dormire nelle macchine dismesse o a occupare le case sfitte o appena costruite (come succede oggi agli esseri umani chiamati “extracomunitari”). I loro figli erano chiamati “i fiò del terùn” (i figli dei terroni).

 

I paesi occidentali, capitalisti, l’imperialismo - compreso quello italiano - prima depredano le risorse, le materie prime con le guerre di rapina, distruggendo le economie locali dei paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina costringendo milioni di esseri umani a fuggire dalle guerre e dalla fame e poi, ipocritamente, davanti agli esodi di massa parlano di invasione e mobilitano gli eserciti e la polizia alle frontiere.

 

Prima con le guerre imperialiste, il neocolonialismo, lo sfruttamento delle risorse del paese costringono alla fame interi popoli causando i flussi migratori poi si lamentano se questi vogliono rifugiarsi nei loro paesi .

 

La penetrazione economica delle economie imperialiste in paesi sovrani distrugge le economie locali, costringe alla fame e alla sete milioni di persone nel mondo provocando nuove forme di schiavitù. 

 

L’ultimo esempio del respingimento della nave Aquarius dai porti italiani attuato dal governo giallo-verde di leghisti e 5 Stelle, è l’esempio lampante dell’ipocrisia dei difensori dei “valori cristiani” e chi, come il Ministro dell’Interno Salvini, ha fatto la campagna elettorale e i comizi con in mano il rosario ostentato.

leggi di più

mar

19

giu

2018

SERATA AL CIP TAGARELLI

sab

16

giu

2018

POESIE DI ANTONIO RICCI

SABATO 16 GIUGNO ALLE ORE 18.00

 

presso il Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”, via Magenta 88,

 

Sesto San Giovanni

 

 

 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “la Memoria mastica l’Acqua

 

 

 

Poesie di ANTONIO RICCI, docente, poeta e musicista della Banda degli Ottoni. Lo accompagnerà con il mandolino Franco Di Biase.

 

 

 

Introduce la lettura Giovanni Ribaldone

 

Alla fine della presentazione - alle ore 19.30 - spaghettata, vino e chiacchiere in compagnia dell’autore e degli amici.

 

 

mail: cip.mi@tiscali.it     

                                                                      http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

 

 

 

 

mer

13

giu

2018

Hanno ragione. Se non gli sparano, nessuno ascolta i palestinesi di Gaza

 

Hanno ragione. Se non gli sparano, nessuno ascolta i palestinesi di Gaza.

 

di Gideon Levy (*); da: rebelion.org; 7.6.2018

 

 

 

Dobbiamo dirlo con molta sincerità e chiarezza: hanno ragione.

 

Non resta loro altra opzione che non sia quella di lottare per la libertà con i loro corpi, con le loro proprietà, le loro armi ed il loro sangue. Non hanno altra alternativa che i razzi Qassam e i mortai. Non hanno altra alternativa che la violenza o la resa. Non possono abbattere i muri che li rinchiudono senza usare la forza, e la loro forza è primitiva, patetica, quasi commovente.

 

Un popolo che lotta per la sua libertà con aquiloni, tunnel, specchi, pneumatici, forbici, dispositivi incendiari, proiettili di mortaio e razzi Qassam contro una delle macchine belliche più sofisticate del mondo, è un popolo senza speranza ma l‘unico modo in cui può cambiare la sua situazione sta nelle sue povere armi.

  

Se se ne stanno tranquilli, Israele e il mondo dimenticano la loro sorte. Solo i razzi Qassam fanno conoscere il disastro che li circonda.

 

Quando sentiamo parlare di Gaza in Israele? Solo quando Gaza spara. Questa è la ragione per cui non hanno altra scelta che sparare. Questa è la ragione per cui i loro spari sono giustificati, anche se causano un danno criminale a civili innocenti, infondono paura e terrore ai residenti del sud e sono intollerabili, a ragione, per  Israele.

  

Non hanno armi più precise e per questo non li si può incolpare di ferire i civili: la maggior parte dei loro proiettili di mortaio cadono in zone spopolate, anche se questa non è la loro intenzione.

 

E’ difficile incolparli per colpire un asilo vuoto: è chiaro che preferirebbero contare su armi più precise che possano arrivare a obiettivi militari, come quelle che ha Israele che, detto en passant, ferisce (e assassina) molti più bambini.

   

E’ evidente che la loro violenza è crudele, come qualsiasi violenza. Ma che altra scelta resta loro? Qualsiasi timido tentativo di prendere una strada diversa – una tregua, un cambiamento dei leaders o delle loro posizioni politiche – si scontra immediatamente con l’automatico rifiuto israeliano. Israele crede loro solo quando sparano. In fondo contano su un chiaro “gruppo di controllo”: la Cisgiordania. Là non c’è Hamas, non ci sono lanci di razzi Qassam, non c’è quasi traccia di terrorismo …. e cosa è servito tutto questo al presidente palestinese Mahmoud Abbas e al suo popolo?

 

 Hanno ragione perché, nonostante tutte le distrazioni, gli inganni e le menzogne della propaganda israeliana, niente può nascondere il fatto che li hanno richiusi in un’immensa gabbia per il resto delle loro vite. Sono sottoposti ad un assedio inconcepibile, 11 anni senza un attimo di respiro, praticamente il più grande crimine di guerra esistente in ambito internazionale.

  

Non c’è propaganda possibile che possa nascondere la loro identità: il loro passato, il loro presente. La maggior parte di essi vive nella Striscia di Gaza perché Israele li ha trasformati in rifugiati. Israele espulse i loro avi dai loro villaggi e dalle loro terre. Altri fuggirono per paura di Israele, e poi non gli fu permesso di ritornare.. un crimine non meno grave dell’espulsione.

 

 Tutti i loro villaggi furono distrutti. Vissero 20 anni sotto il controllo egiziano e altri 50 sotto l’occupazione israeliana, che mai smise di trattarli con crudeltà  in vari modi. Quando Israele ha abbandonato Gaza per il proprio interesse, l’ha sottomessa ad un assedio e la sua sorte è stata persino più crudele.

 

Non hanno goduto della libertà neppure un solo giorno della loro vita. Non c’è alcun segno che la situazione possa cambiare.

 

Neppure per i bambini. Vivono in un pezzo di terrà il più densamente popolato del mondo, di cui l’ONU ha detto che non sarà più adatto alla vita umana tra un anno e mezzo.

Tutto questo non basta perché si meritino appoggio?

 

Sono gli ultimi che lottano contro l’occupazione israeliana. Mentre la maggior parte della Cisgiordania occupata sembra essersi arresa, Gaza non si arrende. Sono sempre più decisi e audaci dei loro fratelli cisgiordani, forse perché la loro sofferenza è maggiore.

  

Non c’è un solo israeliano che possa immagine com’è la vita a Gaza. Cosa significhi crescere vivendo quella realtà. Si è spiegato la situazione innumerevoli volte, e nessuno si scalda per questo. Hanno un governo duro e tirannico, ma Israele non può incolpare Hamas. In Cisgiordania esiste un governo molto più moderato e Israele neanche là sta facendo nulla per mettere fine all’occupazione.

  

Nelle ultime settimane hanno seppellito 118 persone il che- relativamente al loro volume di popolazione - equivale a 500 morti israeliani, e non smetteranno di lottare. Hanno più che ragione.

 

 

(*) Giornalista israeliano, scrive sul quotidiano Haaretz.

 (traduzione di Daniela Trollio

 Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 Via Magenta88, Sesto San Giovanni)

 

 

 

 

dom

03

giu

2018

USA-IRAN: CREDERAI AL VANGELO

 

“Crederai al vangelo” è l’unica cosa che gli USA non hanno chiesto all’Iran nei loro 12 comandamenti

 

di Nazanin Armanian (*)

 

 

 

Li schiacceremo”, “non permetteremo che…”, o “Il regime iraniano deve sapere che questo è solo l’inizio” sono stati i termini ed il tono usato da Mike Pompeo, l’ex capo della CIA, esperto in torture e operazioni coperte, che dirige oggi la politica estera degli USA, nello spiegare il 21 maggio la nuova politica USA verso l’Iran in 12 punti.

 Come i capi della mafia, Pompeo non negozia, invia solo messaggi all’avversario: se questi li accetta lo lascia vivere, altrimenti lo eliminerà.

 Sapendo che la Repubblica Islamica (RI) li avrebbe rifiutati, il suo discorso era una dichiarazione pubblica di guerra. Due mesi prima gli USA avevano realizzato con Israele la mega-manovra “Juniper Cobra 2018” con 4.500 soldati su suolo europeo, con l’obiettivo di “migliorare la coordinazione tra gli eserciti degli USA e di Israele”.

 

Un anno fa il governo israeliano ha organizzato le più grandi manovre di guerra della sua storia, “la Bandiera Azzurra”, insieme a USA, Francia, Italia, Grecia e Polonia. E ha appena provato il (secondo) caccia più moderno del mondo, l’F-35, utilizzando il cielo di Beirut come scenario di guerra reale.

  

Se l’Iran non rispetterà questi comandamenti, ha affermato Pompeo, si troverà di fronte alle “sanzioni più dure della storia” e a “pressioni finanziarie senza precedenti”.

 E’ quello che hanno fatto in Iraq uccidendo quasi due milioni di civili per fame e bombe, comprese quelle all’uranio impoverito.

 

Le loro minacce devono mettere in allerta il mondo, se ricordiamo anche che il neo-cons John Bolton, consigliere alla sicurezza di Trump, disse che “gli USA devono farla finita con la RI peima del suo quarantesimo anniversario” nel 2019, o che Rudy Giuliani, capo della “Giuliani Partners LLC”, una compagnia di sicurezza, prometteva al gruppo oppositore di destra islamico “Moyahedin –e Khalq” che nel 2019 avrebbe celebrato i suoi eventi a Teheran.

 

leggi di più

sab

02

giu

2018

I 63 morti di Gaza

 

I 63 morti di Gaza e la fine della coscienza israeliana

 

di Gideon Levy (*); da: lahaine.org; 26.5.2018

 

 Quando arriverà il momento in cui la mattanza dei palestinesi sarà un problema per la destra?

 Quando arriverà il momento in cui la mattanza di civili commuoverà, almeno, la sinistra e il centro?

 Se l’assassinio di 63 persone non è sufficiente, forse lo sarà quello di 600? O di 6.000?

  

Quando arriverà il momento in cui apparirà un briciolo di sentimenti umani, anche solo per un momento, verso i palestinesi? Simpatia? In quale momento qualcuno dirà “basta!” e proverà compassione, senza essere tacciato di eccentricità o di essere un nemico di Israele?

 Quando arriverà il momento in cui qualcuno ammetterà che il boia, alla fine, ha qualche responsabilità nella mattanza, e non solo il sacrificato che, naturalmente, è responsabile del suo stesso massacro?

  

A nessuno importa delle 63 persone morte (in un solo giorno, nel totale della Grande Marcia del Ritorno sono stati più di 110 gli assassinati da pallottole vere): e se fossero 600? O 6.000? Israele troverà scuse e giustificazioni anche allora? Si darà la colpa alle persone assassinate e a quelli che li hanno “sviati” anche allora, senza una parola di critica, mea culpa, dolore, pena o pentimento?

  

Lunedì, quando il numero di morti è aumentato in modo allarmante, Gerusalemme celebrava la nuova ambasciata USA e Tel Aviv si felicitava del trionfo in Eurovisione, come se mai più si potesse ripetere un momento come quello.

 Il cervello israeliano è stato lavato in modo irrevocabile, il suo cuore serrato per sempre.

La vita di un palestinese non vale più niente.

 

leggi di più

sab

02

giu

2018

LA LOTTA DEGLI ESPOSTI ALL'AMIANTO IN ITALIA

Incontro seminariale

 

Nocività, salute, lavoro: esperienze italiane e internazionali

Università degli Studi di Padova – Dipartimento di Filosofia, Sociologia,Pedagogia e Psicologia Applicata

30 maggio 2018

 

 

LA LOTTA DEGLI ESPOSTI ALL’AMIANTO IN ITALIA

 

 

 

La storia della lotta contro l’amianto in Italia, - detto anche asbesto, il più economico e “ miglior termo-dispersore al mondo” - è una storia di anni di battaglie collettive di uomini e donne che spesso sono rimasti senza volto e senza nome, ma sono riusciti a sfondare il muro di omertà e di complicità eretto da un sistema industriale basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo che, pur di realizzare il massimo profitto, non ha esitato consapevolmente di mandare a morte centinaia di miglia lavoratori nelle fabbriche, le loro mogli e figli e anche tanti cittadini che mai hanno visto una fabbrica.

La nostra è una storia che è costata enormi sacrifici economici e umani ed è tuttora costellata dalle conseguenze mortali sui lavoratori e sulla popolazione. Se non si bonificherà il territorio, continuerà l’inquinamento degli esseri umani, degli animali e della natura e si continuerà a morire.

Nonostante il ricatto fra occupazione e lavoro, la lotta dei lavoratori per la tutela dei loro diritti, della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro è stata una lunga lotta che non ha fine. Una lotta difficile e drammatica di sfruttati che hanno dovuto guadagnarsi il pane in luoghi di lavoro nocivi, esposti a sostanze cancerogene, dove si lavorava l’amianto o dove quest’agente killer era, ed è, presente.

 

La pericolosità dell’amianto e il danno letale che provocava alla salute di chi ne veniva in contatto era noto fin dall’inizio del Novecento.

In Italia fino agli anni 30’ la silicosi e l’asbestosi erano patologie non riconosciute come professionali, ma alla fine degli anni 30 - anche grazie agli studi del prof. Vigliani, oltre che per porre fine al contenzioso e per assecondare lo sforzo bellico in una fase particolare della 2° Guerra Mondiale, quando le sorti del conflitto sembravano ormai segnate - il legislatore approvò la legge 455 del 12/4/1943 con la quale era finalmente stabilita la “Estensione dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali alla silicosi e all’asbestosi”. Si trattava di un sia pur minimo riconoscimento per i lavoratori dell’amianto che si erano ammalati.

Lo Stato italiano era dunque consapevole, fin dagli inizi degli anni ’40, del rischio morbigeno legato all’esposizione a polveri e fibre di amianto aerodisperse nell’ambiente lavorativo.

Un ritardo, quello dello Stato Italiano, ingiustificato e colpevole, perché già nel 1983 l’allora Comunità Europea (Cee), tramite la direttiva 477, aveva dichiarato fuori legge l’amianto. Tuttavia per sei anni nessun governo accoglie le seppur timide indicazioni comunitarie e nel 1989 l’Italia viene giudicata inadempiente, ma la sanzione europea non comporta alcuna reazione immediata. Bisognerà attendere il 27 marzo di tre anni dopo perché la legge 257 venga approvata dal Parlamento.

 

Con questa legge viene sancito il divieto di estrazione, importazione, lavorazione, utilizzazione, commercializzazione, trattamento e smaltimento ed esportazione dell’amianto e dei prodotti che lo contengono. La messa al bando è affiancata da una proroga di due anni per permettere agli industriali di smaltirlo. Questo significa che per 9 anni lo Stato Italiano, cioè tutti i governi che si sono succeduti, sono stati responsabili e complici delle lobbies dell’amianto e di Confindustria nella mattanza di centinaia di migliaia di operai e di loro famigliari.

 

Ci sono volute grandi mobilitazioni, battaglie politiche e sindacali, e anche battaglie giudiziarie per far approvare finalmente, nel 1992, dopo un lungo presidio di due giorni e due notti dei lavoratori dell’Eternit di Casale Monferrato, della Breda, e rappresentanti di molte altre fabbriche italiane sotto il parlamento, una legge che mettesse al bando la produzione e la commercializzazione di questa sostanza killer e disponesse un insieme di norme rivolte a tutelare la salute degli esposti, prevedendo misure di risarcimento per coloro che avevano dovuto svolgere una attività così pericolosa.

Purtroppo l’amianto provoca malattie e morte, anche molti anni dopo che si smesso di lavorarlo a causa dei lunghi tempi di latenza di tali patologie. 

leggi di più 0 Commenti

sab

26

mag

2018

E’ morto il Bin Laden dell’America Latina

E’ morto il Bin Laden dell’America Latina

 

di Hernando Calvo Ospina (*)

 

E’ morto in Florida il Bin Laden dell’America Latina, Luis Posada Carriles, un terrorista di origine cubana anche se la stampa internazionale lo definiva semplicemente “noto anticastrista”. Se n’è andato  a novant’anni senza pagare per tutti i suoi crimini, protetto fino all’ultimo dal Governo degli Stati Uniti, in particolare dalla CIA e dalla famiglia Bush.

 

Divenne noto internazionalmente quando si seppe che era stato uno degli autori intellettuali dell’esplosione dell’aereo della Cubana de Aviaciòn, il 6 ottobre 1976, con 73 passeggeri a bordo, poco dopo il decollo dall’aeroporto Seawell delle Barbados. Venne catturato in Venezuela, dove lavorava per i servizi di sicurezza di quel paese. Dopo essere stato in prigione pochi anni, la CIA lo aiutò a fuggire e lo portò in Centroamerica per collaborare alla guerra del terrore che Ronald Reagan e il suo vice-presidente George Bush padre inaugurarono contro il Governo sandinista del Nicaragua negli anni Ottanta.

 

Ecco qui alcuni dettagli dell’azione di questo terrorista, e i nomi di alcun dei suoi protettori e complici (**).

 

Posada Carriles era stato reclutato dalla CIA nel 1960. In un’intervista al New York Times, il 12 luglio 1998, diceva: “La CIA ci ha insegnato tutto … Come usare esplosivi, costruire bombe … ci addestrarono ad atti di sabotaggio”. Fu uno degli uomini scelti per partecipare alle operazioni speciali contro Cuba. Dopo la Crisi dei Missili si arruolò nell’esercito statunitense, diventando ufficiale.

leggi di più

ven

25

mag

2018

GUERRE IMPERIALISTE, CLASSE OPERAIA E INTERNAZIONALISMO

A proposito dei concetti di Patria, nazionalismo, e internazionalismo.

 

Guerre imperialiste, classe operaia e internazionalismo.

 

 

Il riconoscersi, come appartenenti alla stessa classe sociale, al di là delle barriere nazionali, con gli stessi interessi immediati e storici, è alla base dell’ Internazionalismo proletario

 

 

Michele Michelino (*)

 

L’ultima aggressione imperialista contro la Siria con missili USA, francesi e britannici su presunti impianti chimici riporta all’ordine del giorno il dibattito sulla guerra imperialista e sul ruolo della classe operaia e proletaria nei riguardi delle guerre imperialiste.

 

Gli operai comunisti e i rivoluzionari sono persone di pace, che lottano contro lo sfruttamento capitalista, contro le guerre di rapina dei padroni. Il profitto di pochi si fonda sulla miseria di molti e noi lottiamo contro la proprietà privata dei mezzi di produzione, per un sistema economico, politico, sociale che si chiama Socialismo nel quale le guerre per il profitto e di rapina, al pari dello sfruttamento degli esseri umani, siano considerati e condannati come un crimine contro l’umanità.

 

La classe operaia, cosciente dei suoi interessi immediati e storici, ha sempre ritenuto che l’unica guerra giusta è quella contro i padroni e i loro governi, cioè quella delle classi e dei popoli oppressi. Noi operai comunisti siamo per la pace ma non pacifisti e combattiamo l’unica guerra giusta: quella contro lo sfruttamento.

 

Noi viviamo in un paese imperialista, membro della NATO, che partecipa insieme ad altri predoni alla spartizione del bottino rapinato in Africa, in Asia o in America.

 

La presenza sul suolo italiano di molte basi militari USA e NATO, concesse dal dopoguerra a oggi da tutti i governi - democristiani, di centrodestra, di centrosinistra - con la presenza di atomiche “tattiche” fanno dell’Italia la portaerei NATO del Mediterraneo.

leggi di più

gio

24

mag

2018

LULA SI LULA NO...

Lula sì, Lula no…

 

Daniela Trollio * | nuovaunita.info
maggio 2018

Anche lui si è accorto, riconoscendolo recentemente che il suo più grande errore è l'essere stato "condiscendente" verso il potere effettivo

Mentre il nuovo attacco di USA, Inghilterra e Francia al popolo siriano tiene con il fiato sospeso il mondo, dall'altra parte del pianeta è avvenuto un fatto altrettanto grave, anche se con armi "pacifiche".

Stiamo parlando dell'arresto e dell'incarcerazione dell'ex presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva, condannato senza prove (come era già successo con la destituzione della presidente Dilma Rousseff) per corruzione (aver ricevuto un appartamento di tre vani) e arrestato prima che fossero esperiti tutti i gradi di giudizio previsti dalla legge.

Prima di cercare di spiegare tutte le implicazioni di questo fatto, vogliamo ricordare qualche dato.

leggi di più

mer

23

mag

2018

VENEZUELA: HA VINTO MADURO

Ha vinto Maduro. E adesso?

 

di Guillermo Cieza (*)

 

Il popolo venezuelano ha compiuto alcuni atti che lo trasformano in un paese eccezionale. A quanto pare è stato l’unico caso in cui un popolo nelle strade sconfisse un colpo di Stato.

 

Ora aggiunge un’altra impresa. Non si conoscevano antecedenti riguardo ad un paese dove un presidente che sia passato per una iper-inflazione, fosse rieletto. E l’iper-inflazione in Venezuela, negli ultimi 12 mesi, è stata un record mondiale, più del 2.000 per cento.

 

Per aggiungere difficoltà, questo è successo in un paese sanzionato da USA e Unione Europea, bloccato, ridotto quasi alla sopravvivenza. Peggio ancora ... minacciato. Nell’ultimo mese, nell’ultima settimana, il Dipartimento USA, il Comando Sud, gli hanno imposto, gli hanno ordinato di sospendere le elezioni. L’impresentabile Segretario Generale dell’OEA e la lega dei peggiori governi dell’America Latina – Argentina, Colombia, Panama, Paraguay, Perù e Cile – hanno anticipato chee non avrebbero riconosciuto i risultati elettorali (salvo vincesse la destra).

 

Tutti stanno da tempo cospirando per portare a termine la campagna per “liberare Veneuzela e Cuba”. Dappertuto appaiono documenti, piani, dichiarazioni che fanno riferimento ad un’invasione di forze combinate di diversi paesi coordinate dagli USA, una riedizione di quella che fu la Guerra della Tripla Alleanza contro il Paraguay nel secolo XIX.

 

E come successe con il Paraguay, l’obiettivo principale è molto più ambizioso dell’impadronirsi di beni naturali o annettersi dei territori. L’obiettivo principale è sradicare il “cattivo esempio”: che non restino che le ceneri di coloro che hanno osato sfidare il sistema capitalistico mondiale e gli imperi occidentali.

 

Ed è successo che un’importante parte del popolo venezuelano ha deciso di andare a votare e di rieleggere Nicolàs Maduro.

leggi di più

mar

22

mag

2018

NUOVA UNITA'

Di male in peggio


Finché esisterà il capitalismo non ci saranno governi che daranno risposte ai problemi che attanagliano il paese.


È brutto cominciare un ragionamento con l'affermazione "lo avevamo già detto", ma in questo momento di grandi manovre per la formazione di un "nuovo" governo pensiamo sia appropriato. Abbiamo tenuto in sospeso la chiusura del giornale, in attesa di conoscere la formazione del nuovo governo.

utti sostengono di aver vinto (ma le elezioni non sono una lotteria) - tranne gli accasciati del PD che non perdono occasione per ribadire la loro sconfitta come un vanto -, e tutti - che non avevano fatto i calcoli di una legge truffa e pasticciata confezionata a misura per far governare PD e Forza Italia -, si accorgono che senza il premio di maggioranza non raggiungono il numero necessario per governare. E allora è stato inventato un nuovo metodo, quello del cosiddetto "contratto di governo" che si può fare con chi ci sta e si candida a gestire e amministrare la crisi del capitalismo italiano e il montante malcontento e rancore dei settori popolari più colpiti che si manifesta apertamente tramite l'astensione, ma anche nell'appoggio ai cosiddetti populisti cui è stato aperto un certo credito nelle ultime elezioni.

Vogliono il potere, ma devono trovare il modo migliore per nascondere le loro intenzioni e come ingannare il loro stesso elettorato e le masse del nostro paese di fronte alle decisioni economiche, l'approvazione del bilancio dello Stato con il conseguente aumento dell'Iva e la ricaduta oggettivamente antipopolare, il futuro dei lavoratori Ilva ecc., le esigenze dei padroni che vogliono più soldi, una crescente povertà estesa sempre più anche ai lavoratori occupati e l'aumento della disoccupazione.

leggi di più

lun

21

mag

2018

VENEZUELA, MADURO VINCE LE ELEZIONInezuel

Abecedario per capire la vittoria del chavismo in Venezuela

 

di Katu Arkonada (*)

 

Il chavismo ha di nuovo vinto le elezioni in Venezuela. Sono 22 su 24 elezioni fatte in Venezuela dal trionfo del Comandante Chàvez nel 1998, trionfo che inaugurò il cambio di epoca in America Latina.

 

In un chiaro esempio di “dissonanza cognitiva”, una buona parte dell’opinione pubblica internazionale, compresa la sinistra, ancora non capisce il perché se il Venezuela è una dittatura nel mezzo di una guerra civile, si celebrano le elezioni in pace, senza morti, e con risultati similari, in partecipazione e appoggio al vincitore, od altri processi elettorali del continente.

 

Vediamo allora un breve abbecedario per cercare di capire quanto è successo:

C di Chavismo: questo abbecedario non inizia con la A ma con la C di Chavismo che, più che un concetto teorico, è una teoria di azione collettiva, proletaria, portata nella pratica. Senza il chavismo politico e sociologico – selvaggio nelle parole di Reinaldo Iturriza – non sarebbe possibile capire non la rivoluzione bolivariana ma la resistenza eroica agli attacchi politici, economici e mediatici contro un processo, attacchi iniziati dopo la vittoria di Chàvez, ma che si sono approfonditi dopo la sua morte nel 2013.

leggi di più

dom

20

mag

2018

IRAN, USA E LE GUERRE (INVISIBILI) ALLA PERIFERIA

Iran, USA e le guerre (invisibili) alla periferia

 

di Silvina M. Romano (*)

 

Quello a cui assistiamo nella scalata di tensione a livello internazionale in virtù della ritirata degli USA dall’Accordo nucleare firmato con l’Iran, in definitiva potrebbe essere inquadrato nella ridefinizione di cosa è la guerra, o cosa si intende oggi per guerra e l’impatto che ha il concetto nell’opinione pubblica.

 

Dalla 2° Guerra Mondiale non ci sono guerre globali: ci fu la Guerra Fredda tra le potenze che si materializzò o colpì la periferia attraverso guerre limitate di bassa intensità. Nel secolo XXI si parla invece di interventi, conflitti armati, conflitti di alta intensità. Cambiano anche i modi di utilizzare il vocabolo “guerra”: “guerra alle droghe”, o “guerra al terrorismo”, vocabolo utilizzato a fini propagandistici per generare un certo impatto, ma che nessuno si aspetta venga interpretato come una guerra “sul serio”.

 

Sembra che, nel corso dei decenni, il concetto di “guerra” abbia perso forza o sensazione di “realtà”, sempre e quando questi conflitti, che potrebbero essere definiti come “guerra punto e basta”, si sviluppino nella periferia.

 

In questi spazi, come in Medio Oriente, ci sono conflitti permanenti. La gente vive in una guerra permanente. Tuttavia la stampa internazionale, le opinioni degli esperti, le società che fanno affari in quei paesi la percepiscono/mostrano come uno “stato naturale” di quelle società: là la gente vive “così”.

Invece, quando il conflitto colpisce le potenze occidentali,  allora acquisisce maggiore visibilità, diventa un problema nel quale l’Occidente, e specialmente gli USA, è obbligato ad intervenire per risolvere, soprattutto in uno schema in cui Cina e Russia si mostrano come contrappesi importanti.

 

Gli scenari di guerra permanente invisibile che acquisiscono periodicamente visibilità (dovuto agli interessi in gioco, al timing politico e alla disputa geopolitica e geoeconomica di cui sono protagoniste alcune potenze) potrebbero essere l’Iran o la Siria, o anche la Colombia e il Messico.

leggi di più

gio

17

mag

2018

ISRAELE STATO ASSASSINO E RAZZISTA

Israele e Palestina nel 2018

 

Decolonizzazione, non pace

 

di Ilan Pappe (*)

 

Settant’anni dopo la creazione dello Stato di Israele non possiamo più parlare di conflitto israelo-palestinese.

 

I fondatori dello Stato di Israele furono principalmente persone che si stabilirono in Palestina all’inizio del secolo XX. Vennero soprattutto dall’Europa dell’Est, ispirati da ideologie nazionaliste romantiche in voga nei loro paesi d’origine, delusi dalla loro incapacità di unirsi a questi nuovi movimenti nazionalisti e entusiasti dalle prospettive del colonialismo moderno.

 

Alcuni erano vecchi membri di movimenti socialisti che speravano di fondere il loro nazionalismo romantico con esperimenti socialisti nelle nuove colonie. La Palestina non fu sempre la loro unica opzione ma diventò la preferita quando divenne chiaro che si adattava bene alle strategie dell’Impero britannico e alla visione del mondo dei potenti cristiani sionisti di entrambi i lati dell’Atlantico.

 

Dalla Dichiarazione Balfour del 1917 e durante tutto il periodo del Mandato britannico del 1918-1948, i sionisti europei cominciarono a costruire l’infrastruttura per un futuro Stato con l’aiuto dell’Impero britannico. Ora sappiamo che quei fondatori dello Stato ebreo moderno erano coscienti della presenza di una popolazione nativa con aspirazioni proprie e con la propria visione del futuro per la loro patria.

 

La soluzione a questo “problema” – per quanto si riferisce ai fondatori del sionismo – fu di de-arabizzare la Palestina per spianare la via al sorgere dello Stato  ebreo moderno. Che fossero socialisti, nazionalisti, religiosi o laici, i dirigenti sionisti pianificarono l’espulsione della popolazione della Palestina dal decennio del 1930.

leggi di più

mer

16

mag

2018

NAKBA, 70 ANNI DI PULIZIA ETNICA

Nakba, 70 anni di pulizia etnica

 

di Koldo Anzola (*);

 

Ieri, 15 maggio, si sono compiuti 70 anni da quando il movimento sionista installò in modo unilaterale lo stato di Israele sul territorio storico della Palestina. Un progetto di stato che sette decenni dopo continua a produrre un’anormalità senza precedenti secondo gli standards internazionali – mancanza di frontiere riconosciute e di una costituzione - e riconosce pieni diritti di cittadinanza solo alle persone di confessione ebrea.

 

La fondazione di Israele ha comportato anche la deportazione forzosa di gran parte della popolazione locale, circa 800.000 palestinesi, in quella che Ilan Pappe, storico israeliano esiliato in Gran Bretagna, ha definito “pulizia etnica programmata”.

 

Questo fatidico anniversario è chiamato in arabo Nakba, o “giorno del disastro”, e ancor oggi è una data di rivendicazione del diritto della popolazione palestinese rifugiata – attualmente circa 6 milioni di persone – al ritorno alle loro case, come glielo riconosce la risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

leggi di più

mar

15

mag

2018

I CRIMINI ISRAELIANI CONTRO I PALESTINESI

Israele e il suo impegno criminale contro il popolo palestinese

di Pablo Jofré Leal (*)

Una delle grandi direttrici del sionismo - che gli ha permesso di essere la base ideologica dei diversi governi che l’entità israeliana si è data, dal maggio dell’anno 1948 ad oggi - è la centralità del suo odio e dell’apartheid contro il popolo palestinese. Ed esso lo spiega e si difende, avvertendo che se non avesse tale politica di discriminazione, potrebbe soffrire una nuova persecuzione come quella vissuta negli anni della 2° Guerra Mondiale e sotto l’occupazione dell’Europa da parte del nazionalsocialismo, dato che Israele vive circondata da nemici, secondo quella teoria razziale per cui si considera il “popolo eletto” per una “terra promessa”.

 

In questo quadro fantasioso, in cui il popolo palestinese sta pagando le conseguenze di politiche di discriminazione sofferte in Europa, il regime israeliano si impegna a rendere invisibile non solo la lotta del popolo palestinese e a mantenere nell’impunità i crimini commessi giorno per giorno nella Striscia di Gaza  nei territori della Riva occidentale – compresa al Quds (Gerusalemme, n.d.t.), ma anche a seppellire la storia di questo popolo, la sua cultura, il suo idioma e le sue possibilità di autodeterminazione.

 

Israele porta avanti questo piano funesto e criminale mitizzando una storia costruita su inganni, sull’imposizione di dogmi di fede come se fossero leggi di obbligatorio compimento e sulla ferrea alleanza con gli Stati Uniti, che hanno agito come padri putativi del sionismo, servendosi l’uno dell’altro in materia di politiche di dominio e di aggressione in Medio Oriente. E questo con il forte appoggio del lavoro realizzato – in territorio statunitense stesso – dalla la lobby sionista del Comitato di Affari Pubblici Statunitense/Israeliano (AIPAC la sua sigla in inglese) – a cui si aggiungono potenti reti di cristiani sionisti, che abbracciano questa idea di dominio di Israele in base a considerazioni religiose più consone a fanatici che a credenti di una religione di pace.

leggi di più

mer

09

mag

2018

Karl Marx, vecchio filosofo del domani, compie 200 anni

Karl Marx, vecchio filosofo del domani, compie 200 anni

 

di Chris Gilbert (*)

 

Si spengono le luci e il proiettore comincia a girare. Sullo schermo sfarfallante vediamo il giovane protagonista che scopre un vecchio anello, o una spada lucente, che cambierà il suo destino. L’oggetto, nonostante sia molto vecchio, dà poteri speciali a chi lo raccoglie, dandogli accesso alla conoscenza accumulata da molte generazioni e aprendogli la strada, con i suoi poteri speciali, al futuro ...Senza molte correzioni a questo copione di fantasia, così concepiamo il ruolo del pensiero di Marx nel nostro presente.

Non è casuale che in queste opere di fantasia il mondo degli adulti sia di solito segnato da una meschinità ed una vacuità che lo trasformano nel fedele riflesso del nostro. Nonostante fin dall’inizio il giovane protagonista intuisca che non appartiene ad un ambito così grigio e monotono, è l’incontro con il “vecchio” – con la generazione dei nonni, dei bis o dei trisnonni – quello che afferma la sua appartenenza ad un mondo superiore che lo chiama a lottare senza tregua per la sua realizzazione.

 

Va detto che se avessimo la capacità di assumere la vita reale con lo stesso impegno emozionale che applichiamo alle fantasie di Hollywood, ci renderemmo conto che questo mondo superiore è il socialismo e che la critica marxista della società attuale, insieme alla lotta degli oppressi, è ciò che apre la strada al suo emergere. Ma oggi il pensiero di Marx è come un anello magico e potente gettato nel fango al bordo della strada. Ben pochi si fermano a raccoglierlo, ma il gioiello non ha perso la sua brillantezza nonostante l’abbandono generalizzato che patisce.

 

La sua persistente brillantezza è empiricamente comprovabile, visto che il pensiero di Marx ha dimostrato la sua validità in tante occasioni, smentendo così i suoi detrattori che – quasi ogni decennio da quando sorse il marxismo – si sono dati al vuoto rito di annunciare la sua morte.

leggi di più

mar

08

mag

2018

CUBA, TRUMP E IL DIALOGO COREANO

Cuba, Trump e il dialogo coreano

 

di Atilio A. Boron (*)

 

Di ritorno da un viaggio a Cuba, vorremmo condividere queste poche riflessioni sul momento attuale dell’isola.

 

L’indurimento del blocco ordinato da Donald Trump complica la situazione economica dell’isola ribelle. Mette inciampi sulla via dell’attualizzazione del modello economico ma non intacca la morale dei cubani che, nel corso di quasi sessant’anni, hanno imparato a convivere con la cattiveria che, come il brutto tempo, viene dal Nord.

 

Con Trump sono già dodici gli inquilini della Casa Bianca che volevano abbattere la Rivoluzione Cubana, o produrre il tanto desiderato “cambio di regime”. Gli undici precedenti hanno morso la polvere della sconfitta, e al magnate newyorkino succederà lo stesso. Ha ordinato il ritiro di numerosi diplomatici dalla riaperta ambasciata USA all’Avana (la maggioranza dei quali erano agenti dell’intelligence o personale addestrato a “rianimare” con vari sussidi e programmi la “società civile” cubana) e ha imposto nuovi ostacoli al commercio estero dell’isola, agli investimenti nord-americani e anche al turismo verso Cuba, esortando i cittadini a “riconsiderare la loro decisione di fare viaggi” sull’isola.

 

Il nuovo presidente, Miguel Dìaz-Canel, dovrà passare per un sentiero irto di difficoltà: dall’illegale extraterritorialità delle leggi USA che, con l’acquiescenza di governi servili (a cominciare dagli europei e seguendo con i latinoamericani), impone sanzioni a banche ed imprese di paesi terzi che intervengano nel commercio estero di Cuba fino ai veti all’importazione di prodotti che contengano più del dieci per cento di componenti statunitensi o di patenti del paese, passando per la proibizione di entrare nei porti USA a navi da carico che nei sei mesi precedenti siano stati in porti cubani.

leggi di più

gio

03

mag

2018

CORTEO CONTRO L'AMIANTO

mar

01

mag

2018

CON I LAVORATORI SFRUTTATI DI TUTTO IL MONDO

 

CON TUTTI GLI OPERAI E I POPOLI OPPRESSI DEL MONDO

 

1° maggio di lotta internazionale e corteo proletario a Milano

 

Concentramento ore. 15 in piazza Duca D’Aosta davanti alla Stazione Centrale.

 

Contro le guerre imperialiste di rapina, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la precarietà di lavoro e di vita, gli omicidi sul lavoro, per l'unita di tutti i proletari del mondo.  Gli operai sono una classe internazionale e combattono lo stesso nemico: il capitalismo e l’imperialismo. Contro tutti i padroni e i governi a cominciare da quelli”italiani”. Il nemico è in casa nostra e sono i padroni e i loro governi.

 

 Contro razzismo, fascismo, e ogni discriminazione.

 

PER UNA SOCIETA SOCIALISTA IN CUI LO SFRUTTAMENTO SIA CONSIDERATO UN CRIMINE CONTRO L’UMANITA’

 

 

lun

30

apr

2018

DIRITTO ALLA SALUTE E AMIANTO A SESTO S.GIOVANNI (28 APRILE 2018):

COMITATO PER LA DIFESA DELLA SALUTE NEI LUOGHI DI LAVORO E NEL TERRITORIO: PER RICORDARE TUTTE LE VITTIME DELL’AMIANTO E DELLO SFRUTTAMENTO.

 

 

 

Sabato 28 aprile 2018 manifestazione e corteo popolare organizzato dal CIP Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” con partenza dalla sede in via Magenta 88 a Sesto S.Giovanni ed arrivo alla lapide commemorativa posta in via Carducci: “A perenne ricordo di tutti i lavoratori morti a causa dello sfruttamento capitalista ora e sempre Resistenza! I compagni di lavoro di Sesto S.Giovanni. 24 aprile 1997”.

 

 

 

Esibizione della Banda musicale degli Ottoni a Scoppio, deposizione di omaggi floreali, interventi di Michele Michelino (CIP Tagarelli), un lavoratore del Teatro della Scala di Milano, Claudio Menichetti (padre di Emanuela, tra le vittime della strage di Viareggio), una rappresentante del Comune di Sesto, Lorena Tacco (AIEA, Associazione Italiana Esposti Amianto di Paderno Dugnano), Renato Sarti (Teatro della Cooperativa di Niguarda), il Presidente provinciale dell’ANMIL e Daniela Trollio (CIP “Tagarelli”) e rientro in via Magenta.

 

DIRITTO ALLA SALUTE E AMIANTO A SESTO S.GIOVANNI (28 APRILE 2018):

 

1.      https://www.youtube.com/watch?v=sFxWNbGq6TQ&t=13s

 

2.      https://www.youtube.com/watch?v=hvg4KdxIUh0&t=19s

 

BANDA MUSICALE DEGLI OTTONI A SCOPPIO:

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=1pninurx1Ss

 

 

 

RICORDANDO LA STRAGE DI VIAREGGIO (RICCARDO ANTONINI):

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=DQ5nZmwPKXU&t=19s

 


RICCARDO ANTONINI, FERROVIERE LICENZIATO PER AVER DENUNCIATO LE INADEMPIENZE CHE AVEVANO PORTATO ALLA STRAGE DI VIAREGGIO DEL 29 GIUGNO 2009 (32 VITTIME).

 

 

 

RICORDANDO LA STRAGE DI VIAREGGIO (CLAUDIO MENICHETTI):

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=B78N1o9Txr4&t=37s

 


CLAUDIO MENICHETTI, PADRE DI EMANUELA, UNA DELLE 32 VITTIME DELLA STRAGE FERROVIARIA DI VIAREGGIO DEL 29 GIUGNO 2009.

 

 

 

DIRITTO ALLA SALUTE E AMIANTO A SESTO S.GIOVANNI (TG3 28 APRILE 2018):

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=qJhLjHHAIfQ

 


L’INTERNAZIONALE (BANDA DEGLI OTTONI A SCOPPIO):

 

 

 

https://youtu.be/v6hjm1yrSvA

 

 

 

 

ven

27

apr

2018

CONTRO LO SFRUTTAMENTO E I MORTI SUL LAVORO

Sabato 28 aprile 2018 – ore 16.00 corteo, partenza dal Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” in  via Magenta 88, Sesto San Giovanni, fino alla lapide di via Carducci.


Tutti sapevano e nessuno ha parlato.
Lo sapevano i sindacati.
Lo sapeva la direzione dell'azienda.
Lo sapeva l'assessorato alla sanità.
Lo sapevano tutti, e non gli operai ...


Il 28 aprile è stata istituita dall'Organizzazione Internazionale sul Lavoro la giornata mondiale contro l'amianto, i morti sul lavoro e per la sicurezza, per sensibilizzare datori di lavoro e istituzioni.

Da allora, era il 2003, nonostante le chiacchiere e le lacrime di coccodrillo, gli operai continuano a morire fra l'indifferenza aspettando una sicurezza e una "giustizia" che non arriva mai.

Dall'inizio dell'anno sono più di 150 i morti sul lavoro e le malattie professionali sono in crescita.


Il 28 aprile alle ore 16 a Sesto San Giovanni il nostro Comitato e altre associazioni delle vittime organizza il corteo per chiedere Giustizia per le vittime dell’amianto. IN RICORDO DI TUTTI I LAVORATORI E I CITTADINI ASSASSINATI PER IL PROFITTO.

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio,

 

gio

26

apr

2018

CORTEO CONTRO I MORTI D'AMIANTO E DEL PROFITTO

 

 

Giustizia per le vittime dell’amianto

 

 

IN RICORDO DI TUTTI I LAVORATORI E I CITTADINI ASSASSINATI PER IL PROFITTO

 

 

 

Sabato 28 aprile 2018 – ore 16.00 corteo

 

 

partenza dal Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” di via Magenta 88, Sesto San Giovanni, fino alla lapide di via Carducci

 

 In tutto il mondo il 28 aprile si celebra la giornata mondiale contro l’amianto. Una fibra killer che continua a uccidere nel mondo oltre 100 mila persone ogni anno.  Secondo l’allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ogni anno, in Europa, perdono la vita per patologie asbesto-correlate circa 15 mila persone (4mila in Italia) e una persona su tre è a rischio.

 

L’amianto non è un problema del passato ma del presente e del futuro. Una vera emergenza sociale, ambientale e sanitaria.

 

A 26 anni dalla messa al bando dell’amianto in Italia ci sono ancora 32 milioni di tonnellate d’amianto e le bonifiche sono ancora da fare.

 

Per denunciare questo pericolo, rivendicando misure concrete per la tutela della salute degli esseri umani e per la messa in sicurezza del territorio, da anni molte associazioni e Comitati delle vittime dell’amianto hanno intrapreso campagne informative e contenziosi giudiziari per la difesa della salute e della vita umana.

 

La conoscenza è la prima forma di difesa 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio,  

 

                                                                                        

 

Sesto San Giovanni (Mi)  aprile 2018                                                     e-mail: cip.mi@tiscali.it

 

mer

25

apr

2018

LA RESISTENZA CONTINUA

lun

23

apr

2018

GIRON, SAIGON E DAMASCO