mer

22

nov

2017

RICORDANDO LA STORIA

 

La Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran

 

di Nazanin Armanian (*)

da: publico.es; 21.11.2017 

 

Tra gli effetti della Rivoluzione d’Ottobre russa nel Vicino Oriente emerge la proclamazione di Jomhuri-e Sosialisti-e Shouravi-e Irán “Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran” (RSSI) nel 1921 sulle rive del Mar Caspio, a Guilàn, la regione boscosa del nord dell’Iran. 

Il primo governo dei lavoratori in Iran, e anche in Asia, fu il risultato di due decenni di lotta delle forze progressiste, che cominciarono nel 1905 con la Rivoluzione Costituzionale, il cui obiettivo fu di limitare il potere assolutistico dei monarchi attraverso il parlamento e la costituzione. E’ nello stesso anno che scoppia, nel paese vicino, la Rivoluzione russa contro lo zar Nicola II. 

L’Iran, dopo i sei anni che durò la rivoluzione, raggiunse i suoi obiettivi, anche se la “Santa Alleanza” tra i religiosi reazionari, l’aristocrazia e il colonialismo britannico li sviò. Ma la lotta continuava: i rivoluzionari si trasferirono a Guilàn, trasformandola in una piattaforma da cui partire per andare a liberare il resto di quell’immenso e strategico  paese. 

 

Il Movimento della Selva

 

Nel 1915 un gruppo di 300 guerriglieri, guidato da Mirza Kuchek Khan, liberò paese per paese la zona di Guilàn fino a prendere il controllo di tutta la regione nel 1916. Così inizia la leggenda di Yonbesh-e Yangal (il Movimento della Selva) per espellere dal nord dell’Iran l’imperialismo russo che si era appropriato delle fertili terre, uccidendone per fame e sfruttamento gli abitanti.

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lun

20

nov

2017

ELEZIONI

 

Democrazia borghese e illusioni elettorali 

 

Michele Michelino (*)

  

Le recenti elezioni regionali in Sicilia e quelle comunali di Ostia dimostrano che il primo partito resta, ancora una volta, quello dell'astensione: in Sicilia (dove ha vinto il centrodestra) più di un elettore su due non ha votato, alle urne solo il 46,76% dei votanti aventi diritto contro il 47,41% delle regionali 2012, mentre il 53,24% ha disertato le urne.

 

Il centrosinistra tra il 2012 e il 2017 ha perso 6 punti percentuali passando dal 37% del 2012 al 31% di oggi.

 

A Ostia, al primo turno un elettore su tre non ha votato e nel ballottaggio vinto dai 5 stelle ha votato solo il 33,6 degli aventi diritto, cioè hanno disertato le urne il 66,4% degli aventi diritto, 4 mila meno del primo turno, mentre i fascisti di Casapound entrano per la prima volta nel X Municipio Roma con un consigliere.

 

Al di là della chiacchiera e della dichiarazione di vittoria fra centrodestra e 5 stelle, in Sicilia e a Ostia ha vinto il partito dell’astensione, mentre per il PD Renziano c’è stato un vero tracollo.

 

Questi risultati si prestano ad alcune considerazioni.

 

La società capitalista difende gli interessi comuni della classe borghese al potere e, attraverso organi e istituzioni apparentemente neutrali e al di sopra delle parti e delle classi, a cominciare dallo stato, governo, parlamento , regioni, comuni, ecc, nascondendo il fatto che queste istituzioni servono solo una parte.

 

Invece che servitori degli interessi”della società, di tutti i “cittadini”, sono in realtà al servizio d’interessi particolari, quelli dei padroni, delle multinazionali, delle banche, della grande finanza.

 

Oggi in Italia, nella democratica Repubblica nata dalla Resistenza, i politici di qualsiasi partito, i rappresentanti delle istituzioni a cominciare dal parlamento formano una casta completamente separata dal proletariato e dagli strati bassi della popolazione, costretti ogni giorno a lottare per mettere insieme il pranzo con la cena.

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gio

16

nov

2017

CONTRO LE MENSOGNE SUL VENEZUELA

Non è il Venezuela, è il resto dell’America Latina

 

di Ilka Oliva Corado (*); da: cronicasdeunainquilina.com; 15.11.2017 

 

Mentre i mezzi di informazione corporativi ci bombardano di notizie sul Venezuela – c’è la fame ... la dittatura di Maduro ... – nel resto del continente si vive l’assalto del neo-liberismo. 

Mentre noi “non vogliamo essere come il Venezuela”, nei nostri paesi si commettono malversazioni milionarie, muoiono centinaia di bambini per denutrizione, si fa della pulizia sociale, veniamo terrorizzati con la violenza comune, che in realtà è violenza istituzionale, si commettono furti di terre da parte dei governi e delle oligarchie, opprimendo così le comunità che le abitano e, se è necessario, facendole sparire.

 

Gli ecocidi abbondano, ma noi urbanizzati, noi delle capitali, non ce ne rendiamo conto o, per meglio dire, ci voltiamo dall’altra parte perchè è più comodo: teniamo gli occhi addosso al Venezuela perchè non vogliamo essere come loro; ci hanno detto che là si vive un inferno di dittatura in modo che non ci rendessimo conto che la dittatura, in realtà, la stiamo vivendo noi: questo è il successo del capitalismo e del modello neo-liberista che ci hanno imposto le post dittature in America Latina. Siamo quella massa amorfa che non pensa, non analizza, non mette in discussione, non agisce e soprattutto ignora l’abuso con la sua doppia morale, la sua fede e il suo maschilismo. Perchè sappiate, bei fiorellini, senza preoccuparsi di far appassire i petali il capitalismo ed il neo-liberismo sono maschilisti, misogini e soprattutto patriarcali. 

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lun

13

nov

2017

CAPITALISMO E PADRONI ASSASSINI

 

Protesta in Tribunale a Milano il 19 dicembre 2016 dopo l’ennesima assoluzione dei manager Pirelli accusati della morte di decine di operai e assolti. Bruno è il primo a sinistra nella foto.

 

  

 

Un altro compagno ci ha lasciato 

 

L’amianto, le sostanze cancerogene, la ricerca del massimo profitto e la mancanza di sicurezza sul lavoro hanno ucciso un altro operaio.

 

Russo Bruno, ex lavoratore della Breda Fucine di Sesto San Giovanni, ci ha lasciato a 63 anni.

 

Operaio della Breda, per anni è stato costretto a lavorare con l’amianto e altre sostanze cancerogene senza essere informato dei pericoli derivanti dall’esposizione della fibra killer. Dopo la Breda, era andato a lavorare in una zincatura. Così, dopo aver respirato per oltre un decennio amianto, ha respirato anche i fumi e le sostanze cancerogene sprigionatesi dagli acidi del lavoro in zincatura.

 

Bruno, dopo aver vinto una causa contro l’INPS e essersi visto riconoscere l’esposizione all’amianto anche dal Tribunale del Lavoro, era andato in pensione due anni fa, dopo 42 anni e 10 mesi di lavoro. Appena in pensione, ha cominciato ad accusare vari disturbi e dolori; poi è arrivata la diagnosi: un tumore. Dopo pesanti cicli di chemioterapia, da luglio 2017 i medici gli avevano sospeso ogni cura, dandogli pochi mesi di vita. 

 

Bruno, membro del Comitato da tanti anni, ha partecipato insieme a noi a molte iniziative di lotta contro l’INAIL e l’INPS che negavano i diritti dei lavoratori esposti e malati.

 

Bruno, anche se già malato, era presente recentemente anche alle lotte per ottenere giustizia nei Tribunali per i nostri compagni malati e uccisi dall’amianto, per rivendicare una giustizia ripetutamente negata dal tribunale penale di Milano, che continua ad assolvere gli assassini, concedendogli l’impunità. 

 

L’amianto, le sostanze cancerogene, la ricerca del massimo profitto e la mancanza di sicurezza sul lavoro hanno ucciso un altro operaio, e di amianto si continua ad ammalarsi e a morire nell’indifferenza e nel silenzio delle istituzioni. 

 

Ciao Bruno. che la terra ti sia lieve. 

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio 

 

Sesto San Giovanni 13 novembre 2017

 

 

 e-mail: cip.mi@tiscali.it   

  

web:   http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com  

 

lun

06

nov

2017

OTTOBE 1917

 

Ottobre 1917

 

di Darìo Machado Rodrìguez (*)

 

Il prossimo 7 novembre si compiranno 100 anni dalla data che segna il trionfo della rivoluzione conosciuta nella storia con il nome di Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre. Gli avvenimenti più importanti avvennero a San Pietroburgo ed a Mosca attraverso una sequenza accelerata di fatti.

 

Pochi hanno dubbi sul fatto che i processi sociali – anche se le condizioni e le cause di partenza che li favoriscono formano parte inseparabile dei risultati –sono sempre soggetti  alle azioni umane e quindi può anche accadere l’imprevedibile.

 

Dopo un secolo, e perchè fu una rivoluzione vittoriosa, può sembrare che la direzione degli avvenimenti fosse inesorabile, ma questi invece non sarebbero stati possibili senza la partecipazione decisiva del genio di Lenin, né senza l’organizzazione bolscevica che lo sosteneva. 

 

La Russia di allora

 

Lo zarismo aveva aperto le porte ai monopoli che controllavano tutti i settori fondamentali dell’industria, mentre i grandi proprietari terrieri si erano impadroniti delle terre migliori e permanevano vestigia del sistema di servitù. Era, per dirla con Lenin, l’anello più debole della catena imperialista all’inizio del secolo scorso.

 

Al compiersi dei tre anni dall’inizio della Prima Guerra Mondiale erano stati chiamati alle armi milioni di uomini, con grande danno alla produzione di cereali per la diminuzione della mano d’opera nelle campagne.

 

Non era successo lo stesso con il numero dei lavoratori industriali, che in quegli anni crebbe, anche se la popolazione proletaria della Russia era proporzionalmente piccola.

 

Nel 1917 la Russia, anche se continuava a partecipare alla guerra, era un paese impoverito e rovinato, con enormi debiti ed una profonda frattura sociale. Lenin e il suo partito avevano una precisa conoscenza delle condizioni del vasto paese, sia quelle antecedenti alla rivoluzione di febbraio sia quelle precedenti ai momenti di acuta crisi politica che diedero poi luogo alla rivoluzione dell’ottobre.

 

Essi seppero valutare la situazione e definire correttamente e opportunamente le azioni che condussero alla vittoria dei lavoratori.

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gio

02

nov

2017

L'ATTUALITA' DELLA RIVOLUZIONE

 

L’attualità della Rivoluzione

 

di Renàn Vega Cantor (*)

 

 

 

1.  In novembre 2017 si compie il primo centenario della rivoluzione russa, che scosse il mondo intero e i cui effetti trasformarono la storia dell’umanità. A causa di questo fatto è necessario riflettere sull’attualità della rivoluzione anticapitalista.

 

Il vocabolo ‘rivoluzione’ nacque in astronomia, dal latino “revolutio”, e descrive il movimento degli astri intorno al loro asse in maniera meccanica, monotona e sempre uguale. Il termine, in senso socialista, vuol dire il contrario: il cambiamento radicale della civiltà capitalista, per interrompere bruscamente l’inerzia dello sfruttamento, della disuguaglianza e dell’ingiustizia.

 

Dopo il 1917 la rivoluzione fu associata alla modificazione del modo di produzione capitalistico, dato che l’arrivo dei bolscevichi al potere nella Russia zarista fu posto a partire da un progetto anticapitalista e per l’instaurazione di una nuova forma di organizzazione sociale.

 

L’esperienza russa nutrì le lotte anticapitaliste nei cinque continenti. I grandi avvenimenti del breve secolo XX (1914-1991) sono legati in modo diretto o indiretto all’impatto della Rivoluzione russa o, detto in modo più diretto, alla paura che generò tra le classi dominanti e alle speranze che suscitò tra gli sfruttati e gli indifesi.

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dom

29

ott

2017

STERMINIO DI RAQQUA

 

Il taciuto sterminio di Raqqa, la My Lai siriana

 

 

di Nazanin Armanian (*)

 

 

Nel novembre 1969 il mondo restò sconvolto quando il giornalista Seymour Hersh rivelò il massacro di My Lai (Vietnam): tutti gli esseri viventi del villaggio erano stati massacrati dopo aver patito vari giorni di torture e di terrore. 

 

E ora nascondono al mondo le dimensioni della tragedia che hanno causato alla gente di Raqqa, molto più grande di My Lai: 25.000 persone sono state attaccate con spade, fucili, bombe e missili da due gruppi terroristi (il Daesh e le Forze Democratiche Siriane –FDS), diretti dagli USA e dai loro alleati.

 

Raqqa non è stata liberata, è solo passata di mano da un gruppo terrorista all’altro. 

 

La stampa occidentale accusava di “crimini di guerra” la Russia per il suo intervento militare ad Aleppo, ma ora rimane muta davanti a quello che Amnesty Internacional ha chiamato “un labirinto mortale” e l’ONU accusa la coalizione guidata da Washington di “una spaventosa perdida di vite” di migliaia di bambini, anziani, donne e uomini, i cui cadaveri putrefatti coprono le strade della città del nord della Siria.

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mar

24

ott

2017

THOMAS SANKARA

Thomas Sankara: il rivoluzionario africano aveva qualcosa da dire all’Europa

 

di Nick Dearden (*); da: lahaine.org; 24.10.2017

 

 Il 15 ottobre 1987 si interruppe brutalmente e sanguinosamente un processo rivoluzionario con l’assassinio di Thomas Sankara, presidente del giovane Stato del Burkina Faso. Negli anni che seguirono al suo assassinio, pianificato dal suo ex amico Blaise Compaoré – dirigente oggi del Burkina Faso – la rivoluzione di Sankara naufragò e il suo paese si trasformò in un altro feudo africano del Fondo Monetario Internazionale. Ma non va dimenticato che, per un breve periodo di quattro anni, il Burkina Faso brillò come tenace esempio di quello che si può realizzare anche in uno dei paesi più poveri del mondo. 

 

Sankara era un ufficiale subalterno dell’esercito dell’Alto Volta, ex colonia francese amministrata quale fonte di mano d’opera a basso costo a beneficio di una piccola classe dominante della vicina Costa d’Avorio e dei suoi padrini di Parigi. Mentre era studente, in Madagascar, Sankara radicalizzò le sue idee a seguito delle ondate di manifestazioni e scioperi in quel paese. Nel 1981 fu nominato funzionario del governo militare dell’Alto Volta, ma il suo aperto appoggio alla rivolta del popolo, manifestato all’interno e all’esterno delle frontiere, finì per farlo incarcerare. Nel 1983 il suo amico Blaise Compaoré organizzò il colpo di stato che avrebbe portato Sankara alla presidenza, alla giovane età di 33 anni.

 

Sankara concepiva il suo governo  come parte di un ampio processo di liberazione del suo popolo. Non tardò a convocare manifestazioni e formazione di comitati in difesa della rivoluzione. Questi comitati diventarono la pietra angolare della partecipazione popolare all’esercizio del potere. Vennero dissolti i partiti politici perché Sankara li considerava rappresentanti delle forze del vecchio regime. Nel 1984 Sankara cambiò il nome del paese in Burkina Faso, che significa “terra del popolo integro”. 

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lun

23

ott

2017

1917: RIVOLUZIONE D'OTTOBRE. 100 ANNI FA IL NOSTRO FURURO

 

SABATO 28 ottobre alle ore 15,00

 

al Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli"

 

via Magenta 88, Sesto San Giovanni (Mi)

 

assemblea-dibattito

 

 

 

Che cosa ha prodotto il governo dei Soviet rispetto alla condizione di vita e di lavoro degli operai, dei proletari e delle masse popolari sottomesse? Com’erano le condizioni di vita e di lavoro degli operai e dei contadini ai primi del Novecento? Come sono cambiate dopo la rivoluzione? Come sono oggi sotto la dittatura delle multinazionali, delle banche e dell'imperialismo?

 

Confrontarci e parlare insieme di questi temi significa ripercorrere un pezzo di strada nella lotta per l'emancipazione della classe operaia. Il dibattito lo vogliamo fare fra operai e lavoratori che ogni giorni lottano contro la schiavitù salariata e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo in fabbrica, nei luoghi di lavoro e sul territorio.

 

 

 

                                          Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli"

 

 

 

mail: cip.mi@tiscali.it                                   

 

gio

19

ott

2017

REFERENDUM IN LOMBARDIA E VENETO

 

Sconfiggere il disegno reazionario del referendum truffa di Lombardia e Veneto


Luciano Orio | nuovaunita.info 

 

L'unica autonomia da conquistare è quella dei lavoratori dal capitale. Lavoratori e proletari se ne stiano a casa il 22 ottobre
Pensiamo che i nostri lettori siano sufficientemente informati e diserteranno le urne del referendum del 22 ottobre. La consultazione referendaria dovrà esprimersi circa la concessione di maggior autonomia (soprattutto in materia fiscale) a Lombardia e Veneto, come proposto dai governatori leghisti Maroni e Zaia. Il referendum ci costerà circa 50 milioni di soldi pubblici, spesi inutilmente, dato che non produrrà alcun effetto concreto ed è pure ambiguo, perché non chiarisce gli indirizzi concreti da dare alla richiesta di maggior autonomia. Si tratta della solita ipocrita propaganda leghista cui strizza l'occhio il PD, ma anche M5S, in un vortice di confusione politica e storica creato ad arte.


C'è da farsi rizzare i capelli in testa di fronte a simili richieste quando si riportano i disastri combinati dai due governi regionali tra fallimenti e truffe bancarie, scandalo Mose e Pedemontana Veneta, inquinamenti e cementificazione dei territori, scandali sanità ecc. ecc., mentre l'indice di sfruttamento cresce, la disoccupazione dilaga in pianta stabile e i morti di lavoro aumentano (alla faccia delle cifre, statistiche e sondaggi con cui tentano quotidianamente di tranquillizzarci).

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mer

18

ott

2017

USA ESCONO UNESCO

I 15 motivi e obiettivi del regime degli USA per andarsene dall’Unesco

 

di Nazanin Armanian (*); da: publico.es; 17.10.2017

 

Alcuni giorni dopo la riconciliazione tra Hamas e Al Fatah e il ripristino dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza (che aumenta la possibilità della dichiarazione di uno Stato Palestinese), gli USA e Israele hanno annunciato il loro ritiro dall’Unesco per il suo “pregiudizio anti-israeliano”. Si tratta del culmine di anni di ricatto politico e finanziario di Washington contro l’ONU e le sue agenzie. Nel 1983 il governo di Ronald Reagan si ritirò dall’Unesco perchè questo “serviva gli interessi dell’URSS”, e Barak Obama sospese nel 2011 il suo contributo finanziario all’Unesco per “aver ammesso la Palestina quale stato membro”. Netanyahu, che paragona l’Unesco con l’Isis mentre appoggia l’organizzazione terroristica, celebra la decisione di Trump.

 

 

 

E’ falso che l’ONU e i suoi organismi siano anti-israeliani: gli USA e Israele confondono la critica con l’ostilità. Ad esempio la Risoluzione 2334, che condanna la colonizzazione israeliana, è stata una burla per i palestinesi, visto che l’ONU non ha mai preso alcuna misura per costringere Tel Aviv a rispettare la legalità internazionale. L’ONU non è neanche “anti giapponese” perchè mette il Massacro di Nankino (violazioni e uccisioni di 300.000 civili e prigionieri di guerra cinesi da parte dell’esercito giapponese nel 1937) nel programma “Memoria del mondo”. Anche Tokio ha minacciato di togliere i suoi fondi.

 

Tra i “delitti” dell’Unesco, secondo gli USA, ci sono:

 

-          Ritenere “senza valore giuridico” l’annessione di Gerusalemme orientale a Israele e chiedere il blocco degli scavi;

 

-          Dichiarare Israele “potenza occupante”;

 

-          Paragonarla al regime dell’apartheid in Sudafrica;

 

-          Riconoscere la città vecchia di Hebron e la moschea di Ibrahim come patrimonio palestinese.

 

Ma i motivi reali sono:

 

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lun

16

ott

2017

ILVA. IL CAPITALISMO E BARBARIE E MORTE

 Il capitalismo è

barbarie e morte.

 

 La moderna condizione operaia nel 2017: sfruttamento, licenziamenti e morti sul lavoro.

 

Di Michele Michelino

(dalla rivista nuova unità)

 

Il caso ILVA Per anni i sindacati FIOM (CGIL)-FIM (CISL)-UILM (UIL) UGL- hanno garantito pace sociale e profitti ai vari padroni pubblici e privati, barattando il lavoro e il salario con la salute degli operai della fabbrica e dei cittadini di Taranto e dintorni. Non si lottava contro la nocività in fabbrica  e col padrone di turno, si accettava invece tranquillamente la politica padronale della monetizzazione della salute. La concertazione e la complicità hanno portato i sindacati a essere complici dei vari “piani industriali”, che avevano l’unico scopo di realizzare il massimo profitto sulla pelle degli operai. Invece lottare per eliminare  la nocività e rivendicare nelle piattaforme contrattuali condizioni e ambienti di lavoro salubri, hanno accettato condizioni che hanno avvelenato prima i lavoratori e poi il territorio. 

Oggi la nuova proprietà della fabbrica dichiara che a livello nazionale è previsto un organico totale di 9.885 dipendenti tra quadri, impiegati e operai rispetto ai circa 14mila attuali. Circa 3.300 dei 4mila esuberi, su un totale di 14.200 lavoratori del gruppo Ilva, riguarderebbero la sede di Taranto, 599 quella di Genova.  

Il governo, dopo essere intervenuto con soldi pubblici (di tutti i cittadini) per sanare le perdite della vecchia proprietà di Ilva (di padron Riva), socializzando i debiti e privatizzando il profitto,  ora regala la fabbrica - che sorge su 15 milioni di metri quadri di area, 200 chilometri interni di ferrovie, altri 50 di treni-nastri - ai nuovi padroni della ArcelorMittal-Marcegaglia, azienda che da subito ha preso il controllo di Ilva annunciando che il piano di “risanamento” dell’azienda consiste semplicemente in licenziamenti e tagli dei salari. 

Immediate le reazioni dei lavoratori, con proteste e scioperi compatti che hanno costretto a scendere in campo anche il governo."Quello che oggi manca rispetto all'offerta non sono i numeri degli esuberi, su cui si può discutere, fanno parte della trattativa sindacale - ha spiegato il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda - ma il pezzo sugli impegni che l'acquirente ha preso nei confronti del Governo che riguarda i livelli salariali e di scatti di anzianità". Gli esuberi per Ilva "erano noti a partire dall'offerta", e "il tavolo con i sindacati ha l'obiettivo di ridurli" ma "non possiamo accettare alcun passo indietro, come Governo, per quanto riguarda le retribuzioni e gli scatti acquisiti", ha detto. In sostanza per il Ministro si può ridurre il personale e licenziare a patto che il conflitto sia contenuto . 

Una decisione accolta con favore da Maurizio Landini: "Il governo ha fatto bene a sospendere il tavolo sull'Ilva, ma ora l'esecutivo deve occuparsi di tutti gli altri temi". Secondo l'ex leader Fiom potrebbe esserci un "ruolo di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), e di altre forme che il Governo può garantire, dentro l'assetto societario che viene definito". 

 

Nella società capitalista il sindacato ha lo scopo di contrattare al meglio la condizione della forza lavoro e anche un sindacato di classe, oggi inesistente nel regime del lavoro salariato, non può andare oltre questo obiettivo.

 

La lotta sindacale contro gli attacchi del capitale è necessaria e indispensabile per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro. Tuttavia gli operai non devono mai delegare al sindacato la difesa dei loro interessi. Mai dimenticare che l’unico obiettivo dei vertici sindacali, o unico scopo, è di farsi riconoscere e sedere al tavolo delle trattative con i padroni.

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sab

14

ott

2017

RIVOLUZIONE D'OTTOBRE: 100 ANNI FA IL NOSTRO FUTURO

 

Rivoluzione d’Ottobre: 100 anni fa il nostro futuro

 

Il centenario della Rivoluzione d'Ottobre è l’occasione per, ritornare alle origini delle vittorie del movimento rivoluzionario proletario e riflettere sul che fare per lottare contro la barbarie capitalista e imperialista

 

Con la rivoluzione e l’instaurazione di un governo operaio e contadino, il potere degli operai, proletari e contadini, mise fine a storiche ingiustizie, espropriando i padroni a favore degli sfruttati. La Rivoluzione d'Ottobre, distruggendo il “vecchio” ordine del potere e lo Stato borghese, basato su rapporti di classe determinati dallo sviluppo capitalistico, con il potere ai Soviet - attraverso tutto il potere ai Soviet -, risolve temporaneamente il conflitto di classe fra proletariato e borghesia a favore della classe operaia e delle classi sottomesse.

 

Il conflitto di classe latente, che nel capitalismo esplode periodicamente durante le crisi, in Russia non si è espresso semplicemente in rivolte spontanee inevitabili. La classe operaia organizzata in modo indipendente nel suo partito, guidata dalla teoria marxista-leninista (la teoria della liberazione di classe proletaria, l’unica classe che liberando se stessa dalla schiavitù salariata capitalista libera tutta l’umanità) ha saputo unificare sul suo programma altri strati e frazioni stabilendo alleanze con contadini, artigiani, piccolo borghesi ecc. contro il nemico comune: il capitalismo e l’imperialismo. Le forme spontanee delle classi in lotta, i consigli (soviet) degli operai, dei contadini e dei soldati stremati dalla fame e dalla guerra, oltre alla resistenza contro il capitalismo, si posero il problema del potere. Quando i bolscevichi conquistarono la maggioranza dei soviet, lanciarono la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet” ponendo le condizioni del potere operaio e contadino degli sfruttati, distruggendo la sovrastruttura dello Stato borghese zarista e instaurando il potere Rivoluzionario operaio e contadino - la dittatura del proletariato - attraverso la forma di governo dei Soviet. Premessa della civiltà, di un mondo nuovo che, con l’esproprio, la cacciata dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti russi iniziano la marcia verso il socialismo.

 

Il primo decreto della rivoluzione vittoriosa approvato dal Congresso dei soviet l’8 novembre 1917 è quello sulla pace. Il governo operaio e contadino propone subito a tutti i popoli belligeranti, e poi ai loro governi, l’immediato inizio di trattative per una pace giusta e democratica senza annessioni e senza indennità per la prima volta nella storia. In particolare Il governo sovietico, nel proporre un armistizio, si rivolge agli “operai coscienti delle tre nazioni più progredite (Francia, Inghilterra, Germania) affinché leghino la lotta per la pace a quella per il socialismo.

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gio

12

ott

2017

LA LOTTA DI CLASSE IN CATALOGNA

 

La lotta di classe in Catalogna

 

 

di Miguel Manzanera Salavert (*)

 

 

C’è un’apparente contraddizione negli argomenti filo-spagnoli contro l’autodeterminazione catalana: da un lato ci si dice che si tratta di un processo guidato dalla borghesia, e dall’altro si afferma che le società se ne andranno dalla Catalogna nel caso ci sia l’indipendenza. Di fatto l’esodo degli industriali è già cominciato davanti alla mera possibilità che diventi effettiva la disconnessione catalana dallo Stato spagnolo. Ma dato che la borghesia è formata dall’insieme degli imprenditori, quali sono i suoi motivi per guidare il processo indipendentista e poi andarsene dal paese indipendente? Lo fa per affondare l’economia catalana portandosi via le ricchezze del paese? Suona paradossale. 

 

La situazione si può chiarire se consideriamo la struttura della classe borghese, divisa in settori differenziati in concorrenza fra loro, e non come un’unità senza crepe. E’ un dato ovvio della nostra vita sociale che i motivi fondamentali di ogni membro della società capitalista sono gli interessi economici individuali nella loro versione monetaria, che sia il profitto per il capitale investito o che sia la retribuzione economica per il lavoro. E sappiamo che la concorrenza per ottenere profitti e retribuzioni avviene a tutti i livelli della vita sociale ma, specialmente, negli strati dirigenti. L’associazione tra individui si realizza per interessi corporativi, cioè per comunità di interessi all’interno di un’organizzazione sociale data.

 

L’identità nazionale è un tratto sufficientemente forte per creare questi interessi corporativi?

 

Dal punto di vista della razionalità capitalista è un dato irrilevante e controproducente. Ma se da un lato sembra che la nazionalità sia superata dalla globalizzazione economica, dall’altro vediamo che gioca un ruolo importante negli avvenimenti internazionali attraverso la configurazione statale dell’ordine mondiale. La politica non può essere ridotta né subordinata alla razionalità capitalista, ma consiste nella creazione di una razionalità alternativa. 

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lun

09

ott

2017

RICORDO DI CHE GUEVARA

 

50° anniversario dell’assassinio di Ernesto “Che” Guevara in Bolivia

  

 

Lettera di Haydée Santamarìa Quadrado al Che, scritta dopo il suo assassinio in Bolivia

 

da: Cubadebate.cu; 8.10.2017 

 

Che: dove posso scriverti? Mi dirai che da qualsiasi parte, ad un minatore boliviano, ad una madre peruviana, al guerigliero che c’è o non c’è ma ci sarà. Tutto questo lo so, Che, tu stesso me l’hai insegnato, e oltretutto questa lettera non sarebbe per te. Come dirti che non avevo pianto tanto dalla notte in cui uccisero Frank, e in più questa volta non ci credevo. Tutti erano sicuri e io dicevo: non è possibile, una pallottola non può finire l’infinito, Fidel e tu dovete vivere, se voi non vivete ... come vivere. 

Sono quattordici anni che vedo morire esseri così immensamente amati, che oggi mi sento stanca di vivere, credo di aver vissuto abbastanza, il sole non mi sembra tanto bello, la palma ... non provo piacere nel vederla; a volte, come ora, nonostante la vita mi piaccia così tanto che per queste due cose vale la pena di aprire gli occhi ogni mattina, ho voglia di tenerli chiusi, come loro, come te. 

 

Come può essere vero.. questo continente non merita questo; con i tuoi occhi aperti, l’America Latiina aveva la sua strada pronta. Che, l’unica cosa che potrebbe consolarmi sarebbe essere venuta, ma non sono venuta, sto vicino a Fidel, ho sempre fatto quello che lui desidera che io faccia. Ti ricordi? Me lo promettesti nella Sierra, mi dicesti: non avrai nostalgia del caffè, avremo il mate. Non avevi frontiere, ma mi promettesti di chiamarmi quando fosse nella tua Argentina, e ... come lo aspettavo, sapevo bene che l’avresti fatto. Non può più succedere, non hai potuto, non ho potuto.

 

Fidel l’ha detto, deve essere vero, che tristezza. Non poteva dire “Che”, raccoglieva le forze e diceva “Ernesto Guevara”; così lo comunicava al popolo, al tuo popolo. Che tristezza così profonda, piangevo per il popolo, per Fidel, per te, perchè non posso più. Poi, alla veglia, questo grande popolo non sapeva che grado ti avrebbe assegnato Fidel. Te l’ha assegnato: artista. Io pensavo che tutti i gradi sarebbe stati poco, piccoli, e Fidel, come sempre, ha trovato quelli veri: tutto quello che hai creato è stato perfetto, ma hai fatto una creazione unica, hai fatto te stesso, hai dimostrato come è possibile quell’uomo nuovo, tutti avremmo visto così che quell’uomo nuovo è la realtà, porchè esiste, sei tu.

 

Che altro posso dirti, Che. Se sapessi, come te, dire le cose. In ogni modo, una volta mi hai scritto: “Vedo che ti sei convertita in una letterata con il dominio della sintesi, ma ti confesso che mi piaci di più in un giorno dell’anno nuovo, con tutti i fusibili alle stelle, sparando colpi all’impazzata.”. Quell’immagine, e quella della Sierra (anche i nostri litigi di quei giorni mi sono cari nel ricordo) sono quelle che porterò di te per uso proprio. Per questo non potrò mai scrivere nulla di te e avrò sempre questo ricordo.

 

Fino alla vittoria, sempre, mio caro Che. 

 

Haydée. 

 

Haydée Santamaria Quadrado (1922-1980) partecipò all’assalto del Moncada il 26 luglio 1953. Fu arrestata insieme ad altri, tra cui il fratello Abel che fu assassinato in prigione. Fu lei che fece uscire dal carcere e ricompose, per varie strade, il celebre discorso di Fidel Castro “La Storia mi assolverà”. Uscita dal carcere Haydée combattè nella Sierra. Membro fondatore del Partico Comunista Cubano, costruirà la Casa delle Americhe, un luogo simbolo per tutti gli intellettuali critici del mondo. Farà parte dell’Organizzazione Latinoamerica di Solidarietà (OLAS) costruita per coordinare la lotta insurrezionale di tutto il continente. Morirà suicida nel luglio del 1980.

 ______________________________

 

 Eduardo Galeano 

 

Quello che nasce sempre

 

Com’è che il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a nascere? Quanto più lo insultano, quanto più lo tradiscono, più nasce. Egli è quello che nasce più di tutti.

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mer

04

ott

2017

IL CAPITALISMO UCCIDE

mar

03

ott

2017

L' EUROPA NELL'ORA DELLO SMANTELLAMENTO

 

L’Europa nell’ora dello smantellamento

 

di Guadi Calvo (*) 

 

Dopo la 2° Guerra Mondiale, l’Europa “libera” capì che il suo destino era perire in poco tempo sotto le ruote della vittoriosa locomotiva sovietica, trasformarsi in un mazzo di nazioni senza destino che avrebbero finito per schiacciarsi a vicenda - come avevano così ben fatto durante le due guerre del secolo XX - o unire le proprie sorti alle politiche stabilite da Washington perché si creasse un mercato comune europeo, non solo per quanto riguardava l’aspetto commerciale ma anche quello militare. L’urgenza dettata dalla Guerra Fredda fece sì che la NATO (Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord) si cristallizzasse nel 1949, mentre la Comunità Economica Europea (CEE), antecedente dell’Unione Europea (UE) si creasse nel 1958. 

 

La 2° Guerra aveva obbligato le potenze colonialiste europee a lasciare i loro possedimenti alla loro sorte, almeno per un certo tempo, per cui molte nazioni – in particolare africane e del sud est asiatico – si ritrovarono con un’indipendenza politica per la quale non erano preparate dopo quasi due secoli di spoliazione, saccheggio e genocidi commessi con particolare perversione da Regno Unito, Francia e Belgio. Ciò nonostante le metropoli continuarono a servirsi, fino ad oggi, dei loro infiniti giacimenti di materie prime come petrolio, uranio, oro, pietre preziose, cobalto, coltan ed un lunghissimo e sanguinoso eccetera. 

 

L’Europa è stata anche in prima fila nell’ora di armare eserciti tribali per combattere contro altri eserciti tribali, per risolvere dispute etniche e territoriali che la presenza europea di quasi due secoli nel continente aveva solo esacerbato. Forse ricordare il milione di morti tutsi per mano degli hutu, che si produssero in soli tre mesi nel “lontano” 1994, causati dalla disputa ruandese fomentata da Parigi e Bruxelles, ci esime da altre spiegazioni.

 

Ma se volete parlare di genocidio, basta solo nominare il re belga Leopoldo II con ben più di 10 milioni di morti nel suo Stato Libero del Congo per mano dei suoi scagnozzi ed in nome del diritto della libera impresa – che avvennero tra il 1885 ed il 1906; basta questo? Altrimenti  ci sono da ricordare molti altri genocidi e molto più vicini nel tempo, per mano dei sacrosanti diritti europei. 

 

L’Europa e gli Stati Uniti fornirono armamenti all’Iraq di Saddam Hussein perché si lanciasse in una guerra contro l’Iran degli ayatollah, che si prese un milione di morti in otto anni di guerra (1980-1988). Quello che si dice una bagatella.

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mar

03

ott

2017

LIBRO: STRAGE DI FERROVIARIA DI VIAREGGIO

 

le autrici ed alcuni familiari

 

della strage ferroviaria di

 

Viareggio discutono con le

 

vittime dell’amianto e delle

 

stragi del profitto al CENTRO DI INIZIATIVA PROLETARIA

 

“G. TAGARELLI” Via Magenta 88, Sesto San Giovanni il 30 ottobre.

sab

30

set

2017

STRAGE DI VIAREGGIO: UN LIBRO RACCONTA

sab

30

set

2017

SOLIDARIETA' ANTIFASCISTA

 Giovedì 28 settembre in un Teatro della Cooperativa (MI) colmo di persone una serata di cultura musica e solidarietà , una serata antifascista organizzata dall’ANPI e dal nostro Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro  e nel Territorio, con Daniele Biacchessi capo redattore di radio 24 e il gruppo musicale dei GANG.

 

lun

25

set

2017

TERREMOTO IN MESSICO

 

La solidarietà e il suo freno: i messicani di fronte al terremoto

 

di Eliana Gilet e Raùl Zibechi (*);

 

Il centro sembrava una festa. Alle 11 di mattina era programmata una prova di evacuazione in caso di terremoto, in una data più che simbolica: il 19 settembre 1985 la terra tremò lasciando una scia di distruzione e di morte, il maggior sisma della storia recente del Messico. Più di 10 mila morti, anche se la cifra esatta non si è mai saputa, e circa 800 edifici crollati. Il governo dell’epoca fu un monumento di inefficienza e fu la solidarietà a salvare vite, recuperare corpi sepolti e mettere in salvo i feriti. 

 

Alle 11 di mattina di questo 19 settembre, 32 anni dopo, era difficile riuscire a passare tra le migliaia di funzionari che riempivano i marciapiedi della Colonia San Rafael, uno dei quartieri che sarebbero stati più colpiti da quanto sarebbe successo due ore dopo. Un sereno bailamme veniva dalle centinaia di gruppi che festeggiavano, forse, il tempo libero fuori dalla supervisione dei loro capi.

 

Quando la terrà ha tremato, gli edifici ondeggiavano ed era difficile restare in piedi, si poteva solo guardare in alto per vedere se ci fosse un pericolo, la caduta di qualcosa di grosso sulle teste. “Che c...o di terremoto” gridavano alcuni quando ancora il mondo si stava muovendo freneticamente attorno.

 

Poi è calata una calma tesa, migliaia di persone si accalcavano sui marciapiedi, ora con le facce serie, con la premonizione della tragedia stampata nei gesti. Immediatamente ci siamo resi conto di trovarci in un’immensa trappola per topi da cui sarebbe stato difficile uscire. Milioni di auto bloccate, semafori spenti, luce e acqua tagliati ed un’incertezza che cresceva come un’ombra minacciosa. Cammminavamo per qualche metro e ci fermavamo. 

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dom

17

set

2017

URAGANI

 

Perché Harvey ha fatto più vittime in Texas che Irma a Cuba?

 

 

di Raùl Zibechi (*)

 

 

I danni degli uragani alle costruzioni e alle infrastrutture sono simili in tutti i Caraibi. Ma Cuba si distingue perché il numero di persone che muoiono durante questi fenomeni è molto, molto minore che nel resto di questi paesi. 

 

Dall’anno 2008 Cuba ha sofferto 18 uragani, che hanno provocato la morte di migliaia di persone nei Caraibi e negli USA. A Cuba il costo è stato di sole 45 vite umane, anche se ci sono state centinaia di migliaia di case distrutte e si sono persi i raccolti.

 

Il recente uragano Irma ha causato enormi danni a Cuba, provocando onde alte fino a 11 metri a L’Avana, con una penetrazione del mare di circa 600 metri sul Malecòn, e ha spazzato il paese con venti di 285 chilometri all’ora, dato che si è trattato del più grande uragano della storia. In questa occasione ci sono stati 10 morti, cosa inusuale ma comprensibile data la gravità del fenomeno (secondo l’agenzia EFE, negli USA lo stesso uragano Irma ha fatto almeno 30 morti).  

Le enormi differenze tra i costi umani che gli uragani provocano negli altri paesi, rispetto a Cuba, ci parlano delle caratteristiche della società. Credo rispondano a tre fattori molto legati alla storia della rivoluzione.

 

Il primo è la cultura della solidarietà. Come in altre occasioni, con l’arrivo dell’uragano Irma, più di 1 milione di persone è stato evacuato. Lo Stato Maggiore Nazionale della Difesa Civile ha informato che il 70% degli evacuati trovano rifugio nelle case di altre famiglie, “prova della solidarietà caratteristica del popolo cubano nelle situazioni difficili”. Gli altri evacuati sono alloggiati in rifugi ufficiali. 

Le case degli evacuati sono protette da soldati delle Forze Armate Rivoluzionarie (FAR), che custodiscono anche i centri statali. In questo modo la popolazione non ha timore dei furti, che in altri paesi sono una delle principali cause per cui la popolazione rifiuta l’idea di abbandonare le proprie case.

 

A Cuba funziona oltretutto una cultura della partecipazione, che va per mano con la decentralizzazione dei servizi. Per affrontare gli inevitabili tagli della corrente elettrica che gli uragani provocano, Cuba utilizza alcuni equipaggamenti che funzionano a diesel per generare elettricità in modo indipendente. Le più importanti istituzioni statali hanno generatori propri per le situazioni di emergenza, così come gli ospedali.

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ven

15

set

2017

USA E 11 SETTEMBRE

 

Gli USA e l’11 Settembre: uno yihaidismo inetto ed un gasdotto fallito

 

di Nazanin Armanian (*)

 

Sedici anni dopo gli attentati dell’11 settembre che giustificarono l’affare della guerra infinita contro il terrorismo yihaidista, la minaccia terroristica si va estendendo con sempre maggiore forza. In Afganistan, paese ubicato nel cuore dell’Asia Centrale che, poichè ha una frontiera in comune con la Cina, l’Iran, gli “spazi ex sovietici” e l’India, si è trasformato nel territorio più strategico del mondo per gli USA, visto che Washington ha utilizzato questa turba polpotiana in quattro occasioni concrete: 

 

Tra il 1978 e il 1991, quando patrocinò l’estrema destra islamica e cristiana alle frontiere con l’Unione Sovietica come uno strumento in più nella sua lotta contro le forze della sinistra a livello mondiale. In nome dell’Islam, una banda di delinquenti yihaidisti venne inviata dal Pakistan a portare il terrore: attentarono contro circa 2.000 scuole (uccisero la totalità degli studenti del liceo di Kabul) e distrussero le infrastrutture del paese socialista (centrali elettriche, fabbriche, ospedali, circa mille cooperative contadine, ecc.). La CIA creò terroristi professionali nei suoi centri di addestramento in Pakistan, grazie al denaro dell’Arabia Saudita. Ronald Reagan e Margaret Thatcher li chiamavano “lottatori per la libertà”. 

 

Tra il 1991 e il 1996, una volta ottenuta la disintegrazione dell’URSS, l’obiettivo degli USA sarà il dominio economico e militare dello spazio lasciato libero dai sovietici. Nel 1992 la CIA e gli yihaidisti rovesciano il governo socialista del dottor Najibullah e lo assassinano insieme alla sua famiglia. Sono anni in cui gli USA cercano:

 

  • Di impedire la ricostruzione dello spazio post-sovietico sotto l’ombrello di Mosca;

  • Di costruire basi militari nelle vicinanze di Cina, Russia, Iran e India;

  • Di prendere il controllo della via energetica dell’Asia Centrale e dell’Oceano Indiano;

  • Di impadronirsi delle ricchezze delle repubbliche ex sovietiche: l’uranio del Kazakistan, la terza riserva mondiale; l’oro del Kirghisistan; la grande industria cotoniera dell’Uzbekistan; le immense riserve di acqua dell’Asia Centrale-Caspio; e, soprattutto, il gas del Turkmenistan, la quarta riserva mondiale. Occupare l’Afganistan sarebbe stato l’unico modo di accedere a queste risorse. Si mise così in marcia il progetto del gasdotto transafgano “TAPI” (Turkmenistan, Afganistan, Pakistan , India) che avrebbe portato il gas dal Caspio  fino al Mar Arabico. Così non solo si strappava alla Russia il controllo economico-politico su quelle repubbliche ma questo avrebbe permesso agli USA di aumentare il loro potere sull’India, grande consumatrice di energia;

 

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lun

11

set

2017

L'EREDITA' DI ALLENDE

 

L’eredità di Allende

 

Editoriale di “Punto Final” (*)

 

 Rovesciato l’11 settembre 1973 con un cruento golpe militare che né il suo governo né i partiti popolari erano in condizioni di affrontare, Salvador Allende entrò nella storia, tuttavia, con il piglio di un leader vittorioso. La sua eredità politica e morale fornisce insegnamenti importanti per i rivoluzionari di oggi. 

In primo luogo, la sua coerenza politica ed il suo coraggio personale, che gli fecero impugnare il fucile per resistere alla Moneda insieme ad un pugno di coraggiosi. Con le sue stesse parole: pagava con la sua vita la lealtà del popolo. La sua immolazione fu un atto cosciente di ribellione per non umiliarsi davanti al tradimento e al crimine dei generali e degli ammiragli. In altre circostanze avrebbe sicuramente guidato la resistenza di un popolo armato e di unità militari costituzionaliste. L’unica cosa che non passò per la mente di Allende nel palazzo in fiamme fu di arrendersi e di negoziare le condizioni di un onorevole esilio. I suoi ultimi messaggi per radio e la sua decisione finale lo coprirono di gloria e, allo stesso tempo, seppellirono nell’infamia i golpisti, la cui vigliaccheria morale venne confermata dai loro crimini e dall’arricchimento illecito dei terribili anni che seguirono.  

Non fu solo il suo coraggio e la sua coerenza. Salvador Allende lasciò anche altri insegnamenti. Ad esempio la sua instancabile perseveranza nel forgiare l’unità dei settori popolari, unità intesa quale fattore essenziale di un processo rivoluzionario. Per molti anni Allende progettò anche la nazionalizzazione del rame quale tema legato all’esercizio effettivo della sovranità nazionale. Questa rivendicazione era ben lontana dal dibattito politico quotidiano quando Allende la scelse come bandiera di lotta. Per lungo tempo la sua fu una voce nel deserto.

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gio

07

set

2017

Bombe Molotov: quelle buone e quelle cattive

 

Bombe Molotov: quelle buone e quelle cattive

 

di Atilio Boron (*)

 

Nel loro accelerato processo di putrefazione morale, i portavoce della destra e la stampa egemonica dell’Argentina si stracciano le vesti di fronte alla scalata violenta che sta avendo luogo in questi ultimi giorni nel quadro delle proteste per la sparizione forzata di Santiago Maldonado (giovane sparito in agosto durante la repressione di una protesta del popolo mapuche, n.d.t.).

 

Nella città di Buenos Aires e in El Bolson (cittadina della provincia meridionale del Chubut, n.d.t.) le manifestazioni contro questo fatto, un mese dopo, sono finite con gravi scontri tra alcuni gruppi usciti da pacifiche manifestazioni di massa – che nel caso di Buenos Aires hanno visto centinaia di migliaia di persone nella Plaza de Mayo – e le forze di sicurezza.

 

 I manifestanti si erano riuniti per protestare contro la sparizione forzata del giovane artigiano per mano della Gendarmeria Nazionale, contro la scandalosa indifferenza del governo nazionale – difficile da distinguere da una attiva copertura del crimine – e contro il non meno vergognoso atteggiamento della Giusizia federale che nelle sue indagini ha dimostrato un’inettitudine che assomiglia troppo alla complicità.  

 

Sarebbe ingenuo ignorare che alcune delle violenze e dei vandalismi di venerdì sono stati indotti – e anche eseguiti – da alcuni oscuri angoli dell’apparato statale (traduzione: “servizi”) con l’obiettivo di sviare l’attenzione della cittadinanza. Per questo non è casuale che poco dopo quanto successo, i principali titoli di stampa, della radio e della televisione dell’olilgarchia mediatica siano stati sugli incidenti e non sulla tenebrosa mancanza di informazioni su dove sia Santiago Maldonado e sul fatto che la sua sparizione costituisce un crimine di lesa umanità. 

 

Centinaia di immagini illustrano l’aggressione con bombe Molotov ai gendarmi a El Bolsòn, l’aggresisone con pietre e oggetti contundenti contro la polizia, a negozi ed edifici pubblici e privati a Buenos Aires, l’erezione di barricate sull’Avenida de Mayo, il rogo di cestini.

 

In uno sfoggio di malafede e di bugie, la destra ora condanna senza attenuanti le tattiche violente che per tre mesi ha invece celebrato come una manifestazione piena di speranza della vitalità della società civile in ….. Venezuela.

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mar

05

set

2017

L’URAGANO HARVEY

 

L’uragano Harvey non è venuto dal nulla

 

di Naomi Klein (*)  

 

Adesso è il momento di parlare del cambio climatico e di tutte le altre ingiustizie del sistema – dal fare arresti e interrogatori basati sul profilo razziale all’austerità economica – che trasformano disastri come Harvey in catastrofi umane.  

Cercate la copertura mediatica sull’uragano Harvey e sulle inondazioni a Houston e sentirete parlare del fatto che una pioggia come questa non ha precedenti. Ascolterete come nessuno l’abbia visto arrivare e quindi come nessuno potesse prepararsi adeguatamente. 

Di quanto ascolterete, molto poco si riferisce al perché questi eventi climatici senza precedenti, storici, succedono con tanta regolarità che chiamarli storici è già diventato un cliché meteorologico.

 In altre parole: non ascolterete parlare molto, se anche se ne parla, del cambio climatico.  

Questo, ci dicono, è perché si cerca di non politicizzare una tragedia umana che è ancora in corso; il che è comprensibile, ma qui sta il problema: ogni volta che ci comportiamo come se un fatto meteorologico venisse dal nulla, come una qualche azione di Dio che nessuno poteva predire, i giornalisti prendono una decisione profondamente politica. Si tratta della decisione di non ferire sentimenti ed evitare discussioni, a costo della verità, per difficile che sia. 

Perché la verità è che questi eventi sono stati previsti da molto tempo dagli scienziati che si occupano del clima.   

I sempre più caldi oceani creano tormente più potenti. I sempre più alti livelli degli oceani implicano che queste tormente arrivino a luoghi che prima non raggiungevano. Le temperature sempre più calde danno luogo a precipitazioni sempre più estreme: lunghi periodi di siccità interrotti da massicce tormente di neve o di pioggia invece degli stabili e prevedibili schemi con cui la maggioranza di noi è cresciuta.

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lun

04

set

2017

GIUSTIZIA BORGHESE

 

In una società divisa in classi, sotto la dittatura del capitale dove lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e legale, la giustizia dei padroni continua a concedere l'impunità e la licenza di uccidere a padroni e manager responsabili della morte di migliaia di operai e lavoratori. 

 

ILGIORNO.IT 

 

Amianto ex Alfa, le motivazioni della sentenza: "Impossibile accertare responsabilità".  

I dirigenti delle case automobilistiche erano accusati di omicidio colposo nel processo con al centro una quindicina di casi di operai morti per forme tumorali provocate, secondo l'accusa, dall'esposizione all'amianto.   

Arese, 4 settembre 2017 - Depositate le motivazioni della sentenza con cui, nel mese di maggio, il Tribunale di Milano ha assolto con formula piena Paolo Cantarella e Giorgio Garuzzo, rispettivamente ex amministratore delegato e presidente di Fiat Auto, e altri tre ex manager Alfa e Lancia. I dirigenti delle case automobilistiche erano accusati di omicidio colposo nel processo con al centro una quindicina di casi di operai morti per forme tumorali provocate, secondo l'accusa, dall'esposizione all'amianto. Un passaggio delle motivazioni spiega come non sia stato "possibile accertare" se l'amianto, presente nello stabilimento dell'Alfa Romeo di Arese tra la metà degli anni '70 e metà anni '90, "abbia causato o concorso a causare i decessi per tumore polmonare o mesotelioma pleurico dei 15 lavoratori che" in quella fabbrica "hanno prestato per molti anni la loro attività, né a chi siano attribuibili tali decessi". 
Il verdetto di assoluzione, emesso dal giudice della nona sezione Paola Braggion, era stato in linea con gli altri recenti verdetti del Tribunale milanese che hanno assolto manager di grandi imprese che erano imputati per omicidio colposo e lesioni colpose per casi di lavoratori morti o ammalati per mesotelioma o altre forme tumorali dopo essere stati esposti senza misure di prevenzione, secondo l'accusa, all' amianto.
 

Come si legge nelle motivazioni del giudice Braggion, il processo ha dimostrato che "nel caso dei lavoratori deceduti per neoplasie polmonari di varia natura o di mesotelioma non verificabile con sufficiente certezza", non è stato «accertato, oltre ogni ragionevole dubbio, il nesso causale tra l'esposizione ad asbesto e la patologia che li ha condotti a morte". In altri casi, poi, si legge ancora nelle motivazioni, "verosimilmente e presuntivamente l'amianto aerodisperso nello stabilimento di Arese e inalato dai lavoratori ha contribuito a farli ammalare, ma non è possibile attribuire causalmente la responsabilità per tali patologie e i conseguenti decessi alle condotte dell'uno o all'altro degli imputati che, in determinati e non lunghi periodi di tempo, hanno rivestito posizioni di vertice nelle società Alfa Romeo e Fiat". I lavoratori, prosegue il giudice, "sono stati esposti indirettamente ad amianto nello stabilimento di Arese" e anche in "altre esperienze extralavorative" o "occupazionali prima dell'assunzione in Alfa" e "non si è potuto acclarare in alcun modo, quando ciascuno di essi abbia contratto irrimediabilmente e irreversibilmente la malattia, cioè quando si sia conclusa la fase di induzione, non determinabile in termini di mesi o anni dalla prima esposizione". 

 

 

 

mer

30

ago

2017

AFGANISTAN: PARADOSSI DELLA STORIA

 

Afganistan: paradossi della storia

 

di Guadi Calvo (*)

 

Lunedì 21 agosto il presidente statunitense Donald Trump, durante il suo discorso a Fort Myer in Virginia, ha annunciato l’imminente invio di truppe in Afganistan, cambiando brutalmente la direzione delle sue promesse in campagna elettorale. Trump, trionfalisticamente, ha detto: “Le nostre truppe lotteranno per vincere e per impedire che i talebani si impossessino dell’Afganistan e per fermare gli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti prima che vengano progettati”. Nel discorso Trump ha pronunciato la parola “vittoria” quattro volte e “sconfitta” (del nemico) sette, ma non ha spiegato il come.

 

Vari congressisti di ultra-destra, compreso l’influente John McCain, si sono lamentati del ritardo della decisione di Trump rispetto all’Afganistan. 

 

 

Questo cambio di direzione nella politica estera è strettamente legato alla rinuncia di Steve Bannon, un ultra-destro anti establishment, figura fondamentale nella vittoria elettorale di Trump e ideologo del “gli Stati Uniti per prima cosa”, direttore dell’influente sito Breitbart News. Critico rispetto agli interventi militari di George W.Bush e di Barak Obama, Bannon ha dovuto dare le dimissioni giovedì 17, proprio quando Trump aveva già deciso l’azione contro l’Afganistan.

 

Bannon è uscito dal governo dopo una sanguinosa lotta interna con il generale James Mattis, capo del Pentagono e veterano dell’Afganistan, che non per niente viene chiamato “cane pazzo”, e con il segretario di Stato Rex Tillerson, i quali scommettono su un intervento aperto per risolvere la questione afgana in cui, dopo 16 anni di invasione, più di 700.000 milioni spesi e 2.600 morti americani, il fondamentalismo si radica ogni giorno con più forza.

 

Bannon era dell’idea di utilizzare “contrattisti” (mercenari) per sostituire le truppe statunitensi, e concentrare tutta l’attenzione nella “guerra economica con la Cina”. Erik Prince, fondatore della sinistra Blackwater, si era offerto di inviare 5.500 dei suoi contrattisti.

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mar

29

ago

2017

VIOLENZA POLIZIESCA

 IlFattoQuotidiano.it / BLOG / di Francesca Fornario 

Migranti Roma, agli sgomberi io c’ero e ho visto chi sono i violenti 

 

di Francesca Fornario | 26 agosto 2017 

Giornalista e autrice satirica 

Devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio“, grida il poliziotto durante lo sgombero. Il bilancio delle cariche a piazza Indipendenza sarà infatti di piedi e nasi rotti, lividi che passeranno e ferite che no, perché si cancella il sangue dall’asfalto ma non il segno che lascia assistere, da bambino, alle manganellate inflitte a tuo padre dai poliziotti armati che irrompono in casa all’alba (è questo che ricorderanno le decine di bambini portati via a forza dallo stabile in cui vivevano da cinque anni). 

E tutti, sui social, a prendere le parti, convinti da una narrazione giornalistica sciatta e in malafede che le parti in campo fossero poliziotti contro migranti, “Che però uno ha lanciato una bombola del gas”. “Che però era vuota”. Convinti che tra loro vadano cercati i violenti. Le testimonianze dei presenti circolano secondo la risonanza che trovano: “Ma quella donna l’hanno sbattuta a terra con l’idrante e poi le usciva il sangue dal naso e da un’orecchio!” (commento su Facebook). “La carezza del poliziotto a una migrante disperata” (home page di Repubblica). 

A piazza indipendenza io c’ero. Avrei potuto scrivere ieri di quello che ho visto, ho preferito scrivere oggi di quello che so, perché temo che si scriva solo degli effetti e non delle cause; solo della violenza in piazza – raccontata con parole sbagliate: “gli scontri”, che in realtà sono cariche, una parte armata ne carica una disarmata – e non, invece, della violenza più impetuosa e virulenta che innesca le cariche, generando l’esclusione sociale che porta alle occupazioni abusive e agli sgomberi.

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mar

22

ago

2017

Barcellona, colpevoli e responsabili: al di là del terrorismo

Barcellona, colpevoli e responsabili: al di là del terrorismo

di Marcos Roitman Rosenman (*)

 

Alle 12 di venerdì 18 agosto la Spagna è entrata in catarsi. In tutti i municipi dello Stato sono stati convocate manifestazioni di condanna degli attentati terroristici che hanno scosso Barcellona e Cambrils. Due camionette, guidate da giovani la cui età va dai 17 ai 30 anni, hanno investito i passanti nell’intervallo di un’ora. A Barcellona 14 vittime e più di 100 feriti; a Cambrils i cinque terroristi sono stati uccisi dalla polizia autonoma. Il modus operandi è una copia di quanto accaduto a Londra e Parigi.

Mentre si faceva silenzio, a Barcellona – in modo spontaneo – gli intervenuti alle manifestazioni hanno intonato la parola d’ordine “Non ho paura!”. Un modo di ricreare la fiducia, di recuperare il senso del normale, di cominciare il lutto e onorare le vittime.

Purtroppo nulla sembra indicare che la paura sia sparita. Coscienti, forse, della gravità della situazione, quella frase risponde alla necessità di fermare l’inevitabile.

 

Questi attentati giungono per restare. La loro spuria origine si trova nelle azioni delle cosiddette truppe alleate dell’Occidente, guidate dagli USA, che invadono paesi come Afganistan, Iraq, Libia, fomentano le guerre in Siria e destabilizzano governi considerati nemici. 

 

Che altro significano le parole di Mariano Rajoy (capo di stato spagnolo, n.d.t.) che afferma che si combatteranno sempre coloro che vogliono distruggere il nostro modo di vita e i nostri valori? O, meglio ancora, quando segnala con decisione che il problema è globale e che la battaglia contro il terrorismo è vinta? In altre parole, l’Occidente si considera il padrone del mondo e gli USA si proclamano difensori dei valori che – dice Rajoy –appartengono loro per diritto proprio. Persino lo stesso Donald Trump – che non ha problemi a difendere i suoi amici del KKK (Ku Klux Klan, organizzazione razzista USA, n.d.t.) e, en passant, a promuovere interventi militari a destra e a sinistra – mette in mostra il suo dispiacere e condanna gli attentati di Barcellona.

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mar

22

ago

2017

GAZA E BARCELLONA

 

Gaza e Barcellona: stessi attentati, diverse reazioni

 

di Leandro Albani (*)

 

Giovedì mattina un attentato suicida ha scosso la Striscia di Gaza, quella fragile porzione di territorio che appartiene ancora alle/ai palestinesi. Un giovane che cercava di passare in l’Egitto si è fatto saltare ad un posto di frontiera, mettendo fine alla sua vita e a quella di un agente di sicurezza del Movimento di Resistenza Islamica Hamas, che governa la Striscia dal 2007. Lo scoppio ha anche provocato 5 feriti. Secondo i mezzi di comunicazione, il giovane suicida potrebbe aver avuto legami con lo Stato islamico (Isis o Daesh). 

 

Fino al pomeriggio di giovedì, quando è successo l’attentato nella città di Barcellona, nessun canale televisivo né alcuno degli “importanti” governanti di questo mondo ha detto nulla su quanto successo a Gaza. Di più, nessuno pare essersi commosso per quanto succede nella Striscia. 

 

Forse perché a Gaza è morta solo una persona. O, forse, perché ai grandi mezzi di comunicazione ed ai potenti governanti del mondo non importa cosa succede a Gaza, quei 360 km. quadrati sul mar Mediterraneo, una regione sottoposta a blocco e castigata dallo Stato di Israele; un territorio che gode solo di alcune ore di corrente elettrica al giorno, nel quale gli ospedali non ricevono forniture, dove la disoccupazione è del 60%, dove i suoi abitanti si svegliano per sopravvivere e con la speranza che l’aviazione israeliana non li bombardi.  Gaza, come una volta ha affermato l’intellettuale e linguista statunitense Noam Chomsky, è il carcere a cielo aperto più grande del mondo. 

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lun

07

ago

2017

ASSEMBLEA COSTITUENTE IN VENEZUELA

Il Venezuela e l’Assemblea Costituente: poco o tanto?

di Atilio Boron (*); da: alainet.org; 31.7.2017

 

Poche volte sono state celebrate elezioni in un contesto così segnato dalla violenza come quelle di  domenica scorsa in Venezuela. Ci sono poche esperienze simili, in Libano, Siria e Iraq. Forse nei Balcani durante la disintegrazione della ex Yugoslavia. Dubito che in alcun paese europeo, o persino negli Stati Uniti, si sarebbe celebrata una qualsiasi elezione in un contesto simile a quello venezuelano.

 

Per questo il fatto che 8 milioni di persone abbiano sfidato la destra terroristica con i suoi sicari, piromani, saccheggiatori e franco-tiratori e dato il loro voto dimostra il radicamento del chavismo nelle classi popolari e, oltretutto, un coraggio deciso di lottare per la pace e rifiutare la violenza. E quando il CNE (Commissione Elettorale Nazionale) dice che hanno votato 8.089.320 persone è proprio così, un dato doppiamente certificato dal certificato elettorale e dalle impronte digitali di ogni votante.

 

Il materiale è là, soggetto alla verifica da parte dell’opposizione o di osservatori indipendenti, contrariamente a quanto successo nella pantomima della MUD (il cartello elettorale  della destra venezuelana, n.d.t.) il 16 luglio dove, in un’esilarante innovazione dell’arte e della scienza politica, sono stati ammessi votanti con o senza documenti, senza controllo di quante volte avessero votato, per poi bruciare tutti i registri una volta terminato il risplendente conteggio dei 7 milioni e mezzo di voti che – mentendo – dicono di aver ricevuto.

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ven

04

ago

2017

MURAGLIA DELL'AMERICA LATINA

 

Muraglia dell’America Latina

 

di Stella Calloni (*)

 

Il governo ed il popolo del Venezuela sono, in questi duri tempi di avanzata dell’impero nella Nostra America, la muraglia che si eleva in una guerra contro-insurrezionale di bassa intensità e di quarta generazione, di estrema violenza. 

 

E’ esattamente di ‘quarta generazione’ la più brutale guerra mediatica che stiamo vivendo nella nostra regione, nel golpismo del Secolo XXI e nel progetto della potenza imperiale – gli Stati Uniti – per portare avanti il proprio piano geo-strategico di ricolonizzazione della nostra America. Sbaglia chi pensa che si tratti solo di un ritorno conservatore o neo-liberista. E’ un avanzamento colonizzatore, perché la decisione degli Stati Uniti è quella di prendere il controllo totale del suo cosiddetto “cortile posteriore”, a partire dall’apparizione di nuove potenze che hanno tagliato in un colpo solo l’unilateralismo con cui essi avanzavano sul mondo. 

 

Paul Wolfowitz, il grande consigliere dei presidenti nordamericani, aveva chiarito già nel 1992, dopo la caduta del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, che era il momento di avanzare in un’espansione globale, senza limiti e senza frontiere. A questo servì il mai chiarito “attentato” alle Torri Gemelle e la loro strana implosione nel settembre 2001. Immediatamente, gli USA dichiararono la guerra infinita e cancellarono le sovranità nazionali in tutto il mondo. In Yugoslavia avevano già sperimentato come, usando  l’arma della disinformazione che consiste nel trasformare la menzogna in un’arma di guerra a livello globale, potevano godere dell’assoluta impunità. A questo aggiunsero l’enorme capacità di eseguire falsi attentati, per farsi strada ovunque volessero in nome della lotta al terrorismo o al narcotraffico. 

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dom

30

lug

2017

Dobbiamo davvero la modernità al capitalismo?

 

Dobbiamo davvero la modernità al capitalismo?

 

La “narratura” del capitalismo

 

(n.d.t.: narratura: fusione di narrazione e natura)

 

di Jorge Majfud (*)

 

Una delle affermazioni che gli apologeti del capitalismo ripetono più spesso e che meno viene messa in discussione è quella che dice che esso è stato il sistema che più ricchezza e più progresso ha creato nella storia. Gli dobbiamo Internet, gli aerei, YouTube, i computers da cui scriviamo e tutti gli avanzamenti medici e le libertà sociali e individuali che ci troviamo oggi.

 

Il capitalismo non è il peggiore né il meno criminale dei sistemi che sono esistiti, ma questa interpretazione arrogante è, oltretutto, un sequestro che l’ignoranza fa alla storia.

 

In termini assoluti il capitalismo è il periodo (non il sistema) che ha prodotto più ricchezza nella storia. Questa verità sarebbe sufficiente se non considerassimo che è tanto ingannevole quanto, negli anni ’90, le parole di un ministro uruguayano che si inorgogliva del fatto che durante il suo governo si erano venduti più telefoni cellulari che nel resto della storia del paese.

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gio

27

lug

2017

ISRAELE

 

Ogni israeliano dovrebbe leggere le ultime volontà e il testamento dell’attaccante palestinese

 

di Gideon Levy (*)

 

 

 

Ogni israeliano dovrebbe leggere il testamento di Omar al-Abed. Il vero tradimento non è leggere le sue ultime parole. Il vero tradimento è pensare che altri metal detectors e altri assassinii selettivi, più incarcerazioni e più demolizioni di case, più torture e più spoliazioni potranno prevenire i numerosi attacchi che avverranno. Il vero tradimento è ficcare la testa nella sabbia.

 

 

 

Senza negare l’orrore della sua terribile azione, ogni israeliano deve fare attenzione alle parole di Abed e trarne le inevitabili conclusioni. Perché tutta la Cisgiordania, e naturalmente la Striscia di Gaza, si trasformeranno in un Omar al-Abed, non sappiamo quando. Chiunque pensi che potrebbe essere diverso, deve guardare alla storia. In questo consistono l’occupazione e la conseguente resistenza: in un grande ed inutile spargimento di sangue.

 

 

 

Queste sono le mie ultime parole”, ha scritto il giovane proveniente dal villaggio cisgiordano di Kobar, prima di andare ad uccidere i coloni nella vicina colonia di Halamish. “Sono giovane, non ho ancora 20 anni. Avevo molti sogni e molte aspirazioni, ma che razza di vita è questa, in cui le nostre donne e i nostri giovani vengono assassinati senza giustificazione?”. 

 

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mer

26

lug

2017

IL VOTO E LA LOTTA

 

Anteprima di nuova unità

 

 

IL VOTO E LA LOTTA

 

Le elezioni amministrative svoltesi a giugno 2017 che hanno interessato oltre 9 milioni di elettori al di la delle chiacchiere sanciscono una sempre più netta distanza fra la politica e i bisogni delle persone e una sconfitta della democrazia borghese delegata. 

 

Il numero dei votanti alle elezioni comunali 2017 è stato ovunque in calo. L’11 giugno  l’affluenza alle urne a livello nazionale è stata del 60, 07%, in calo rispetto alla tornata precedente (68%), mentre c’è stato un crollo più grande dell’affluenza nei 139 Comuni della Lombardia dove ha votato solo il 55% degli aventi diritto.

 

Il crollo dei votanti è stato ancora più massiccio ai ballottaggi, dove la percentuale degli elettori che si è recata ai seggi domenica 25 giugno è stata del 46,03%. 

 

Il primo dato DA RILEVARE e’ l’altissima percentuale di astensioni, MA AI PARTITI come sempre INTERESSA DI PIù PARLARE DI CHI hA VINTO E DI CHI HA PERSO LE POLTRONE CHE DEL vero risultato della competitizione: cioè la vittoria dell’astensionismo.

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lun

24

lug

2017

Morti di lavoro. L’esempio perfetto

 

Morti di lavoro

 

L’esempio perfetto

 

di Daniela Trollio 

 

I fatti

 

Il 18 giugno 2013 Khaled Farouk Abd Elhamid, un giovane operaio di 34 anni, moriva mentre smontava il palco del concerto appena dato dai Kiss al Forum di Assago (Milano). Khaled era rimasto schiacciato tra la parete del montacarichi e uno dei 6 pesanti carrelli con ruote che vi stava caricando.

 

Quasi 4 anni dopo il Tribunale di Milano – sempre “celere” quando si tratta di morti sul o di lavoro – ha emesso la sua sentenza, su cui torneremo tra poco. 

 

Per emettere la sentenza, il tribunale ha dovuto ripercorrere una lunga catena, quella degli appalti. Facciamolo anche noi. Prima di tutto abbiamo:  (1) la società americana dei Kiss, la Gapp 2002, partecipe all’organizzazione, che però per l’allestimento del palco aveva stipulato un contratto con (2) la Barley Arts Promotion la quale, per l’allestimento del palco, aveva firmato un contratto con la (3) Cooperativa Working Crew che, a sua volta, per la “somministrazione” di altri operai aveva fatto un contratto con (4) la Cooperativa Work in Progress. Tranquilli ….. l’elenco è finito. 

 

Le condizioni in cui dovevano lavorare quella sera Khaled e gli altri tre suoi compagni erano le seguenti: “gli era stato consegnato un braccialetto giallo ed erano state impartite direttive da un uomo alto e tatuato. Nessuna formazione e informazione relativa ai rischi”. Uno dei suoi compagni di lavoro le ha poi descritte così durante il dibattimento: “Non conosco la sede della cooperativa, non ci sono mai stato, non ho mai parlato con nessuno. Un amico mi telefona quando c’è qualche lavoro da fare, mi dice dove andare e dopo un po’ di tempo che ho lavorato mi fa avere i soldi”.

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mer

19

lug

2017

Il popolo venezuelano ha nuovamente sconfitto, nelle urne, un tentativo di colpo di Stato

 

Il popolo venezuelano ha nuovamente sconfitto, nelle urne, un tentativo di colpo di Stato

 

Di Guillermo Cieza (*)  

 

Domenica 16 luglio il chavismo e l’opposizione hanno misurato le loro forze sul terreno elettorale in due consultazioni, diverse ma contemporanee.  

 

Il chavismo è stato convocato  – dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) –   a partecipare alla prova elettorale che si fa prima di ogni elezione per verificare il funzionamento dei seggi elettorali di voto, il sistema elettronico di conteggio, ecc.

 

L’opposizione ha partecipato ad una Consulta Popolare convocata dalla MUD (raggruppamento dei partiti di estrema destra, n.d.t.), che non era legale ma che, in termini politici, era stata pensata per dimostrare al mondo che la maggioranza dei venezuelani vogliono che il presidente se ne vada da Miraflores (il palazzo presidenziale, n.d.t.). 

Se la votazione fosse stata maggioritaria, il piano golpista si proponeva di farne il punto di forza per proclamare un governo parallelo e, da quello, chiedere l’intervento straniero, come Vicente Fox (presidente del Messico e osservatore alla consulta, n.d.t.) e Laura Chincilla (ex presidentessa del Costarica e osservatrice alla consulta, n.d.t.) (di Messico e Costarica, entrambi di destra), oltre alla macchina mediatica internazionale, si proponevano.  

Non ci sono ancora cifre ufficiali su quanti hanno partecipato alla prova elettorale obbligatoria precedente all’elezione dell’Assemblea Costituente convocata dal governo, e non ce ne saranno per quello che riguarda i partecipanti alla consultazione elettorale dell’opposizione perché l’opposizione stessa ha già bruciato i documenti elettorali.

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lun

17

lug

2017

Venezuela: l’opposizione raddoppia la scommessa

Venezuela: l’opposizione raddoppia la scommessa

 

Di Atilio Boron (*)

 

Solo gli ingenui possono non accorgersi che l’opposizione venezuelana sta adoperando una strategia a due punte per rovesciare il Governo costituzionale del paese.

 

Un settore ha scelto di scatenare la violenza nelle sue varianti più aberranti come modo di costruire l’immagine di una “crisi umanitaria” – prodotto della scarsezza pianificata di prodotti di prima necessità e dell’orgia di attacchi, saccheggi, “guarimbas”, rogo di persone vive e attentati con bombe molotov a scuole e ospedali – che serva da preludio ad un’invasione non meno “umanitaria” del Comando Sur (USA) e, applicando la ricetta utilizzata in Libia per rovesciare Gheddafi, produrre il desiderato “cambio di regime” in Venezuela. 

 

C’ un settore della destra che non è d’accordo con questa metodologia perchè intuisce che la fine potrebbe essere una guerra civile in cui le masse chaviste, tranquille per ora, potrebbero dare battaglia e mettere fine allo scontro infliggendo una schiacciante sconfitta ai golpisti. Ma quest’ala dell’opposizione, chiamiamola istituzionale o “disposta al dialogo” (anche se in realtà non è nè l’uno nè l’altro) è stata per mesi sottomessa all’intimidazione o – più chiaramente –al ricatto della frazione violenta, che riteneva un’inqualificabile tradimento il solo sedersi a negoziare con il governo un’uscita non violenta dalla crisi. 

 

Ma ora le cose sembrano cambiare e non per il meglio. Perchè? Perchè, a quanto sembra, le strategie di entrambe le fazioni sono state unificate dalla bacchetta che dagli USA tiene in mano il Comando Sur (il binomio terrorista formato dall’Ammiraglio Kurt Tidd e dall’ex ambasciatrice in Paraguay e Brasile in tempi di colpi di stato, Liliana Ayalde). A causa di questo i settori “disposti al dialogo” hanno convocato, per la prossima domenica 16 luglio, un plebiscito o “consulta sovrana” che non è altro che l’anticamera di un golpe di stato, perchè in questa consultazione si chiederà alla cittadinanza se vuole o no un cambio immediato di governo e, contemporaneamente, si decreterà l’illegittimità della legale e legittima convocazione dell’Assemblea Nazionale Costituente programmata per il 30 luglio e che ha registrato già più di 55.000 candidature in tutto il paese. Ma l’opposizione non vuole aspettare tutto questo tempo e men che meno battersi in un’elezione con tutte le regole. Per questo ha messo in atto questo esercizio assolutamente informale, senza alcun tipo di garanzie né registrazioni, senza norme nei conteggi e controlli pubblici in un paese dove, come assicurava l’ex presidente James Carter, il sistema elettorale è più trasparente e affidabile di quello USA.

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mer

12

lug

2017

4 LUGLIO - DICHIARAZION I

 

Dichiarazioni

 

di David Brooks (*)

 

Il 4 luglio, Giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti, è stato festeggiato come sempre, un giorno di patriottismo commercializzato senza grande coscienza di cosa è o di cosa significhi questa data; ma questa volta c’era un inquietudine, un dubbio e persino un po’ d’angoscia perché questo paese è sul punto di cancellare i principi su cui dice di essere nato nel 1776.

 

 

 

Non ci sono state grandi espressioni pubbliche di questo. Nelle strade alcuni, molto patriottici, si sono vestiti con i colori nazionali, altri si sono avvolti nella bandiera nazionale (dimenticando che questo, cinquant’anni fa, era visto come un sacrilegio, e che furono gli hippies ed altri che, negli anni ’60, osarono farlo come parte della loro protesta). Si è mangiato molto: troppi hot dogs e hamburgers (considerati il cibo più ‘gringo’ ma che sono, in realtà, come quasi tutto il resto tranne gli indigeni, regali degli immigranti, in questo caso di quelli tedeschi).

 

La giornata è culminata con il tradizionale spettacolo di fuochi artificiali (regalo dei cinesi), mentre suonava una strana mescolanza di canzoni patriottiche e di rock light. E, naturalmente, l’inno nazionale,  che – come ricordava brillantemente anni fa Laurie Anderson (musicista e scrittrice statunitense, n.d.t.) – è, forse, l’unico al mondo che è pieno di domande e dubbi, a cominciare dal suo primo verso: ““Oh, say can you see?” (“Oh, dimmi… puoi vedere o no? …non si sa”).

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dom

02

lug

2017

COLPO DI STATO IN VENEZUELA

 

Venezuela: la destra accelera il momento del Colpo di Stato

 

di Marco Teruggi (*) 

 

La destra accelera il momento, spinge il bottone di ognuna delle variabili, prova a spezzare la correlazione di forze, il Colpo di Stato. Lo hanno annunciato: hanno i mesi di giugno e luglio per ottenere l’obiettivo. Hanno dichiarato che, sotto la protezione dell’art. 350 della Costituzione, non riconoscono il Governo, non riconoscono l’appello all’Assemblea Nazionale Costituente e si organizzeranno per impedire che abbiano luogo le elezioni dei costituenti il 30 luglio. 

 

La traduzione di queste parole è stato l’aumento degli scontri dei poteri statali attraverso il Procuratore generale e l’Assemblea Nazionale, tentativi senza troppo successo dell’Organizzazione degli Stati Americani, la pressione dei media, l’acutizzazione degli attacchi all’economia ed una accelerazione della violenza, il terrore nelle strade e l’attacco ai corpi di sicurezza delo Stato, in particolare la Forza Armata Nazionale Bolivariana (Fanb). 

 

Questo scenario violento ha mostrato elementi di novità nelle ultime settimane. Ha caratteristiche come l’attacco sistematico alla base militare di La Carlota a Caracas, con lo scopo di demoralizzare e spezzare la Fanb, la vicinanza di alcuni focolai di violenza al Palazzo di Miraflores, e il ritorno sulle scene dei danneggiamenti nelle città, come è successo all’inizio di questa settimana a Maracay e in località vicine, dove sono stati dammeggiati più di 40 stabilimenti, negozi privati e sedi di istituzioni pubbliche. Uno schema simile a quello impiegato in più di dieci località del paese nelle settimane precedenti.

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gio

29

giu

2017

Realtà parallela Shocks

 

Realtà parallela

 

Shocks

 

di David Brooks (*)

 

 Membri di Resistenza, un’organizzazione civile composta da gruppi che lottano per la giustizia e la libertà, hanno manifestato ieri nella città di New York contro il presidente Donald Trump.

 

La sensazione di trovarsi in una realtà parallela è costante in un paese che si nasconde ancora dietro i suoi miti, che pretende di non vedere le conseguenze delle sue politiche e delle sue decisioni collettive e che ha un’enorme capacità di giustificare qualsiasi cosa, dalle guerre all’uso della tortura, le armi, le mattanze, l’odio e la paura. E’ una sensazione quotidiana di una tolleranza incredibile davanti all’evidenza – oggigiorno così efficacemente diffusa fino all’ultimo angoletto del paese dalle reti sociali – di cose che non solo violano ma che si burlano persino di ciò che il paese pretende di essere. 

Questi sono solo alcuni esempi dei giorni recenti: 

 

I video delle dichiarazioni preliminari di un paio di psicologi militari - che sono stati obbligati a testimoniare in una causa legale federale intentata dall’Unione Americana delle Libertà Civili (ACLU) in nome di due ex detenuti e della famiglia di un altro che morì in un centro di detenzione statunitense – sono agghiaccianti. Bruse Jessen e James Mitchell, in tono molto professionale, descrivono le tecniche di tortura che progettarono e svilupparono per interrogare i detenuti in siti clandestini della CIA nei mesi successivi all’11 Settembre. Hanno spiegato come elaborarono e applicarono le tecniche – compreso il famoso waterboarding, l’appendere la gente per le braccia, il rinchiuderla in una bara, lo sbatterla contro i muri, sottoporla a temperature estreme ed altro. Niente di nuovo, salvo sentire direttamente le loro voci tranquille che giustificano il tutto con l’obbligo di obbedire agli ordini (nonostante in quel momento stessero lavorando come contrattisti indipendenti, lavoro che gli ha fatto guadagnare 81 milioni di dollari per i loro servizi).

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mar

27

giu

2017

Il totalitarismo corporativo e la novità della guerra

 

Il totalitarismo corporativo e la novità della guerra

 

di Homar Garcès (*)

 

In guerra sono sempre gli stessi a perdere” è una frase detta in una scena del film spagnolo “Soldati di Salamina” e riflette quella che è sempre stata una costante in ogni conflitto bellico che sia avvenuto in qualsiasi luogo del nostro pianeta; cioè perdono coloro che hanno la disgrazia di non avere risorse sufficienti per non essere vittime della violenza e della distruzione scatenate. 

 

Quelli che in epoche passate erano definiti metodi corretti per fare la guerra sono stati sostituiti da altri che, nelle stesse epoche, sarebbero stati condannati da ogni punto di vista etico e morale, dato l’inutile eccesso di crudeltà, di distruzione e di morti di persone di qualsiasi età, osservato ad esempio durante la 2° Guerra Mondiale e, successivamente, nella guerra del Vietnam.

 

Oggi nessuno si sorprende che, ogni giorno, si commettano eccessi contro intere popolazioni indifese, trasformate in bersaglio e scenario di conflitti bellici, generalmente aizzati dalle potenze occidentali con gli Stati Uniti alla guida, come succede da decenni nella regione del Medio Oriente senza che si veda una soluzione definitiva. 

 

Tutto questo rappresenta una nuova metodologia per la dominazione. Anche se sembra inverosimile.

 

Non si può ignorare l’utilizzazione di nuovi e migliori ingranaggi di controllo della vita di intere popolazioni, molte volte senza che queste ne siano coscienti.  

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mer

21

giu

2017

GUERRA PSICOLOGICA IN VENEZUELA

  

Guerra psicologica in Venezuela

 

di Marcelo Colussi (*)

 

Il Venezuela è in guerra. Lo è da molto tempo, ma in questi ultimi mesi tutto indica che questa guerra è entrata in una nuova fase. Coloro che la provocano sembra che abbiano scommesso che questo sia il momento finale di questo scontro. Cioè: una guerra che deve avere uno sbocco; e come in ogni guerra, uno dei due lati che combattono deve vincere ma, in questo caso – da quanto si deduce dai fatti attuali – schiacciando il vinto, non negoziando ma neutralizzandolo completamente, senza lasciare spazio alcuno ad una reazione.

 

Dove ci sono le pallottole, le parole sono di troppo”,  si poteva leggere a volte sui muri di una strada anonima all’inizio di una dittatura sanguinosa, una delle tante che hanno popolato la regione latinoamericana. Quando si passa dalle parole – i simboli, la ricerca del consenso – al fatto concreto  -le pallottole, la violenza dura e pura, l’intervento armato e sanguinario -  l’unica cosa che conta è la forze bruta. E in Venezuela pare che si vada verso questo.

 

Ora: arrivare all’uso della forza bruta, almeno nei termini della dinamica socio-politica, non è qualcosa di semplice, richiede preparazione. Le guerre non spuntano per generazione spontanea. Sono possibili, senza dubbio, (“la violenza è la levatrice dell’umanità”, disse Marx), ma le popolazioni, o le forze armate, non fanno uso della violenza solo per un presunto “spirito aggressivo” sempre pronto ad entrare in azione: è necessario un condizionamento sociale-politico-ideologico-culturale che prepari le condizioni.

 

Solo perché sì (salvo nei casi di disturbi mentali: uno psicotico o uno psicopatico, ad esempio), nessuno uccide il suo vicino. La morale sociale, la colpa si impone. I cosiddetti “normali” (noi che siamo strutturalmente nevrotici) ci facciamo reggere da norme di convivenza: le possiamo trasgredire in qualche circostanza, ma in termini generali le rispettiamo. Il rispetto della norma fa parte di noi.

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gio

15

giu

2017

I robot metteranno fine al lavoro?

I robot metteranno fine al lavoro?

 

di Juan Torres Lòpez (*) 

 

Un’idea che si diffonde come la polvere in questi ultimi tempi è quella che i robot in pochi anni metteranno fine ad una gran parte dei posti di lavoro  esistenti e che milioni di persone rimarranno allora senza alcuna entrata proveniente dal lavoro stesso. Quale prova di questo si utilizzano studi come quello dei professori dell’Università di Oxford Carl Frey e Michael Osborne sul futuro del posto di lavoro. In questi studi si afferma che niente meno che il 47% dei posti di lavoro esistenti oggi negli Stati Uniti è a rischio di sparire per questo motivo. Ma, cosa c’è di vero, o almeno di probabile, in questa minaccia? 

 

Una prima cosa che conviene sapere per rispondere a questa domanda è che i cattivi presagi non sono per niente nuovi.

 

Molti lavoratori distruggevano le macchine alla fine del secolo XVIII perché credevano che queste  avrebbero distrutto i loro posti di lavoro, senza essere coscienti  che il loro effetto era la sparizione di compiti, non del lavoro in generale. Quello che facevano queste macchine era permettere che si potesse ottenere più prodotto per ora lavorata in molte attività (cioè più produttività in termini economici). Ma, grazie a questo, si generavano da un lato più entrate (perché l’entrata è l’altra faccia del prodotto) e, dall’altro, nuove attività produttive necessarie a creare o mantenere le macchine  e anche a soddisfare le nuove domande  generate dalle maggiori entrate di consumatori e imprese. E le due cose permisero di creare più posti di lavoro, quasi sempre in altre attività come ho detto, o anche in luoghi diversi da dove cominciavano a funzionare le macchine ma – in fin dei conti – più posti di lavoro. 

Ma è anche vero, come dimostrerò subito, che quell’effetto di creazione di nuovi posti di lavoro non era necessariamente  automatico, ma si verificava solo se si davano, nello stesso tempo, altre condizioni.

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mar

13

giu

2017

QATAR

 

 

Qatar

 

Dodici motivi di una strana crisi nella regione

 

di Nazanin Armanian (*)

 

E’ possibile che sette alleati degli USA dichiarino una guerra, per il momento diplomatico/economica, contro il Qatar, che è la sede del Comando USA per il Medio Oriente (CENTOCOM), la base più grande posseduta dal Pentagono in tutta la Regione, senza l’autorizzazione della Casa Bianca? Si tratta della prima conseguenza della visita anti-iraniana di Donald Trump in Arabia Saudita, e può essere una crisi trappola per trascinare l’Iran in una guerra regionale, ora che gli USA non si ritengono capaci di affrontare direttamente questa nazione e appropriarsi della prima riserva mondiale di gas e della terza di petrolio.

 

Il pretesto del conflitto sta in alcune dichiarazioni dell’emiro del Qatar – Tamim Bin Hamad Al Thani –in cui egli afferma che una guerra contro l’Iran sarebbe una pazzia, visto che sparirebbero tutti i paesi arabi del Golfo Persico, e che Trump non durerà molto al potere. Si accusa Tamim anche di finanziare i Fratelli Musulmani (FM), che sono considerati terroristi e di destabilizzare i paesi arabi.  

 

Non è stata l’Arabia Saudita che ha aggredito militarmente l’Iraq, il Bahrein, lo Yemen e la Siria? Certo. Il Qatar, come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e gli USA, ha patrocinato il yihaidismo sunnita che opera in Afganistan, Iraq, Yemen, Siria, Libia, Cecenia, Russia, Cina ed Europa. Ma come è possibile aver sostenuto il terrorismo mondiale per anni senza che gli 11.000 soldati  USA di stanza nella regione non se ne siano mai resi conto?

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gio

08

giu

2017

François Houtart

 

François Houtart (1925/2017), una vita dedicata alla lotta per la liberazione dei popoli

 

di Napolèon Saltos Galarza (*)

 

 Dobbiamo trovare un nuovo paradigma di vita contro il paradigma della morte.

 

Il paradigma del bene comune dell’umanità

 

François Houtart

 

 All’alba del 6 giugno 2017 è morto a Quito Francois Houtart, il teologo e sociologo della liberazione dei popoli.

 

Nacque a Bruxelles nel 1925. Fu ordinato sacerdote nel 1949. Dottore in Sociologia all’Università di Lovanio. Molto presto la sua  si fece sentire come una delle voci per il rinnovamento della Chiesa. Nella preparazione del Concilio Vaticano II, il Presidente della Conferenza Episcopale Latinoamericana (CELAM), Dom Helder Camara, lo incarica di sistematizzare la proposta della Chiesa del nostro Continente per presentarla all’apertura del Concilio. 

La sua voce ha accompagnato le lotte dei popoli fin dagli anni ’50 del secolo scorso. 

Nessuna lotta gli era estranea. In una stessa settimana poteva trovarsi in Vietnam, in riunioni con il Partito del Governo, e poi in Siria per cercare un accordo di pace. Poi, in America Latina poteva passare al tavolo dei negoziati delle FARC, parlare con il PT (Partito dei Lavoratori brasiliano, n.d.t.) sulla crisi in Brasile. Una conferenza in Argentina, un corso alla Scuola di Formazione dei Sem Tierra, una riunione all’Avana. Giramondo instancabile, alla ricerca della parola, dei semi di quelli che stanno in basso, dal Sud portatore della parola di speranza dalla scienza, dalla riflessione, dalla teologia. 

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mar

06

giu

2017

L'ORA DEI CONTI

 

 

 

Londra: l’ora dei conti

 

di Guadi Calvo (*)

 

 

 

Un altro attacco, low cost, è avvenuto a Londra lo scorso sabato, con 7 morti e circa 48 feriti, dei quali 21 in stato critico, il che significa che quando leggerete queste righe il numero dei morti potrà essere più elevato.

 

Questa volta i fatti si sono svolti sul Ponte di Londra e nel complesso Borough Market, una zona alla moda piena di pubs e ristoranti. La metodologia è stata esattamente uguale a quella dell’attacco del 22 marzo sul Ponte di Westminster e davanti al Parlamento, quando Khalid Masood o, secondo il suo nome di nascita Adrian Russel Ajao, un britannico di 52 anni, lanciò il suo veicolo contro i passanti e, dopo averne investito alcuni, pugnalò chiunque gli stava vicino, finchè fu ucciso dalla polizia.

 

All’attacco di sabato hanno partecipato tre uomini, lanciando un veicolo contro la massa di persone che paseggiava sul ponte, per scendere subito dopo e accoltellare indiscriminatamente i passanti, finchè la polizia, o il corpo Tuono Azzurro delle SAS – le forze speciali d’élite dell’esercito britannico – 8 minuti, 7 morti e 48 feriti dopo, ha ucciso i tre aggressori che fingevano di portare giacche con esplosivi, con 50 pallottole.

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dom

04

giu

2017

SICUREZZA, SALUTE, AMBIENTE

mer

31

mag

2017

MEMORIA

 

Memoria – 29 e 30 maggio 1969

 

Il Cordobazo

 

di Rodolfo Walsh (*)

 

 

Lavoratori metallurgici, del trasporto e di altri settori dichiarano lo sciopero (a Còrdoba) per i giorni 15 e 16 maggio, a causa delle “quitas zonales” (facoltà concessa ai padroni della zona da parte del governo dittatoriale del generale Onganìa di abbassare i salari sotto i minimi nazionali, n.d.t.) e del disconoscimento dell’anzianità di lavoro in caso di trasferimento di impresa. 

 

I metalmeccanici si riuniscono in assemblea e vengono repressi, ma difendono i loro diritti in una vera e propria battaglia campale nel centro della città il 14 maggio. 

 

Le sopraffazioni, l’oppressione, la cancellazione di innumerevoli diritti, la vergogna di tutti gli atti del governo, i problemi degli studenti e quelli dei centri vicini si uniscono.

 

Tutta la città si paralizza il 16 maggio. Nessuno lavora. Tutti protestano. Il governo reprime.

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ven

26

mag

2017

IL COMPAGNO CARLO ROVELLI CI HA LASCIATO

 

Il compagno partigiano Carlo Rovelli ci ha lasciato Il 24 maggio a 91 anni. 

 

Carlo, membro del PC clandestino, aveva partecipato alla Resistenza giovanissimo, come tanti altri ragazzi come lui.

Era un comunista e tale è rimasto fino allo scioglimento del PCI; in seguito è stato, come tanti di noi, un comunista senza partito, iscritto solo all’ANPI.

 

Anche negli ultimi mesi, quando non poteva più camminare, è sempre stato lucido, un attento lettore dei giornali e gli piaceva essere informato.

 

Nel ricordarlo, voglio riportare qualche brano delle lunghe chiacchierate fatte quando andavo a trovarlo al Circolino e a casa sua, dove andavo a cambiargli una lampadina o a riparargli un guasto all’impianto elettrico e quando gli portavo il giornale "nuova unità", che commentavamo insieme – lui, sua moglie Adriana ed io. 

 

A 18 anni Carlo, figlio di un antifascista riparato in Francia, inizia la sua attività antifascista e antinazista a Niguarda (quartiere operaio e popolare di Milano) – dove poi parteciperà, il 24 aprile – alla liberazione, con altri suoi coetanei, distribuendo volantini e facendo scritte sui muri.

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ven

26

mag

2017

STRAGE DI MANCHESTER

 

Manchester: un bersaglio mobile

 

di Guadi Calvo (*)

 

Il terrorismo ha colpito un’altra volta il cuore dell’Europa. Come si sa, un suicida di 22 anni di nazionalità britannica, chiamato Salman Abedi, si è fatto saltare nel Manchester Arena, uno degli stadi coperti più grandi d’Europa, in pieno centro di Manchester, seconda città dell’Inghilterra, mentre finiva il concerto di Ariana Grande, una delle tante stelle che l’industria dello spettacolo fabbrica così bene per esacerbare il consumo adolescenziale. 

 

Il numero delle vittime è di 22 morti e circa un centinaio di feriti, il che ha causato il collasso sanitario nei 6 ospedali della città. In maggioranza, i morti ed i feriti sono adolescenti e bambini, cosa che dà l’opportunità alle buone coscienze occidentali di costruire tumuli di fiori, candele, lettere e silenzi, esercitando la loro selettiva ghiandola della sensibilità e della drammaticità, che sembra essere programmata solo quando i bambini e gli adolescenti che muoiono sono bianchi e che non si attiva nel caso di neri o musulmani, anche se qualsiasi noiosa mattina a Bagdad, Damasco, Mosul, Aleppo, Kabul o Tripoli può superare di molto le cifre ci cui sopra.

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mar

23

mag

2017

Trump in visita alla casa del male

 

Trump in visita alla casa del male

 

di Guadi Calvo (*)

 

 

 

Donald Trump ha iniziato il suo primo giro internazionale in cui visiterà Arabia Saudita, Israele, Palestina, il Vaticano, Bruxelles e la Sicilia. Senza dubbio non sarà un viaggio di piacere anche se, data la complicata situazione politica che lascia nel suo paese, potrebbe considerarlo tale. 

 

La crisi aperta dal licenziamento del direttore del FBI James Comey, che indagava sulle possibili connessioni della squadra elettorale di Trump con la Russia,  la copertura data dal presidente al suo ex consigliere alla sicurezza Michael Flynn, che si è appena rifiutato di rispondere al Senato e la designazione – da parte del Dipartimento di Giustizia – di Robert Mueller, ex direttore del FBI e alleato di Comey, quale procuratore speciale per continuare le indagini di Comey, senza dubbio infastidiscono il presidente più degli ostruzionismi di molti congressisti, che praticamente stanno paralizzando l’Esecutivo nordamericano e che fa sì che il “Trump impeachment” suoni un’altra volta con sufficiente forza, per un capo di governo che è al potere da soli 5 mesi e a cui manca la bellezza di 1.300 giorni per portare a termine la sua amministrazione.

 

 

 

Per Trump le bandiere statunitense e saudita, i manifesti di benvenuto con la sua immagine, le fanfare che suonano e i jet che volano in cielo con le stelle rosse, bianche e azzurre al suo arrivo a Riad, contrastano molto con l’ultima, gelida, accoglienza del suo antecedente Barak Obama e saranno state una desiderata gratificazione e, ancor più se tanta baldoria finirà con un assegno di più di 110 milioni di dollari che il regno wahabita gli darà per l’acquisto di armi per “fare da contrappeso” nella regione alla predominanza che l’Iran ha acquistato dagli accordi nucleari con gli USA nel 2015. Si è anche stabilito che nei prossimi 10 anni, il regno farà altri acquisti per un valore di altri 250 mila milioni – secondo l’annuncio del ministro saudita degli Esteri Adel al-Jubeir e del segretario di Stato USA Rex Tillerson, cosa che ha fatto esclamare a Trum: “Lavoro, lavoro,lavoro”. Chissà che con questo possa registrare un primo attivo nella sua per ora negativa amministrazione.

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gio

18

mag

2017

PALESTINA

 

Palestina: chi passerà alla storia, il carceriere o chi fa lo sciopero della fame?

 

di Gideon Levy

 

Comincia la quarta settimana di sciopero della fame di più di 1.200 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Viene mantenuta l’incomunicabilità e l’isolamento dei prigionieri, mentre in tutto il mondo ci sono manifestazioni di solidarietà, in particolare in israele e nei Territori Occupati della Palestina.

 

L’aneddoto della settimana è stato il tentativo di screditare Marwan Barghouti, con un video nella cella dove è incarcerato senza contatti in cui lo si vede mangiare una galletta salata.

 

Il video è stato diffuso nell’ora di maggiore audience dalla TV israeliana, che si è fatta beffe della “serietà” del suo sciopero della fame. Questo primitivo e basso esercizio di “verità alternativa” ha avuto la reazione contraria a quanto ci si aspettava, come ha messo  in rilievo il comico israeliano Assaf Harel in un video.

 

Qui sotto riproduciamo la giusta indignazione di Gideon Levy, editorialista politico del quotidiano Haaretz. 

 

 

 Alla fine la storia giudicherà. E chi ricorderà la storia, Gilad Erdan (ministro della Sicurezza Interna di Israele, n.d.t.) o Marwan Barghouti? Il commerciante di pneumatici di Ramat Aviv Guimel (prima Savion) che vive, tra l’altro, in una via che porta il nome di un assassino ebreo, o l’attivista del Centro di Detenzione di Khison (prima prigione di Hadarim)? Il carceriere o il prigioniero? Quello che ha nascosto i dolci o la persona che se li è mangiati? Il ministro o l’arci-assassino, come l’ha chiamato il corrispondente di Canale 2 Moshe Nussbaum?

  

Chi dei due lotta per una causa più giusta? Chi di loro, di fatto, lotta? Chi di loro ha sacrificato qualcosa nel corso della sua vita? E chi è responsabile di più spargimento di sangue? A chi interessa di più la pace?

 

Alla fine, la storia giudicherà. 

 

In realtà la storia ha deciso da molto tempo. Erdan non sarà neppure una nota a pié di pagina. Come ministro responsabile della Polizia e della polizia di frontiera di Israele, è anche responsabile dello spargimento di sangue che questa causa. In quanto a Barghouti, egli ha lavorato a favore della pace molto più di Erdan, finchè ha perso la speranza … e con ragione.

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ven

12

mag

2017

VENEZUELA

Il Venezuela nell’ora dei forni

di Atilio Boròn (*)

La dialettica della rivoluzione e dello scontro di classe che la spinge avvicina la rivoluzione venezuelana al suo inesorabile esito. Le alternative sono due, e solo due: consolidamento e avanzamento della rivoluzione o sconfitta della rivoluzione.

La brutale offensiva dell’opposizione – criminale per i suoi metodi e i suoi propositi antidemocratici – trova sponda nei governi conservatori della regione e in screditati ex governanti fantoccio che gonfiano il petto in difesa della “opposizione democratica” in Venezuela ed esigono dal governo di Maduro l’immediata liberazione dei “prigionieri politici”.

La canaglia mediatica e “l’ambasciata” fanno del loro e moltiplicano per mille queste menzogne.

I criminali che incendiano un ospedale pediatrico fanno parte di questa presunta legione di democratici che lottano per deporre la “tirannia” di Maduro. Lo sono anche i terroristi – si possono chiamare in altro modo?– che incendiano, distruggono, saccheggiano, aggrediscono e uccidono con totale impunità (protetti dalla polizia dei 19 distretti oppositori, sui 335 che esistono nel paese).

 

Se la polizia bolivariana - che non porta armi da fuoco dai tempi di Chàvez – li cattura, ecco una stupefacente mutazione: la destra e i suoi media trasformano questi delinquenti comuni in “prigionieri politici” e “combattenti per la libertà”, come quelli che in Salvador assassinarono Monsignor Oscar Arnulfo Romero e i gesuiti dell’UCA, o come i “contras” che devastarono il Nicaragua sandinista, finanziati dall’operazione “Iran-Contras” pianificata e messa in atto dalla Casa Bianca. 

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ven

05

mag

2017

ELEZIONI FRANCESI

Francia, nuova tappa

di Ignacio Ramonet (*)

 

La prima sorpresa è stata … che non c’è stata sorpresa. Per una volta i sondaggisti non si sono sbagliati.

Nel Regno Unito con il Brexit o negli Stati Uniti con Donald Trump, i sondaggi sbagliarono completamente. In Francia, invece, con settimane di anticipo, le inchieste annunciarono che, nella prima tornata delle elezioni presidenziali del 23 aprile scorso, i vincitori sarebbero stati, in questo ordine: Emmanuel Macron (“En Marche!”) e Marine Le Pen (“Front National”), unici qualificati per passare alla seconda tornata di domenica 7 maggio. E che proprio dietro sarebbero arrivati, sempre in quest’ordine: François Fillon (‘Les Républicains’), Jean-Luc Mélenchon (‘France Insoumise’) y Benoît Hamon (‘Parti Socialiste”). E hanno indovinato.

 

Tali risultati, in un paese traumatizzato dalla crisi sociale e dagli attentati jihaidisti, costituiscono un vero terremoto e meritano alcuni commenti.

Primo, indicano la fine di un lungo ciclo della storia politica francese iniziato nel 1958 con il generale De Gaulle, l’adozione dell’attuale Costituzione e l’instaurazione della V Repubblica. Da quel momento, cioè da quasi 60 anni, era entrato nella seconda tornata almeno uno dei due grandi partiti francesi: quello gollista (con diversi nomi nel corso del tempo: RPR, UDR, UMP, LR) e quello socialista. Questa volta, cosa inaudita, nessuno dei due è riuscito ad oltrepassare gli ostacoli del primo turno. Questo, in sé, è già un fatto storico e dimostra, come in altri paesi, il profondo logoramento delle formazioni politiche tradizionali che dominavano la scena dalla 2° Guerra Mondiale.

 

Dei quattro candidati arrivati in testa in questa prima tornata, solo uno – François Fillon – rappresenta un partito tradizionale; gli altri tre incarnano forze alternative totalmente nuove (“En Marche!”) o quasi senza rappresentanti all’Assemblea Nazionale (“Front National” e “France Insoumise”).

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mer

03

mag

2017

CORTEO CONTRO L'AMIANTO E IL PROFITTO

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lun

01

mag

2017

PER UN 1°MAGGIO DI LOTTA INTERNAZIONALISTA

 

 

 

PER UN 1°MAGGIO DI LOTTA INTERNAZIONALISTA

 

 per rimettere al centro il conflitto di classe

 

 

 

 

Da tempo le forze politiche e sindacali che hanno tradito gli interessi delle classi lavoratrici ci vogliono far credere che la giornata del 1 maggio sia solo una ricorrenza celebrativa così come voluta da Stato e Chiesa. Una scadenza da calendario, utile solo a benedire una sorta di “santa alleanza” tra capitale e lavoro al fine del benessere nazionale.

Ma sappiamo bene che non è così!

In questa giornata le classi lavoratrici, le sfruttate e gli sfruttati di tutto il mondo, ricordano il martirio di cinque lavoratori anarchici assassinati dallo Stato statunitense l’11 novembre 1887. Cinque nostri compagni “colpevoli” solo di aver lottato insieme ad altre/i per i diritti della classe lavoratrice, a partire dalla lotta per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Parola d’ordine ancora oggi attualissima e fondamentale.

La giornata internazionale ed internazionalista del 1 maggio è e rimane quindi una giornata di lotta, tesa a ribadire che l’emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori avverrà ad opera di loro stesse/i, o non ci sarà.

In piena continuità con quelle lotte, i sindacati di base conflittuali insieme a diversi collettivi e centri sociali chiamano tutti/e, in modo unitario e includente, ad un corteo popolare cittadino caratterizzato da queste cinque “parole d’ordine”: Per un 1 maggio antimperialista ed antimilitarista: perché oggi soffiano venti di guerra soprattutto dal Medio Oriente. 

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dom

30

apr

2017

Dal quotidiano IL GIORNO di domenica 30 aprile 2017

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dom

30

apr

2017

COMUNICATO SUL CORTEO DEL 29 APRILE

Corteo per ricordare tutte le vittime dell’amianto e del lavoro

 

Il corteo partito dal Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”  ha visto sfilare tante persone.

 

Dietro lo storico striscione del Comitato che recita “Per ricordare tutti i lavoratori uccisi in nome del profitto” e la bandiera rossa listata a lutto portata da una vittima dell’amianto, tante persone.  Anche quest’anno la partecipazione è stata numerosa. Il corteo, accompagnato dalle note gioiose della Banda degli Ottoni a Scoppio, si è ingrossato sempre più. Dietro lo striscione portato dalle donne (mogli e famigliari delle vittime, fra cui la vedova di Tiberio Paolone operaio morto di mesotelioma) c’erano gli ex operai della Breda, Pirelli, Falck, Marelli. Insieme agli associati del nostro Comitato anche l’attore regista Renato Sarti (direttore del Teatro della Cooperativa) . A seguire anche diverse delegazioni di associazioni di vittime di stragi di altre città, dai lavoratori dell’amianto con il Gruppo Aiuto Mesotelioma (Lecco), l’Associazione Italiana Esposti Amianto, i lavoratori del Comune di Milano che portavano uno striscione in ricordo della lavoratrice Daniela Cavallotti morta di mesotelioma il 2 gennaio di quest’anno, il Comitato Ambiente Salute Teatro Scala, l’Associazione “il mondo che vorrei” fondata dai famigliari delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio,

 

 l’ Associazione Nazionale Mutilati Invalidi del lavoro, lo striscione della RSU del’INNSE di Milano, dei sindacati SGB e CUB. Presenti anche l’amministrazione Comunale di Sesto San Giovanni con il vicesindaco,  insieme a Antonio Pizzinato ex segretario generale CGIL e l’ex  consigliere provinciale Massimo Gatti.

 

Davanti alla lapide che ricorda i lavoratori delle ex fabbriche vittime dell’amianto, con la scritta “ A PERENNE RICORDO DI TUTTI I LAVORATORI MORTI A CAUSA DELLO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA ORA E SEMPRE RESISTENZA”, il vicesindaco ha portato il saluto dell’Amministrazione Comunale e il presidente del Comitato Michele Michelino ha ricordato gli ultimi compagni di lavoro uccisi dal killer amianto e dal profitto nei primi mesi del 2017, affermando: che tutti sapevano del pericolo e nessuno ha parlato. Lo sapevano i sindacati, l'azienda, l'assessorato alla sanità, Tutti sapevano, ma non gli operai ... , chiedendo giustizia per le vittime dell’amianto e per tutti i LAVORATORI E I CITTADINI ASSASSINATI IN NOME DEL PROFITTO. La ricerca del massimo profitto, il non rispetto della salute dei lavoratori, causa più di 1200 morti per infortuni sul lavoro e anche un aumento delle malattie professionali (+ del 24 per cento), facendo ammalare  44 mila i lavoratori sul luogo di lavoro l’anno scorso.

 

Ogni anno sono oltre 4000 i morti per amianto in Italia, 11 ogni giorno, una ogni due ore,  e più di 100 mila nel mondo che sommati alle malattie professionali causano ogni anno in Italia decine di miglia di morti per malattie professionali. Questi dati da bollettino di guerra dimostrano che esiste è una guerra di classe.

 

A distanza di  25 anni dalla sua messa al bando, nel 1992, l’amianto continua a uccidere e se non si procede con le bonifiche, metterà  a rischio anche la salute delle future generazioni. Tutti i governi finora non hanno trovato i soldi per le bonifiche eppure l’Italia spende per la Nato circa 70 milioni di euro al giorno, altri 20 miliardi per le cosiddette missioni di pace, e altri miliardi per coprire parlamentari e in pensione, ministri, dando milioni di compensi ai manager statali corrotti e speculatori anche se portano al fallimento le aziende. Subito dopo la Banda degli ottoni ha suonato l’Internazionale dei Lavoratori e Bella Ciao e il corteo è ripartito.

 

Alle 17,30 il corteo è finito con un’assemblea aperta presso il Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli” di Via Magenta 88, Sesto San Giovanni in cui hanno preso la parola tutti i rappresentanti delle associazioni e dei sindacati.

 

 

 

29 aprile 2017

 

e-mail: cip.mi@tiscali.it                                                 web:   http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

per contatti. 3357850799

 

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ven

28

apr

2017

CORTEO CONTRO L'AMIANTO E IL PROFITTO

Giustizia per le vittime dell’amianto e dello sfruttamento

 

IN RICORDO DI TUTTI I LAVORATORI E I CITTADINI ASSASSINATI IN NOME DEL PROFITTO

 

Sabato 29 aprile 2017 – ore 16.30 corteo:

partenza dal Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

di Via Magenta 88, Sesto San Giovanni, fino alla lapide

di via Carducci

 

L’amianto, uno dei tanti strumenti dello sfruttamento capitalistico: un assassino silenzioso che ha ucciso ieri, uccide oggi e continuerà a farlo anche domani. Solo la bonifica dei luoghi di lavoro, di vita e del territorio può arrestare la strage che colpisce ogni anno migliaia di lavoratori e di cittadini (in Italia e nel mondo) fra l’indifferenza dei governi e delle istituzioni.

 

Gli assassini: padroni e managers che, pur di fare profitti, con la complicità di tutte le istituzioni, non hanno esitato a produrre ed utilizzare questo cancerogeno di cui conoscevano gli effetti fin dall’inizio del 20° secolo.

 

Le vittime: decine di migliaia di operai, lavoratori e cittadini, che muoiono senza fare notizia.

 

La prescrizione e i tempi lunghi dei processi proteggono gli assassini dandogli l’impunità.

Una ‘giustizia’ di classe condanna inoltre le vittime e le loro associazioni a pagare le spese processuali, com’è successo nei processi contro la Franco Tosi di Legnano e l’Enel di Turbigo.

 

I poteri economici e politici mandano un segnale chiaro: questi processi non si devono più fare, l’unico diritto riconosciuto è quello del profitto. Ma noi non ci arrendiamo.

 

Dopo il corteo, la manifestazione terminerà alle ore 17,30 con un’assemblea aperta presso il Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” di Via Magenta 88, Sesto San Giovanni

 

 

 

aprile 2017                                                                                    web:  http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

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mer

26

apr

2017

COREA

Corea

Da dove viene il pericolo?

di Sergio Rodríguez Gelfenstein (*)

 

Durante il VII Vertice dell’OEA+Cuba celebrato a Panama nel 2015, dopo lo straordinario intervento del presidente Rafael Correa, il suo collega statunitense Barak Obama affermò che non era utile ricordare la storia. La Colombia era già arrivata al principio del governante della maggiore potenza mondiale, e fin  dall’inizio degli anni ’90 del secolo scorso la cattedra di storia era sparita quale materia obbligatoria dai programmi di studio dell’insegnamento medio di questo paese. I nuovi libri per l’insegnamento della materia riflettono “poca profondità e articolazione tra i temi” secondo un articolo pubblicato nell’agosto 2015 dal giornale El Espectador di Bogotà.

 

In materia di educazione forse non c’è niente di meglio per le classi dominanti che cancellare la storia per fare delle nuove generazioni enti intellettualmente amorfi che non sappiano capire l’origine dei problemi che colpiscono i loro paesi e il mondo. Obama, un accademico della prestigiosa università di Harvard, sapeva perfettamente di cosa parlava a Panama:  in fondo non stava facendo altro che sollecitare noi latinoamericani e caraibici a dimenticare il rosario di soprusi e barbarie commessi dal suo paese negli ultimi duecento anni.

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mar

25

apr

2017

1° MAGGIO 2017

1° Maggio

La lotta contro l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull'uomo continua

 

La classe operaia deve ancora liberarsi dalle catene, prendere in mano il proprio destino, costruire il proprio futuro e il partito comunista per il cambiamento del sistema capitalista

 

Michele Michelino (*)

 

Ormai da anni il 1° Maggio - giornata internazionale di lotta del proletariato e degli sfruttati di tutto il mondo, occasione di scioperi, manifestazioni e proteste contro lo sfruttamento capitalista - è stato snaturato dai sindacati di regime e trasformato in una giornata di festa.

I supermercati e i grandi magazzini rimangono aperti e i dipendenti restano reclusi. I sindacati confederali festeggiano con concerti e una manifestazione nazionale all'insegna del pacifismo, dell’unità nazionale, del nazionalismo a sostegno dell’imperialismo italiano, la chiesa celebra San Giuseppe falegname.

In ogni caso in Italia, come in tante parti del mondo, migliaia di operai e proletari insieme a compagni rivoluzionari, comunisti, anarchici, sindacati di base, scendono nelle piazze sulla base dell'internazionalismo e della solidarietà di classe.

 

Il 1° Maggio i rivoluzionari di tutto il mondo ricordano che la storica conquista delle 8 ore fu un importante passo sulla strada dell’emancipazione operaia e che nel 1886 fu bagnata dal sangue proletario degli operai statunitensi, e che la lotta contro l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull'uomo continua. 

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dom

23

apr

2017

USA: AMMINISTRAZIONE TRUMP

I 10 obiettivi degli USA in tre scenari

di Nazanin Armanian (*)

 

Siria, Afganistan e Corea del Nord sono stati scelti dall’Amministrazione Trump per mostrare muscoli e denti ed annullare il poco cervello che aveva esibito fino ad oggi.

Questa alta tensione è dovuta principalmente a vari cambiamenti in seno al Consiglio di Sicurezza degli USA, cambiamenti segnati dalla vittoria della fazione ostile a Russia ed Iran e alla sconfitta degli “anti-cinesi”: 1) l’abbandono di Steve Bannon che, in linea con Trump, considerava Pechino il principale nemico degli USA e propendeva per un’agenda isolazionista; 2) il licenziamento della Consigliera Kathleen McFarland per essere “filo-russa”, e 3) l’ascesa dell’interventista e stratega militare generale H.R. McMaster (ignorato da Obama), che sostituisce il destituito generale Michael T. Flynn, accusato di avere contatti con Mosca. Questa squadra, alla quale si aggiunge il capo del Pentagono, il “Cane pazzo” James N. Mattis, ha preso le redini della politica estera degli USA.

 

Siria: il primo scenario

 

Il 4 aprile gli USA lanciavano, con grande pompa, 59 missili sulla pista di atterraggio della base Al Shayat senza danneggiare gli aerei russi che vi stazionavano. Mosca non ha utilizzato i suoi missili S300 e S400 per impedirlo. Sei militari siriani hanno perso la vita per questa aggressione illegale fatta per “castigare Bashar Al Assad” accusato, senza prova alcuna, di aver ucciso dei civili in un attacco con armi chimiche tre giorni prima. L’ultima versione del confuso incidente è del giornalista che scoperchiò lo scandalo “Iran-Contras”, Robert Parry, che segnala la base delle operazioni speciali dell’Arabia Saudita e di Israele in Giordania come luogo di lancio di quelle armi.

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sab

22

apr

2017

Dal settimanale Sestoweek del 22/4/2017

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ven

21

apr

2017

USA: MOAB LA "MADRE DI TUTTE LE MENZOGNE

MOAB: la madre di tutte le menzogne

di Alejandra Loucau (*)

 

Che cos’è più importante per la storia del mondo? I talebani o il collasso dell’impero sovietico?

(Zbigniew Brzezinski, consigliere alla Sicurezza USA, nello spiegare l’aiuto militare

 segreto, dal 1978, agli estremisti islamici in Afganistan) (1)

 

Gli USA hanno sganciato MOAB, “la madre di tutte le bombe” su una rete di tunnels all’interno delle montagne della provincia di Nangarhar, nel nord-est dell’Afganistan. Secondo i rapporti ufficiali i nascondigli erano utilizzati dal EIIL (il Daesh in arabo). Fino all’anno 2015 questi tunnels appartenevano ai talebani.

Si dice che questa bomba, a differenza di qualsiasi altra che scoppi in aria, nel colpire e penetrare il terreno genera un’onda espansiva nel sottosuolo che aumenta il suo potere distruttivo. Per questo motivo viene utilizzata per distruggere bunkers, tunnels ed altre aree che di solito sono indenni a bombe standard o ad attacchi di artiglieria di grande portata (2).

 

L’informazione è stata rapidamente diffusa da tuti i mezzi di informazione del mondo, che hanno fatto da portavoce, grazie al Pentagono e al lavoro di un pugno di grandi agenzie di informazione internazionali, masticatrici professionali dell’informazione diretta verso le grandi masse.

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mer

19

apr

2017

PER UNA NUOVA RESISTENZA

Per una nuova RESISTENZA,

Fino all’abolizione dello sfruttamento capitalistico!

 

Ancora, in occasione della Festa della Liberazione – il 25 Aprile – assisteremo a vuoti discorsi retorici, conditi da concerti e deposizioni di fiori. Uno stanco rituale che nasce da un lungo processo di revisionismo storico sulla Resistenza. I borghesi di qualunque colore politico in questo giorno festeggiano la ritrovata collaborazione e la presunta pacificazione tra sfruttati e sfruttatori.

 

Così, come succede con le rivoluzioni e con i grandi rivoluzionari che, una volta morti, sono trasformati in icone inoffensive, si cerca di reinterpretare la Resistenza snaturando il suo lato rivoluzionario e di classe, negando il progetto di chi si batteva contro il capitalismo e l'imperialismo cosciente degli antagonismi inconciliabili di classe.

L’esperienza resistenziale ha fatto veramente “tremare” di paura, prima nei lunghi mesi della lotta armata sui monti e nelle città, poi nelle convulse fasi dell’immediato dopoguerra, la borghesia italiana e il suo sistema di potere economico e sociale. Ed è ancor oggi un pericolo da esorcizzare.

 

La Resistenza non fu solo “lotta di Liberazione nazionale” contro l’invasore tedesco. La Resistenza fu molto di più. La Resistenza fu manifestazione, in questo caso armata, dello scontro di classe; cioè della lotta irriducibile tra due classi in totale contrapposizione tra loro: la borghesia capitalista e il proletariato.

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mer

19

apr

2017

ROSSO NELLA NOTTE BIANCA

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mar

18

apr

2017

IMPERIALISMO USA

Il dott. Stranamore alla Casa Bianca

di Atilio A. Boron (*)

A fronte della sfrenatezza guerresca che si è impadronita di Donald Trump, con un giro di 180 gradi rispetto alle sue promesse in campagna elettorale e anche nelle prime settimane della sua gestione alla Casa Bianca, bisogna farsi la seguente domanda: Chi decide la politica estera degli Stati Uniti?

 

 

In passato essa era il prodotto di una triade composta dal Dipartimento di Stato, dalla “comunità di intelligence” – in particolare la CIA – e dal Pentagono. Il Congresso aveva un ruolo molto meno importante anche se, in determinate occasioni, poteva esercitare una certa influenza. Il presidente ascoltava tutte le opinioni e quindi decideva il tipo di azione da intraprendere. Ma già negli anni di Bill Clinton, l’incidenza del Dipartimento di Stato cominciò a diminuire. Fu la stessa Madeleine Albright, che occupò la segreteria nel secondo mandato di Clinton, che anni più tardi avrebbe annunciato il cambiamento nella missione della carica che aveva occupato. In generale, la sua argomentazione si potrebbe riassumere in questi termini: “prima il Dipartimento di Stato fissava la politica estera e il Pentagono la sosteneva con la forza dissuasiva delle sue armi. Ora è questo che la determina e noi diplomatici abbiamo la missione di spiegarla e di ottenere che altri governi ci accompagnino nel nostro compito”. E ricordava in altra occasione che gli Stati Uniti devono guidare la formulazione della politica estera mediante il seguente principio: “il multilateralismo quando è possibile, l’unilateralismo quando è necessario”. 

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sab

15

apr

2017

PASQUA ISRAELIANA

Pasqua speciale: Yavèh e le armi di distruzione di massa

di Gilad Atzmon (*)

Non molti sanno che il genio cattivo che introdusse nel nostro universo le armi di distruzione di massa fu il chimico ebreo tedesco Fritz Haber. Per il suo lavoro al servizio del Ministero della Difesa tedesca, all’epoca della 1° Guerra Mondiale, Haber fu considerato “il padre della guerra chimica”. Haber fu un pioniere nella militarizzazione del cloro e di altri gas velenosi durante la 1° Guerra Mondiale. Morì nel 1934 mentre stava emigrando in Palestina.

 

Bisogna anche ricordare che fu il “pacifista” ebreo Albert Einstei, insieme a Leo Szilard (altro fisico ebreo), a dare inizio al progetto Manhattan per produrre le prime armi nucleari. Nel 1939 fu Einstein a proporre al presidente Roosevelt che gli Stati Uniti iniziassero il loro progetto sull’energia nucleare. Neanche a dirlo, il Progetto Manhattan era strapieno di scienziati ebrei tedeschi che lavoravano notte e giorno per costruire una bomba nucleare, con la speranza di portare la distruzione totale alla Germania e alla sua gente (non solo al regime).

 

 

Solo pochi anni dopo, nel decennio 1950, David Ben Gurion e Shimon Peres decisero di introdurre in Medio Oriente le armi di distruzione di massa, con il lancio del progetto nucleare israeliano e anche con i prodotti chimici del laboratorio israeliano e con la guerra biologica sviluppata nell’Istituto di Ricerche Biologiche di Israele, a Nes Ziona.

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ven

14

apr

2017

BOMBARDAMENTI USA IN SIRIA

Bombardamento USA in Siria: tre riflessioni che incitano alla prudenza

di Michel Collon (*)

1. Riflettere con prudenza!

Quando veniamo bombardati con informazioni su un “massacro” che serve a giustificare i bombardamenti degli USA, è sempre importante ricordare i precedenti.

Nel 2003 le “armi di distruzione di massa” erano già servite come pretesto a George Bush per sprofondare l’Iraq nell’inferno. Allora dicevamo: è una menzogna dei mezzi di comunicazione, e non ci hanno creduto. Ora tutto il mondo lo riconosce ma, per gli iracheni, è troppo tardi.

Nel 2013 si accusò Damasco. Però l’inchiesta ufficiale delle Nazioni Unite (che senza dubbio è stata piuttosto inquinata dagli USA) si è conclusa con l’impossibilità di stabilire la parte responsabile. Invece il MIT (Istituto di Tecnologia del Massachusetts, USA) ha attribuito l’attacco ai ribelli.

Nei miei libri ho spiegato come ogni guerra sia preceduta da una grande menzogna da parte dei media (Vietnam, Panama, Iraq, Yugoslavia, Palestina, Afganistan, Libia, Siria, Costa d’Avorio). Questa è una tecnica per scaldare l’opinione pubblica; conviene non forsi manipolare senza riflettere. 

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mar

11

apr

2017

GIORNATA MONDIALE CONTRO L'AMIANTO

Giornata mondiale contro l’amianto

Il 28 aprile di ogni anno si celebra la Giornata mondiale contro l’amianto.

Sono oltre 4000 i morti per amianto in Italia, 11 ogni giorno, una ogni due ore che muoiono di mesotelioma pleurico o di uno degli altri tumori asbesto correlati.

Nonostante siano passati 25 anni dalla sua messa al bando, nel 1992, l’amianto continua a uccidere.

 Questa strage è solo la punta dell’iceberg. Il numero di vittime, infatti, mostra un trend in crescita che, se non si procede con le bonifiche, dal 2020 rischia di diventare uno stabile problema ambientale, sanitario e sociale, mettendo a rischio anche la salute delle future generazioni.

 

Il Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio organizzerà un corteo a Sesto San Giovanni, sabato 29 aprile 2017 alle 16.30 corteo con partenza dal Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” di Via Magenta 88, fino alla lapide di Via Carducci.

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lun

10

apr

2017

EDITORIALE DELLA RIVISTA nuova unità

Basta con le spese militari
Liberiamoci dal dominio e dall'influenza degli Usa e dalle nuove guerre che la NATO prepara
Più si aggrava la situazione economica in Italia - come negli altri paesi - più si acutizza la "guerra tra poveri" sulla quale soffiano le organizzazioni fasciste nelle variegate firme e la Lega nord, nel tentativo di affermare una mobilitazione reazionaria che si traduca poi nel raggiungimento del desiderato successo elettorale.
Nella opinione pubblica sale la protesta contro la solidarietà e l'ospitalità nei confronti degli stranieri fuggiti dalle numerose guerre del mondo e dalla conseguente miseria.  Guerre imperialiste volute da forze guerrafondaie che non esitano a distruggere intere popolazioni e paesi ricchi di storia secolare per le proprie mire di conquista delle risorse locali e come soluzione della crisi.
Ma non si sente - almeno come sarebbe necessario - attaccare i governanti per come e dove indirizzano, anzi sprecano, le risorse economiche peraltro rapinate dalle tasse. Non si sentono proteste contro i lauti compensi dei membri del parlamento sia italiano che europeo, che dai loro scranni non operano certo nell'interesse dei lavoratori e della popolazione.

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dom

09

apr

2017

SIRIA: MENZOGNE E MISSILI

Menzogne e missili

di Randy Alonso Falcón  (*)

La guerra è lo stato naturale degli imperi. Poco importano i motivi per far scoppiare i conflitti; se non esistono, si provocano; e se no si inventano. Il fine ultimo è dimostrare il potere che si possiede, intimorire gli altri, dimostrarsi incontestabili.

 

Donald Trump si è preso poco tempo per fare il pollice verso e decretare i bombardamenti. Lo ha fatto in Yemen appena pochi giorni dopo essere entrato alla Casa Bianca. Poi ha mandato gli aerei a bombardare l’Iraq. Ora ripete la dose, con una bordata di missili milionari, in Siria.

 

Assediato dai gruppi mediatici, sconfitto al suo primo tentativo di derogare l’Obamacare, con un notevole abbassamento della sua popolarità e attorniato da generali-falchi e dai rappresentanti del complesso militare-industriale, Trump ha deciso di lanciare la sua prima operazione militare di peso all’estero, per mostrare i muscoli e sviare gli attacchi alla sua gestione.

Secondo la Russia, il tentativo di sviare gli sguardi include anche il proposito degli Stati Uniti di nascondere le mattanze di civili in Iraq quale risultato dei bombardamenti dell’aviazione USA dopo la rinnovata presenza militare del Pentagono in quel paese.

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ven

07

apr

2017

GIUSTIZIA DI CLASSE

LA GIUSTIZIA DEI PADRONI COLPISCE ANCORA

La Cassazione conferma il licenziamento del compagno Riccardo Antonini.

 

La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento di Riccardo Antonini.

Riccardo, operaio ferroviere da più di trent’anni, è stato così punito perché, dopo la strage di Viareggio avvenuta il 29 giugno 2009, in cui persero la vita bruciate vive 32 persone,  ha prestato gratuitamente la propria consulenza all’associazione dei familiari delle vittime, testimoniando contro i vertici delle società coinvolte (da Rfi e Trenitalia), responsabili della mancata sicurezza dei ferrovieri e dei cittadini.

 

Riccardo era stato prima diffidato da Rfi nell’estate del 2011 e poi sospeso per 10 giorni. Infine, il 7 novembre 2011, è stato licenziato in tronco per essersi posto al servizio delle vittime della strage di Viareggio. Riccardo nel 2012 ha impugnato il licenziamento e RFI aveva cercato una conciliazione in cui, per la sua reintegrazione, chiedeva a Riccardo di sconfessare il suo sostegno ai familiari, cosa che Riccardo ha rifiutato di fare: ll 4 giugno 2013, nel processo d’appello, il tribunale di Lucca confermò il licenziamento. Il 6 aprile 2017 la Corte di Cassazione ha pronunciato la sentenza definitiva, confermando il suo licenziamento per “infedeltà” verso l’azienda.

Azienda che lo stesso Tribunale di Lucca ha recentemente condannato per “strage ferroviaria”, condannando alcuni dei suoi vertici tra cui Mauro Moretti (7 anni).

 

Moretti, il manager di Stato che aveva definito “uno spiacevole incidente” la strage di Viareggio, nei 7 anni in cui è durato il processo è stato via via premiato dai vari governi - perché vanta il merito di aver ‘risanato’ l’azienda Ferrovie, riportandola in attivo e facendo sì che producesse profitti - fino ad assurgere al ruolo di amministratore delegato di Finmeccanica.

Riccardo, per aver denunciato e dimostrato quali sono stati, e saranno, i costi umani di questo ‘risanamento’, fatto riconosciuto anche dal Tribunale, è stato definitivamente licenziato.

 

C’è un solo modo per definire questa sentenza: giustizia di classe.

Ogni classe sociale difende i suoi rappresentanti: lo Stato e gli azionisti delle Ferrovie hanno premiato Moretti perché i profitti sono più importanti della vita non solo delle 32 vittime di Viareggio, ma dei passeggeri e dei ferrovieri che ogni giorno rischiano la vita per guadagnarsi il pane.

Noi, che rifiutiamo di essere carne da macello per i bilanci aziendali, stiamo con Riccardo, con le famiglie delle vittime della strage che hanno visto le loro vite bruciate nel rogo, con i lavoratori e i cittadini di Viareggio (e di tutte le altre stragi avvenute in nome del profitto).

 

Solidarietà al compagno Riccardo Antonini. Solidarietà a tutti quelli che lottano contro la barbarie del capitale. La loro lotta è la nostra.

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

 

7 aprile 2017                                                                                    web:  http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

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gio

06

apr

2017

ECUADOR

Ecuador: il popolo ha detto “non un passo indietro”

di Atilio Boron (*)

 

La vittoria ottenuta da Alianza Paìs (partito politico di orientamento socialista, nato come piattaforma politica di sostegno al progetto di “rivoluzione civile” promosso da Rafael Correa, n.d.t.) nel ballottaggio del 2 aprile conferma che il popolo ecuatoriano ha saputo capire cosa c’era in gioco: la continuità di un governo che ha segnato un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella storia contemporanea dell’Ecuador o il salto suicida nel vuoto, emulando la tragedia argentina.

Lenìn Moreno e Jorge Glas rappresentano il consolidamento degli avanzamenti ottenuti in numerosi campi della vita sociale in 10 anni sotto la guida di Rafael Correa; il suo avversario, Guillermo Lasso, personificava il ritorno dell’alleanza sociale che aveva tradizionalmente governato l’Ecuador con le disastrose conseguenze a tutti note.

 

Un paese con grandi maggioranze nazionali da secoli immerse nella miseria, con indici di disuguaglianza e di esclusione economica, sociale e culturale aberrranti. Una nazione vittima dell’insaziabile voracità di banchieri e latifondisti, che saccheggiavano impunemente la popolazione che tenevano in ostaggio e che, nella loro sfrenatezza, avevano provocato la mega-crisi economica e finanziaria del 1999.

 

In uno sfoggio di falsificazione dei fatti storici, chiamarono quella tremenda crisi “vacanza bancaria”, nonostante che nella sua voragine finì la moneta ecuadoriana che fu sostituita dal dollaro statunitense, e provocò la fuga precipitosa di circa due milioni di ecuatoriani, che fuggirono all’estero per mettersi in salvo dall’ecatombe.

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mar

04

apr

2017

RICORDANDO LA GUERRA ALLA YUGOSLAVIA

Ricordando la guerra alla Yugoslavia – marzo 1999

Su come si vende un conflitto. La guerra come teleromanzo

di Rainer Rupp; da: lahaine.org; 31.3.2017

 

Tra il 5 e l’8 marzo scorsi, la ‘Neue Gesellschaft für Psychologie’ (Nuova Società di Psicologia) ha organizzato a Berlino una conferenza dal titolo “Krieg um die Köpfe” (La guerra in testa). Si trattava di mostrare, tra l’altro, come la cittadinanza viene preparata/sintonizzata/predisposta ad accettare come irrimediabile e inevitabile l’apparente necessità di un intervento belllico, così come i posizionamenti mediatici ed i processi decisionali politici che di solito l’accompagnano.

Tra gli intervenuti si trovava l’autore di Junge Welt, Rainer Rupp, che per molti anni era stato un informatore della Repubblica Democratica Tedesca dal Quartier Generale della NATo di Bruxelles.

Nella sua relazione egli ha elaborato e concretato il procedimento/progressione dei principali mezzi di informazione durante la prima guerra della NATO in Europa, nel 1999 in Yugoslavia, dopo la caduta dei paesi socialisti europei. L’attacco a questo paese è stato il fatto che ha iniziato il cambiamento paradigmatico in materiale politico-militare.  Il lavoro di informazione pubblica e di propaganda che la NATO realizzò per giustificare quell’assalto, e il ruolo straordinario assunto dai cosidetti “media di qualità” come portavoci dei falchi militaristi, documenta fino ad oggi la loro straordinaria compenetrazione. Junge Welt pubblica la versione rivista della relazione di Rainer Rupp.

************

 

La NATO, media, menzogne e propaganda

 

 

Alla fine della Guerra Fredda e disintegratasi l’Unione Sovietica, le “democrazie” occidentali, in materia di politica estera, sono tornate a servirsi di quello strumento imperialista che è l’attacco armato ad un paese europeo. Allo stesso tempo, i dipartimenti del Pentagono incaricati della metodologia psicologica cominciarono a propagare il dogma che dice che “le democrazie non sono belligeranti, non si coinvolgono nelle guerre”. E i vassalli degli USA in tutto il mondo, e prima di tutto in Europa, cominciarono a ripetere questa formula come se fosse un mantra. Così che, da allora, gli USA e la NATO, per definitionem, non si fanno coinvolgere nelle guerre ma in “solidi interventi umanitari” per difendere i diritti umani, aiutare la democrazia e la libertà e, prima di tutto, imporre l’economia neoliberista di mercato.

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dom

02

apr

2017

TURCHIA: RECEP ERDOGAN

Il Sultano, l’Europa e la guerra

di Daniela Trollio (*)

 

L’Europa sta commettendo crimini di guerra” contro la Turchia, Germania e Olanda hanno “attitudini fasciste”, “proprie dei nazisti”. Si potrebbe, con parecchi distinguo, essere d’accordo, non fosse che questi giudizi vengono da Recep Erdogan, il presidente turco dichiaratamente ammiratore di Hitler, e dai suoi ministri, non proprio brillanti campioni di democrazia e di libertà.

 

Cosa sta succedendo a quello che è stato lo strumento principe della guerra di aggressione alla Siria, con il sostegno ormai riconosciuto persino dai nord-americani dato dal governo turco all’ISIS, con i suoi campi di addestramento per i terroristi che entravano comodamente in Siria attraverso la lunga frontiera che i due stati condividono (frontiera oggi ermeticamente chiusa per i profughi, grazie all’accordo Unione Europea-Turchia sui rifugiati)?

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ven

31

mar

2017

ASSEMBLEA COMITATO DIFESA SALUTE

 

Sabato 1° aprile 2017 - ore 15,30 - ASSEMBLEA

presso il CENTRO DI INIZIATIVA PROLETARIA “G. TAGARELLI”

Via Magenta 88 Sesto San Giovanni

 

O.d.G.:

1)     Bilancio delle attività del Comitato e resoconto delle iniziative fatte.

2)    .Informazione sulle cause penali che stanno andando a sentenza (contro i dirigenti Breda) e  quella iniziata contro il Teatro La Scala e il Comune di Milano.

3)     Corteo il 29 aprile in ricordo dei morti per amianto e dello sfruttamento

 

4)     Varie.

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

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gio

30

mar

2017

MESSICO: LE FOSSE DEL NARCO CAPITALISMO

Messico: le narco-fosse del narco-capitalismo

di Raùl Zibechi (*)

“Il paese si è trasformato in una enorme discarica di cadaveri”: a proposito del gigantesco narco-cimitero scoperto nello Stato di Veracruz. "

(La notizia: il 14 marzo scorso, nei dintorni di Veracruz, Messico, è stato scoperto un cimitero clandestino con più di 250 crani, n.d.t.).

 

Tutti i giorni, da un decennio, si ammucchiano notizie macabre, che elevano la cifra dei morti per la “guerra contro il narco-traffico” a più di 200.000 persone e a 30.000 desaparecidos.

 

Il giorno dopo (la scoperta) la Commissione Nazionale per i Diritti Umani e la ONU Donne indicano il corridoio Puebla-Tlaxcala come una delle principali zone di raccolta e transito di persone a fini di sfruttamento sessuale, il che succede, almeno, da 20 anni, “senza che lo Stato messicano intervenga in modo deciso su un fenomeno delittuoso che si estende sempre più” (La Jornada, 20 marzo 2017). Il rapporto assicura che “il Messico è paese di origine, transito e destino delle vittime della tratta di esseri umani, a cui contribuisce la sua posizione geografica visto che si è trasformato in strada obbligata dei migranti centroamericani”.

 

Lo stesso giorno la stampa ha dato notizia dell’assassinio del giornalista Ricardo Monlui Cabrera, proprietario e direttore del portale El Polìtico, mentre usciva da un ristorante con la sua famiglia, nel municipio di Yanga, stato di Veracruz. Solo in questo stato, 24 tra giornalisti e fotografi sono stati assassinati durante le amministrazioni dei membri del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) Fidel Herrera e Javier Duarte. Questi è stato governatore tra il 2010 e il 2016 e, da sei mesi, è latitante perchè la giustizia lo accusa di reati di “delinquenza organizzata”, il che parla dei suoi vincoli con il narcotraffico.

 

 

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mar

28

mar

2017

CIAO SANDRO

Il compagno Sandro Artioli ci ha lasciato ieri pomeriggio.

 

Il funerale avverrà mercoledì 29 marzo, alle ore 14.45, nella Chiesa di Santa Francesca Romana (zona Porta Venezia).

 

Con profondo dolore abbiamo ricevuto la brutta notizia della morte del nostro compagno e amico Sandro Artioli, ex  operaio della Breda Termomeccanica/Ansaldo di Milano, avvenuta ieri 27 marzo all’età di 75 anni

 

Sandro era un prete ma aveva scelto di fare l’operaio, e da operaio ha vissuto. Sanguigno, senza peli sulla lingua, sempre pronto a battersi contro le ingiustizie, sempre presente nelle lotte a fianco degli strati più bassi dei lavoratori, è stato un punto di riferimento in fabbrica e nel territorio per tanti operai.

 

Con lui abbiamo organizzato le prime lotte per il riconoscimento delle malattie professionali causate dall’amianto. Perché anche lui era stato esposto a questo cancerogeno e ne portava i segni nei polmoni. Così come portava i segni del grave infortunio subito negli ultimi anni in fabbrica. Ma Sandro non si è mai lasciato abbattere: ad ogni caduta, ad ogni sconfitta, “ci si rimbocca le maniche e si riparte”, diceva.  Questo è uno degli insegnamenti che ci lascia.

 

Con lui se ne va un altro pezzo di noi, della nostra storia.

 

Ciao Sandro, con tanta stima e affetto. I tuoi compagni.

 

Sesto S.Giovanni, 28 marzo 2017

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

 

Milano, 28 marzo 2017

 

 

e-mail: cip.mi@tiscali.it                       web:   http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

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sab

25

mar

2017

SOLIDARIETA' OPERAIA

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ven

24

mar

2017

LONDRA

Londra: ricordi del futuro

di Guadi Calvo (*)

 

Chi si è sorpreso per l’ultimo attacco a Londra dovrà accettare il fatto di soffrire del peggior male di cui un uomo contemporaneo può soffrire: l’innocenza. A Londra la violenza ha nuovamente colpito. Già nel 2005 un attacco coordinanto contro diversi punti del servizio di trasporto pubblico lasciò 56 morti e circa 700 feriti, anche se parlare del terrorismo del 2005 è parlare di vari secoli fa.

Quest’ultimo attacco al ponte di Westminster, in prossimità del Parlamento, fa parte di un’altra tappa di quella “guerra al terrorismo” che l’ex presidente George W. Bush iniziò per conto suo, per i suoi, e non mi riferisco ai cittadini nord-americani.

 

Nel maggio 2013 commisero un attacco simile a quello successo ieri Michael Adebolajo y Michael Adebowale, britannici di origine nigeriana i quali, dopo aver colpito il soldato inglese Lee James Rigby, veterano dell’Afganistan, cercarono di decapitarlo davanti a numerosi testimoni, che poterono registrare sui loro cellulari l’assassinio e i suoi responsabili inneggianti ad Allah.

 

Del tipo di terrorismo che ieri ha colpito Londra – che l’Europa conosce bene – si sa poco, ma verranno altre e altre ondate e saranno incontenibili, perché non si tratta di organizzazioni ma di uomini resi fanatici dall’estremismo wahabita e frustrati dalla rapina neoliberista.

 

 

Il fatto di ieri ha lasciato 5 morti, tra cui l’agente Keith Palmer e lo stesso attaccante, oltre a 40 feriti, 7 dei quali in stato critico, il che potrebbe aumentare il numero dei morti. E sì .... bisogna riconoscere che 5 morti di Londra pesano molto di più dei 200 a Damasco, Bagdad, Mogadiscio o Kabul.

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mar

21

mar

2017

RIFUGIATI

I rifugiati hanno un’anima?

di Guadi Calvo (*)

Durante la controversia se gli indios americani avessero o no un’anima - cosa che permise ai conquistatori di sfruttarli fino alla loro disintegrazione, numero più o meno tra i 30 e i 60 milioni - nel 1537 il papa Paolo III emise la sua Bolla Sublimis Deus che, parola più parola meno, diceva: “Noi che, anche se indegni, esercitiamo sulla terra il potere di Nostro Signore .... riteniamo tuttavia che gli indios siano veri uomini e che non solo sono capaci di capire la fede cattolica ma anche, secondo le nostre informazioni, sono desiderosi di riceverla”.

 

All’ombra di tale rivelazione, credo che sia ormai ora che il nostro amato Santo Padre Francesco stabilisca, una volta per i secoli dei secoli, se anche i rifugiati hanno un’anima. Perchè, alla fin fine, non ci troviamo la sorpresa di bruciare negli altiforni dell’inferno per non esserci presi cura come si deve di quelli che non si sa bene da dove vengono e che passano per indicibili supplizi, noi che facciamo colazione con succo d’arancia, caffè, croissants, burro e con quello squisito dolce di pere che la zia Ernestina, così affettuosa, ci manda sempre dalla campagna.

 

Qualcuno dovrà ben fare qualcosa, una volta o l’altra, non so più se con i milioni di rifugiati di cui nessuno si prende cura o con quelli che producono politiche e azioni per cui un calzolaio siriano di Homs o un contadino somalo di Baidoa finiscono le loro vite abbracciati nel letto del Mediterraneo.

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sab

18

mar

2017

PER NON DIMENTICARE FAUSTO E IAIO

In ricordo di Fausto e Iaio 

Il 18 marzo 1978 Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci "Iaio" vengono uccisi in un agguato fascista a Milano. Dopo trentanove anni i loro assassini continuano a rimanere impuniti. Vogliamo ricordarli con una testimonianza di un nostro compagno pubblicata nel libro “Fausto e Iaio trent'anni dopo”.

 

Il 18 marzo 1978, due giorni dopo il sequestro del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e l'uccisione dei 5 poliziotti della sua scorta da parte delle Brigate Rosse, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due giovani frequentatori del Centro Sociale Leoncavallo vengono assassinati prima delle 21 a colpi di calibro 38 in via Mancinelli, a poche centinaia di metri da casa mia in via Picozzi.

 

Subito la notizia vola di bocca in bocca. La telefonata di un compagno mi avvisa dell'accaduto, immediatamente chiamo altri compagni e ci diamo appuntamento sul luogo del delitto per testimoniare la nostra solidarietà e la nostra rabbia.

 

La notizia gira velocemente e in meno di un'ora migliaia di persone si radunano sul luogo del duplice omicidio accusando i fascisti. Al presidio sono presenti anche molti compagni della Breda di Sesto San Giovanni, la fabbrica dove lavoro, e insieme decidiamo di riunirci il giorno dopo per prendere posizione con un volantino da distribuire in fabbrica. 

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gio

16

mar

2017

TRUMP IN PROSPETTIVA STORICA

Il fenomeno Trump in prospettiva storica

di Manuel E. Yepe (*)

“Trump non è un fenomeno nuovo. E’ l’ultima e più aggressiva espressione, fino ad oggi, della destra corporativa radicale che intende riaffermare la sua egemonia corporativa ed il controllo sull’economia mondiale e sulla società statunitense. Ha i suoi precedenti nelle politiche e nelle strategie di Richard Nixon, di Ronald Reagan e nel “contratto per l’America” di Gingrich (un programma associato alla presa del Congresso da parte della destra radicale nel 1994), alla cui mescolanza Trump ha aggiunto i suoi nuovi elementi”.

 

Questo è il giudizio sul vero posto che corrisponde nella prospettiva storica all’attuale governante statunitense, Donald Trump, secondo il professore e dottore in economia politica Jack Rasmus, che ha una cattedra al Saint Mary’s College della California, nel suo più recente saggio intitolato “Trump non è un fenomeno nuovo”.

 

Il dottor Rasmus, molto noto per le sue predizioni politiche, dice che “Trump ha integrato elementi del Tea Party separati dalle élites del partito repubblicano nella purga successiva alle elezioni del 2012 ed ha introdotto la dose di nazionalismo economico di cui la destra radicale aveva bisogno per approfondire i suoi legami con la classe operaia tradizionale, un passo chiave sulla strada per costruire in futuro un vero movimento populista su base fascista.

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mer

08

mar

2017

8 MARZO PROLETARIO

La proletaria

di Rosa Luxemburg; da: rebelion.org; 8.3.2017

(Scritto del 5 marzo 1914).

Il giorno della Donna Lavoratrice inaugura la settimana della Socialdemocrazia. Con il duro lavoro di questi giorni il partito dei diseredati mette la sua colonna femminile all’avanguardia per spargere il seme del socialismo in nuovi campi. E l’uguaglianza dei diritti politici per la donna è il primo grido lanciato dalle donne allo scopo di reclutare nuovi difensori delle rivendicazioni di tutta la classe operaia.

Così la moderna proletaria si presenta oggi alla tribuna politica come la forza più avanzata della classe operaia e , allo stesso tempo, di tutto il sesso femminile ed emerge come  la prima lottatrice d’avanguardia da secoli.

 

 

La donna del popolo ha lavorato molto duramente da sempre. Nell'orda primitiva portava pesanti carichi, raccoglieva alimenti; nel villaggio primitivo seminava cereali, macinava, faceva ceramiche; nell'antichità era la schiava dei patrizi e alimentava i loro figli al suo petto; nel Medioevo era legata alla servitù delle filande del signore feudale. Ma, da quando esiste la proprietà privata, la donna del popolo ha lavorato quasi sempre lontano dalla grande fabbrica della produzione sociale e, quindi, lontano anche dalla cultura, restando confinata negli stretti limiti domestici di un’esistenza familiare miserabile. 

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lun

06

mar

2017

BUGIE E FALSITA'

La falsità delle notizie: attentati e aggressioni mai successe

di Christian Christensen (*)

Alla stampa contraria all’immigrazione la notizia è caduta come un dono dal cielo: un uomo impazzito che veste un giubbotto da suicida “pieno di benzina e polvere da sparo” entra in un supermercato di una piccola città del nord-est della Spagna, lancia grida di “Alaju Akbar” e apre il fuoco. Fortunatamente non ci sono morti, ma i clienti fuggono terrorizzati.

La notizia appare su un giornale locale, viene rapidamente raccolta da una serie di media statunitensi e inglesi e viene condivisa ampiamente su Twitter e Facebook. E personalità anti-musulmane affermano, scuotendo la testa con saggia disapprovazione, che l’attacco rappresenta tutto il male dell’Islam.

 

C’è un piccolo problema: non è mai successo.

Si, c’è stato un uomo che è entrato in un supermercato della città di Ourense e ha sparato varie volte. Qui è, tuttavia, dove finiscono i fatti e comincia la fantasia.

Giubbotto da suicida? Non l’aveva. Spari contro i clienti? No, ha colpito una bottiglia. Un pazzo sbandato? In un certo momento della registrazione delle telecamere di vigilanza si vede che l’uomo si siede e si mangia una banana. La città era sconvolta? No. E che è successo con le grida di “Alaju Akbar”? In seguito si viene a sapere che in realtà si trattava di un uomo che veniva dai Paesi Baschi, mentalmente disturbato, e che qualcuno ha confuso con l’arabo le parole pronunciate in euskara (la lingua basca). 

 

Dice molto della natura dell’intolleranza il fatto che avvenimenti inventati come quelli che non hanno avuto luogo a Ourense vengano messi in circolazione tanto rapidamente ed acriticamente da certi elementi della stampa e che questo venga fatto senza la minima preoccupazione per le conseguenze personali e materiali della loro pubblicazione.

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mar

28

feb

2017

PETROLIO WAHABITA

Il rosso petrolio wahabita

di Guadi Calvo (*)

L’Arabia Saudita, quale principale potenza delle monarchie del Golfo, ha trascinato i suoi vicini – Qatar, Emirati Arabi e Kuwait, fondamentalmente – ad accompagnare e a finanziare il terrorismo wahabita, incarnato in organizzazioni come al-Qaeda, Daesh e i talebani afgani e pachistani, anche se in altri tempi, su richiesta del Pentagono, non ha mancato di finanziare gruppi che nulla hanno a che vedere con l’integralismo musulmano, come i Contras nicaraguensi o l’organizzazione neofascista italiana Ordine Nuovo, responsabile dell’attentato contro la stazione di Bologna del 1985, che fece 85 morti.

 

Dalla guerra contro i sovietici in Afganistan, la tirannia dei Saud ha continuamente aumentato le sue “donazioni” a ogni organizzazione terrorista che si definisca wahabita, dalle Filippine alla Nigeria, passando per il Caucaso, la Siria, l’Iraq, l’Afganistan, la Somalia, la Libia e il Mali.

 

 

Fondamentalmente Riad ha sparso moschee e madrassah (scuole coraniche) dove si intercettano e si radicalizzano i giovani che le frequentano in tutta l’Europa, in Africa, ovviamente nel mondo arabo e nel sud-est asiatico, dove gli si passano le stizzose letture del Corano di Muhammad Ibn Abd al-Wahad (1703-1792), che voleva la restaurazione di un Islam dei Salaf (predecessori) (da qui il termine salaafiti). In seguito le sue teorie furono “attualizzate” nel 1928 dal fondatore dei Fratelli Musulmani, Hassan al-Banna, uomo del Foreign Office, e vennero continuate da Sayyid Qutb, impiccato nel 1964 per l’attentato, fallito, contro il leader egiziano Gamal Abdel Nasser.

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ven

24

feb

2017

MURI

L’anno della Grande Muraglia

di Ignacio Ramonet (*)

 

E’ possibile che il 2017 venga ricordato nella storia come l’anno della Grande Muraglia. Perché? Perché Donald Trump, il nuovo presidente degli Stati Uniti, è deciso ad edificare una monumentale barriera di protezione alla frontiera con il Messico per impedire, secondo lui, la “invasione” degli immigranti illegali che vengono dal ‘pericoloso Sud’….

 

Qualcuno dovrebbe ricordare al presidente statunitense ciò che la Storia, con precisione, insegna: che quasi mai queste ciclopiche fortificazioni hanno fermato qualcosa. Per caso i cinesi non costruirono, nell'antichità, l’impressionante Grande Muraglia per fermare i mongoli? E l’Impero Romano non eresse, nel nord dell’Inghilterra, il colossale Vallo di Adriano per fermare i barbari della Scozia?

 

Si sa, in entrambi gli esempi storici, che le gigantesche barriere fallirono. I mongoli passarono, e i manchu anche, e pure i caledoniani … Come continueranno a passare, verso gli Stati Uniti, i messicani, i centroamericani, i caraibici, i musulmani …. Nell'eterna dialettica militare dello scudo e della spada, la risposta alla Grande Muraglia di Trump saranno le migliaia di tunnels sotterranei che, probabilmente, i paria della terra stanno già scavando…

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gio

23

feb

2017

CENTRALE EX ENEL -TURBIGO

AMIANTO – UNA NUOVA SENTENZA ASSOLUTORIA DELLA V SEZIONE PENALE  DELLA CORTE D’APPELLO DI MILANO

 

Dopo 40 minuti di Camera di Consiglio, la Corte d’Appello di Milano, Sez. V Penale, ha emanato una nuova sentenza assolutoria, confermando la pronuncia di primo di grado emessa dalla V Sez. Penale del Tribunale di Milano. Come in un altro caso (sentenza Franco Tosi) le parti civili sono state condannate al pagamento delle spese processuali. Di segno opposto è la sentenza Fibronit emessa dal Tribunale di Pavia il 10 Febbraio 2017 che ha condannato i vertici della società di Broni, nonostante l’assoluzione di altri due imputati della stessa azienda avvenuta sempre ad opera della stessa V Sezione Penale della Corte d’Appello di Milano.

 

Parliamo degli imputati della ex ENEL di Turbigo, la grande centrale termica che produce elettricità. In essa è stato dimostrato che veniva impiegata una grande quantità di amianto. Da qui 8 lavoratori morti per una gravissima malattia: il mesotelioma pleurico (speranza di vita media: un anno!), malattia tipica dell’esposizione all’amianto. Non esistono sostanzialmente altre cause possibili.

 

Medicina Democratica e l’Ass. italiana esposti amianto (AIEA) hanno seguito il processo facendo un grande e puntuale lavoro di ricerca scientifica e giuridica, insieme ad alcuni dipendenti ENEL e con il contributo di esperti quali il dott. Luigi Mara, l’ing. Bruno Thieme avendo come difensore l’avvocato Laura Mara.

 

Si pensi che i lavoratori della Centrale si sono impegnati negli anni anche con la Regione Lombardia ed hanno ottenuto una delibera per sottoporre gli ex esposti all’amianto a sorveglianza sanitaria. Sono stati i primi con i loro famigliari a usufruire di questo servizio (counceling, visite specialistiche gratuite e periodiche). L’AIEA è stata particolarmente colpita perché fra i deceduti era presente uno dei suoi fondatori, Oscar Misin. I suoi famigliari molto tristi e delusi hanno ascoltato la sentenza piangendo: ancora una volta ingiustizia è stata fatta. Non possiamo che attendere il responso della Corte di Cassazione che non sarà a breve termine. Allo stato, prendiamo atto ancora una volta che questa pronuncia si pone in netto contrasto con la giurisprudenza di legittimità, che in casi analoghi ha confermato la responsabilità delle aziende e dei loro dirigenti che avevano esposto colposamente i lavoratori all’amianto.

 

Ciò che ci stupisce e ci fa pensare sono le sentenze di assoluzione pressoché uguali della V sezione del Tribunale e della Corte d’Appello di Milano che, contro l’evidenza scientifica e giuridica, continuano a negare le responsabilità di coloro che avevano l’obbligo di proteggere la salute dei propri dipendenti. Domani saremo in una sala del Senato della Repubblica (Santa Maria in Aquiro- Piazza Capranica 72) e lì segnaleremo con forza la singolare presa di posizione dei giudici milanesi.

 

Fulvio Aurora

 

(responsabile delle vertenze giuridiche di Medicina Democratica)

 

21 febbraio 2017

 

 

 

 

 

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mer

22

feb

2017

INTERVISTA AL COORDINATORE SICOBAS

 

Dalla rivista nuova unità, periodico comunista di politica e cultura – febbraio 2017

 

La provocazione e la trappola ordita da Levoni e dalla questura di Modena contro il Sicobas e il suo coordinatore nazionale crolla sotto la mobilitazione dei lavoratori.

Il 26 gennaio, durante una trattativa sindacale a Modena, viene arrestato in diretta per “estorsione” Aldo Milani, coordinatore nazionale del Sicobas. Come prova dell’infamante accusa di aver intascato bustarelle in cambio della pace sociale, la questura fa trasmettere su tutte le tv uno spezzone di pochi secondi, senza audio, in cui si vede uno scambio fra Levoni, grosso industriale delle carni, e un uomo in giacca e cravatta seduto a fianco di Milani (un certo Piccinini, consulente di Levoni) che prende una busta e dopo averla intascata fa il segno delle manette. La trappola scatta e Milani viene arrestato. Subito le edizioni dei giornali on line alimentano la macchina del fango riportando con grande enfasi la notizia dell’arresto di due sindacalisti del Sicobas, facendo apparire il consulente del padrone come un iscritto al Sicobas

Appena si sparge la notizia dell’arresto di Aldo Milani, centinaia di “facchini” aderenti al Sicobas scendono in sciopero contro il tentativo di criminalizzazione del loro coordinatore nazionale e del sindacato, e nelle ore successive centinaia di lavoratori della logistica, insieme a altri proletari e compagni solidali con lui, assediano il carcere di Modena, dove è rinchiuso Milani. Subito arrivano attestati di solidarietà (pochi per la verità) a Milani e al Sicobas da parte di altre organizzazioni, mentre alcuni sindacati, compresi quelli di base, per opportunismo o paura si dissociano dal Sicobas prendendo per buone le accuse della questura, e altri dubbiosi delle dichiarazioni della questura aspettano di vedere come finirà per prendere posizione.

Il giorno dopo il suo arresto, il 27 gennaio, la montatura si sgonfia e Aldo Milani viene scarcerato.

Ad attenderlo all’uscita del carcere centinaia di lavoratori e compagni. Per conoscere meglio i fatti riportiamo l’intervista di Aldo a nuova unità.

  

Intervista ad Aldo Milani, Coordinatore nazionale del SiCobas

di Michele Michelino

 

 

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gio

16

feb

2017

TRUMP

Il gabinetto degli amichetti di Trump può sembrare forte, ma ha paura

di Naomi Klein (*)

Torniamo indietro con la telecamera e facciamo una ricognizione di cosa sta succedendo a Washington proprio ora.

La gente che già possiede una porzione assolutamente oscena della ricchezza del pianeta, e la cui parte cresce ogni volta di più ogni anno che passa – nell'ultimo conteggio, 8 uomini possedevano altrettanta ricchezza che la metà del mondo – è determinata ad averne ancor più.

 

Le figure chiave che popolano il gabinetto di Trump non solo sono dei mega-ricchi, sono individui che hanno fatto il loro denaro ben sapendo che danneggiavano le persone più vulnerabili di questo pianeta e il pianeta stesso. Questo sembra essere una specie di requisito per il posto di lavoro.

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mar

14

feb

2017

IMPERIALISMO AMERICANO

Donald Trump: il sistema sono io!

Di Aldo Torres Baeza (*);

 

Mi sono stancato di ascoltare quella parola banale che definisce Donald Trump come un “outsider”. E’ quanto di più assurdo ho sentito da quando G.Bush Jr, con l’intelligenza soprannaturale che caratterizza la sua famiglia, proponeva di tagliare gli alberi per evitare gli incendi forestali.

Trump non è “fuori” (out) da niente. Al contrario, è il prodotto più nefasto che questo sistema ha partorito, incarna ogni cellula del modo di vita che abbiamo sulla Terra. E’ il Frankenstein che da anni cresce nel ventre di questo sistema che sottomette il mondo.

 

Dicono che è un outsider perché proviene da un reality show – dove giocava a licenziare la gente – e non dai partiti tradizionali, come se l’universo della politica non fosse un immenso show mediatico pieno di figuranti politici e i partiti monopolizzassero la rappresentanza politica.

 

Il suo muro alla frontiera del Messico per isolare gli immigranti non è per nulla fuori dal sistema, al contrario, è un altro segno dei tempi; il fatto è che poco si parla di altri muri e altri reticolati come, ad esempio, il muro della Cisgiordania che permette l’occupazione israeliane delle terre palestinesi.

 

O il muro che la Grecia ha costruito alla frontiera con la Turchia, che ha obbligato i rifugiati ad arrivare fino alla Bulgaria, finchè la Bulgaria non ha eretto il suo muro. L’Ungheria ha costruito una barriera di 174 chilometri alla frontiera con la Serbia, e un’altra di 40 chilometri alla frontiera con la Croazia.

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mer

08

feb

2017

ARTICOLO SUL NOSTRO CENTRO

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mer

08

feb

2017

IMPERIALISMO USA

Donald Trump, il nuovo rappresentante del gendarme mondiale

di Daniela Trollio (*)

 

L’avvento del “nuovo” presidente degli Stati Uniti è stato accompagnato e seguito da una notevole uniformità di giudizi, non solo della stampa ma anche di insospettabili personaggi di cosiddetta sinistra.

Quello che si legge – tra le righe, perché verso i potenti va comunque usato sempre un po’ di savoir faire -  è che nel migliore dei casi ci troviamo davanti ad un buffone pericoloso per il mondo, nel peggiore di fronte ad un pazzo “cane sciolto”, sempre e comunque pericoloso per il mondo.

 

 

Prima di discuterne, facciamo un attimo i conti con il suo predecessore, da tutti rimpianto, il primo presidente Afroamericano, il premio Nobel per la Pace Barak Obama, valentemente coadiuvato dall’antagonista – sconfitta - di Trump, Hillary Clinton, sua Segretaria di Stato.

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ven

03

feb

2017

USA

Obama, Trump e i cervelli liberal-progressisti


di John Pilger (*)


Per il giorno dell’inaugurazione della presidenza di Trump, migliaia di scrittori statunitensi si apprestano ad esprimere la loro indignazione. “Per guarirci e avanzare” scrivono i Writers Resist (gli scrittori resistono), “vogliamo eludere il discorso politico diretto per incentrarci ispiratamente sul futuro e in come noi, come scrittori, possiamo essere una forza unificatrice nel compito di proteggere la democrazia”.
“Preghiamo vivamente gli organizzatori e gli oratori locali di evitare di menzionare i nomi dei politici o di servirsi di un linguaggio “anti” durante la manifestazione del Writers Resist. E’ importante garantire che le organizzazioni senza fini di lucro, a cui è vietata la partecipazione a campagne politiche, si sentano a posto patrocinando questo avvenimento”.
A quanto pare, bisogna evitare la protesta reale, che non è esente da tasse.

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dom

29

gen

2017

LA MOBILITAZIONE DEI LAVORATORI VINCE

Dal quotidiano Il manifesto

 

Scarcerato Aldo Milani, il sindacalista Si Cobas: «Sono vittima di un tranello»

Logistica. Accusato di estorsione, il coordinatore nazionale del sindacato di base SI Cobas era stato arrestato insieme a un consulente estraneo all'organizzazione. Ora Milani ha l’obbligo di dimora. Scioperi e proteste nel centro-Nord. Il sindacato attacca: «Castello accusatorio infondato per screditare le lotte» 

Roberto Ciccarelli, EDIZIONE DEL29.01.2017

 

Aldo Milani, coordinatore nazionale del Si Cobas, è stato scarcerato ieri a Modena e ha ricevuto l’obbligo di dimora a Milano. Era stato arrestato con l’accusa di estorsione ai danni dell’azienda Alcar Uno di Castelnuovo Rangone in provincia di Modena di proprietà della famiglia Levoni. Insieme a lui è stato arrestato Dario Piccinini, membro di una società di consulenza e non del sindacato di base, che in un video muto diffuso dagli inquirenti intasca un oggetto passatogli da un terzo e fa il gesto delle manette. Per l’accusa sarebbe una mazzetta di 5 mila euro, quota di un’estorsione di 90 mila euro, che sarebbe andata al sindacato. Per la difesa è una somma mai ricevuta dal sindacato e il suo passaggio è avvenuto all’insaputa del suo coordinatore seduto allo stesso tavolo.

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sab

28

gen

2017

Resistenza continua fino all'abolizione dello sfruttamento capitalista

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ven

27

gen

2017

NO ALLA REPRESSIONE DELLE LOTTE

Solidarietà al compagno Aldo Milani e al SiCobas

 

Aldo Milani, coordinatore nazionale del SiCobas, è stato arrestato durante una trattativa sindacale a Modena con l’infamante accusa di "estorsione", cioè "soldi in cambio dell'ammorbidimento" della protesta.

Noi che da decenni conosciamo il compagno Aldo, e che insieme a lui abbiamo condotto  tante battaglie, esprimiamo la nostra più totale e completa solidarietà a  lui ed al suo sindacato, il SiCobas.

Criminalizzare chi lotta fuori dagli schemi e dalle compatibilità economiche, chi combatte ogni giorno lo sfruttamento padronale e il razzismo, è da sempre un’ arma che i padroni usano contro chi li combatte.

 

La magistratura, da sempre strumento dei padroni, ormai da anni  e mai come oggi, assolve gli assassini responsabili delle morti sul lavoro e di lavoro, lanciando un messaggio chiarissimo: nessuno deve disturbare il manovratore, il capitale è libero da ogni vincolo per fare sempre più profitti, non importa se a costo della vita, della salute e di condizioni di lavoro infamanti  per quelli che considera semplicemente schiavi salariati.

 

Noi siamo convinti che l’arresto di Aldo Milani con l’accusa infamante di aver preso mazzette è una trappola preordinata, tesa dai padroni mafiosi – che sfruttano bestialmente i lavoratori per mezzo delle false cooperative di cui è pieno il settore della logistica, ma non solo - per screditare il coordinatore del sindacato e il Sicobas e bloccare le sacrosante le rivendicazioni economiche dei lavoratori stessi facendole passare per "estorsioni".

Questa trappola non riguarda solo i lavoratori rappresentati dal SiCobas, ma tutti coloro che lottano, tutti noi : questo è un avvertimento a tutti quelli che non abbassano la testa.

 

No alla criminalizzazione delle lotte proletarie.

Solidarietà con gli arrestati del SI Cobas. Libertà per i compagni arrestati del SI Cobas.

 

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni

 

Sesto San Giovanni 27/01/2017

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HASTA SIEMPRE, COMANDANTE!

 

Fidel Castro, comandante della rivoluzione cubana è morto stanotte. Oggi le nostre bandiere, quelle di tutti gli sfruttati del mondo e dei popoli amanti della pace, sono a lutto per onorare chi ha combattuto fino all’ultimo per il socialismo e la libertà.

Per tutta la sua vita Fidel si è battuto contro l’imperialismo e il capitalismo, a fianco dei proletari, degli sfruttati, dei popoli oppressi e dei rivoluzionari di tutto il mondo contro lo sfruttamento e l’oppressione dell’uomo sull’uomo.

La vita di Fidel, il suo esempio - come quello di Ernesto Che Guevara e dei rivoluzionari e comunisti della sua generazione - hanno educato e indicato la via a intere generazioni.

 

A noi oggi tocca il compito di proseguire la loro battaglia.  

Il modo migliore per onorarli è quello di continuare la lotta perché, come affermava anche il Che, ”NESSUNO E’ LIBERO FINCHE’ ANCHE UN SOLO UOMO AL MONDO SARA’ IN CATENE”

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto San Giovanni

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