sab

26

mag

2018

E’ morto il Bin Laden dell’America Latina

E’ morto il Bin Laden dell’America Latina

 

di Hernando Calvo Ospina (*)

 

E’ morto in Florida il Bin Laden dell’America Latina, Luis Posada Carriles, un terrorista di origine cubana anche se la stampa internazionale lo definiva semplicemente “noto anticastrista”. Se n’è andato  a novant’anni senza pagare per tutti i suoi crimini, protetto fino all’ultimo dal Governo degli Stati Uniti, in particolare dalla CIA e dalla famiglia Bush.

 

Divenne noto internazionalmente quando si seppe che era stato uno degli autori intellettuali dell’esplosione dell’aereo della Cubana de Aviaciòn, il 6 ottobre 1976, con 73 passeggeri a bordo, poco dopo il decollo dall’aeroporto Seawell delle Barbados. Venne catturato in Venezuela, dove lavorava per i servizi di sicurezza di quel paese. Dopo essere stato in prigione pochi anni, la CIA lo aiutò a fuggire e lo portò in Centroamerica per collaborare alla guerra del terrore che Ronald Reagan e il suo vice-presidente George Bush padre inaugurarono contro il Governo sandinista del Nicaragua negli anni Ottanta.

 

Ecco qui alcuni dettagli dell’azione di questo terrorista, e i nomi di alcun dei suoi protettori e complici (**).

 

Posada Carriles era stato reclutato dalla CIA nel 1960. In un’intervista al New York Times, il 12 luglio 1998, diceva: “La CIA ci ha insegnato tutto … Come usare esplosivi, costruire bombe … ci addestrarono ad atti di sabotaggio”. Fu uno degli uomini scelti per partecipare alle operazioni speciali contro Cuba. Dopo la Crisi dei Missili si arruolò nell’esercito statunitense, diventando ufficiale.

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ven

25

mag

2018

GUERRE IMPERIALISTE, CLASSE OPERAIA E INTERNAZIONALISMO

A proposito dei concetti di Patria, nazionalismo, e internazionalismo.

 

Guerre imperialiste, classe operaia e internazionalismo.

 

 

Il riconoscersi, come appartenenti alla stessa classe sociale, al di là delle barriere nazionali, con gli stessi interessi immediati e storici, è alla base dell’ Internazionalismo proletario

 

 

Michele Michelino (*)

 

L’ultima aggressione imperialista contro la Siria con missili USA, francesi e britannici su presunti impianti chimici riporta all’ordine del giorno il dibattito sulla guerra imperialista e sul ruolo della classe operaia e proletaria nei riguardi delle guerre imperialiste.

 

Gli operai comunisti e i rivoluzionari sono persone di pace, che lottano contro lo sfruttamento capitalista, contro le guerre di rapina dei padroni. Il profitto di pochi si fonda sulla miseria di molti e noi lottiamo contro la proprietà privata dei mezzi di produzione, per un sistema economico, politico, sociale che si chiama Socialismo nel quale le guerre per il profitto e di rapina, al pari dello sfruttamento degli esseri umani, siano considerati e condannati come un crimine contro l’umanità.

 

La classe operaia, cosciente dei suoi interessi immediati e storici, ha sempre ritenuto che l’unica guerra giusta è quella contro i padroni e i loro governi, cioè quella delle classi e dei popoli oppressi. Noi operai comunisti siamo per la pace ma non pacifisti e combattiamo l’unica guerra giusta: quella contro lo sfruttamento.

 

Noi viviamo in un paese imperialista, membro della NATO, che partecipa insieme ad altri predoni alla spartizione del bottino rapinato in Africa, in Asia o in America.

 

La presenza sul suolo italiano di molte basi militari USA e NATO, concesse dal dopoguerra a oggi da tutti i governi - democristiani, di centrodestra, di centrosinistra - con la presenza di atomiche “tattiche” fanno dell’Italia la portaerei NATO del Mediterraneo.

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gio

24

mag

2018

LULA SI LULA NO...

Lula sì, Lula no…

 

Daniela Trollio * | nuovaunita.info
maggio 2018

Anche lui si è accorto, riconoscendolo recentemente che il suo più grande errore è l'essere stato "condiscendente" verso il potere effettivo

Mentre il nuovo attacco di USA, Inghilterra e Francia al popolo siriano tiene con il fiato sospeso il mondo, dall'altra parte del pianeta è avvenuto un fatto altrettanto grave, anche se con armi "pacifiche".

Stiamo parlando dell'arresto e dell'incarcerazione dell'ex presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva, condannato senza prove (come era già successo con la destituzione della presidente Dilma Rousseff) per corruzione (aver ricevuto un appartamento di tre vani) e arrestato prima che fossero esperiti tutti i gradi di giudizio previsti dalla legge.

Prima di cercare di spiegare tutte le implicazioni di questo fatto, vogliamo ricordare qualche dato.

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mer

23

mag

2018

VENEZUELA: HA VINTO MADURO

Ha vinto Maduro. E adesso?

 

di Guillermo Cieza (*)

 

Il popolo venezuelano ha compiuto alcuni atti che lo trasformano in un paese eccezionale. A quanto pare è stato l’unico caso in cui un popolo nelle strade sconfisse un colpo di Stato.

 

Ora aggiunge un’altra impresa. Non si conoscevano antecedenti riguardo ad un paese dove un presidente che sia passato per una iper-inflazione, fosse rieletto. E l’iper-inflazione in Venezuela, negli ultimi 12 mesi, è stata un record mondiale, più del 2.000 per cento.

 

Per aggiungere difficoltà, questo è successo in un paese sanzionato da USA e Unione Europea, bloccato, ridotto quasi alla sopravvivenza. Peggio ancora ... minacciato. Nell’ultimo mese, nell’ultima settimana, il Dipartimento USA, il Comando Sud, gli hanno imposto, gli hanno ordinato di sospendere le elezioni. L’impresentabile Segretario Generale dell’OEA e la lega dei peggiori governi dell’America Latina – Argentina, Colombia, Panama, Paraguay, Perù e Cile – hanno anticipato chee non avrebbero riconosciuto i risultati elettorali (salvo vincesse la destra).

 

Tutti stanno da tempo cospirando per portare a termine la campagna per “liberare Veneuzela e Cuba”. Dappertuto appaiono documenti, piani, dichiarazioni che fanno riferimento ad un’invasione di forze combinate di diversi paesi coordinate dagli USA, una riedizione di quella che fu la Guerra della Tripla Alleanza contro il Paraguay nel secolo XIX.

 

E come successe con il Paraguay, l’obiettivo principale è molto più ambizioso dell’impadronirsi di beni naturali o annettersi dei territori. L’obiettivo principale è sradicare il “cattivo esempio”: che non restino che le ceneri di coloro che hanno osato sfidare il sistema capitalistico mondiale e gli imperi occidentali.

 

Ed è successo che un’importante parte del popolo venezuelano ha deciso di andare a votare e di rieleggere Nicolàs Maduro.

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mar

22

mag

2018

NUOVA UNITA'

Di male in peggio


Finché esisterà il capitalismo non ci saranno governi che daranno risposte ai problemi che attanagliano il paese.


È brutto cominciare un ragionamento con l'affermazione "lo avevamo già detto", ma in questo momento di grandi manovre per la formazione di un "nuovo" governo pensiamo sia appropriato. Abbiamo tenuto in sospeso la chiusura del giornale, in attesa di conoscere la formazione del nuovo governo.

utti sostengono di aver vinto (ma le elezioni non sono una lotteria) - tranne gli accasciati del PD che non perdono occasione per ribadire la loro sconfitta come un vanto -, e tutti - che non avevano fatto i calcoli di una legge truffa e pasticciata confezionata a misura per far governare PD e Forza Italia -, si accorgono che senza il premio di maggioranza non raggiungono il numero necessario per governare. E allora è stato inventato un nuovo metodo, quello del cosiddetto "contratto di governo" che si può fare con chi ci sta e si candida a gestire e amministrare la crisi del capitalismo italiano e il montante malcontento e rancore dei settori popolari più colpiti che si manifesta apertamente tramite l'astensione, ma anche nell'appoggio ai cosiddetti populisti cui è stato aperto un certo credito nelle ultime elezioni.

Vogliono il potere, ma devono trovare il modo migliore per nascondere le loro intenzioni e come ingannare il loro stesso elettorato e le masse del nostro paese di fronte alle decisioni economiche, l'approvazione del bilancio dello Stato con il conseguente aumento dell'Iva e la ricaduta oggettivamente antipopolare, il futuro dei lavoratori Ilva ecc., le esigenze dei padroni che vogliono più soldi, una crescente povertà estesa sempre più anche ai lavoratori occupati e l'aumento della disoccupazione.

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lun

21

mag

2018

VENEZUELA, MADURO VINCE LE ELEZIONInezuel

Abecedario per capire la vittoria del chavismo in Venezuela

 

di Katu Arkonada (*)

 

Il chavismo ha di nuovo vinto le elezioni in Venezuela. Sono 22 su 24 elezioni fatte in Venezuela dal trionfo del Comandante Chàvez nel 1998, trionfo che inaugurò il cambio di epoca in America Latina.

 

In un chiaro esempio di “dissonanza cognitiva”, una buona parte dell’opinione pubblica internazionale, compresa la sinistra, ancora non capisce il perché se il Venezuela è una dittatura nel mezzo di una guerra civile, si celebrano le elezioni in pace, senza morti, e con risultati similari, in partecipazione e appoggio al vincitore, od altri processi elettorali del continente.

 

Vediamo allora un breve abbecedario per cercare di capire quanto è successo:

C di Chavismo: questo abbecedario non inizia con la A ma con la C di Chavismo che, più che un concetto teorico, è una teoria di azione collettiva, proletaria, portata nella pratica. Senza il chavismo politico e sociologico – selvaggio nelle parole di Reinaldo Iturriza – non sarebbe possibile capire non la rivoluzione bolivariana ma la resistenza eroica agli attacchi politici, economici e mediatici contro un processo, attacchi iniziati dopo la vittoria di Chàvez, ma che si sono approfonditi dopo la sua morte nel 2013.

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dom

20

mag

2018

IRAN, USA E LE GUERRE (INVISIBILI) ALLA PERIFERIA

Iran, USA e le guerre (invisibili) alla periferia

 

di Silvina M. Romano (*)

 

Quello a cui assistiamo nella scalata di tensione a livello internazionale in virtù della ritirata degli USA dall’Accordo nucleare firmato con l’Iran, in definitiva potrebbe essere inquadrato nella ridefinizione di cosa è la guerra, o cosa si intende oggi per guerra e l’impatto che ha il concetto nell’opinione pubblica.

 

Dalla 2° Guerra Mondiale non ci sono guerre globali: ci fu la Guerra Fredda tra le potenze che si materializzò o colpì la periferia attraverso guerre limitate di bassa intensità. Nel secolo XXI si parla invece di interventi, conflitti armati, conflitti di alta intensità. Cambiano anche i modi di utilizzare il vocabolo “guerra”: “guerra alle droghe”, o “guerra al terrorismo”, vocabolo utilizzato a fini propagandistici per generare un certo impatto, ma che nessuno si aspetta venga interpretato come una guerra “sul serio”.

 

Sembra che, nel corso dei decenni, il concetto di “guerra” abbia perso forza o sensazione di “realtà”, sempre e quando questi conflitti, che potrebbero essere definiti come “guerra punto e basta”, si sviluppino nella periferia.

 

In questi spazi, come in Medio Oriente, ci sono conflitti permanenti. La gente vive in una guerra permanente. Tuttavia la stampa internazionale, le opinioni degli esperti, le società che fanno affari in quei paesi la percepiscono/mostrano come uno “stato naturale” di quelle società: là la gente vive “così”.

Invece, quando il conflitto colpisce le potenze occidentali,  allora acquisisce maggiore visibilità, diventa un problema nel quale l’Occidente, e specialmente gli USA, è obbligato ad intervenire per risolvere, soprattutto in uno schema in cui Cina e Russia si mostrano come contrappesi importanti.

 

Gli scenari di guerra permanente invisibile che acquisiscono periodicamente visibilità (dovuto agli interessi in gioco, al timing politico e alla disputa geopolitica e geoeconomica di cui sono protagoniste alcune potenze) potrebbero essere l’Iran o la Siria, o anche la Colombia e il Messico.

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gio

17

mag

2018

ISRAELE STATO ASSASSINO E RAZZISTA

Israele e Palestina nel 2018

 

Decolonizzazione, non pace

 

di Ilan Pappe (*)

 

Settant’anni dopo la creazione dello Stato di Israele non possiamo più parlare di conflitto israelo-palestinese.

 

I fondatori dello Stato di Israele furono principalmente persone che si stabilirono in Palestina all’inizio del secolo XX. Vennero soprattutto dall’Europa dell’Est, ispirati da ideologie nazionaliste romantiche in voga nei loro paesi d’origine, delusi dalla loro incapacità di unirsi a questi nuovi movimenti nazionalisti e entusiasti dalle prospettive del colonialismo moderno.

 

Alcuni erano vecchi membri di movimenti socialisti che speravano di fondere il loro nazionalismo romantico con esperimenti socialisti nelle nuove colonie. La Palestina non fu sempre la loro unica opzione ma diventò la preferita quando divenne chiaro che si adattava bene alle strategie dell’Impero britannico e alla visione del mondo dei potenti cristiani sionisti di entrambi i lati dell’Atlantico.

 

Dalla Dichiarazione Balfour del 1917 e durante tutto il periodo del Mandato britannico del 1918-1948, i sionisti europei cominciarono a costruire l’infrastruttura per un futuro Stato con l’aiuto dell’Impero britannico. Ora sappiamo che quei fondatori dello Stato ebreo moderno erano coscienti della presenza di una popolazione nativa con aspirazioni proprie e con la propria visione del futuro per la loro patria.

 

La soluzione a questo “problema” – per quanto si riferisce ai fondatori del sionismo – fu di de-arabizzare la Palestina per spianare la via al sorgere dello Stato  ebreo moderno. Che fossero socialisti, nazionalisti, religiosi o laici, i dirigenti sionisti pianificarono l’espulsione della popolazione della Palestina dal decennio del 1930.

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mer

16

mag

2018

NAKBA, 70 ANNI DI PULIZIA ETNICA

Nakba, 70 anni di pulizia etnica

 

di Koldo Anzola (*);

 

Ieri, 15 maggio, si sono compiuti 70 anni da quando il movimento sionista installò in modo unilaterale lo stato di Israele sul territorio storico della Palestina. Un progetto di stato che sette decenni dopo continua a produrre un’anormalità senza precedenti secondo gli standards internazionali – mancanza di frontiere riconosciute e di una costituzione - e riconosce pieni diritti di cittadinanza solo alle persone di confessione ebrea.

 

La fondazione di Israele ha comportato anche la deportazione forzosa di gran parte della popolazione locale, circa 800.000 palestinesi, in quella che Ilan Pappe, storico israeliano esiliato in Gran Bretagna, ha definito “pulizia etnica programmata”.

 

Questo fatidico anniversario è chiamato in arabo Nakba, o “giorno del disastro”, e ancor oggi è una data di rivendicazione del diritto della popolazione palestinese rifugiata – attualmente circa 6 milioni di persone – al ritorno alle loro case, come glielo riconosce la risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

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mar

15

mag

2018

I CRIMINI ISRAELIANI CONTRO I PALESTINESI

Israele e il suo impegno criminale contro il popolo palestinese

di Pablo Jofré Leal (*)

Una delle grandi direttrici del sionismo - che gli ha permesso di essere la base ideologica dei diversi governi che l’entità israeliana si è data, dal maggio dell’anno 1948 ad oggi - è la centralità del suo odio e dell’apartheid contro il popolo palestinese. Ed esso lo spiega e si difende, avvertendo che se non avesse tale politica di discriminazione, potrebbe soffrire una nuova persecuzione come quella vissuta negli anni della 2° Guerra Mondiale e sotto l’occupazione dell’Europa da parte del nazionalsocialismo, dato che Israele vive circondata da nemici, secondo quella teoria razziale per cui si considera il “popolo eletto” per una “terra promessa”.

 

In questo quadro fantasioso, in cui il popolo palestinese sta pagando le conseguenze di politiche di discriminazione sofferte in Europa, il regime israeliano si impegna a rendere invisibile non solo la lotta del popolo palestinese e a mantenere nell’impunità i crimini commessi giorno per giorno nella Striscia di Gaza  nei territori della Riva occidentale – compresa al Quds (Gerusalemme, n.d.t.), ma anche a seppellire la storia di questo popolo, la sua cultura, il suo idioma e le sue possibilità di autodeterminazione.

 

Israele porta avanti questo piano funesto e criminale mitizzando una storia costruita su inganni, sull’imposizione di dogmi di fede come se fossero leggi di obbligatorio compimento e sulla ferrea alleanza con gli Stati Uniti, che hanno agito come padri putativi del sionismo, servendosi l’uno dell’altro in materia di politiche di dominio e di aggressione in Medio Oriente. E questo con il forte appoggio del lavoro realizzato – in territorio statunitense stesso – dalla la lobby sionista del Comitato di Affari Pubblici Statunitense/Israeliano (AIPAC la sua sigla in inglese) – a cui si aggiungono potenti reti di cristiani sionisti, che abbracciano questa idea di dominio di Israele in base a considerazioni religiose più consone a fanatici che a credenti di una religione di pace.

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mer

09

mag

2018

Karl Marx, vecchio filosofo del domani, compie 200 anni

Karl Marx, vecchio filosofo del domani, compie 200 anni

 

di Chris Gilbert (*)

 

Si spengono le luci e il proiettore comincia a girare. Sullo schermo sfarfallante vediamo il giovane protagonista che scopre un vecchio anello, o una spada lucente, che cambierà il suo destino. L’oggetto, nonostante sia molto vecchio, dà poteri speciali a chi lo raccoglie, dandogli accesso alla conoscenza accumulata da molte generazioni e aprendogli la strada, con i suoi poteri speciali, al futuro ...Senza molte correzioni a questo copione di fantasia, così concepiamo il ruolo del pensiero di Marx nel nostro presente.

Non è casuale che in queste opere di fantasia il mondo degli adulti sia di solito segnato da una meschinità ed una vacuità che lo trasformano nel fedele riflesso del nostro. Nonostante fin dall’inizio il giovane protagonista intuisca che non appartiene ad un ambito così grigio e monotono, è l’incontro con il “vecchio” – con la generazione dei nonni, dei bis o dei trisnonni – quello che afferma la sua appartenenza ad un mondo superiore che lo chiama a lottare senza tregua per la sua realizzazione.

 

Va detto che se avessimo la capacità di assumere la vita reale con lo stesso impegno emozionale che applichiamo alle fantasie di Hollywood, ci renderemmo conto che questo mondo superiore è il socialismo e che la critica marxista della società attuale, insieme alla lotta degli oppressi, è ciò che apre la strada al suo emergere. Ma oggi il pensiero di Marx è come un anello magico e potente gettato nel fango al bordo della strada. Ben pochi si fermano a raccoglierlo, ma il gioiello non ha perso la sua brillantezza nonostante l’abbandono generalizzato che patisce.

 

La sua persistente brillantezza è empiricamente comprovabile, visto che il pensiero di Marx ha dimostrato la sua validità in tante occasioni, smentendo così i suoi detrattori che – quasi ogni decennio da quando sorse il marxismo – si sono dati al vuoto rito di annunciare la sua morte.

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mar

08

mag

2018

CUBA, TRUMP E IL DIALOGO COREANO

Cuba, Trump e il dialogo coreano

 

di Atilio A. Boron (*)

 

Di ritorno da un viaggio a Cuba, vorremmo condividere queste poche riflessioni sul momento attuale dell’isola.

 

L’indurimento del blocco ordinato da Donald Trump complica la situazione economica dell’isola ribelle. Mette inciampi sulla via dell’attualizzazione del modello economico ma non intacca la morale dei cubani che, nel corso di quasi sessant’anni, hanno imparato a convivere con la cattiveria che, come il brutto tempo, viene dal Nord.

 

Con Trump sono già dodici gli inquilini della Casa Bianca che volevano abbattere la Rivoluzione Cubana, o produrre il tanto desiderato “cambio di regime”. Gli undici precedenti hanno morso la polvere della sconfitta, e al magnate newyorkino succederà lo stesso. Ha ordinato il ritiro di numerosi diplomatici dalla riaperta ambasciata USA all’Avana (la maggioranza dei quali erano agenti dell’intelligence o personale addestrato a “rianimare” con vari sussidi e programmi la “società civile” cubana) e ha imposto nuovi ostacoli al commercio estero dell’isola, agli investimenti nord-americani e anche al turismo verso Cuba, esortando i cittadini a “riconsiderare la loro decisione di fare viaggi” sull’isola.

 

Il nuovo presidente, Miguel Dìaz-Canel, dovrà passare per un sentiero irto di difficoltà: dall’illegale extraterritorialità delle leggi USA che, con l’acquiescenza di governi servili (a cominciare dagli europei e seguendo con i latinoamericani), impone sanzioni a banche ed imprese di paesi terzi che intervengano nel commercio estero di Cuba fino ai veti all’importazione di prodotti che contengano più del dieci per cento di componenti statunitensi o di patenti del paese, passando per la proibizione di entrare nei porti USA a navi da carico che nei sei mesi precedenti siano stati in porti cubani.

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gio

03

mag

2018

CORTEO CONTRO L'AMIANTO

mar

01

mag

2018

CON I LAVORATORI SFRUTTATI DI TUTTO IL MONDO

 

CON TUTTI GLI OPERAI E I POPOLI OPPRESSI DEL MONDO

 

1° maggio di lotta internazionale e corteo proletario a Milano

 

Concentramento ore. 15 in piazza Duca D’Aosta davanti alla Stazione Centrale.

 

Contro le guerre imperialiste di rapina, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la precarietà di lavoro e di vita, gli omicidi sul lavoro, per l'unita di tutti i proletari del mondo.  Gli operai sono una classe internazionale e combattono lo stesso nemico: il capitalismo e l’imperialismo. Contro tutti i padroni e i governi a cominciare da quelli”italiani”. Il nemico è in casa nostra e sono i padroni e i loro governi.

 

 Contro razzismo, fascismo, e ogni discriminazione.

 

PER UNA SOCIETA SOCIALISTA IN CUI LO SFRUTTAMENTO SIA CONSIDERATO UN CRIMINE CONTRO L’UMANITA’

 

 

lun

30

apr

2018

DIRITTO ALLA SALUTE E AMIANTO A SESTO S.GIOVANNI (28 APRILE 2018):

COMITATO PER LA DIFESA DELLA SALUTE NEI LUOGHI DI LAVORO E NEL TERRITORIO: PER RICORDARE TUTTE LE VITTIME DELL’AMIANTO E DELLO SFRUTTAMENTO.

 

 

 

Sabato 28 aprile 2018 manifestazione e corteo popolare organizzato dal CIP Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” con partenza dalla sede in via Magenta 88 a Sesto S.Giovanni ed arrivo alla lapide commemorativa posta in via Carducci: “A perenne ricordo di tutti i lavoratori morti a causa dello sfruttamento capitalista ora e sempre Resistenza! I compagni di lavoro di Sesto S.Giovanni. 24 aprile 1997”.

 

 

 

Esibizione della Banda musicale degli Ottoni a Scoppio, deposizione di omaggi floreali, interventi di Michele Michelino (CIP Tagarelli), un lavoratore del Teatro della Scala di Milano, Claudio Menichetti (padre di Emanuela, tra le vittime della strage di Viareggio), una rappresentante del Comune di Sesto, Lorena Tacco (AIEA, Associazione Italiana Esposti Amianto di Paderno Dugnano), Renato Sarti (Teatro della Cooperativa di Niguarda), il Presidente provinciale dell’ANMIL e Daniela Trollio (CIP “Tagarelli”) e rientro in via Magenta.

 

DIRITTO ALLA SALUTE E AMIANTO A SESTO S.GIOVANNI (28 APRILE 2018):

 

1.      https://www.youtube.com/watch?v=sFxWNbGq6TQ&t=13s

 

2.      https://www.youtube.com/watch?v=hvg4KdxIUh0&t=19s

 

BANDA MUSICALE DEGLI OTTONI A SCOPPIO:

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=1pninurx1Ss

 

 

 

RICORDANDO LA STRAGE DI VIAREGGIO (RICCARDO ANTONINI):

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=DQ5nZmwPKXU&t=19s

 


RICCARDO ANTONINI, FERROVIERE LICENZIATO PER AVER DENUNCIATO LE INADEMPIENZE CHE AVEVANO PORTATO ALLA STRAGE DI VIAREGGIO DEL 29 GIUGNO 2009 (32 VITTIME).

 

 

 

RICORDANDO LA STRAGE DI VIAREGGIO (CLAUDIO MENICHETTI):

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=B78N1o9Txr4&t=37s

 


CLAUDIO MENICHETTI, PADRE DI EMANUELA, UNA DELLE 32 VITTIME DELLA STRAGE FERROVIARIA DI VIAREGGIO DEL 29 GIUGNO 2009.

 

 

 

DIRITTO ALLA SALUTE E AMIANTO A SESTO S.GIOVANNI (TG3 28 APRILE 2018):

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=qJhLjHHAIfQ

 


L’INTERNAZIONALE (BANDA DEGLI OTTONI A SCOPPIO):

 

 

 

https://youtu.be/v6hjm1yrSvA

 

 

 

 

ven

27

apr

2018

CONTRO LO SFRUTTAMENTO E I MORTI SUL LAVORO

Sabato 28 aprile 2018 – ore 16.00 corteo, partenza dal Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” in  via Magenta 88, Sesto San Giovanni, fino alla lapide di via Carducci.


Tutti sapevano e nessuno ha parlato.
Lo sapevano i sindacati.
Lo sapeva la direzione dell'azienda.
Lo sapeva l'assessorato alla sanità.
Lo sapevano tutti, e non gli operai ...


Il 28 aprile è stata istituita dall'Organizzazione Internazionale sul Lavoro la giornata mondiale contro l'amianto, i morti sul lavoro e per la sicurezza, per sensibilizzare datori di lavoro e istituzioni.

Da allora, era il 2003, nonostante le chiacchiere e le lacrime di coccodrillo, gli operai continuano a morire fra l'indifferenza aspettando una sicurezza e una "giustizia" che non arriva mai.

Dall'inizio dell'anno sono più di 150 i morti sul lavoro e le malattie professionali sono in crescita.


Il 28 aprile alle ore 16 a Sesto San Giovanni il nostro Comitato e altre associazioni delle vittime organizza il corteo per chiedere Giustizia per le vittime dell’amianto. IN RICORDO DI TUTTI I LAVORATORI E I CITTADINI ASSASSINATI PER IL PROFITTO.

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio,

 

gio

26

apr

2018

CORTEO CONTRO I MORTI D'AMIANTO E DEL PROFITTO

 

 

Giustizia per le vittime dell’amianto

 

 

IN RICORDO DI TUTTI I LAVORATORI E I CITTADINI ASSASSINATI PER IL PROFITTO

 

 

 

Sabato 28 aprile 2018 – ore 16.00 corteo

 

 

partenza dal Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” di via Magenta 88, Sesto San Giovanni, fino alla lapide di via Carducci

 

 In tutto il mondo il 28 aprile si celebra la giornata mondiale contro l’amianto. Una fibra killer che continua a uccidere nel mondo oltre 100 mila persone ogni anno.  Secondo l’allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ogni anno, in Europa, perdono la vita per patologie asbesto-correlate circa 15 mila persone (4mila in Italia) e una persona su tre è a rischio.

 

L’amianto non è un problema del passato ma del presente e del futuro. Una vera emergenza sociale, ambientale e sanitaria.

 

A 26 anni dalla messa al bando dell’amianto in Italia ci sono ancora 32 milioni di tonnellate d’amianto e le bonifiche sono ancora da fare.

 

Per denunciare questo pericolo, rivendicando misure concrete per la tutela della salute degli esseri umani e per la messa in sicurezza del territorio, da anni molte associazioni e Comitati delle vittime dell’amianto hanno intrapreso campagne informative e contenziosi giudiziari per la difesa della salute e della vita umana.

 

La conoscenza è la prima forma di difesa 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio,  

 

                                                                                        

 

Sesto San Giovanni (Mi)  aprile 2018                                                     e-mail: cip.mi@tiscali.it

 

mer

25

apr

2018

LA RESISTENZA CONTINUA

lun

23

apr

2018

GIRON, SAIGON E DAMASCO

Giròn, Saigon e Damasco

 

Di Miguel Angel Ferrer (*)

 

Da tempo immemorabile la conquista e la colonizzazione di un popolo ha implicato l’occupazione militare del territorio dove quel popolo vive. Se non avviene questa occupazione tramite le armi, non si può parlare di conquista.Così conquista e occupazione sono sinonimi assoluti.

Dal punto di vista del conquistatore il luogo, i bombardamenti e i blocchi trovano la loro ragione di essere se si consuma l’occupazione militare. E’ il caso, ad esempio, dell’Afganistan e dell’Iraq, occupati da truppe USA e di altri paesi imperialisti.

In Libia e in Siria si è ripetuto più o meno lo schema classico. La differenza sta nel fatto che l’esercito invasore non proveniva formalmente dai paesi imperialisti. Si è trattato di soldati mercenari di origini varie al servizio dell’imperialismo statunitense e dei suoi alleati.

 

Nel caso libico l’esercito mercenario invasore riuscì a occupare il terreno (dopo i bombardamenti massicci di USA ed Europa), rovesciare il governo legittimo ed imporre un regime coloniale.

 

Ma in Siria l’esperienza non si è ripetuta. La tenace resistenza del presidente Bashar al-Assad (e del popolo siriano, aggiungiamo noi, n.d.t.) e l’aiuto diplomatico e militare russo anche con truppe sul terreno, hanno impedito la caduta del regime ed una nuova colonizzazione della Siria.

 

La resistenza e l’aiuto diplomatico e militare russo sono stati fattori determinanti nella sconfitta dell’esercito invasore. Vinte e dandosi alla fuga sbandandosi, le truppe mercanarie non sono riuscite a concludere con successo l’occupazione militare cominciata anni fa.

 

Fallita la riconquista e la ricolonizzazione della Siria attraverso l’azione di un esercito mercenario, raggiungere questi obiettivi implicherebbe  la partecipazione diretta degli USA e dei suoi alleati. Ma sembra che non ci siano nemmeno le condizioni minime per tale impresa. E non solo non esistono per portarle a termine con successo, ma neanche per tentare di farlo. E meno ancora oggi che la presenza e l’aiuto russi appoggiano la stabilità del governo di al-Assad.

 

Si tratta della prima, grande, sconfitta dell’imperialismo yankee dalla guerra del Vietnam, consumata nell’aprile 1975, 43 anni fa. E della seconda se consideriamo la vittoria cubana sull’esercito mercenario invasore costruito, e al servizio, dagli USA a Playa Giròn, anch’essa in aprile, ma del 1961, già 57 anni fa.

 

La vittoria di Playa Giròn e la liberazione di Saigon cambiarono il corso della storia.

E lo stesso su può dire, più o meno, del trionfo siriano sugli invasore mercenari al servizio degli USA.  Perchè la riconquista e la ricolonizzazione della Siria avrebbero dato le ali al progetto yankee, tra altri simili, di riconquistare e ricolonizzare l’Iran, obiettivo che ora è più lontano e complicato.

 

La vittoria della Siria sugli USA non significa, tuttavia, che cessino le aggressioni, i propositi di nuove invasioni, i tentativi di destabilizzazione, il finanziamento e l’addestramento dell’opposizione interna, il lavoro di strangolamento economico, la satanizzazione di al-Assad e del suo governo.

 

Ma questa vittoria ha rovesciato, a favore dell’anticolonialismo, la correlazione di forze tra centro e periferia. E se la vittoria in Siria è di per sè fonte di ottimismo e di allegria, lo è anche la nuova correlazione di forze che si annuncia dopo questi storici fatti, in un altro storico mese di aprile.

 

(*) Economista e professore di Economia Poliltica messicano. Collabora con siti come Rebeliòn e Telesur, e con quotidiani come El Sol de México, El Universal, La Jornada, ecc.). Da lahaine.org; 23.4.2018

 

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” Via Magenta 88, Sesto San Giovanni)

 

lun

16

apr

2018

SIRIA: LE RAGIONI DEL DIAVOLO

Siria

 

Le ragioni del diavolo

 

di Guadi Calvo (*)

 

L’ultimo attacco contro la Siria, eseguito dalle tre potenze più forti dell’occidente – Stati Uniti, Francia e Regno Unito con l’appoggio esplicito di nazioni come Germania, Olanda, Canada, ovviamente Israele, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e un altro gruppo di paesi , che anelano ad apparire nella foto di un club di cui non sono soci, né lo saranno mai perché poveri ed esauriti come la Spagna - ha portato il numero dei morti ad alcune centinaia o a poche migliaia; non si sa né si saprà mai (che importa?), visto che sono già così tanti che il numero esatto di essi non aggiungerà nulla alla vergogna di una guerra che dura da poco meno di sette anni e dove sono stati commessi una serie di crimini che neppure le più infiammate teste del nazismo avrebbero potuto immaginare.

 

Una guerra dove gli episodi di Nizza, Manchester, Parigi, Londra o Barcellona non godrebbero neppure della gravità per essere considerati “una notizia”.

 

Sono ormai molte le volte in cui Washington, riparandosi dietro accuse che non sono mai state provate, attacca nazioni “disubbidienti” o mette in atto attentati di “falsa bandiera” per giustificare un’invasione. Forse la più eclatante è stata quella dell’Iraq nel 2003:  le armi di distruzione di massa - che Saddam Hussein avrebbe ammassato in arsenali, che a 15 anni da quell’invasione e dopo una guerra civile che non è ancora finita e che ha provocato centinaia di migliaia di morti – che non sono mai state trovate.

 

A quanto sopra bisognerebbe aggiungere le morti per cancro provocate dalla contaminazioni delle falde acquifere con l’uranio impoverito proveniente dalle ‘camicie’ che rivestono i missili e le bombe lanciate dalla coalizione occidentale provocando un esponenziale aumento dei tumori.

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sab

14

apr

2018

CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA

Questa notte attaccata la capitale Damasco con missili da USA, GB, Francia. Mobilitiamoci!  

GIÙ LE MANI DALLA SIRIA!

 

SABATO 14 APRILE

 

2018 -  ORE 18.00

 

 

PRESIDIO-MANIFESTAZIONE

 

MILANO - PIAZZA SAN BABILA 

 

“L’Italia ripudia la guerra come strumento d’offesa alla libertà degli altri popoli

e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.”

Costituzione della Repubblica Italiana - Art.11

 

Questo appello nasce dalla volontà dei soggetti promotori di mobilitarsi contro la politica di aggressione, condotta dalla NATO – USA in testa, che ha già provocato una violenta rottura degli equilibri in tutto il Medio Oriente, in parte del continente africano, in Europa. 

Stiamo assistendo alla solita commedia, il cui copione è ben noto: ancora una volta con finanziamenti degli USA e, allo stesso tempo, mercenari, filonazisti, jihadisti, golpisti, consiglieri militari della NATO. Migliaia di morti civili sono il tragico risultato. 

Come in Iraq, dove risultarono inesistenti le tanto declamate armi di distruzione di massa, anche in questa occasione si crea un pretesto per muovere guerra alla Siria. A Douma, liberata in queste ore dall'esercito arabo siriano, si sarebbero usate armi chimiche, causando perdite di vite umane tra i civili. Prima ancora di accertare se sia accaduto realmente, si vorrebbe lanciare un attacco missilistico sulla Siria. Un silenzio totale invece avvolge la tragedia dello Yemen, da più di due anni attaccato dall'Arabia Saudita con armi fornite dagli USA e, tra gli altri, anche dall'Italia. Come sempre due pesi e due misure. 

Non è mai stato così alto il rischio di una guerra devastante tra la NATO, che potrebbe avere l’appoggio delle petromonarchie così come di Israele, e la Federazione Russa. La Siria infatti ha una storica amicizia con l’Unione Sovietica prima, con la Russia oggi; per questo ha chiesto il suo aiuto nella lotta contro i terroristi armati, addestrati e finanziati dagli USA, è evidente che in queste circostanze un attacco alla Siria equivale ad una dichiarazione di guerra alla Russia

   

Chiediamo l’impegno di quanti aderiranno a scendere in piazza prima che sia troppo tardi.

La prima vittima della guerra è la verità.

La guerra è contro i lavoratori. Non un soldo per la guerra

 

Comitato contro la guerra – Milano  


PER INFO:

E-MAIL   comitatocontrolaguerram ilano@gmail.com 
BLOG
   comitatocontrolaguerramil ano.wordpress.com 
FB
   www.facebook.com/comitato.m ilano.5 
CELL.
  3383899559

 

È IN CORSO LA RACCOLTA ADESIONI ad ora sono pervenute : 
Centro di Iniziativa Proletaria Tagarelli
 – S.S. Giovanni (Milano), 
Marx21.it
,  
Sez. ANPI "Bassi - Viganò"
 - Milano, 
La Casa Rossa” - Milano, 
Comitato Lavoratori Precoci – Lavoro Giovani

Partito Comunista – Milano, 
Comitato Lavoro Milano, 
Ass.ne Italia-Cuba Circolo Celia SanchezMarilisa Vertì
- Parma, 
Ass.ne Italia-Cuba Circolo Arnaldo Cambiaghi - Milano, 
GiovaniComunisti 
Milano, 
Sez. ANPI Abbiategrasso "Giovanni Pesce"

L'Antidiplomatico
PCI
 federazione Milano, 
Scintilla
Ass.ne Italia-Cuba Circolo Camilo Cienfuegos
 (Abbiategrasso- Magenta MI), 
Circolo Vegetariano V.T.

   

 

 

mer

11

apr

2018

APPOGGIO USA A ISRAELE

Le 14 ragioni dell’appoggio incondizionato degli USA a Israele

 

di Nazanin Armanian (*)

 

Nessuno si aspetta che Donald Trump condanni l’ultimo attacco militare di Israele alla manifestazione pacifica dei palestinesi per la “Grande Marcia del Ritorno” del 30 marzo, che ha fatto una ventina di morti e circa 2.000 feriti.  I palestinesi stavano ricordando al mondo la data dell’appropriazione delle loro terre nel 1976 da parte di Israele e reclamando il diritto al ritorno di circa 700.000 persone espulse dalle loro case nel 1948.

 

Non l’ha fatto neanche Barak Obama (nonostante la sua opposizione agli insediamenti ebrei), definendo “difesa propria” il massacro di 2.205 palestinesi, tra i quali circa 400 bambini e bambine, commesso da Israele nell’estate 2014.

 

L’amore quasi religioso che oggi gli USA professano verso Israele non si deve alla loro preoccupazione per la sicurezza del loro amato, né perchè è il rifugio di una minoranza oppressa, ma a vari fattori uniti da un’unica verità assoluta: gli interessi strategici della superpotenza stessa.

 

Dall’indifferenza alla devozione totale

 

Nonostante il Congresso USA appoggiasse nel 1922 la creazione di uno Stato ebreo in Palestina, quello tra Washinton e Tel Aviv non fu un colpo di fulmine. Fu l’URSS il primo paese che nel 1948 riconobbe lo stato israeliano. Il Segretario di Stato George Marshall credeva che riconoscere Israele avrebbe allontanato gli USA dai paesi arabi e, in concreto, dal petrolio del Medio Oriente. In più sospettava che Israele avesse delle inclinazioni verso l’URSS perchè vari suoi dirigenti venivano dall’impero russo, come i suoi primi quattro presidenti (tra il 1949 e il 1978): Chaim Weizmann, Yitzhak Ben-Zvi, Zalman Shazar e Ephraim Katzir. Il signor Marshall confondeva l’origine etnica con il pensiero politico: Israele era nato da un’ideologia antisocialista.

 

Solo quando gli israeliani sconfissero vari stati arabi nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, una Washington meravigliata comincia ad inviargli generosi aiuti militari ed economici, che si moltiplicheranno dopo aver vinto un’altra guerra, quella del 1973. Non c’erano dubbi: Israele era il candidato ideale per essere la loro porta di ingresso ed il guardiano dei loro interessi in quella lontana regione.

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mer

04

apr

2018

AUTOMAZIONE, ROBOTIZZAZIONE, VERSO LA QUARTA RIVOLUZIONE iNDUSTRIALE?

 Dal periodico comunista di politica e cultura nuova unità n. 2/2018

 

AUTOMAZIONE, ROBOTIZZAZIONE, VERSO  LA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE?

 

Non dimentichiamo che oggi, più di ieri, o si lotta per abbattere il potere della borghesia, contro la società capitalista e per il socialismo o si va incontro alla sconfitta totale e alla barbarie.

 

Michele Michelino

 

Oggi sempre più spesso si parla di quarta rivoluzione industriale fantasticando un mondo dove il lavoro salariato è sostituito dai robot. Su questo tema si stanno sprecando fiumi d’inchiostro. Gli apologeti del capitalismo prospettano nuovi mirabolanti scenari.

 

Alcuni pensano che sia arrivato il momento in cui le macchine faranno tutta la produzione e l’umanità non avrà più necessita di lavorare ma sarà mantenuta dai profitti generati dalle macchine. Questo, naturalmente, è un sogno che non tiene conto che è dallo sfruttamento del lavoro salariato che sono generati i profitti che intascano i capitalisti.

 

In realtà il capitale ha una continua necessità di ristrutturarsi usando le nuove scoperte della scienza e della tecnica, asservite al capitale per intensificare sempre più lo sfruttamento della forza lavoro. Generalmente le cosiddette rivoluzioni industriali sono state fatte corrispondere alle scoperte scientifiche e tecniche applicate al processo produttivo. L’aumento della produttività in una società divisa in classi in cui il potere è nelle mani dei borghesi si realizza sullo sfruttamento operaio.

 

All’inizio del XIX secolo, agli albori della nascita del capitalismo, contro l’introduzione delle macchine si sviluppò in Inghilterra un forte movimento popolare degli operai e lavoratori a domicilio che, impoveriti dallo sviluppo industriale, decisero di colpire macchine e impianti. Questo movimento popolare di lavoratori, ancora privi di una coscienza di classe, vedeva le macchine come nemici che “toglievano” il lavoro e prese il nome da Ned Ludd che, nel 1779, spezzò un telaio in segno di protesta.

 

Questo movimento di massa di lavoratori ribelli fu duramente represso e nel 1813, in un processo a York, molti furono condannati all’impiccagione e deportati.

Con lo sviluppo della tecnica e della scienza al servizio dei capitalisti, la ricchezza dei borghesi aumentava a discapito dei salari, dell’occupazione e della condizione operaia.

 

Queste prime ribellioni di una primordiale e nascente classe operaia contro una certa tecnologia e un “progresso” che li costringeva alla fame e alla miseria negli anni seguenti - con lo sviluppo dell’industria e del capitalismo e del sistema di fabbrica sulla società - diventarono obiettivi dei nascenti sindacati operai: gli orari di lavoro, il minimo salariale, le condizioni del lavoro minorile e delle donne, le condizioni di salute.

 

La condizione operaia nella fabbrica capitalista che aveva come obiettivo la ricerca del massimo profitto e lo sfruttamento della forza-lavoro fin dalla sua origine aveva grandi conseguenze sulla salute.

 

I licenziamenti degli ex lavoratori a domicilio a causa dell’introduzione delle macchine e del sistema di fabbrica provocarono suicidi, alcolismo, prostituzione e criminalità.

 

Finora le rivoluzioni industriali del mondo occidentale sono state tre

 

La prima nel 1784 con la nascita della macchina a vapore, con l’uso e lo sfruttamento della potenza di acqua e vapore per meccanizzare la produzione sostituendo attraverso le macchine il lavoro artigianale.

 

La seconda nel 1870 con il via alla produzione di massa attraverso l’uso sempre più diffuso dell’elettricità, l’avvento del motore a scoppio e l’aumento dell’utilizzo del petrolio come nuova fonte energetica, che portò le popolazioni rurali a emigrare nelle città e a lavorare nelle fabbriche.

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mer

04

apr

2018

MASSACRO ALLA FRONTIERA DI GAZA

Massacro alla frontiera di Gaza

 

“Non taceremo, mettiamo fine all’impunità israeliana”

 

Coalizione della Flottiglia della Libertà; da: rebelion.org; 3.4.2018

 

 Nel Giorno della Terra, il 30 marzo, migliaia di donne, uomini e bambini palestinesi pacifici, speranzosi e disarmati si sono riuniti sulle frontiere di Gaza per la Grande Marcia del Ritorno. I rapporti iniziali indicano che almeno 16 palestinesi sono stati assassinati e più di 1.400 persone ferite a seguito degli spari delle Forze di Occupazione israeliane contro la folla, con munizioni vere e gas lacrimogeni.

 

Questa azione pacifica, non diretta dai partiti, si celebra ogni anno il 30 marzo per ricordare un’ingiustizia che i palestinesi sperimentano tutti i giorni: la perdita delle loro terre per l’occupazione coloniale illegale. Seguendo la tradizione di Gandhi e di Martin Luther King la popolazione palestinese manifestava in forma non violenta sulla sua terra, nel tentativo di correggere una grave ingiustizia: si sono scontrati con gli spari dei francotiratori.

 

Nella Risoluzione 194 (del 1949) dell’ONU, L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite esprimeva chiaramente che “i rifugiati che desiderino ritornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbero poterlo fare nella data più vicina possibile” ( https://www.unrwa.org/content/resolution-194).

 

La società civile palestinese intende continuare le sue azioni pacifiche tutti i giorni, fino al 15 maggio, giorno in cui i palestinesi commemorano la Nakba (Catastrofe) e giorno in cui il governo USA ha deciso di traslocare la sua ambasciata ad al-Quds/Gerusalemme.

 

La Coalizione della Flottiglia della Libertà (Freedom Flotilla Coalition), composta da organizzazioni della società civile di 14 paesi, tra le quali “Verso Gaza”, condanna il massacro del governo israeliano contro il popolo palestinese che esercitava il suo legittimo diritto di protestare contro l’occupazione illegale ed il diritto universale alla libertà di movimento.

 

Una volta ancora le Forze di Occupazione Israeliane (IOF) hanno dimostrato il loro disprezzo per la vita umana: non si deve permettere loro di farlo impunemente. I responsabili di questi crimini di guerra devono essere portati davanti alla giustizia.

 

E’ importante dare un nome a coloro che sono stati assassinati venerdì dalle Forze di Occupazione israeliane. Non sono “caduti” anonimi, sono giovani con familiari e amici, persone che avevano un futuro ma che l’hanno messo a rischio per la Palestina e per la libertà di movimento:

 

Naji Abu Hajir – 25 anni

 

Mohammed Kamal Al-Najjar

 

Wahid Nasrallah Abu Samour – 27 anni

 

Amin Mansour Abu Muammar

 

Mohammed Naeem Abu Amr

 

Ahmed Ibrahim Ashour Odeh – 16 anni

 

Jihad Ahmed Fraina

 

Mahmoud Saadi Rahmi

 

Abdel Fattah Abdel Nabi – 18 anni

 

Ibrahim Salah Abu Shaar – 22 anni

 

Abd al-Qader Marhi al-Hawajri - 25 anni

 

Sari Walid Abu Odeh

 

Hamdan Ismail Abu Amsha

 

Jihad Zuhair Abu Jamous – 30 anni

 

Bader al-Sabbagh – 22 anni

 

Mus' ab Zuhair Essaloul – 23 anni

 

La Coalizione della Flottiglia della Libertà continuerà a navigare finché dureranno l’occupazione e il blocco, chiedendo ai governi di non essere complici di queste violazioni dei diritti umani.

 

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto San  Giovanni)

 

sab

31

mar

2018

OPERAI, INTELLETTUALI E SOCIALISMO

Operai, intellettuali e socialismo

 

 Liberarci dei lacci e lacciuoli che tengono imbrigliata la classe operaia e i proletari e li legano ai loro sfruttatori è oggi indispensabile

 

Michele Michelino (*)

 

 

 

Le ultime tornate elettorali hanno evidenziato il grande distacco esistente fra la classe operaia e i partiti che dicono di rappresentarla, a cominciare da chi si dichiara “comunista” nella forma, ma è riformista nella sostanza.

 

Non c’è né da meravigliarsi né da scandalizzarsi. I più grandi tradimenti degli interessi proletari sono stati attuati proprio da chi diceva di rappresentarne gli interessi.

Le guerre, le varie “riforme del lavoro” che hanno peggiorato le condizioni di vita e di lavoro di operai e proletari, sono state compiute proprio dai governi “amici”, dimostrando agli operai e ai proletari che di amici, nel palazzo, non ne hanno.

 

Coperti dal simbolo della falce e martello, i cosiddetti “comunisti” - con la loro partecipazione ai governi che hanno sostenuto gli interessi dell’imperialismo e dei grandi industriali, delle banche, ecc. – si sono guadagnati invece il loro posto al sole

 

E ora i gruppi dirigenti di queste organizzazioni - composte di riciclati da vecchi partiti “comunisti”, che nella pratica sono stati le mosche cocchiere dell’imperialismo - davanti ai fallimenti e alla perdita di una poltrona “conquistata” attraverso il voto operaio e popolare, incolpano del loro fallimento gli operai e parlano di “arretratezza” della classe operaia che vota Lega o Cinque stelle.

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gio

29

mar

2018

DI LAVORO E SFRUTTAMENTO SI CONTINUA A MORIRE

DI LAVORO SI CONTINUA A MORIRE: IL CAPITALISMO E’ UN VAMPIRO CHE SI ALIMENTA E PROSPERA’ SUL SANGUE OPERAIO.


Un’esplosione, scoppio in un serbatoio nel porto industriale di Livorno ha provocato la morte di due operai di 25 e 52 anni. Altri operai sono rimasti feriti. Ora ci sarà l’ennesima inchiesta e un processo che si concluderà come sempre dopo anni e vari gradi di giudizio. I tempi lunghi dei processi e la prescrizione concedono l’impunità ai padroni assassini. La giustizia dei padroni tende sempre a proteggere gli sfruttatori, per i padroni nessuno è responsabile se non gli operai che si sono trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato.
Il 28 marzo Alla Sanac di Massa, atri tre operai sono rimasti feriti nell'esplosione, all'interno dell'azienda, che tratta materiale edile refrattario.
Dal 1° gennaio 143 morti sui luoghi di lavoro in Italia. Almeno altrettanti muoiono sulle strade e in itinere.
Nel 2017 il dato dell’Inail (ancora provvisorio in attesa dei dati definitivi che arriveranno con la relazione annuale di luglio) sale a 1.029 ‘casi mortali’, +1,1%.
I dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro ci dicono che dal 1° gennaio sono 143 morti sui luoghi di lavoro in Italia, e almeno altrettanti muoiono sulle strade e in itinere.

 

gio

29

mar

2018

IL TRONO SANGUINOSO

Arabia Saudita

 

Il trono sanguinoso

 

Di Guadi Calvo (*)

 

Dal giugno dell’anno scorso, quando il re Salman ha escluso dalla linea di successione il nipote Mohamed bin Nayefi e ha designato con decreto reale suo figlio, il principe Mohammed bin Salman, di 31 anni, ministro della Difesa, questi è responsabile del genocidio, che si continua a commettere con il consenso di tutte le potenze occidentali, contro il popolo yemenita dal 2015, che da allora ha prodotto circa 17 mila morti civili, tra cui 3.500 bambini. Più di 25 mila feriti, 3.000 di questi donne. Una somma di circa 22.000 civili feriti, 25 milioni di yemeniti colpiti dalla crisi umanitaria e, di essi, 10 milioni che soffrono la fame: tra loro 2 milioni sono bambini. Con l’aggiunta delle epidemie: solo il colera ha fatto, fino ad ora, 3.500 morti.

 

Il futuro monarca sta mettendo alla prova il suo potere, dimostrando – come i suoi predecessori – il profondo disprezzo per i diritti umani, quegli stessi diritti che i suoi alleati occidentali si sgolano a difendere quando governi che non fanno i loro interessi – tipo Venezuela, Cuba, Iran, Corea del Nord o anche la Russia – senz’altra prova che una serie di campagne mediatiche perfettamente orchestrate , vengono accusati e sanzionati.

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mer

28

mar

2018

LA POLITICA ESTERA USA

La politica  estera degli Stati Uniti: il  circolo estremista si chiude

 

di Randy Alonso Falcòn (*)

 

Nel mezzo dell’ambiente febbrile che si vive nalla Casa Bianca, le recenti nomine del presidente Trump a posti-chiave della sua amministrazione riflettono chiaramente l’accento militarista, di potere forte e di ricatto imperiale che questi sta imprimendo alla politica estera statunitense.

 

Insieme ai cambi al comando del Dipartimento di Stato e del Consiglio di Sicurezza nazionale, anche il bilancio che Trump ha appena firmato lo scorso venerdì, per quello che resta dell’esercizio fiscale 2018, mostra la preminenza delle politiche della forza sulla diplomazia, nel più classico stile detto “hard power”. Mentre le assegnazioni al Dipartimento della Difesa crescono più di 60 mila milioni di dollari, il bilancio della cancelleria statunitense  e dei suoi organi per la diplomazia pubblica è stato tagliato del 32%. Mentre la spesa totale per la difesa, compreso il rinnovamento dell’arsenale nucleare, arriva a 700 mila milioni di dollari, il resto delle spese raggiungerà i 591.000 milioni. Gli Stati Uniti spenderanno in difesa più di quello che spendono i sette paesi che li seguono.

 

Nel presentare un anno fa la proposta di bilancio 2018, il direttore dell’Ufficio del Bilancio di Trump, Mick Mulvaney, è stato deciso: “Il presidente ha detto che avremmo speso meno denaro per la gente di fuori e più per quella di casa”. “E’ un bilancio di potere duro, non morbido, ed è intenzionale. Questo è il messaggio che vogliamo inviare ai nostri alleati e agli avversari. Questo è un Governo forte e potente”, ha detto in conferenza stampa.

 

I falchi fanno il nido

 

In una parodia con i giorni più sinistri dell’amministrazione W. Bush, vecchi e nuovi falchi assumono la conduzione della politica estera imperiale.

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lun

26

mar

2018

AHED TAMINI

Ahed Tamimi condannata a otto mesi di prigione per aver resistito ad uno scagnozzo israeliano

 

 

Da: lahaine.org; 22.3.2018

 

 

L’attivista palestinese Ahed Tamimi è stata condannata mercoledì (21 marzo) ad una ingiusta pena di otto mesi di prigione e ad una multa di 5.000 shekel (1.168 euro) per aver contrastato l’entrata illegale in casa sua di uno scagnozzo dell’esercito israeliano e per aver “convocato manifestazioni”, nonostante avesse 16 anni al momento della sua detenzione, secondo informazioni della Ong Avaaz.

 

L’adolescente,  in carcerazione preventiva da dicembre, verrà messa in libertà il prossimo luglio grazie alla pressione interna e internazionale che ha obbligato la Procura Militare di Israele e il Tribunale a cancellare alcuni dei dodici reati che pesavano su di lei e per i quali rischiava una pena di almeno tre anni di carcere.

 

La giovane di 17 anni è comparsa il pomeriggio davanti alla Corte Militare, ubicata nella prigione israeliana di Ofer, nel territorio occupato di Cisgiordania, accusata di dodici reati. “Non c’è giustizia sotto l’occupazione israeliana” ha detto alla Corte sulla sua condanna alla fine del giudizio, iniziato lo scorso 31 gennaio.

 

La condanna riguarda anche sua madre Narima, condannata ad altri otto mesi di prigione e ad una multa di 6.000 shekel (1.400 euro), che appare anch’essa nel video per il quale è stata arrestata Ahed, e la cugina di questa, Nour, che è in libertà provvisoria ma che sarà condannata alla prigione se verrà accusata di reati simili nei prossimi tre anni.

 

L’udienza è stata celebrata a porte chiuse, nonostante la difesa avesse chiesto che fosse pubblica, richiesta che il Tribunale militare del regime sionista ha rifiutato. La Polizia di Israele, in un comunicato, ha informato dell’arresto di una donna palestinese che era presente all’udienza e che ha schiaffeggiato un procuratore militare.

 

Il video per il quale Ahed è stata arrestata mostrava l’adolescente, allora di 16 anni, che insultava e resisteva ai soldati israeliani che erano entrati con la forza nel cortile di casa sua, nella città cisgiordana di Nabi Saleh. Ahed è stata accusata – tra altri reati, alcuni dei quali per fatti avvenuti nel 2016 – di aver attaccato le forze di sicurezza, di aver proferito minacce, di aver gettato pietre e di aver partecipato a manifestazioni ‘violente’.

ven

16

mar

2018

RIFLESSIONE SULL' 8 MARZO

Qualche riflessione sull’8 marzo

 

E adesso?

 

di Daniela Trollio (*)

 

Un altro 8 marzo è passato. E’ stato caratterizzato da “scioperi”, anzi per meglio dire da manifestazioni, in tutto il mondo. L’azione più incisiva l’hanno fatta in Brasile 800 donne del Movimento Sin Tierra occupando la stamperia del gruppo editoriale Globo, il più grande dell’America Latina. La protesta è stata diretta contro il governo e i suoi provvedimenti anti-lavoratori, contro la stampa asservita e contro l’utilizzo dell’esercito in città come Rio de Janeiro.

 

Sembrano rivendicazioni  un po’ poco femministe. Ma non è così, per varie ragioni.

 

La principale è molto semplice: va bene l’8 marzo, ma c’è un prima e un dopo -  altri 364 giorni  - in cui continuiamo a vivere la nostra vita di sfruttate e di oppresse. Un intero anno in cui dovremo lottare, a quanto pare non più come – genericamente - “donne” ma come parte di quell’immensa maggioranza che sono i proletari, i lavoratori; un anno in cui ci troveremo davanti, tutti i giorni, i nemici di cui sopra.

 

Parole

E qui veniamo ad una parola d’ordine “storica” e centrale del femminismo nordamericano ed europeo : “il corpo è mio e lo gestisco io”. Bellissima parola d’ordine che sottoscrivo come desiderio, ma il corpo delle donne non esiste in un luogo senza spazio e senza tempo, ma nella realtà nuda e cruda di ieri, di oggi, di domani. Se è vero che il corpo è “mio”, chi lo gestisce sono altri. Se devo lavorare per vivere, il mio corpo sarà gestito dai miei padroni, che stabiliranno il suo valore, l’uso del suo tempo, la sua utilità.

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mer

14

mar

2018

PER IL DIBATTITO

Pubblicato sulla rivista Scintilla n. 87 di marzo 2018

 

Risposta a Scintilla

 

Sul numero 86 del febbraio 2018 di “Scintilla”, sotto il titolo “Risposta a un articolo stimolante”, i compagni di Piattaforma Comunista rispondono a un mio articolo pubblicato nel numero di gennaio 2018 di “nuova unità” dal titolo “Potere operaio e organizzazione comunista”.

 

Ringrazio i compagni per la risposta e il garbo con cui replicano al mio articolo, aprendo un confronto sul che fare di chi oggi si dichiara comunista. Confronto che raccolgo volentieri.

 

I compagni di Scintilla concordano su una serie di analisi e affermazioni - in particolare ” pochi operai e proletari rivoluzionari, comunisti, sono costretti a lavorare nel movimento di massa, sindacale, sociale, divisi fra loro, frazionati, dispersi e annacquati fra alcune decine di organizzazioni che si definiscono “comuniste” senza alcun confronto fra loro, alcun dialogo, con gli operai spesso isolati anche nelle loro organizzazioni”. E che occorre “cominciare a interrogarsi sul come uscire dal pantano in cui siamo caduti, come ricomporre la classe proletaria, la nostra organizzazione politica rivoluzionaria”. E che “oggi serve una sola organizzazione di classe proletaria anticapitalista antimperialista di combattimento, indipendente, non di mera rappresentanza”, e “un’unica grande organizzazione di classe che si pone l’obiettivo del potere operaio”.

 

Ma essi si soffermano sull’ultima frase del mio scritto che afferma “Oggi il “che fare” è: quale deve essere il ruolo dei comunisti nel movimento di massa attuale?”, ritenendo che “La domanda, così come è posta, rischia di far retrocedere il dibattito”.

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lun

12

mar

2018

ULULATI SOLO CONTRO DAMASCO

Ululati” solo contro Damasco: quello che i media occidentali non dicono su Guta Orientale

 

Di Rania Khalek (*)

 

Mentre le forze governative siriane ed il gruopo estremista Jaysh-Al-Islam lottano per il controllo di Guta Orientale, i media occidentali ‘ignorano’ le atrocità commesse dagli insorti, incolpando il “regime” di tutta la violenza nella zona suburbana di Damasco”, denuncia la giornalista Rania Khalek.

 

Come è già successo ad Aleppo, Madaya e Homs, i media coprono la situazione “come se lì non esistessero insorti armati e le autorità stessero massacrando i civili senza pietà”, presentandole come se fossero mosse da “una sete di sangue caricaturisticamente vile” dice Khalek  in un articolo in inglese per Russia Today.

 

Quando parlava degli insorti, la stampa occidentale, generalmente, li presentava – e ancora li presenta – come ribelli moderati e lottatori per la pace.

 

Coloro che seguono il conflitto siriano limitandosi a leggere i principali media d’Occidente si creano la falsa impressione che esista un conflitto unilaterale tra il Governo siriano e i suoi cittadini. Ma questa guerra non è molto semplice.

 

Yihaidisti

 

I ‘ribelli’ che controllano Guta Orientale fanno parte di una serie di gruppi yihaidisti, il più forte dei quali è Rania Khalek una formazione salaafita yihaidista sostenuta dall’Arabia Saudita, che cerca di sostituire il Governo siriano con un Stato Islamico (Isis). Jaysh Al Islam è un gruppo estremamente settario e rivoltante nella sua retorica, nelle sue tattiche e negli obiettivi quanto lo è l’ISIS. Compie esecuzioni pubbliche e il suo fondatore, il defunto Zahran Alloush, fece un appello pubblico alla pulizia etnica contro le minoranze religiose di Damasco.

 

Il secondo gruppo più grande è Faylaq Al Rahman, alleato di Hayet Tahrir Al Sham (HTS), ultimo nome della filiale di al-Qaeda in Siria. Anche HTS ha una piccola presenza a Guta orientale, come Ahar Al Sham e Nour Al Din Al Zenki, che erano soliti ricevere armi statunitensi e i cui miliziani si fecero riprendere decapitando un adolescente.

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mer

07

mar

2018

8 MARZO

8 marzo, giornata internazionale della donna lavoratrice

 

Per noi… niente mimose, grazie!

 

Svegliamoci, svegliamoci umanità, non c’è più tempo! Le nostre coscienze saranno scosse dal fatto di stare soltanto contemplando l’autodistruzione basata sulla depredazione capitalista, razzista e patriarcale!”.

 

Sono le parole di Berta Càceres, leader del popolo indigeno Lenca e co-fondatrice del Consiglio delle organizzazioni popolari ed indigene dell'Honduras (COPINH). Con una dura lotta riuscì, insieme al suo popolo, ad evitare  la costruzione di una diga sul Rio Gualcarque, sacro ai Lenca, ad opera di una joint venture tra la compagnia honduregna DESA e la cinese Sinohydro, il più grande costruttore di dighe al mondo. Dopo anni di minacce, è stata assassinata nella sua casa il 2 marzo 2016. Pochi giorni fa è stato arrestato il mandante del suo assassinio: il presidente della DESA. Berta è una dei 130 ambientalisti uccisi in Honduras.

 

L’8 marzo è una giornata di lotta “internazionale”:  così vogliamo ricordare alcuni nomi delle donne proletarie, rivoluzionarie, comuniste che nel corso dei decenni hanno lottato in prima fila per un mondo senza sfruttatori, senza oppressori, contro il colonialismo, il capitalismo, l’imperialismo.

 

Solo alcuni nomi, ma dietro a questi ci sono migliaia e migliaia di donne invisibili che continuano la loro lotta, nelle condizioni più difficili, in tutti i continenti, per un mondo diverso e contro le menzogne imperiali sulle guerre, fatte per “ragioni umanitarie” e per difendere ”i diritti delle donne”, nascondendo il fatto che in Afganistan, in Iraq, in Libia le donne godevano di diritti e condizioni di vita incomparabilmente migliori prima che l’aggressione imperialisti precipitasse i loro paesi in un caos di violenza e di oscurantismo.

 

 

Prima di partire nel nostro giro intorno al mondo, un pensiero va a Rosa Luxemburg, ad Alexandra Kollontaj, a Nadezda Krupskaja e alle operaie russe che il 23 febbraio 1917 (l’8 marzo per il nostro calendario) scesero in sciopero trasformando la giornata in una vera e propria insurrezione.

E, tra le 35.000 donne partigiane, a Onorina Brambilla Pesce, Carla Capponi, Gisella Floreanini e Gina Galeotti Bianchi, la partigiana “Lia”.

 

 

Fu Nwanyeruwa, una donna Ibo della Nigeria, a scatenare la prima, anche se breve, sfida alle autorità britanniche nell’Africa Occidentale. Nel novembre 1929, organizzata da lei, scoppiò la Guerra delle Donne: circa 25.000 donne di tutta la regione protestarono, manifestarono e lottarono contro l’imposizione delle tasse applicata anche alle donne che, tradizionalmente, ne erano esenti. Dopo qualche mese piegarono l’Impero Britannico.

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mar

06

mar

2018

OFFENSIVA MEDIATICA CONTRO LA SIRIA

Si scatena una nuova offensiva mediatica contro la Siria

di JuanLu Gonzàlez (*)

 

Tutto indica che siamo alle porte di una nuova fase dell’aggressione internazionale contro la Siria.

 

Ora che la situazione sul terreno fa intraveder la fine della guerra, di nuovo – come ad Aleppo – i battaglioni mediatici dell’occidente si dirigono unanimemente contro la campagna di liberazione di Guta orientale, in prossimità di Damasco, dalle mani dei terroristi.

 

I convogli delle famose forze Tigre sono già nelle vicinanze della sacca terrorista, dotate di batterie lanciamissili, artiglieria autoguidata, veicoli blindati e carri armati di ultima generazione come il temuto T-90 Armata. Durante gli ultimi giorni sia la Siria che la Russia stanno duramente bombardando le difese yihaidiste per facilitare il successivo lavoro della fanteria.

 

Con il fronte di Idleb in forte ebollizione, qualsiasi analista sa che, se si libera Guta, la guerra sarebbe praticamente finita e la vittoria apparterrebbe, presto o tardi, al popolo siriano.

 

I bilioni di dollari investiti da USA, Arabia Saudita o Qatar sarebbero serviti solo ad allungare la lotta e a renderla più distruttiva. Per questo hanno bisogno di fermare la battaglia prima che cominci. Proprio adesso tornano a sfilare dalla manica tregue-trappola come quelle che volevano ad Aleppo, per difendere gli yihaidisti ed i  loro istruttori imperiali. Né la Siria né la Russia rifiutano la tregua, ma non vogliono che in essa siano inclusi né i gruppi terroristi né i loro alleati, che sono la maggioranza nella sacca di Guta.

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lun

05

mar

2018

L'EREDITA' DI UGO CHAVEZ

L’eredità di Hugo Chàvez

 

di Atilio Boron (*); da: lahaine.org; 5.3.2018

 

Oggi, 5 marzo, sono passati cinque anni dalla sparizione fisica di Hugo Chàvez.

 

E’ giusto e necessario fare una breve riflessione sull’eredità che ha lasciato la sua presenza in Venezuela, in America Latina e nei Caraibi. Come precedentemente, nel 1956, con Fidel e con il trionfo della Rivoluzione Cubana, l’irruzione di Chàvez nella politica del suo paese si internazionalizzò rapidamente e raggiunse una proiezione continentale. Non sarebbe un’esagerazione affermare che, con una differenza di quarant’anni (ricordiamo che il bolivariano assume la presidenza del suo paese nel 1999), la storia contemporanea della Nostra America sperimentò questi due terremoti politici che modificarono irreversibilmente il paesaggio politico e sociale della regione.

 

Chàvez raccolse le bandiere che erano state innalzate da Fidel - la sua esortazione martiana a lottare per la seconda e definitiva Indipendenza dei nostri popoli – e le piantò nel fertile terreno della tradizione bolivariana.

 

Con Chàvez divenne realtà ciò che cantava il verso di Neruda, che fa dire al Liberatore “mi sveglio ogni cento anni quando si sveglia il popolo”. E con la ribellione del 4 febbraio Chàvez mise fine al letargo del popolo, ribellione che “per ora” era stata sconfitta. Ma Chàvez sapeva che quel popolo si stava già preparando per le grandi battaglie a cui era stato chiamato da Bolìvar, reincarnato nei corpi e nelle anime di milioni di venezuelane e venezuelani che scesero nelle strade per portare Chàvez al palazzo di Miraflores.  E quando la cospirazione dell’imperialismo e dei suoi servi locali volle mettere fine a quel processo, l’11 aprile del 2002, un’immensa mobilitazione popolare fece saltare in aria i lugubri emissari del passato e riportò il Comandante Chàvez alla Presidenza.

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dom

04

mar

2018

IL "CHE" DIMENTICATO

 

Da il sito www.ilbuio.org

 

Il Che italiano

 

http://www.ilbuio.org/wp-content/uploads/2018/02/Cheitaliano.jpg

Meglio morire combattendo per la libertà che essere prigioniero per tutti i giorni della tua vita.
Bob Marley

Per la retorica fascistoide, quello italiano è un popolo di poeti, di santi e di navigatori. Per la Storia, più realisticamente, di mafiosi, di ladri e di opportunisti.
Per altri ancora, pochi a dire il vero (e, verrebbe da aggiungere, fortunatamente), il popolo italiano è anche un popolo di Rivoluzionari.
Oggi ne ricordiamo uno, sconosciuto o quasi ai più,  non per nulla e non a caso.
Alludiamo a Libero Giancarlo Castiglia, per i suoi compagni di lotta, guerriglieri dell’Amazzonia brasiliana, semplicemente “Joca”.
Nato nel 1944 in un piccolo paese della Calabria, San Lucido, alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, emigrò con la famiglia in America Latina. A Rio de Janeiro lavorò come metalmeccanico e collaborò con il periodico del Partito Comunista Brasiliano “La Classe Operaia”.
Erano anni duri e difficili, in un Paese oggi noto soprattutto per il calcio e per il carnevale: nel 1964, il legittimo governo trabalhista (laburista) di Joao Goulart venne abbattuto da un colpo di stato guidato dal maresciallo Castelo Branco ed appoggiato, tanto per non smentire affatto la loro tradizione reazionaria e golpista, dagli USA. E, come prevede la schifosa tradizione golpista sudamericana (ma non solo quella, a dire il vero) uno dei primi atti del regime fu quello di vietare gli scioperi e mettere fuori legge le forze politiche di opposizione, per primi i comunisti.
Libero Giancarlo Castiglia avrebbe potuto far ritorno in Italia. Alla fine, però, decise di rimanere in Brasile: perché “”nella vita bisogna fare una scelta. Lo so che questo non è il mio Paese, ma c’è la libertà da difendere e se nessuno ci prova le cose non cambieranno mai”.
Dopo una fase di addestramento in Cina, cambiò il suo nome e divenne Johao Bispo Ferreira, detto “Joca”. Nel 1967, si mise al comando di un distaccamento della guerriglia rurale in Amazzonia di cui faceva parte anche il capo del Partito Comunista Brasiliano, Mauricio Gabrois, ed iniziò a lottare per liberare i popoli indio dalla miseria e dallo sfruttamento. Il gruppo guerrigliero era composto da 69 persone, per lo più giovani, in prima fila studenti, operai, medici e sportivi, tra cui campioni di calcio e di boxe. Contro di loro erano schierati migliaia di soldati dell’esercito brasiliano.
Dopo anni di epiche battaglie, “Joca” e i suoi vennero sconfitti fra il 1973 e il 1974, e sparirono nel nulla al termine di un imponente rastrellamento della soldataglia golpista (circa 20mila bestie in divisa). Come in altri territori dell’America latina, di questi giovani oppositori non si seppe più nulla.
Finché all’inizio del nuovo millennio, in una fossa comune vicino al fiume Araguaia, venne ritrovato uno scheletro con le mani mozzate. C’è chi ritiene che quei resti possano appartenere al giovane calabrese.
La storia di Joca, del rivoluzionario italiano Libero Giancarlo Castiglia, è  quella di uno dei pochi (ma “erano pochi, furono folla ad un tratto”, ricordano  i versi di un poema di Paul Eluard) che ci hanno insegnato che è preferibile morire per qualcosa piuttosto che vivere per niente.


Matteo Sepulveda&Dora Tosta

Per saperne di più su “Joca”, sui suoi compagni, sulla sua vita e sulla sua lotta, leggete il libro

 

sab

03

mar

2018

AMIANTO. ASSEMBLEA DEL COMITATO

 Sabato 3 marzo 2018 - ore

 

15,30 - ASSEMBLEA

 

presso il

 

CENTRO DI INIZIATIVA PROLETARIA “G. TAGARELLI”

 

                                                                    Via Magenta 88 Sesto San Giovanni

 

 O.d.G:

 

1)     Bilancio delle attività del Comitato e resoconto delle iniziative fatte.

 

2)    .Informazione sulle cause penali

 

3)     Corteo del 28 aprile, giornata mondiale contro l’amianto

 

4)    Varie.

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ven

02

mar

2018

LE ELEZIONI PASSANO I PADRONI RIMANGONO

gio

01

mar

2018

SCANDALO ONG E ORGE, QUESTO E' IL CAPITALISMO

ONG e orge: quando cadono le maschere, il volto del capitalismo fa paura

 

di Cecilia Zamudio (*)

 

C’è un tema che di recente è sulla cresta dell’onda dei media dominanti, che mette in chiaro l’opposizione tra Riforma e Rivoluzione (che già sviluppava Rosa Luxemburg e che continua ad essere il nodo gordiano dei processi storici, particolarmente urgente oggi).

 

Si è venuto a sapere che dirigenti e lavoratori di Oxfam Haiti facevano orrende orge approfittandosi della miseria di donne e bambine, abusando di loro in quello sfruttamento aberrante che è la prostituzione; di fronte a questi fatti ci sono persone che si chiedono: “come è possibile che qualcuno che ‘lotta contro la povertà’ (sic!) possa essere un puttaniere e approfittare della miseria per abusare delle donne?” … I media dominanti sono pieni di tavole rotonde di pseudo esperti in “diritti umani e cooperazione internazionale”, in cui apparentemente i partecipanti si rompono la testa per capire questa questione: rappresentazioni destinate all’alienazione di massa. 

 

Il fatto è che, per comprendere queste questioni in apparenza incompatibili (solo in apparenza), bisogna capire il ruolo del riformismo nella perpetuazione del sistema capitalista. La questione ha radice nel fatto che le ONG come Oxfam non lottano realmente contro la povertà: perché l’impoverimento è causato dal saccheggio e dallo sfruttamento perpetrati contro la maggioranza e contro il pianeta da un pugno di capitalisti; e le ONG non mettono in discussione né combattono il sistema. Mettono pezze, fanno rapporti che possono risultarci utili come documentazione (ma sempre tenendo conto della loro ideologia), si riuniscono in hotel e spendono in catering bilanci milionari e – come no … - perpetrano orge in paesi impoveriti da una storia di saccheggio coloniale e di saccheggio capitalista attuale, come Haiti o il Ciad.

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