lun

19

feb

2018

FASCISTI A VARSAVIA

Europa: aspettando la catastrofe?

 

di Higinio Polo (*); da: elviejotopo.com; 12.2.2018

 

Sabato 11 novembre 2017 decine di migliaia di fascisti polacchi hanno sfilato per le strade di Varsavia.

 

Davanti al Palazzo della Cultura e della Scienza – che l’Unione Sovietica regalò alla Polonia socialista – marciavano migliaia di persone con bengala accesi e sotto un denso fumo che avvolgeva le bandiere e nel bagliore del fuoco che bucava la notte; gli ultranazionalisti gridavano “Vogliamo Dio”, chiedendo una Polonia bianca, l’espulsione dei rifugiati fuggiti dalle guerre e la persecuzione dei comunisti: “A colpi di martello, a colpi di falce, finiamola con la feccia rossa”.

 

Quel discorso xenofobo e razzista ha trovato riparo, e silenzio complice, nella Chiesa cattolica polacca e la comprensione e la tolleranza del PiS (Legge e Giustizia), il partito ultranazionalista che si è trasformato nell’organizzazione politica con maggior influenza tra i giovani polacchi.

 

Come in altre occasioni, la manifestazione è stata vista con simpatia dal governo polacco, di cui fa parte il PiS, un’organizzazione nazionalista di estrema destra che ha vinto le elezioni nel 2015.

 

Nella notte triste di Varsavia (la città che resistette al nazismo, quella della rivolta del Ghetto, quella liberata dall’Esercito Rosso), la religione cattolica, la xenofobia, il nazionalismo e l’odio per i comunisti hanno unito, in un inquietante serpente di fuoco, sessantamila polacchi che hanno attraversato la città lanciando un serio avviso a tutto il continente europeo.

 

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sab

17

feb

2018

INDUSTRIA 4.0 A LARI (PISA)

mer

14

feb

2018

AVVOLTOI TRICOLORI IN NIGER

Avvoltoi tricolori sul Niger

 

di Daniela Trollio (*)

 

Paesi specializzati nel guadagnare e paesi specializzati nel rimetterci: ecco il significato della divisione internazionale del lavoro…… La nostra ricchezza ha sempre generato la nostra povertà per accrescere la prosperità degli altri: gli imperi e i loro caporali locali

Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina

 

Mentitori, come sempre.  Nello scorso maggio 2017 il Ministero della Difesa “smentisce le notizie relative all’invio di militari italiani in Niger”. Si trattava di quella che già tutti chiamavano Operazione “Deserto Rosso”. In settembre i ministri Roberta Pinotti e Kalla Moutari firmano un accordo di cooperazione, senza che ne siano precisati i contenuti. Il 17 gennaio 2018 la 27° legislazione si conclude con il voto favorevole - oltre al proseguimento delle attuali missioni militari…. scusate, “interventi umanitari”, li chiamano loro … - ad una nuova missione, quella in Niger, “nel quadro di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area”, oltre ad un intervento in Tunisia.

 

Qualche dato

 

Il Niger è uno degli ultimi 10 stati nel mondo per PIL pro capite. La sua è una delle più povere economie degli stati del Terzo Mondo ed è basata essenzialmente sulla pastorizia e sull’agricoltura. Il paese importa prodotti alimentari di base come olii, latte in polvere, farine, zucchero e cereali. Esporta cipolle e fagioli secchi! Il 13,9% della popolazione nigerina è malnutrito, il 59,5% vive sotto la soglia della povertà, che colpisce in particolare la popolazione rurale (il 63,9%). I due terzi dei 19 milioni di abitanti vivono con meno di un dollaro al giorno.

 

Ma … c’è un ma: come nel caso di altri paesi estremamente poveri, il Niger è ricco di minerali. Uranio, carbone, ferro, fosfati, oro e petrolio, tant’è vero che è il 5° paese al mondo per estrazione dell’uranio (più di 3.000 tonnellate l’anno), estrazione gestita in gran parte dalla multinazionale francese Areva.

 

“Deserto Rosso”

 

Di uno degli obiettivi dichiarati, quello di “combattere il terrorismo”, non è neanche il caso di parlare: l’Europa si lecca le ferite sanguinanti di questa lotta e non è certo finita, purtroppo.

 

Un altro, invece, è quello di bloccare il ‘nodo’ di Agadez, passo obbligato verso l’imbarco successivo sulle coste libiche dei gruppi di migranti provenienti dall’Africa occidentale che cercano di attraversare il Mediterraneo. Obiettivo un po’ in ritardo, visto che l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (OIM), a fine 2016, aveva registrato una significativa diminuzione: “L’affluenza è diminuita in modo importante dal settembre 2016, quando l’azione del governo contro i trafficanti ha cominciato ad essere più visibile e forte” affermava il capo della missione OIM in Niger, Giuseppe Loprete.

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mar

13

feb

2018

ELEZIONI

Potere al popolo o Potere operaio?

 

La nuova lista alle prossime elezioni politiche - il cartello elettorale Potere al popolo composto da più partiti, lanciato dal Centro sociale “Je so’ pazzo” di Napoli e dall’organizzazione politica a cui fa riferimento, i Clash City Workers - a cui hanno aderito Rifondazione Comunista, PCI, Eurostop, Sinistra anticapitalista, Contropiano, NO TAV,  sindacalisti di Cobas e Usb e altri, è una lista interclassista che raccoglie spezzoni di movimenti politici e di lotta. 

 

La “novità” ha suscitato in alcuni settori nuove speranze in chi cerca una rappresentanza parlamentare e una sponda politica alle lotte, con l’illusione di riuscire a cambiare la realtà politico-sociale con il voto e il parlamentarismo.

 

Ognuno dei componenti eterogenei della lista, a seconda delle convenienze e della base sociale di riferimento, la definisce “anticapitalista”, “di rottura”, “comunista”, ma si tengono ben lontani dal caratterizzarla col simbolo della falce e martello. E’ vero che Potere al popolo non è un partito ma un cartello elettorale con programma condiviso, quindi una mediazione fra le posizioni di tutti i partecipanti; tuttavia nel programma e nelle rivendicazioni non va oltre una serie di obiettivi riformisti, al più antiliberisti, perfettamente compatibili col sistema capitalista.

 

Nel programma di Potere al popolo, infatti, si legge che “Per noi potere al popolo significa restituire alle classi popolari il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza; significa realizzare la democrazia nel suo senso vero e originario. Per arrivarci abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi e, soprattutto, di costruire e sperimentare un metodo, che noi abbiamo chiamato controllo popolare”.

 

Il cartello elettorale quindi rivendica il “controllo sulla produzione” e la “distribuzione della ricchezza”, cioè il potere popolare, non il potere operaio e l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Per Potere al Popolo i ricchi possono essere sempre più ricchi, basta che con il controllo popolare distribuiscano un po’ più di ricchezza.

 

Potere al Popolo nel suo programma rivendica maggiore democrazia all’interno del sistema capitalista, non lotta contro il potere borghese, per il potere operaio e proletario, per il socialismo, per una società libera dallo sfruttamento capitalista che oggi non va di moda fra i piccolo borghesi, ma per un obiettivo condiviso anche da settori della borghesia “progressista” illuminata.

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mer

07

feb

2018

Macerata, Firenze, Rosarno: stragi di capitalismo.

Macerata, Firenze, Rosarno: stragi di capitalismo.

 

 Un nazista dichiarato, ex candidato della Lega, a Macerata il 3 febbraio ha sparato a 6 persone, 6 africani.

 

Saluto romano, avvolto nella bandiera italiana, all’arresto ha gridato “Viva l’Italia”. Una scia di sangue che riecheggia la strage di Firenze e quella di Rosarno, solo per ricordare le più gravi. 

A destra, e a sinistra, dopo aver “deprecato” l’accaduto, tutti hanno comunque ripetuto che “l’immigrazione è un problema”, dato che siamo in periodo elettorale e fare appello alla “pancia”, ai peggiori istinti, paga elettoralmente. I nazifascisti di Forza Nuova arrivano a difendere l’autore della sparatoria esponendo uno striscione in cui è scritto: “Pieno sostegno a Luca Traini” 

 

Quale problema? 

 “Gli immigrati ci rubano il lavoro”: balle spaziali, il lavoro ce l’hanno rubato i nostri padroni “italianissimi” che, tra i primi al mondo, per massimizzare i loro profitti hanno delocalizzato la produzione, chiudendo le fabbriche e portandole nei paesi poveri, guadagnandoci così due volte: paghe da fame all’estero e paghe da fame e cancellazione di ogni diritto conquistato dai lavoratori nel nostro paese, col ricatto del licenziamento. 

 

Dobbiamo difendere i nostri valori”: ma quali sono questi valori? Prima di tutto il valore assoluto è, da decenni, “il mercato”. In nome del mercato sono stati tagliati sanità, scuola, assistenza e la possibilità di avere un futuro da tutti i giovani, italiani e non, con misure come il Job Act. E quando ci si ribella, come è avvenuto a Rosarno nel 2010, dove i raccoglitori di arance e pomodori vivono tuttora in condizioni di schiavitù, ecco il solito “folle” che spara e uccide.

 

Di sfruttamento non muoiono solo gli “immigrati”, perché i padroni non sono razzisti, sfruttano allo stesso modo bianchi e neri. Nel 2015 e nel 2017 due donne italiane, braccianti nelle campagne di Andria e di Taranto, sono morte - letteralmente - di sfinimento.

 

Prima di tutto gli italiani”: noi e loro, ma chi sono questi “noi” e questi “loro”? Con chi condividiamo le  nostre condizioni di vita e di lavoro, di sfruttamento …. con i “nostri” padroni italiani o con gli altri lavoratori, di qualsiasi colore e provenienza siano? Padroni che, mentre si lanciano contro gli immigrati al grido “Prima gli italiani”, sfruttano in modo sempre più intensivo sia gli operai italiani che quelli “stranieri”. 

 

Chi sono i nostri veri nemici?   

 

Viva l’Italia”, ha gridato il nazista: quale Italia, quella degli industriali e dei banchieri, per salvare i quali i soldi ci sono sempre? Quell’Italia che spende 64 milioni di euro al giorno per le forze armate, per partecipare in prima fila alle guerre che portano fame e morte nei paesi da cui gli “immigrati” sono costretti a fuggire e lauti profitti a petrolieri, industrie degli armamenti ecc.? Tutti i partiti della cattolicissima Italia - sostenitori delle guerre imperialiste e delle missioni della NATO - anche se con alcuni “distinguo” sono uniti nella campagna contro gli immigrati.  

 

In realtà, per noi che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle la società capitalista divisa in proletari e borghesi, il nemico è in casa nostra.  Sono quei padroni e le loro istituzioni che mandano a morte, sui posti di lavoro, migliaia di operai e proletari senza guardare di che nazionalità sono.

 

Anche fra “italiani” esistono oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori. Noi lavoratori non abbiamo niente da spartire con i “nostri” padroni, italiani o stranieri che siano. Abbiamo tutto in comune, invece, con chi condivide la nostra condizione di sfruttati e oppressi. 

 

Oggi – nuovamente - stanno varando leggi che si ritorceranno contro di tutti i proletari. Per farci accettare tutto questo bisogna costruire l’immagine di un “nemico”: ecco allora la caccia agli immigrati, dipinti come la causa di tutti i nostri problemi; così padroni e politici di ogni colore potranno continuare tranquillamente a sfruttarci fino all’osso e ad arricchirsi senza che noi lottiamo. 

 

Infine, la battaglia contro il fascismo non è cosa del passato: così come alla sua nascita servì agli agrari emiliani per reprimere le lotte degli operai e dei contadini, anche oggi il fascismo è l’altra faccia della “democrazia” borghese, dove ci chiedono di votare ogni 4 anni chi ci sfrutterà. Ogni volta che ci organizziamo e lottiamo, ogni volta che superiamo le false divisioni tra italiani e stranieri, tra lavoratori pubblici e privati, ecc. ecc. , ecco che rispunta il fascismo, perché di una cosa i padroni hanno molta paura: l’unità dei lavoratori.

 

Noi - operai e proletari di tutto il mondo - siamo un’unica classe e abbiamo lo stesso interesse: l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della proprietà privata del capitale. 

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli” 

 

Via Magenta 88, Sesto San Giovanni (MI) 

                                                                                                                         7  febbraio  2018

 

 

 e-mail: cip.mi@tiscali.it          

 

sab

03

feb

2018

AFGANISTAN

 

Afganistan: l’ondata di attentati e la strategia di Trump per l’Asia centrale

 

di Nazanin Armanian (*)

 

Da quando Donald Trump occupa la Casa Bianca, si è moltiplicato il numero degli attentati in Afganistan, che si caratterizzano oltretutto dai precedenti per la loro gravità. Portano il segno dello Stato Islamico (ISIS), non dei talebani. Solo negli ultimi tre mesi, circa mille afgani sono stati vittime del terrrorismo in quel desolato paese. L’ISIS estende l’arco della crisi regionale all’Asia Centrale, zona di influenza di Cina, Iran, Russia e India. Gli afgani, intrappolati tra il fuoco incrociato della NATO, dei talebani, di al-Qaeda (ora sotto il comando di Hamza Bin Laden) e dello Stato Islamico, continuano a fuggire dal paese. 

 

Trump, che (come Obama) ha mentito nel promettere la ritirata delle truppe dall’Afganistan, ha progettato un piano per “vincere la guerra” e sbloccare la situazione in cui si trovano le truppe senza neanche consultarsi con il generale John Nikolon, capo della NATO nel paese.

 

La strategia di Trump per l’Afganistan

 

In Afganistan, gli USA hanno due problemi principali:

 

1. il Pakistan, guardiano degli interessi USA in Asia Centrale, si è avvicinato alla Cina, cambiando drasticamente l’equilibrio delle forze nella regione;

2. i Talebani sono sfuggiti al contollo del Governo Pakistano, dividendosi in vari grupppi, ognuno con vita propria.

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gio

01

feb

2018

IL CAPITALISMO GLOBALE

Il capitalismo globale nella fase cannibale

 

di Misiòn Verdad (*) 

Nel 2017 il capitale delle persone più ricche del pianeta è aumentato di 762 mila milioni di dollari. L’82% della crescita della ricchezza mondiale è finita nelle mani dell’1% della popolazione. Così ha registrato Oxfam nel suo rapporto “Premiare il lavoro, non la ricchezza”. 

 

L’anno passato è anche stato quello di maggior incremento nel numero di persone le cui ricchezze oltrepassanno i 1.000 milioni di dollari, con un nuovo milionario ogni 2 giorni. Questo dato contrasta con un’altra realtà esposta nel rapporto: la ricchezza del 50% più povero non è aumentata per niente.

L’organizzazione, che tutti gli anni si incarica di mostrare gli effetti della disuguaglianza di entrate e ricchezze nell’economia mondiale, mette in evidenza che l’accumulazione di ricchezza ha poco a che vedere con il talento o il sacrificio. Secondo il rapporto, due terzi della ricchezza dei multimilionari ha a che vedere con monopoli, eredità, relazioni di connivenza ed evasione fiscale, mentre la metà della popolazione mondiale ha visto le sue entrate ristagnare nel 2017.

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lun

29

gen

2018

VERTICE IMPERIALISTA A DAVOS

Alcuni temi che saranno taciuti

 

Davos e il “Senso comune” della Classe Dominante

 

di Fernando Buen Abad Domìnguez (*)

 

Imporre all’umanità il “senso comune” di quell’immensa minoranza che è la borghesia, è un’insensatezza madornale che regna in lungo e in largo in un mondo dove: “La super-concentrazione della ricchezza: inarrestabile. Ciò indica che la disuguaglianza sociale è un ostacolo per eliminare la povertà del mondo. L’1% della popolazione ha più risorse di tutto il resto.

 

Tutto “Patas arriba” (A testa in giù, n.d.t.) diceva Galeano. A margine di un certo disprezzo “popperiano” per il “senso comune” e lungi da disquisizioni scientifiche, qui va inteso il “senso comune” come quel principio di ragione che una comunità fissa per delimitare condotte e far valere accordi di convivenza. Specie di “leggi” sociali non scritte, saggezza basata su prova ed errore e su un certo carattere congiunturale della conoscenza venuto dall’esperienza comune.

 

Detto con ovvietà: in un mondo incalzato dalla fame, dalla povertà, dall’esclusione e dall’umiliazione dovrebbe essere inaccettabile lo sfruttamento inumano dei lavoratori e la produzione di beni di lusso.

 

E, tuttavia, la morale borghese lo accetta, e lo esibisce, con naturalità irritante e con disinvoltura insultante.

 

In un mondo terrorizzato dalla barbarie del militarismo mercantile, bagnato dal sangue degli innocenti e affogato nelle lacrime di incalcolabili amarezze … non di dovrebbe accettare alcuna forma di colonialismo, schiavitù o sfruttamento, per quanto felici se ne sentano i beneficiari.

 

In un mondo minacciato in tutte le sue forme di vita, sfiancato dalla contaminazione di mari, fiumi e laghi; depredato dei suoi boschi e delle sue pianure, sacrificato con erbicidi, insetticidi e plastica … dovrebbe essere inaccettabile il cinismo commerciale delle società che hanno portato il pianeta, la sua flora, la sua fauna e le sue risorse naturali sul bordo di collassi multipli. “Senso comune”.

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dom

28

gen

2018

IN RICORDO DEI LAVORATORI DEPORTATI

sab

27

gen

2018

IN RICORDO DEGLI OPERAI DEPORTATI

MANIFESTAZIONE AL MONUMENTO AL DEPORTATO POSTO IN CIMA ALLA COLLINETTA DEL PARCO NORD.

 

SABATO 27 GENNAIO ORE 14.15 INGRESSO PARCO NORD

 

 

Ritrovo ore 14.00 precise al Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli” Via Magenta 88 Sesto San Giovanni

 

 

Centinaia di lavoratori delle fabbriche di Sesto San Giovanni Breda, Falck, Marelli, Pirelli e di Milano furono deportati nei campi nazifascisti e non ritornarono.

 

Noi come sempre ricorderemo e onoreremo questi operai e lavoratori partecipando al corteo con il nostro striscione. LA RESISTENZA CONTINUA.

 

 

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli

 


 

sab

20

gen

2018

LOTTE OPERAIE CONTRO LO SFRUTTAMENTO

 

Sfruttamento capitalista, morti sul lavoro e lotte operaie.

 

Documenti e testimonianze nel libro disponibile gratuitamente nella rubrica

“i nostri libri” su questo sito.

 

 

gio

18

gen

2018

I PADRONI ASSASSINI RESTANO IMPUNITI

 

LA VITA DEGLI OPERAI?

VALE ZERO

 

Ieri l’altro, il 17 gennaio 2018, a Milano sono morti di lavoro 3 operai alla “Lamina S.p.a.” Oggi i giornali ci informano che il fratello di uno di essi - Giuseppe Barbieri, sceso nel forno per cercare di salvare il fratello Arrigo - è in stato di “morte cerebrale”. Oggi il giovane operaio diciannovenne Luca Lecci il che Ieri, a Rovato (BS), è stato stritolato da un tornio ha perso la vita.

 

Ma non è finita.

 

Proprio il 17 gennaio la Corte di Cassazione ha confermato i proscioglimenti di 7 ex manager della Pirelli di Milano accusati di omicidio colposo per la morte di 24 operai e di lesioni gravissime nei confronti di altri 4 lavoratori degli stabilimenti milanesi di Viale Sarca e Via Ripamonti. Le vittime avevano lavorato nell'azienda tra gli anni '70 e gli anni '80 e si sono ammalati di forme tumorali causate dall'amianto presente sul posto di lavoro – presenza dimostrata oltre ogni dubbio nel corso dei processi. Così i dirigenti Pirelli - Luciano Isola, Ludovico Grandi, Gavino Manca, Carlo Pedone, Piero Sierra, Omar Liberati e Gianfranco Bellingeri – già assolti in appello con l’assurda motivazione che gli operai morti “avevano già lavorato in settori fortemente caratterizzati dalla presenza di amianto” prima di essere esposti alla stessa sostanza alla Pirelli, non hanno alcuna responsabilità, come del resto non l’hanno mai, in particolare nel tribunale di Milano, i responsabili della morte dei 591 lavoratori (cifra sempre per difetto) morti di lavoro nel 2017. 

 

 

Oggi i soliti ‘noti’ – governo, istituzioni varie, padroni e sindacati (che hanno indetto per venerdì uno sciopero di 2 ore… mezz’ora per ogni morto!) – si stracciano le vesti e invocano “più sicurezza”. Quando ce l’avremo questa “sicurezza” di non morire più sul posto di lavoro? Quando il diritto alla vita spetterà anche agli operai?

 

Siamo stanchi di essere solo la carne da macello, siamo stanchi  di doverci limitare a piangere i nostri compagni di lavoro che perdono la vita e allora guardiamoci in faccia e diciamocelo chiaramente: MAI, finché ciò che conta è il profitto dei padroni, l’unico diritto riconosciuto – e difeso a spada tratta anche da chi dovrebbe fare ‘giustizia’ - nella nostra società capitalista.

 

 

Domani i titoli dei giornali torneranno ai problemi “veri”, in particolare le elezioni.

 

Ma le elezioni passano, i padroni restano e per noi lavoratori non cambierà niente, neppure il fatto che continueremo a rischiare di non tornare a casa nostra la sera, dopo una giornata di lavoro che per noi significa un salario da fame e per altri la ricchezza.

 

Nessuno oggi rappresenta gli operai e - anche se siamo coscienti che solo abolendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la classe operaia può liberarsi - è arrivato il momento in cui gli operai stessi, invece di delegare al politico di turno, si auto-organizzino per difendere la loro vita, i loro interessi, rivendicando che senza sicurezza non si può lavorare.

 

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

 

 

Sesto San Giovanni, 18 gennaio 2018

 

e-mail: cip.mi@tiscali.it      

 web:   http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

gio

18

gen

2018

CORTEO CONTRO LE STRAGI OPERAIE

Domani, venerdì 19 gennaio alle ore 15, 30 il nostro Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio  parteciperà al corteo indetto dai sindacati confederali Metalmeccanici “sulla sicurezza” e contro i morti sul lavoro che partirà da MM. San Babila a Milano.

 

 La ricerca del massimo profitto ha fatto ancora una volta nuove vittime. Tre operai sono morti e un quarto e in gravissime condizioni in ospedale, intrappolati con altri due operai (ora fuori pericolo) nella camera a gas nella fabbrica . «Lamina Spa» di via Rho 9 a Milano. Invitiamo tutti gli associati al corteo dietro il nostro striscione PER RICORDARE TUTTI I LAVORATORI UCCISI IN NOME DEL PROFITTO.

mer

17

gen

2018

STRAGE DI OPERAI A MILANO

  

AL LAVORO COME IN GUERRA: IL NEMICO E’ IN CASA NOSTRA

 

Ancora una volta, ieri a Milano, tre operai sono morti sul lavoro. 

Secondo le prime ricostruzioni sembra che i primi due lavoratori - Arrigo Barbieri, 57 anni, responsabile di produzione e Marco Santamaria, 42 anni, elettricista - appena scesi nel locale sotterraneo, profondo due metri, che contiene il forno in cui si scalda l’acciaio; abbiano perso subito i sensi a causa dell’aria satura di gas.

Un altro operaio - Giuseppe Barbieri, fratello di Arrigo - resosi conto del pericolo, ha chiamato aiuto e con Giuseppe Setzu, 48 anni, nel tentativo di salvarli scende nella camera sotterranea: i due, a loro volta, rimagono intossicati. Altri due lavoratori cercano di portare aiuto ma l’ambiente saturo di gas li costringe a indietreggiare (rimarranno intossicati). In quattro rimangono intrappolati nella camera a gas nella fabbrica . «Lamina Spa» di via Rho 9 a Milano. Tre sono uccisi subito e uno è in condizione gravissima.

 

Quando si lavora e si vive quotidianamente fianco a fianco per un salario da fame, quando la solidarietà con i propri compagni resta l’unica possibilità di difendersi dallo sfruttamento, può anche succedere che non si esiti a portare aiuto anche in situazioni di pericolo. 

Ancora una volta, nel disperato, generoso, tentativo di salvare la vita ai compagni di lavoro degli operai perdono la vita. Al momento non sappiamo se la strage operaia poteva essere evitata con adeguate misure di sicurezza o se i padroni, come spesso accade, hanno risparmiato anche sulle misure antinfortunistiche.

 

I morti sul lavoro non sono mai una fatalità e non dipendono dal destino, sono parte della brutalità e della violenza del sistema capitalista.

 

Davanti a questo ennesimo omicidio di massa ora si sprecano le solite lacrime dei rappresentanti di governo, istituzioni, padroni  e sindacati, che parlano di morti bianche: come ricorda oggi il Corriere della Sera, nel 2017 (dati Inail, per difetto)  591 lavoratori: e noi ci chiediamo quanti padroni sono in galera per questi morti di lavoro.

 

Coloro che piangono oggi lacrime di coccodrillo sono gli stessi che ogni giorno, in nome dell’aumento della produttività e del profitto, in nome del mercato, costringono milioni di lavoratori a lavorare in condizioni pericolose.

 

Al di là delle chiacchiere istituzionali di circostanza è sempre l’aumento dello sfruttamento la causa principale dell’aumento degli infortuni e dei morti sul lavoro, perché nel sistema capitalista il profitto vale più della vita degli esseri umani e gli operai non sono altro che carne da macello. Il nemico è in casa nostra e si chiama profitto, non fatalità.

 

Nessuno oggi rappresenta gli operai e - anche se siamo coscienti che solo abolendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la classe operaia può liberarsi - è arrivato il momento in cui gli operai stessi si auto-organizzino per difendere la loro vita, i loro interessi, rivendicando che senza sicurezza non si può lavorare.

 

Le nostre più sentite condoglianze ai famigliari dei lavoratori uccisi dal capitalismo.

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio 

 

Sesto San Giovanni 17 gennaio 2018

 

e-mail: cip.mi@tiscali.it                                                 web:   http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

ven

12

gen

2018

"GIUSTIZIA ISRAELIANA"

 

Cos’è successo quando una colona ebrea ha schiaffeggiato un soldato israeliano

 

di Noa Osterreicher (*)

 

 

 

Sia Ahed Tamimi che Yifat Alkobi sono state interrogate per aver schiaffeggiato un soldato in Cisgiordania, ma i loro casi hanno poco di più in comune: semplicemente perché una è palestinese e l’altra ebrea.

 

 

 

Quest’altro schiaffone non ha preso il primo posto nelle notizie della sera. Questo schiaffone, finito sulla guancia di un soldato a Hebron, non ha dato luogo ad alcuna accusa formale.  La donna che ha aggredito (il soldato) lo ha schiaffeggiato mentre questi cercava di impedirle di tirare pietre; se la sono portata via per interrogarla, ma è stata liberata lo stesso giorno e le è stato permesso di tornare a casa sua.

 

Prima di questo incidente, era stata condannata cinque volte: per aver tirato pietre, per aver aggredito un ufficiale di polizia e per condotta disordinata; ma non è stata incarcerata neanche una volta.

 

In un’occasione le è stata concessa la libertà condizionale, e nelle altre è stata condannata ad un mese di lavoro comunitario e ad una multa insignificante come compensazione alle parti aggredite.

 

L’accusata non si è mai presentata quando è stata citata per essere interrogata e per i procedimenti legali, ma i soldati non sono andati a strapparla dal suo letto nel corso della notte, e nessun suo famigliare è stato arrestato.

 

Ad eccezione di un breve trafiletto di Jaim Levinson sull’incidente, il 2 luglio 2010, non ci sono state praticamente alcune ripercussioni riguardo allo schiaffone e ai graffi causati da Yafat Alkobi sul viso di un soldato che l’ha colta a tirare pietre ai suoi vicini palestinesi.

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gio

11

gen

2018

DAL MENSILE ZONANOVE

Aumento della povertà: in Italia i poveri sono 10,5 milioni

 

Nel mese di dicembre 2017 l'Ufficio Statistico dell'Unione Europea (Eurostat) ha comunicato i dati sulla povertà in Europa, confermando un dato che vediamo spesso anche a Niguarda e nel IX Municipio del Comune di Milano. Basta percorrere nel  pomeriggio le strade in cui si tengono i mercati del nostro quartiere per vedere persone che passano prima degli addetti dell’Amsa, con un coltellino in mano, a raccogliere e mondare parti di frutta e verdura scartata dai commercianti.

Ancor più evidente è la povertà se si passa da Viale Monza (MM Villa San Giovanni) dove c’è l’Associazione Pane Quotidiano che ogni giorno offre, gratuitamente, cibo alle fasce più povere della popolazione, distribuendo generi alimentari e beni di conforto a chiunque si presenti presso le proprie sedi e versi in stato di bisogno e vulnerabilità, senza alcun tipo di distinzione, alla sede della Caritas o di altri enti.

Contrariamente a quello che molti pensavano, gli italiani sono sempre più numerosi e ora anche i dati EUROSTAT lo confermano.

 

L’Italia è il Paese europeo in cui vivono più poveri. Sono 10,5 milioni, su un totale a livello Ue di 75 milioni, i cittadini che hanno difficoltà a fare un pasto proteico ogni due giorni, a sostenere spese impreviste, a riscaldare a sufficienza la casa, a pagare in tempo l’affitto e a comprarsi un paio di scarpe per stagione o abiti decorosi.

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mar

09

gen

2018

L'ITALIA E LE BOMBE IN YEMEN

L’Italia e le bombe in Yemen

di Fabrizio Lorusso (*)

Come … le bombe fabbricate in Italia hanno ucciso una famiglia in Yemen?! E’ il titolo di un video-reportage pubblicato pochi giorni fa dal New York Times che ha causato scompiglio in Italia, anche se confermava semplicemente le denunce che da anni ripetono le organizzazioni pacifiste.

 

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” recita l’articolo 11 della Costituzione italiana, che è stata ripetutamente violentata.

 

 

Per fare un esempio: l’Italia ha partecipato a parecchie missioni al di fuori del quadro ONU, come la 2° guerra dell’Iraq dichiarata nel 2003 dagli USA in cerca di inesistenti armi di distruzione di massa, ed è un importante produttore di armi; nel 2016 si trovava all’11° posto nel mondo per spese militari, è stata l’ottavo maggior esportatore e la statale Finmeccanica è stata tra i primi 10 fabbricanti.

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lun

08

gen

2018

POTERE OPERAIO E ORGANIZZAZIONE COMUNISTA

 POTERE OPERAIO E ORGANIZZAZIONE COMUNISTA

 

Michele Michelino

 

L’imperialismo non ha eliminato gli antagonismi fra le classi, esso ha soltanto sostituito - alle antiche - nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta che, se non controllate, possono far tremare dalle fondamenta il sistema.

 

Le contraddizioni del sistema capitalista fra sfruttati e sfruttatori generano costantemente conflitti. In una società divisa in classi, i conflitti latenti e ineliminabili esplodono periodicamente e si manifestano in tutta la loro violenza durante le crisi economiche.

 

Nelle crisi mentre pochi borghesi si arricchiscono a dismisura, alcune classi sociali sono penalizzate, altre perdono i loro privilegi. La borghesia da tempo ha tramutato il medico, il giudice, il prete, lo scrittore, il poeta, lo scienziato, in salariati al suo servizio.

 

La sfiducia crescente delle masse proletarie e popolari, della piccola borghesia e anche della “classe media” verso i partiti e le istituzioni è evidenziata dall’astensionismo nelle tornate elettorali.

Questo è un campanello d’allarme per il sistema, anche se finché rimane una massa amorfa, che mugugna, senza organizzazione non fa paura. Tuttavia il dissenso va controllato e incanalato nel sistema di democrazia borghese, smussandone gli aspetti rivoluzionari ed eversivi, con la nascita di nuovi partiti e rappresentanze parlamentari. E’ il caso del Movimento 5 stelle, di “Liberi e Uguali”, ma anche dei gruppi fascisti di destra, Casa Pound e Forza Nuova e camerati vari.

Riportare e incanalare questi conflitti nell'ambito della “democrazia borghese” è il compito che il sistema capitalista assegna ai partiti borghesi (di centro, di destra o sinistra) quando avviene il distacco, lo scollamento delle masse dalla politica, perché nessun cambiamento del modo di produzione nella storia è avvenuto per via elettorale 

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mer

03

gen

2018

LA PRIMAVERA PERSIANA

La Primavera persiana

di Guadi Calvo (*)

A quasi otto anni dall’inizio del piano destabilizzatore delle nazioni arabe refrattarie ai comandi degli Stati Uniti, essenzialmente Libia e Siria – il cui nome di fantasia fu “La Primavera Araba”, ora malconcia e quasi in agonia - esso risorge in quello che senza dubbio ne era stato l’obiettivo fondamentale: scatenare il caos e, se necessario, una “guerra civile” in Iran, per mettere fine alla rivoluzione del 1979.

Un diagramma così scontato quanto privo di immaginazione si sta ripetendo nella nazione persiana, dall’ultimo giovedì quando sono scoppiate “spontaneamente” le proteste a Mashhad, una città di due milioni di abitanti nel nord-est del paese, dove la protesta è iniziata contro l’aumento dei prezzi ed è finita con la richiesta della morte del presidente Hassan Rohani, rieletto per un secondo mandato lo scorso agosto.

 

Le sanzioni comminate dal governo di Donald Trump hanno causato al paese una nuova crisi economica, aumentando la disoccupazione – che è arrivata al 12%, fondamentalmente tra i giovani – e un rialzo dell’inflazione del 10%, fatti che sono la causa dell’inizio delle proteste che stanno cominciando a verificarsi in altre città, compresa Teheran.

 

Nella città nord orientale di Sabzevar un gruppo che non superava le cinquanta persone hanno manifestato gridando slogan come “Dimenticatevi la Palestina” o “No a Gaza, no al Libano, darò la mia vita per l’Iran”, e alcuni hanno reclamato il ritorno della monarchia. Un’altra delle città particolarmente colpite dalle proteste è stata Kermanshah, all’ovest del paese, dove risiede la popolazione kurda, sempre pronta a rivendicare la sua indipendenza. Rapidamente le proteste si sono diffuse su quasi tutto il territorio, arrivando ad altre città come Shahr-e-Kord, Bandar Abbas, Izeh, Arak, Zanjan, Abhar, Doroud, Karaj e Tonekabon.

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ven

29

dic

2017

MENZOGNE USA

Il “missile iraniano” di Nikki Haley assomiglia molto all’ “antrace iracheno” di Colin Powell

 

di Nazanin Armanian (*)

 

“Questa è una prova inconfutabile  che l’Iran sta fornendo illegalmente armi” agli Houti yemeniti, affermava il 14 dicembre Nikki Haley, l’ambasciatrice USA all’ONU, mentre mostrava i rottami di un missile balistico a corto raggio. Diceva che si trattava del missile lanciato dallo Yemen contro l’aeroporto di Riad lo scorso 4 novembre. L’aver mostrato questa “prova” nella sede ONU aveva due motivi:

 

1. una sottile una minaccia militare per gli iraniani, dato che la “prima” del suo discorso era stata fatta dalla base militare Anacostia-Bolling a Washington;

 

2. il fatto che il Gruppo di Esperti in Yemen del Consiglio di Sicurezza ONU aveva già scartato questa accusa, affermando che quel missile non rappresentava alcuna prova e non era per nulla chiaro che fosse di fabbricazione iraniana.

 

Ma, se gli Stati Uniti vogliono demonizzare un paese per giustificare la guerra che stanno preparando, sono capacissimi di inventarsi dati e di mentire persino ai loro stessi cittadini, mandandoli ad uccidere, e a morire, per gli interessi delle società che governano.

 

Il 5 maggio 2003 il segretario alla Difesa USA, Colin Powell, arrivò a mostrare al Consiglio di Sicurezza dell’ONU un tubo con del gesso bianco e disse che era una prova dei 25.000 litri di antrace che possedeva l’Iraq.

 

In seguito, con toni sensazionalisti, la rappresentante dello stesso paese che ha ucciso centinaia di migliaia di civili negli ultimi anni con le sue bombe e i suoi missili – e che ora fa da portavoce degli interessi sauditi/israeliani – ha detto che non avrebbero permesso che “missili come questo vengano sparati contro civili innocenti”. Solo i missili ‘made in USA’ dell’Arabia e degli Emirati Arabi Uniti sono autorizzati a farlo!

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mer

27

dic

2017

L'AUDACIA DI UNA RAGAZZINA PALESTINESE

 

L’audacia di una ragazzina

 

Tre ragioni per cui una adolescente palestinese sta facendo impazzire Israele

 

di Gideon Levy (*)

 

Martedì scorso i soldati dell’esercito israeliano hanno sparato alla testa a Hamed al-Masri, ferendo gravemente il ragazzo disarmato di Salfit. Venerdì ì soldati hanno sparato alla testa al disarmato Mohammed Tamimi, anche lui di 15 anni, ferendo gravemente il ragazzo di Nabi Saleh. Sempre venerdì i soldati hanno ucciso Ibrahim Abu Thuraya, amputato di entrambe le gambe, a cui hanno sparato sempre alla testa. 

Lo stesso giorno Ahed Tamimi, di 16 anni, era nel cortile di casa sua con una cugina e ha schiaffeggiato un ufficiale dell’esercito israeliano che era piombato in casa sua. 

Israele si è svegliata furiosa dal suo sogno. Come osa? Le tre vittime dei barbari spari non interessavano agli israeliani e i media non si sono neppure disturbati a darne notizia. Ma lo schiaffo (e il calcio) di Tamimi ha provocato la furia. Come osa schiaffeggiare un soldato dell’esercito di Israele? Un soldato i cui compagni schiaffeggiano, colpiscono, sequestrano e, naturalmente, sparano ai palestinesi quasi tutti i giorni.

 

Davvero Tamim è audace. Ha rotto le regole. Colpire è permesso solo ai soldati. E’ lei la vera provocazione, non il soldato che ha invaso la sua casa. Lei - che ha tre parenti stretti assassinati dall’occupazione, i cui genitori sono stati arrestati innumerevoli volte e il cui padre è stato condannato a 4 mesi di prigione per aver partecipato ad una manifestazione davanti ad un negozio di alimentari – ha osato resistere ad un soldato. Sfacciataggine palestinese. 

Si poteva pensare che Tamimi si sarebbe innamorata del soldato che ha invaso la sua casa, che gli avrebbe gettato del riso…. ma dato che è un’ingrata, lo ha ricompensato con un ceffone. Tutto è dovuto alla “provocazione”. Altrimenti certamente non avrebbe odiato il suo conquistatore. 

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mer

20

dic

2017

TERRORISMO DELL'ESERCITO ISRAELIANO

L’esercito terrorista israeliano prima gli ha tolto le gambe, poi la vita

di Gideon Levy (*)

 

E’ successo mentre protestava sulla sua sedia a rotelle vicino alla frontiera con Israele. Il francotiratore dell’esercito israeliano non poteva mirare alla parte inferiore del corpo della sua vittima… Ibrahim Abu Thuraya non ce l’aveva. 29 anni di età, Thuraya lavorava lavando macchine e viveva nel campo di rifugiati di Shati, nella città di Gaza. Aveva perduto tutte e due le gambe fino alle anche in un attacco aereo israeliano durante l’Operazione Piombo Fuso nel 2008. Utilizzava una sedia a rotelle per spostarsi. Il venerdì l’esercito israeliano ha finito il lavoro: un francotiratore ha mirato alla sua testa e l’ha ucciso.

Le immagini sono terribili: Abu Thuraya sulla sua sedia a rotelle, spinto da amici, che chiama alla protesta contro la dichiarazione degli Stati Uniti che riconosce Gerusalemme quale capitale di israele; Abu Thuraya per terra, trascinandosi verso il muro che imprigiona la Striscia di Gaza; Abu Thuraya che agita una bandiera palestinese; Abu Thuraya che alza le braccia nel segno della vittoria; Abu Thuraya trasportato dai suoi amici mentre si dissangua; il cadavere di Abu Thuraya messo su una barella: The End.

 

Il francotiratore non ha potuto sparare alla parte inferiore del corpo della sua vittima, venerdì, per cui gli ha sparato alla testa e l’ha ammazzato. Si può supporre che il soldato si sia reso conto che stava sparando ad una persona che stava su una sedia a rotelle, a meno che stesse sparando indiscriminatamente contro i manifestanti.

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gio

14

dic

2017

CIAO MICHELE, CIAO PINA

 

Ciao Michele, ciao Pina

 

 

 

Con profondo dolore abbiamo ricevuto la notizia della morte dei nostri amici e  compagni di tante battaglie, soci del nostro Comitato:  Michele Lorusso, di 78 anni, e Giuseppina Iacovazzo, 75 anni, per tutti noi “Pina”.  

 

 

Michele e Pina sono morti in un incidente ferroviario a pochi passi da casa, mentre attraversavano i binari della ferrovia.

 

Michele, ex operaio saldatore del reparto forgia della Breda Fucine, era scampato ai fumi delle saldature e all’amianto, per poi morire insieme a sua moglie nel tragico incidente ferroviario, uccisi da un treno.  

 

Una vita dura, quella di Michele, passata in fabbrica per mantenere la famiglia, ma sempre con il sorriso sulle labbra e tante cose da fare insieme alla sua inseparabile Pina, nel presente e nel futuro: gli ulivi da curare al loro paese, le mandorle o le ciliegie da raccogliere e portare a tutti noi, i dolci e i panzerotti pugliesi fatti da tutti e due, insieme.

 

Sempre insieme, molto uniti e molto legati.

 

Pina è finita sotto il convoglio, Michele - probabilmente nel disperato tentativo di salvarla - è stato colpito dalla motrice. 

 

La morte dei nostri compagni di lavoro e di lotta ci addolora sempre.

 

In questi anni abbiamo perso - e pianto - tanti compagni e compagne, che prima si sono ammalati e, dopo un doloroso calvario, sono stati poi uccisi dall’amianto e da altre sostanze cancerogene. Non ci siamo mai rassegnati a queste morti innaturali, ma che a Pina e a Michele sia capitato di morire in un incidente ci addolora ancora di più.

 

Lasciano anche il loro orgoglio, la loro più grande gioia: la nipotina di cui erano perdutamente innamorati. 

 

Noi li vogliamo ricordare - Michele e Pina - sempre presenti, sempre con noi in tutte le iniziative di lotta nonostante l’età; vogliamo ricordarli insieme a tutti noi mentre,  intorno ad una tavola, sgranocchiavamo i loro dolci e chiacchieravamo spensieratamente.  

 

Ciao, Michele e Pina, uniti nella vita e nella morte.

 

Ci mancherete tanto.

 

 

Con affetto e amore, i vostri compagni del

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

 

 

                                                                      Sesto San Giovanni, 14 dicembre 2017

 

 

 

e-mail:cip.mi@tiscali.it      

web:   http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

 

 

dom

10

dic

2017

AMBASCIATA USA A GERUSALEMME

 

16 ragioni e conseguenza dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme

 

di Nazanin Armanian (*)

 

Dopo aver ordinato la più grande riduzione di terre pubbliche protette della storia degli USA, dopo aver decretato il più grande taglio delle imposte in 30 anni, e conseguito che il Tribunale Supremo avallasse la sua infame richiesta di proibire l’entrata di persone provenienti da 8 paesi, in maggioranza musulmani (tra i quali non c’è l’Arabia Saudita, accusata da Trump stesso e dal Congresso di essere dietro l’11 Settembre), il presidente degli USA disfa la politica tradizionale degli USA rispetto alla Palestina: annuncia il riconoscimento di Gerusalemme occupata quale capitale di Israele e ordina lo spostamento dell’Ambasciata del suo paese nella città. Così Trump, con un atto suicida, spoglia i palestinesi di tutti i loro diritti per consegnarli ad Israele. 

 

Per 70 anni gli USA hanno permesso ad Israele di rubare le terre palestinesi (anche quando pretendevano di nasconderlo firmando la Risoluzione 2334) e di fare la pulizia etnica. Questa decisione di Trump rappresenta una nuova fase nell’aggressione al popolo palestinese. Né Bill Clinton né George W. Bush, che avevano promesso anch’essi di spostare l’Ambasciata a Gerusalemme, osarono farlo. Avevano lasciato che Israele stessa, attraverso le sue politiche illegali e le leggi, si impadronisse della Città Santa.

 

Di fatto la “Legge sulla Grande Gerusalemme” comprende l’espulsione dei palestinesi “residenti” dalla loro città natale con mille artifici, come aumentare la popolazione ebrea della città spostando migliaia di coloni come votanti eleggibili, stabilire l’aumento dei suoi limiti municipali per includervi gli insediamenti illegali di Cisgiordania e limitare ulteriormente i diritti dei palestinesi; tutto questo per distorcere l’identità di Gerusalemme.

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sab

09

dic

2017

HONDURAS

Honduras: il “golpe morbido preventivo”

 

di Atilio Boròn (*)

 

L’interminabile epidemia di “golpe morbidi” propiziata dalla Casa Bianca si è mostrata, una volta di più, in Honduras. Fu là, nell’anno 2009, che per la prima volta venne applicata questa metodologia, una volta fallito il golpe militare tradizionale sperimentato un anno prima in Bolivia. A partire da quel momento i governi indesiderabili della regione sarebbero stati spazzati via da un letale tridente formato dall’oligarchia mediatica, dal potere giudiziario e dai legislatori, il cui “potere di fuoco” combinato supera quello di qualsiasi esercito della regione. José Manuel “Mel” Zelaya fu la loro prima vittima, a cui sarebbero seguiti nel 2012 Fernando Lugo in Paraguay e nel 2916 Dilma Rousseff in Brasile. Sotto attacco si trovano i governi della Bolivia, del Venezuela e, naturalmente, Cuba, mentre in Ecuador il vecchio ricorso alla corruzione e al tradimento, unito alla tecnica del “golpe morbido”, sembrano aver fermato il corso della Rivoluzione Cittadina di Rafael Correa.

L’obiettivo strategico di Washington, con i suoi “golpe bianchi” è riportare l’America Latina alla condizione neo-coloniale imperante fino alla notte del 31 dicembre 1958, un giorno prima del trionfo della Rivoluzione Cubana.

 

Nel caso honduregno il golpe funziona preventivamente, attraverso una scandalosa frode elettorale che ha suscitato le critiche dei pochi osservatori inviati dall’Unione Europea.  Invece la missione dell’OEA (Organizzazione degli Stati Americani, n.d.t.), presidieduta da un democratico con credenziali così impeccabili come il boliviano Jorge “Tuto” Quiroga (ex presidente della Bolivia, formatosi negli USA e portabandiera del neo-liberismo, n.d.t.) ha consentito qualsiasi e tutte le violazioni della legge elettorale e delle norme costituzionali stabilite dal governo di Juan Orlando Hernàndez, erede del golpe del 2009.

 

E’ vero che Quiroga non ha tutti con sé perchè il Tribunale Costituzionale dell’Honduras ha dichiarato che la rielezione è un diritto costituzionale che non può essere calpestato da alcuna norma di livello inferiore (alla Costituzione, n.d.t.), il che – applicato al caso della Bolivia – consacra la legittimità dell’aspirazione del presidente Evo Morales a presentarsi alle prossime elezioni presidenziali.

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ven

08

dic

2017

SORPRESA: SIMON BOLIVAR E' ANCORA QUI

 

Sorpresa: Simòn Bolìvar è ancora qui

 

di Daniela Trollio (*)

 

 

 

Ricorderete che questa estate non passava giorno che i giornali non ci informassero della devastante situazione in Venezuela – crisi economica, proteste violente, atti terroristici, centinaia di morti - sicura anticamera del rovesciamento del governo bolivariano di Nicolàs Maduro, il peggior “dittatore” al mondo (Eduardo Galeano, il grande scrittore uruguaiano, ricordava la stranezza di questa “dittatura”: elezioni ogni anno, questa è la 22°, e riconoscimento delle sconfitte quando sono avvenute).

 

Sono stati 120 giorni (da aprile a giugno) di brutale offensiva, una guerra fatta di terroristi perfettamente addestrati ed equipaggiati – stile truppe speciali statunitensi - paramilitari, uso di tecnologie di ultima generazione ed impiego di propaganda che ha visto la stampa globalizzata trasformata anch’essa in un esercito mediatico che combatteva la guerra psicologica. Questa è andata ad aggiungersi alla guerra economico-finanziaria – fatta di accaparramento e scarsità di generi alimentari e medicine organizzata da 20 multinazionali dei settori.  

 

Bene, domenica 15 ottobre il popolo venezuelano ha per l’ennesima volta assestato un sonoro ceffone agli uccellacci del malaugurio, come sempre male informati. Con una partecipazione elettorale superiore al 61%, il chavismo si è assicurato 18 dei 23 stati, raccogliendo il 54 per cento dei voti.  

 

Convinta anch’essa di vincere, l’ultradestra raggruppata nella MUD (Tavola di Unità Democratica), aveva nei giorni precedenti “legalizzato” nella sede di Washington dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) un Tribunale Supremo di Giustizia e fatto capire che accarezzava l’idea di formare un Potere Esecutivo parallelo. Ora è a pezzi, si scambia accuse di collaborazionismo e vede andarsene sbattendo la porta l’ex candidato alla presidenza Enrique Capriles.

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mer

06

dic

2017

MORTI SUL LAVORO

 

5 dicembre 2017: in memoria delle vitTime del lavoro

 

 

 

Nella democratica Italia nata dalla Resistenza, di lavoro si continua a morire più che in guerra.

 

Sono passati 10 anni e oggi è l’anniversario di un omicidio di massa, in cui morirono 7 operai alla ThyssenKrupp di Torino: 4 bruciati vivi, altri 3 dopo giorni di terribile agonia. Nella fabbrica in smobilitazione della multinazionale tedesca il padrone, con la complicità dei sindacati confederali, aveva imposto turni di lavoro di 12 ore. Alcuni degli operai uccisi lavoravano con più di 4 ore di straordinario alle spalle. Così ThyssenKrupp incrementava i propri profitti risparmiando sulla manutenzione e sulla sicurezza.  

 

L’“incidente” alla ThyssenKrupp colpì fortemente l’opinione pubblica per come avvenne: operai bruciati vivi come se fossimo ancora nell’800, nascondendo che questa, invece, è la “modernità” del capitalismo.

 

Alcuni allora piansero lacrime di coccodrillo, parlando di questa ennesima strage come di un “fatale incidente”. Ma durante l’assemblea di Confindustria dell’11 giugno a Bergamo, la platea d’imprenditori presenti applaudì e riservò una calorosa accoglienza a Harald Espenhahn, amministratore delegato della ThyssenKrupp Italia, poi condannato in maniera definitiva in Cassazione il 13 maggio 2016 a 9 anni e 8 mesi di reclusione per omicidio volontario, insieme ai dirigenti Gerald Priegnitz, Marco Pucci (entrambi condannati a 6 anni e 10 mesi) e Daniele Moroni (condannato a 7 anni e 6 mesi).

 

 

 

Nonostante il Testo unico sulla sicurezza, le morti operaie continuano da un capo all’altro della penisola. Secondo le stime ufficiali sono 4 al giorno, 1.500 all’anno. In realtà, se ai dati Inail si aggiungono gli incidenti dei 3 milioni 500mila lavoratori, italiani e stranieri, che lavorano in nero e le morti diluite nel tempo causate dalle malattie professionali, non è azzardato sostenere che il numero dei morti sul lavoro e di lavoro è superiore ai 10 al giorno. Solo per le malattie professionali d’amianto ogni anno muoiono 4000 lavoratori, 11 al giorno, 2 ogni ora, e pochi giorni fa anche il nostro compagno Russo Bruno, operaio Breda, abitante a Bresso ci ha lasciato a 62 anni .  

 

Per noi i morti sul lavoro non sono mai una fatalità.

 

I morti sul lavoro sono parte della brutalità e della violenza del sistema capitalista che, per realizzare il massimo profitto, costringe milioni di lavoratori alla schiavitù. Spesso vediamo imprenditori, padroni senza scrupoli, tutelati da leggi che avvantaggiano la proprietà alla salute collettiva, concedendo ai capitalisti impunità e licenza di uccidere. Gli in infortuni non derivano da un infausto “destino”. E’ l’aumento dello sfruttamento e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro la causa principale degli infortuni e dei morti sul lavoro e di lavoro.

 

Noi continuiamo a lottare contro tutte le morti “innaturali”. Oggi nei processi per le malattie professionali, morti sul lavoro e d’amianto subiamo un’odissea infinita con continue assoluzioni dei responsabili di tanti omicidi, anche se siamo coscienti che solo abolendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la classe operaia può liberarsi la nostra lotta continua.

 

Il 6 dicembre, anniversario della strage della ThyssenKrupp a Torino, vogliamo ricordare tutti i morti sul lavoro e di lavoro per il profitto, i lavoratori, uccisi dall’amianto e dalle sostanze cancerogene e nocive.

 

A perenne ricordo degli operai della ThyssenKrupp e di tutte le vittime dello sfruttamento capitalista, ora e sempre resistenza!

 

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

 

 

Bresso (Mi) 5 dicembre 2017

 

 

 

e-mail: cip.mi@tiscali.it                        web:   http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

per contatti. 3357850799

 

dom

03

dic

2017

FAME E GUERRA

 

L’Arabia Saudita, come i nazisti, usa la fame come arma contro gli yemeniti

 

di Belèn Fernàndez (*)

 

L’Arabia Saudita, il mese scorso, ha ampliato il suo repertorio di pagliacciate concedendo la cittadinanza ad un robot di nome Sofia; una misura che, a quanto pare, pretendeva di aumentare la verniciatura di modernità e progresso che le tiranniche autorità saudite si sforzano di mantenere.

 

In una recente intervista con il Khaleej Times, un giornale saudita, il robot Sofia speculava con l’idea che “sarebbe possibile fabbricare dei robots più etici degli umani” e che ci sono solo due opzioni per il futuro: “O ci muove la creatività e inventiamo macchine che riescano a raggiungere una super-intelligenza trascendentale, o la civiltà crolla”.

 

D’accordo … ma molti membri della popolazione mondiale stanno attualmente lottando con problemi molto più prosaici, tipo cercare di sopravvivere sotto il blocco ed i bombardamenti diretti dall’Arabia Saudita, come succede nel vicino Yemen. Lì potremmo perdonare il fatto che i suoi abitanti abbiano già dato per certo che la civiltà è ormai collassata.

 

Carestia imminente

 

Dimenticatevi della pioggia di creatività: invece i sauditi ed i loro soci criminali hanno già fatto cadere tutta la distruzione possibile sullo Yemen, oltre a favorire un’imminente carestia. Fondamentale in tutto questo sforzo di guerra è stato il ruolo degli Emirati Arabi Uniti, un territorio che in maniera simile cerca di nascondere la sua essenza brutale dietro una facciata di moderno sviluppo a base di edifici di pregio e centri commerciali con piste da sci.

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mer

29

nov

2017

MORTO ARMANDO HART

 

Armando Hart è morto all’Avana il 26 novembre 2017

 

Armando Hart: la giustizia ha trionfato, avanti l’arte!

 

di Ramòn Rojas Olaya (*)

 

Primo ministro della Cultura

 

La sera del 30 novembre 1976, durante la sessione di chiusura dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare a Cuba, venne annunciata la creazione del Ministero della Cultura. La notizia fu doppiamente emozionante quando fu annunciato che il ministro sarebbe stato Armando Hart Dàvalos, che era stato il primo ministro all’Educazione della Rivoluzione Cubana tra il 1959 e il 1965, incarico in cui realizzò la campagna di alfabetizzazione, la riforma universitaria, creò il sistema nazionale delle borse di studio, le facoltà operaie-contadine e promosse l’insegnamento della storia, perché per lui era imprescindibile tale studio nella formazione della coscienza nazionale. Sulla sua nuova designazione Ambrosio Fornet (critico e scrittore cubano, n.d.t.) racconta: “Credo che Hart non aspettasse nemmeno di prendere possesso dell’incarico che già si riuniva con la gente. Vecchi e giovani. Militanti e non militanti. Non chiese se preferivano i Matamoros o i Beatles, se piaceva loro di più la pittura realista o quella astratta, se preferivano le fragole al cioccolato; chiese solo se erano disposti a lavorare”. 

 

 

Volpi e camaleonti

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lun

27

nov

2017

LA STORIA E LE MENZOGNE IMPERIALISTE

 

 

 

Test-media: quanto valeva la nostra informazione sulla frammentazione della Yugoslavia?

 

di Michel Collon (*)

 

(articolo pubblicato su lahaine.org il 13.3.2006, riprodotto ora nel momento della mediatica (e menzognera) propaganda occidentale sull’aggressione alla Yugoslavia dopo la condanna a Ratko Mladic). 

 

Le grandi potenze avevano delle strategie segrete? Ci furono menzogne e propaganda di guerra? Per avere le idee chiare e capire come vi informeranno nelle prossime ore i mezzi di comunicazione, ecco qui un piccolo media-test che vi proponiamo.

 

Venti o trent’anni dopo si finisce sempre per scoprire che i media ci avevano presentato una versione ingannevole e abbellita delle guerre fatte dai nostri governi: Suez, Algeria, Vietnam …. Quando dovremo ancora aspettare per fare un bilancio della guerra contro la Yugoslavia e scoprire quanto ci è stato nascosto?

 

 

Questionario

 

1. La guerra cominciò nel 1991 con le secessioni slavacche e croate?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

2. La Germania provocò deliberatamente la guerra civile?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

3. Gli USA rimasero davvero “passivi e disinteressati” in questa guerra?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

4. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale parteciparono alla frammentazione del paese?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

5. I massmedia presentarono un’immagine ingannevole di Tudjman e di Izetbegovic, “nostri amici”?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

6. I media nascosero i dati essenziali della storia e della geografia della Bosnia?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

7. Era corretto lo schema “serbi aggressori, croati e musulmani vittime”?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

8. La Serbia mise in atto un programma di pulizia etnica?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

9. I media ci informarono correttamente su Srebrenica?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

10. Le prime vittime della guerra furono assassinate dai serbi?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

11. Era falso il celebre annuncio dei “campi di concentramento”?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

12. Ci informarono della verità sui tre grandi massacri di Sarajevo?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

13. La più vasta pulizia etnica della guerra fu commessa dall’esercito croato?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

14. Gli USA utilizzarono bombe all’uranio anche in Bosnia?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

15. La guerra contro la Yugoslavia è stata l’unica “guerra buona” degli USA?

 

O Sí - O No - O Non lo so

 

 

Risposte

 

1. La guerra cominciò nel 1991 con le secessioni slavacche e croate?

 

NO. Nel 1979 il BND (la CIA tedesca) invia a Zagabria una squadra di agenti segreti. Missione: appoggiare Franjo Tudjman, razzista che diffonde attivamente l’odio etnico e predica la frammentazione della Yugoslavia. La Germania appoggia e finanzia questo Le Pen croato e gli invierà armi prima della guerra. Con che obiettivo? Berlino non ha mai ammesso l’esistenza dello Stato unitario yugoslavo che gli ha resistito coraggiosamente durante le due guerre mondiali. Nel tornare a spezzare la Yugoslavia in mini-stati facili da sottomettere, la Germania vuole controllare i Balcani. Una zona economica da annettersi, per posizionare lì le sue aziende, esportare i suoi prodotti e dominare il mercato. Una via strategica verso il Medio Oriente, il Caucaso, il petrolio e il gas. Nel 1992 il ministro bavarese dell’Interno dichiara: “Helmut Kohl ha ottenuto quello che non ottennero né l’imperatore Guglielmo né Hitler”.

 

 

2. La Germania provocò deliberatamente la guerra civile?

 

SI. All’inizio del vertice di Maastricht, nel 1991, il cancelliere tedesco Kohl è l’unico che vuole frammentare la Yugoslvia e riconoscere precipitosamente le “indipendenze” di Slovenia e Croazia, in spregio al diritto internazionale e alla Costituzione yugoslava, ma l’ascesa della potenza tedesca imporrà a tutti i suoi soci questa follia. Parigi e Londra si allineano. Secondo il londinese The Observer: “Il primo ministro (britannico) Major pagò un prezzo molto alto appoggiando la politica yugoslava della Germania che, secondo tutti gli osservatori, fece precipitare la guerra”. In effetti tutti gli esperti avevano avvertito che un simile “riconoscimento” avrebbe provocato una guerra civile. Perché? 1. In quasi tutte le repubbliche della Yugoslavia si mescolavano diverse nazionalità. Dividere i territori era assurdo tanto quanto dividere Parigi o Londra in quartieri etnicamente puri. 2. Favorendo il neofascista croato Tudjman e il nazionalista musulmano Izetbegovic (in gioventù collaboratore di Hitler) era evidente che si sarebbe provocato il panico tra la grande minoranza serba che da secoli viveva in Croazia e in Bosnia. Ogni famiglia serba aveva perduto almeno un membro nel terribile genocidio commesso dai fascisti croati e musulmani, agenti della Germania, tra il 1941 e il 1945. Solo la Yugoslavia di Tito aveva potuto riportare la pace, l’uguaglianza, la coesistenza. Ma Berlino, e poi Washington, volevano spezzare a qualsiasi costo questo paese “troppo a sinistra” (vedi domanda n.4)

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mer

22

nov

2017

RICORDANDO LA STORIA

 

La Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran

 

di Nazanin Armanian (*)

da: publico.es; 21.11.2017 

 

Tra gli effetti della Rivoluzione d’Ottobre russa nel Vicino Oriente emerge la proclamazione di Jomhuri-e Sosialisti-e Shouravi-e Irán “Repubblica Socialista Sovietica dell’Iran” (RSSI) nel 1921 sulle rive del Mar Caspio, a Guilàn, la regione boscosa del nord dell’Iran. 

Il primo governo dei lavoratori in Iran, e anche in Asia, fu il risultato di due decenni di lotta delle forze progressiste, che cominciarono nel 1905 con la Rivoluzione Costituzionale, il cui obiettivo fu di limitare il potere assolutistico dei monarchi attraverso il parlamento e la costituzione. E’ nello stesso anno che scoppia, nel paese vicino, la Rivoluzione russa contro lo zar Nicola II. 

L’Iran, dopo i sei anni che durò la rivoluzione, raggiunse i suoi obiettivi, anche se la “Santa Alleanza” tra i religiosi reazionari, l’aristocrazia e il colonialismo britannico li sviò. Ma la lotta continuava: i rivoluzionari si trasferirono a Guilàn, trasformandola in una piattaforma da cui partire per andare a liberare il resto di quell’immenso e strategico  paese. 

 

Il Movimento della Selva

 

Nel 1915 un gruppo di 300 guerriglieri, guidato da Mirza Kuchek Khan, liberò paese per paese la zona di Guilàn fino a prendere il controllo di tutta la regione nel 1916. Così inizia la leggenda di Yonbesh-e Yangal (il Movimento della Selva) per espellere dal nord dell’Iran l’imperialismo russo che si era appropriato delle fertili terre, uccidendone per fame e sfruttamento gli abitanti.

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lun

20

nov

2017

ELEZIONI

 

Democrazia borghese e illusioni elettorali 

 

Michele Michelino (*)

  

Le recenti elezioni regionali in Sicilia e quelle comunali di Ostia dimostrano che il primo partito resta, ancora una volta, quello dell'astensione: in Sicilia (dove ha vinto il centrodestra) più di un elettore su due non ha votato, alle urne solo il 46,76% dei votanti aventi diritto contro il 47,41% delle regionali 2012, mentre il 53,24% ha disertato le urne.

 

Il centrosinistra tra il 2012 e il 2017 ha perso 6 punti percentuali passando dal 37% del 2012 al 31% di oggi.

 

A Ostia, al primo turno un elettore su tre non ha votato e nel ballottaggio vinto dai 5 stelle ha votato solo il 33,6 degli aventi diritto, cioè hanno disertato le urne il 66,4% degli aventi diritto, 4 mila meno del primo turno, mentre i fascisti di Casapound entrano per la prima volta nel X Municipio Roma con un consigliere.

 

Al di là della chiacchiera e della dichiarazione di vittoria fra centrodestra e 5 stelle, in Sicilia e a Ostia ha vinto il partito dell’astensione, mentre per il PD Renziano c’è stato un vero tracollo.

 

Questi risultati si prestano ad alcune considerazioni.

 

La società capitalista difende gli interessi comuni della classe borghese al potere e, attraverso organi e istituzioni apparentemente neutrali e al di sopra delle parti e delle classi, a cominciare dallo stato, governo, parlamento , regioni, comuni, ecc, nascondendo il fatto che queste istituzioni servono solo una parte.

 

Invece che servitori degli interessi”della società, di tutti i “cittadini”, sono in realtà al servizio d’interessi particolari, quelli dei padroni, delle multinazionali, delle banche, della grande finanza.

 

Oggi in Italia, nella democratica Repubblica nata dalla Resistenza, i politici di qualsiasi partito, i rappresentanti delle istituzioni a cominciare dal parlamento formano una casta completamente separata dal proletariato e dagli strati bassi della popolazione, costretti ogni giorno a lottare per mettere insieme il pranzo con la cena.

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gio

16

nov

2017

CONTRO LE MENSOGNE SUL VENEZUELA

Non è il Venezuela, è il resto dell’America Latina

 

di Ilka Oliva Corado (*); da: cronicasdeunainquilina.com; 15.11.2017 

 

Mentre i mezzi di informazione corporativi ci bombardano di notizie sul Venezuela – c’è la fame ... la dittatura di Maduro ... – nel resto del continente si vive l’assalto del neo-liberismo. 

Mentre noi “non vogliamo essere come il Venezuela”, nei nostri paesi si commettono malversazioni milionarie, muoiono centinaia di bambini per denutrizione, si fa della pulizia sociale, veniamo terrorizzati con la violenza comune, che in realtà è violenza istituzionale, si commettono furti di terre da parte dei governi e delle oligarchie, opprimendo così le comunità che le abitano e, se è necessario, facendole sparire.

 

Gli ecocidi abbondano, ma noi urbanizzati, noi delle capitali, non ce ne rendiamo conto o, per meglio dire, ci voltiamo dall’altra parte perchè è più comodo: teniamo gli occhi addosso al Venezuela perchè non vogliamo essere come loro; ci hanno detto che là si vive un inferno di dittatura in modo che non ci rendessimo conto che la dittatura, in realtà, la stiamo vivendo noi: questo è il successo del capitalismo e del modello neo-liberista che ci hanno imposto le post dittature in America Latina. Siamo quella massa amorfa che non pensa, non analizza, non mette in discussione, non agisce e soprattutto ignora l’abuso con la sua doppia morale, la sua fede e il suo maschilismo. Perchè sappiate, bei fiorellini, senza preoccuparsi di far appassire i petali il capitalismo ed il neo-liberismo sono maschilisti, misogini e soprattutto patriarcali. 

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lun

13

nov

2017

CAPITALISMO E PADRONI ASSASSINI

 

Protesta in Tribunale a Milano il 19 dicembre 2016 dopo l’ennesima assoluzione dei manager Pirelli accusati della morte di decine di operai e assolti. Bruno è il primo a sinistra nella foto.

 

  

 

Un altro compagno ci ha lasciato 

 

L’amianto, le sostanze cancerogene, la ricerca del massimo profitto e la mancanza di sicurezza sul lavoro hanno ucciso un altro operaio.

 

Russo Bruno, ex lavoratore della Breda Fucine di Sesto San Giovanni, ci ha lasciato a 63 anni.

 

Operaio della Breda, per anni è stato costretto a lavorare con l’amianto e altre sostanze cancerogene senza essere informato dei pericoli derivanti dall’esposizione della fibra killer. Dopo la Breda, era andato a lavorare in una zincatura. Così, dopo aver respirato per oltre un decennio amianto, ha respirato anche i fumi e le sostanze cancerogene sprigionatesi dagli acidi del lavoro in zincatura.

 

Bruno, dopo aver vinto una causa contro l’INPS e essersi visto riconoscere l’esposizione all’amianto anche dal Tribunale del Lavoro, era andato in pensione due anni fa, dopo 42 anni e 10 mesi di lavoro. Appena in pensione, ha cominciato ad accusare vari disturbi e dolori; poi è arrivata la diagnosi: un tumore. Dopo pesanti cicli di chemioterapia, da luglio 2017 i medici gli avevano sospeso ogni cura, dandogli pochi mesi di vita. 

 

Bruno, membro del Comitato da tanti anni, ha partecipato insieme a noi a molte iniziative di lotta contro l’INAIL e l’INPS che negavano i diritti dei lavoratori esposti e malati.

 

Bruno, anche se già malato, era presente recentemente anche alle lotte per ottenere giustizia nei Tribunali per i nostri compagni malati e uccisi dall’amianto, per rivendicare una giustizia ripetutamente negata dal tribunale penale di Milano, che continua ad assolvere gli assassini, concedendogli l’impunità. 

 

L’amianto, le sostanze cancerogene, la ricerca del massimo profitto e la mancanza di sicurezza sul lavoro hanno ucciso un altro operaio, e di amianto si continua ad ammalarsi e a morire nell’indifferenza e nel silenzio delle istituzioni. 

 

Ciao Bruno. che la terra ti sia lieve. 

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio 

 

Sesto San Giovanni 13 novembre 2017

 

 

 e-mail: cip.mi@tiscali.it   

  

web:   http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com  

 

lun

06

nov

2017

OTTOBE 1917

 

Ottobre 1917

 

di Darìo Machado Rodrìguez (*)

 

Il prossimo 7 novembre si compiranno 100 anni dalla data che segna il trionfo della rivoluzione conosciuta nella storia con il nome di Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre. Gli avvenimenti più importanti avvennero a San Pietroburgo ed a Mosca attraverso una sequenza accelerata di fatti.

 

Pochi hanno dubbi sul fatto che i processi sociali – anche se le condizioni e le cause di partenza che li favoriscono formano parte inseparabile dei risultati –sono sempre soggetti  alle azioni umane e quindi può anche accadere l’imprevedibile.

 

Dopo un secolo, e perchè fu una rivoluzione vittoriosa, può sembrare che la direzione degli avvenimenti fosse inesorabile, ma questi invece non sarebbero stati possibili senza la partecipazione decisiva del genio di Lenin, né senza l’organizzazione bolscevica che lo sosteneva. 

 

La Russia di allora

 

Lo zarismo aveva aperto le porte ai monopoli che controllavano tutti i settori fondamentali dell’industria, mentre i grandi proprietari terrieri si erano impadroniti delle terre migliori e permanevano vestigia del sistema di servitù. Era, per dirla con Lenin, l’anello più debole della catena imperialista all’inizio del secolo scorso.

 

Al compiersi dei tre anni dall’inizio della Prima Guerra Mondiale erano stati chiamati alle armi milioni di uomini, con grande danno alla produzione di cereali per la diminuzione della mano d’opera nelle campagne.

 

Non era successo lo stesso con il numero dei lavoratori industriali, che in quegli anni crebbe, anche se la popolazione proletaria della Russia era proporzionalmente piccola.

 

Nel 1917 la Russia, anche se continuava a partecipare alla guerra, era un paese impoverito e rovinato, con enormi debiti ed una profonda frattura sociale. Lenin e il suo partito avevano una precisa conoscenza delle condizioni del vasto paese, sia quelle antecedenti alla rivoluzione di febbraio sia quelle precedenti ai momenti di acuta crisi politica che diedero poi luogo alla rivoluzione dell’ottobre.

 

Essi seppero valutare la situazione e definire correttamente e opportunamente le azioni che condussero alla vittoria dei lavoratori.

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gio

02

nov

2017

L'ATTUALITA' DELLA RIVOLUZIONE

 

L’attualità della Rivoluzione

 

di Renàn Vega Cantor (*)

 

 

 

1.  In novembre 2017 si compie il primo centenario della rivoluzione russa, che scosse il mondo intero e i cui effetti trasformarono la storia dell’umanità. A causa di questo fatto è necessario riflettere sull’attualità della rivoluzione anticapitalista.

 

Il vocabolo ‘rivoluzione’ nacque in astronomia, dal latino “revolutio”, e descrive il movimento degli astri intorno al loro asse in maniera meccanica, monotona e sempre uguale. Il termine, in senso socialista, vuol dire il contrario: il cambiamento radicale della civiltà capitalista, per interrompere bruscamente l’inerzia dello sfruttamento, della disuguaglianza e dell’ingiustizia.

 

Dopo il 1917 la rivoluzione fu associata alla modificazione del modo di produzione capitalistico, dato che l’arrivo dei bolscevichi al potere nella Russia zarista fu posto a partire da un progetto anticapitalista e per l’instaurazione di una nuova forma di organizzazione sociale.

 

L’esperienza russa nutrì le lotte anticapitaliste nei cinque continenti. I grandi avvenimenti del breve secolo XX (1914-1991) sono legati in modo diretto o indiretto all’impatto della Rivoluzione russa o, detto in modo più diretto, alla paura che generò tra le classi dominanti e alle speranze che suscitò tra gli sfruttati e gli indifesi.

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dom

29

ott

2017

STERMINIO DI RAQQUA

 

Il taciuto sterminio di Raqqa, la My Lai siriana

 

 

di Nazanin Armanian (*)

 

 

Nel novembre 1969 il mondo restò sconvolto quando il giornalista Seymour Hersh rivelò il massacro di My Lai (Vietnam): tutti gli esseri viventi del villaggio erano stati massacrati dopo aver patito vari giorni di torture e di terrore. 

 

E ora nascondono al mondo le dimensioni della tragedia che hanno causato alla gente di Raqqa, molto più grande di My Lai: 25.000 persone sono state attaccate con spade, fucili, bombe e missili da due gruppi terroristi (il Daesh e le Forze Democratiche Siriane –FDS), diretti dagli USA e dai loro alleati.

 

Raqqa non è stata liberata, è solo passata di mano da un gruppo terrorista all’altro. 

 

La stampa occidentale accusava di “crimini di guerra” la Russia per il suo intervento militare ad Aleppo, ma ora rimane muta davanti a quello che Amnesty Internacional ha chiamato “un labirinto mortale” e l’ONU accusa la coalizione guidata da Washington di “una spaventosa perdida di vite” di migliaia di bambini, anziani, donne e uomini, i cui cadaveri putrefatti coprono le strade della città del nord della Siria.

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mar

24

ott

2017

THOMAS SANKARA

Thomas Sankara: il rivoluzionario africano aveva qualcosa da dire all’Europa

 

di Nick Dearden (*); da: lahaine.org; 24.10.2017

 

 Il 15 ottobre 1987 si interruppe brutalmente e sanguinosamente un processo rivoluzionario con l’assassinio di Thomas Sankara, presidente del giovane Stato del Burkina Faso. Negli anni che seguirono al suo assassinio, pianificato dal suo ex amico Blaise Compaoré – dirigente oggi del Burkina Faso – la rivoluzione di Sankara naufragò e il suo paese si trasformò in un altro feudo africano del Fondo Monetario Internazionale. Ma non va dimenticato che, per un breve periodo di quattro anni, il Burkina Faso brillò come tenace esempio di quello che si può realizzare anche in uno dei paesi più poveri del mondo. 

 

Sankara era un ufficiale subalterno dell’esercito dell’Alto Volta, ex colonia francese amministrata quale fonte di mano d’opera a basso costo a beneficio di una piccola classe dominante della vicina Costa d’Avorio e dei suoi padrini di Parigi. Mentre era studente, in Madagascar, Sankara radicalizzò le sue idee a seguito delle ondate di manifestazioni e scioperi in quel paese. Nel 1981 fu nominato funzionario del governo militare dell’Alto Volta, ma il suo aperto appoggio alla rivolta del popolo, manifestato all’interno e all’esterno delle frontiere, finì per farlo incarcerare. Nel 1983 il suo amico Blaise Compaoré organizzò il colpo di stato che avrebbe portato Sankara alla presidenza, alla giovane età di 33 anni.

 

Sankara concepiva il suo governo  come parte di un ampio processo di liberazione del suo popolo. Non tardò a convocare manifestazioni e formazione di comitati in difesa della rivoluzione. Questi comitati diventarono la pietra angolare della partecipazione popolare all’esercizio del potere. Vennero dissolti i partiti politici perché Sankara li considerava rappresentanti delle forze del vecchio regime. Nel 1984 Sankara cambiò il nome del paese in Burkina Faso, che significa “terra del popolo integro”. 

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lun

23

ott

2017

1917: RIVOLUZIONE D'OTTOBRE. 100 ANNI FA IL NOSTRO FURURO

 

SABATO 28 ottobre alle ore 15,00

 

al Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli"

 

via Magenta 88, Sesto San Giovanni (Mi)

 

assemblea-dibattito

 

 

 

Che cosa ha prodotto il governo dei Soviet rispetto alla condizione di vita e di lavoro degli operai, dei proletari e delle masse popolari sottomesse? Com’erano le condizioni di vita e di lavoro degli operai e dei contadini ai primi del Novecento? Come sono cambiate dopo la rivoluzione? Come sono oggi sotto la dittatura delle multinazionali, delle banche e dell'imperialismo?

 

Confrontarci e parlare insieme di questi temi significa ripercorrere un pezzo di strada nella lotta per l'emancipazione della classe operaia. Il dibattito lo vogliamo fare fra operai e lavoratori che ogni giorni lottano contro la schiavitù salariata e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo in fabbrica, nei luoghi di lavoro e sul territorio.

 

 

 

                                          Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli"

 

 

 

mail: cip.mi@tiscali.it                                   

 

gio

19

ott

2017

REFERENDUM IN LOMBARDIA E VENETO

 

Sconfiggere il disegno reazionario del referendum truffa di Lombardia e Veneto


Luciano Orio | nuovaunita.info 

 

L'unica autonomia da conquistare è quella dei lavoratori dal capitale. Lavoratori e proletari se ne stiano a casa il 22 ottobre
Pensiamo che i nostri lettori siano sufficientemente informati e diserteranno le urne del referendum del 22 ottobre. La consultazione referendaria dovrà esprimersi circa la concessione di maggior autonomia (soprattutto in materia fiscale) a Lombardia e Veneto, come proposto dai governatori leghisti Maroni e Zaia. Il referendum ci costerà circa 50 milioni di soldi pubblici, spesi inutilmente, dato che non produrrà alcun effetto concreto ed è pure ambiguo, perché non chiarisce gli indirizzi concreti da dare alla richiesta di maggior autonomia. Si tratta della solita ipocrita propaganda leghista cui strizza l'occhio il PD, ma anche M5S, in un vortice di confusione politica e storica creato ad arte.


C'è da farsi rizzare i capelli in testa di fronte a simili richieste quando si riportano i disastri combinati dai due governi regionali tra fallimenti e truffe bancarie, scandalo Mose e Pedemontana Veneta, inquinamenti e cementificazione dei territori, scandali sanità ecc. ecc., mentre l'indice di sfruttamento cresce, la disoccupazione dilaga in pianta stabile e i morti di lavoro aumentano (alla faccia delle cifre, statistiche e sondaggi con cui tentano quotidianamente di tranquillizzarci).

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mer

18

ott

2017

USA ESCONO UNESCO

I 15 motivi e obiettivi del regime degli USA per andarsene dall’Unesco

 

di Nazanin Armanian (*); da: publico.es; 17.10.2017

 

Alcuni giorni dopo la riconciliazione tra Hamas e Al Fatah e il ripristino dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza (che aumenta la possibilità della dichiarazione di uno Stato Palestinese), gli USA e Israele hanno annunciato il loro ritiro dall’Unesco per il suo “pregiudizio anti-israeliano”. Si tratta del culmine di anni di ricatto politico e finanziario di Washington contro l’ONU e le sue agenzie. Nel 1983 il governo di Ronald Reagan si ritirò dall’Unesco perchè questo “serviva gli interessi dell’URSS”, e Barak Obama sospese nel 2011 il suo contributo finanziario all’Unesco per “aver ammesso la Palestina quale stato membro”. Netanyahu, che paragona l’Unesco con l’Isis mentre appoggia l’organizzazione terroristica, celebra la decisione di Trump.

 

 

 

E’ falso che l’ONU e i suoi organismi siano anti-israeliani: gli USA e Israele confondono la critica con l’ostilità. Ad esempio la Risoluzione 2334, che condanna la colonizzazione israeliana, è stata una burla per i palestinesi, visto che l’ONU non ha mai preso alcuna misura per costringere Tel Aviv a rispettare la legalità internazionale. L’ONU non è neanche “anti giapponese” perchè mette il Massacro di Nankino (violazioni e uccisioni di 300.000 civili e prigionieri di guerra cinesi da parte dell’esercito giapponese nel 1937) nel programma “Memoria del mondo”. Anche Tokio ha minacciato di togliere i suoi fondi.

 

Tra i “delitti” dell’Unesco, secondo gli USA, ci sono:

 

-          Ritenere “senza valore giuridico” l’annessione di Gerusalemme orientale a Israele e chiedere il blocco degli scavi;

 

-          Dichiarare Israele “potenza occupante”;

 

-          Paragonarla al regime dell’apartheid in Sudafrica;

 

-          Riconoscere la città vecchia di Hebron e la moschea di Ibrahim come patrimonio palestinese.

 

Ma i motivi reali sono:

 

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lun

16

ott

2017

ILVA. IL CAPITALISMO E BARBARIE E MORTE

 Il capitalismo è

barbarie e morte.

 

 La moderna condizione operaia nel 2017: sfruttamento, licenziamenti e morti sul lavoro.

 

Di Michele Michelino

(dalla rivista nuova unità)

 

Il caso ILVA Per anni i sindacati FIOM (CGIL)-FIM (CISL)-UILM (UIL) UGL- hanno garantito pace sociale e profitti ai vari padroni pubblici e privati, barattando il lavoro e il salario con la salute degli operai della fabbrica e dei cittadini di Taranto e dintorni. Non si lottava contro la nocività in fabbrica  e col padrone di turno, si accettava invece tranquillamente la politica padronale della monetizzazione della salute. La concertazione e la complicità hanno portato i sindacati a essere complici dei vari “piani industriali”, che avevano l’unico scopo di realizzare il massimo profitto sulla pelle degli operai. Invece lottare per eliminare  la nocività e rivendicare nelle piattaforme contrattuali condizioni e ambienti di lavoro salubri, hanno accettato condizioni che hanno avvelenato prima i lavoratori e poi il territorio. 

Oggi la nuova proprietà della fabbrica dichiara che a livello nazionale è previsto un organico totale di 9.885 dipendenti tra quadri, impiegati e operai rispetto ai circa 14mila attuali. Circa 3.300 dei 4mila esuberi, su un totale di 14.200 lavoratori del gruppo Ilva, riguarderebbero la sede di Taranto, 599 quella di Genova.  

Il governo, dopo essere intervenuto con soldi pubblici (di tutti i cittadini) per sanare le perdite della vecchia proprietà di Ilva (di padron Riva), socializzando i debiti e privatizzando il profitto,  ora regala la fabbrica - che sorge su 15 milioni di metri quadri di area, 200 chilometri interni di ferrovie, altri 50 di treni-nastri - ai nuovi padroni della ArcelorMittal-Marcegaglia, azienda che da subito ha preso il controllo di Ilva annunciando che il piano di “risanamento” dell’azienda consiste semplicemente in licenziamenti e tagli dei salari. 

Immediate le reazioni dei lavoratori, con proteste e scioperi compatti che hanno costretto a scendere in campo anche il governo."Quello che oggi manca rispetto all'offerta non sono i numeri degli esuberi, su cui si può discutere, fanno parte della trattativa sindacale - ha spiegato il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda - ma il pezzo sugli impegni che l'acquirente ha preso nei confronti del Governo che riguarda i livelli salariali e di scatti di anzianità". Gli esuberi per Ilva "erano noti a partire dall'offerta", e "il tavolo con i sindacati ha l'obiettivo di ridurli" ma "non possiamo accettare alcun passo indietro, come Governo, per quanto riguarda le retribuzioni e gli scatti acquisiti", ha detto. In sostanza per il Ministro si può ridurre il personale e licenziare a patto che il conflitto sia contenuto . 

Una decisione accolta con favore da Maurizio Landini: "Il governo ha fatto bene a sospendere il tavolo sull'Ilva, ma ora l'esecutivo deve occuparsi di tutti gli altri temi". Secondo l'ex leader Fiom potrebbe esserci un "ruolo di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), e di altre forme che il Governo può garantire, dentro l'assetto societario che viene definito". 

 

Nella società capitalista il sindacato ha lo scopo di contrattare al meglio la condizione della forza lavoro e anche un sindacato di classe, oggi inesistente nel regime del lavoro salariato, non può andare oltre questo obiettivo.

 

La lotta sindacale contro gli attacchi del capitale è necessaria e indispensabile per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro. Tuttavia gli operai non devono mai delegare al sindacato la difesa dei loro interessi. Mai dimenticare che l’unico obiettivo dei vertici sindacali, o unico scopo, è di farsi riconoscere e sedere al tavolo delle trattative con i padroni.

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sab

14

ott

2017

RIVOLUZIONE D'OTTOBRE: 100 ANNI FA IL NOSTRO FUTURO

 

Rivoluzione d’Ottobre: 100 anni fa il nostro futuro

 

Il centenario della Rivoluzione d'Ottobre è l’occasione per, ritornare alle origini delle vittorie del movimento rivoluzionario proletario e riflettere sul che fare per lottare contro la barbarie capitalista e imperialista

 

Con la rivoluzione e l’instaurazione di un governo operaio e contadino, il potere degli operai, proletari e contadini, mise fine a storiche ingiustizie, espropriando i padroni a favore degli sfruttati. La Rivoluzione d'Ottobre, distruggendo il “vecchio” ordine del potere e lo Stato borghese, basato su rapporti di classe determinati dallo sviluppo capitalistico, con il potere ai Soviet - attraverso tutto il potere ai Soviet -, risolve temporaneamente il conflitto di classe fra proletariato e borghesia a favore della classe operaia e delle classi sottomesse.

 

Il conflitto di classe latente, che nel capitalismo esplode periodicamente durante le crisi, in Russia non si è espresso semplicemente in rivolte spontanee inevitabili. La classe operaia organizzata in modo indipendente nel suo partito, guidata dalla teoria marxista-leninista (la teoria della liberazione di classe proletaria, l’unica classe che liberando se stessa dalla schiavitù salariata capitalista libera tutta l’umanità) ha saputo unificare sul suo programma altri strati e frazioni stabilendo alleanze con contadini, artigiani, piccolo borghesi ecc. contro il nemico comune: il capitalismo e l’imperialismo. Le forme spontanee delle classi in lotta, i consigli (soviet) degli operai, dei contadini e dei soldati stremati dalla fame e dalla guerra, oltre alla resistenza contro il capitalismo, si posero il problema del potere. Quando i bolscevichi conquistarono la maggioranza dei soviet, lanciarono la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet” ponendo le condizioni del potere operaio e contadino degli sfruttati, distruggendo la sovrastruttura dello Stato borghese zarista e instaurando il potere Rivoluzionario operaio e contadino - la dittatura del proletariato - attraverso la forma di governo dei Soviet. Premessa della civiltà, di un mondo nuovo che, con l’esproprio, la cacciata dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti russi iniziano la marcia verso il socialismo.

 

Il primo decreto della rivoluzione vittoriosa approvato dal Congresso dei soviet l’8 novembre 1917 è quello sulla pace. Il governo operaio e contadino propone subito a tutti i popoli belligeranti, e poi ai loro governi, l’immediato inizio di trattative per una pace giusta e democratica senza annessioni e senza indennità per la prima volta nella storia. In particolare Il governo sovietico, nel proporre un armistizio, si rivolge agli “operai coscienti delle tre nazioni più progredite (Francia, Inghilterra, Germania) affinché leghino la lotta per la pace a quella per il socialismo.

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gio

12

ott

2017

LA LOTTA DI CLASSE IN CATALOGNA

 

La lotta di classe in Catalogna

 

 

di Miguel Manzanera Salavert (*)

 

 

C’è un’apparente contraddizione negli argomenti filo-spagnoli contro l’autodeterminazione catalana: da un lato ci si dice che si tratta di un processo guidato dalla borghesia, e dall’altro si afferma che le società se ne andranno dalla Catalogna nel caso ci sia l’indipendenza. Di fatto l’esodo degli industriali è già cominciato davanti alla mera possibilità che diventi effettiva la disconnessione catalana dallo Stato spagnolo. Ma dato che la borghesia è formata dall’insieme degli imprenditori, quali sono i suoi motivi per guidare il processo indipendentista e poi andarsene dal paese indipendente? Lo fa per affondare l’economia catalana portandosi via le ricchezze del paese? Suona paradossale. 

 

La situazione si può chiarire se consideriamo la struttura della classe borghese, divisa in settori differenziati in concorrenza fra loro, e non come un’unità senza crepe. E’ un dato ovvio della nostra vita sociale che i motivi fondamentali di ogni membro della società capitalista sono gli interessi economici individuali nella loro versione monetaria, che sia il profitto per il capitale investito o che sia la retribuzione economica per il lavoro. E sappiamo che la concorrenza per ottenere profitti e retribuzioni avviene a tutti i livelli della vita sociale ma, specialmente, negli strati dirigenti. L’associazione tra individui si realizza per interessi corporativi, cioè per comunità di interessi all’interno di un’organizzazione sociale data.

 

L’identità nazionale è un tratto sufficientemente forte per creare questi interessi corporativi?

 

Dal punto di vista della razionalità capitalista è un dato irrilevante e controproducente. Ma se da un lato sembra che la nazionalità sia superata dalla globalizzazione economica, dall’altro vediamo che gioca un ruolo importante negli avvenimenti internazionali attraverso la configurazione statale dell’ordine mondiale. La politica non può essere ridotta né subordinata alla razionalità capitalista, ma consiste nella creazione di una razionalità alternativa. 

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lun

09

ott

2017

RICORDO DI CHE GUEVARA

 

50° anniversario dell’assassinio di Ernesto “Che” Guevara in Bolivia

  

 

Lettera di Haydée Santamarìa Quadrado al Che, scritta dopo il suo assassinio in Bolivia

 

da: Cubadebate.cu; 8.10.2017 

 

Che: dove posso scriverti? Mi dirai che da qualsiasi parte, ad un minatore boliviano, ad una madre peruviana, al guerigliero che c’è o non c’è ma ci sarà. Tutto questo lo so, Che, tu stesso me l’hai insegnato, e oltretutto questa lettera non sarebbe per te. Come dirti che non avevo pianto tanto dalla notte in cui uccisero Frank, e in più questa volta non ci credevo. Tutti erano sicuri e io dicevo: non è possibile, una pallottola non può finire l’infinito, Fidel e tu dovete vivere, se voi non vivete ... come vivere. 

Sono quattordici anni che vedo morire esseri così immensamente amati, che oggi mi sento stanca di vivere, credo di aver vissuto abbastanza, il sole non mi sembra tanto bello, la palma ... non provo piacere nel vederla; a volte, come ora, nonostante la vita mi piaccia così tanto che per queste due cose vale la pena di aprire gli occhi ogni mattina, ho voglia di tenerli chiusi, come loro, come te. 

 

Come può essere vero.. questo continente non merita questo; con i tuoi occhi aperti, l’America Latiina aveva la sua strada pronta. Che, l’unica cosa che potrebbe consolarmi sarebbe essere venuta, ma non sono venuta, sto vicino a Fidel, ho sempre fatto quello che lui desidera che io faccia. Ti ricordi? Me lo promettesti nella Sierra, mi dicesti: non avrai nostalgia del caffè, avremo il mate. Non avevi frontiere, ma mi promettesti di chiamarmi quando fosse nella tua Argentina, e ... come lo aspettavo, sapevo bene che l’avresti fatto. Non può più succedere, non hai potuto, non ho potuto.

 

Fidel l’ha detto, deve essere vero, che tristezza. Non poteva dire “Che”, raccoglieva le forze e diceva “Ernesto Guevara”; così lo comunicava al popolo, al tuo popolo. Che tristezza così profonda, piangevo per il popolo, per Fidel, per te, perchè non posso più. Poi, alla veglia, questo grande popolo non sapeva che grado ti avrebbe assegnato Fidel. Te l’ha assegnato: artista. Io pensavo che tutti i gradi sarebbe stati poco, piccoli, e Fidel, come sempre, ha trovato quelli veri: tutto quello che hai creato è stato perfetto, ma hai fatto una creazione unica, hai fatto te stesso, hai dimostrato come è possibile quell’uomo nuovo, tutti avremmo visto così che quell’uomo nuovo è la realtà, porchè esiste, sei tu.

 

Che altro posso dirti, Che. Se sapessi, come te, dire le cose. In ogni modo, una volta mi hai scritto: “Vedo che ti sei convertita in una letterata con il dominio della sintesi, ma ti confesso che mi piaci di più in un giorno dell’anno nuovo, con tutti i fusibili alle stelle, sparando colpi all’impazzata.”. Quell’immagine, e quella della Sierra (anche i nostri litigi di quei giorni mi sono cari nel ricordo) sono quelle che porterò di te per uso proprio. Per questo non potrò mai scrivere nulla di te e avrò sempre questo ricordo.

 

Fino alla vittoria, sempre, mio caro Che. 

 

Haydée. 

 

Haydée Santamaria Quadrado (1922-1980) partecipò all’assalto del Moncada il 26 luglio 1953. Fu arrestata insieme ad altri, tra cui il fratello Abel che fu assassinato in prigione. Fu lei che fece uscire dal carcere e ricompose, per varie strade, il celebre discorso di Fidel Castro “La Storia mi assolverà”. Uscita dal carcere Haydée combattè nella Sierra. Membro fondatore del Partico Comunista Cubano, costruirà la Casa delle Americhe, un luogo simbolo per tutti gli intellettuali critici del mondo. Farà parte dell’Organizzazione Latinoamerica di Solidarietà (OLAS) costruita per coordinare la lotta insurrezionale di tutto il continente. Morirà suicida nel luglio del 1980.

 ______________________________

 

 Eduardo Galeano 

 

Quello che nasce sempre

 

Com’è che il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a nascere? Quanto più lo insultano, quanto più lo tradiscono, più nasce. Egli è quello che nasce più di tutti.

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mer

04

ott

2017

IL CAPITALISMO UCCIDE

mar

03

ott

2017

L' EUROPA NELL'ORA DELLO SMANTELLAMENTO

 

L’Europa nell’ora dello smantellamento

 

di Guadi Calvo (*) 

 

Dopo la 2° Guerra Mondiale, l’Europa “libera” capì che il suo destino era perire in poco tempo sotto le ruote della vittoriosa locomotiva sovietica, trasformarsi in un mazzo di nazioni senza destino che avrebbero finito per schiacciarsi a vicenda - come avevano così ben fatto durante le due guerre del secolo XX - o unire le proprie sorti alle politiche stabilite da Washington perché si creasse un mercato comune europeo, non solo per quanto riguardava l’aspetto commerciale ma anche quello militare. L’urgenza dettata dalla Guerra Fredda fece sì che la NATO (Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord) si cristallizzasse nel 1949, mentre la Comunità Economica Europea (CEE), antecedente dell’Unione Europea (UE) si creasse nel 1958. 

 

La 2° Guerra aveva obbligato le potenze colonialiste europee a lasciare i loro possedimenti alla loro sorte, almeno per un certo tempo, per cui molte nazioni – in particolare africane e del sud est asiatico – si ritrovarono con un’indipendenza politica per la quale non erano preparate dopo quasi due secoli di spoliazione, saccheggio e genocidi commessi con particolare perversione da Regno Unito, Francia e Belgio. Ciò nonostante le metropoli continuarono a servirsi, fino ad oggi, dei loro infiniti giacimenti di materie prime come petrolio, uranio, oro, pietre preziose, cobalto, coltan ed un lunghissimo e sanguinoso eccetera. 

 

L’Europa è stata anche in prima fila nell’ora di armare eserciti tribali per combattere contro altri eserciti tribali, per risolvere dispute etniche e territoriali che la presenza europea di quasi due secoli nel continente aveva solo esacerbato. Forse ricordare il milione di morti tutsi per mano degli hutu, che si produssero in soli tre mesi nel “lontano” 1994, causati dalla disputa ruandese fomentata da Parigi e Bruxelles, ci esime da altre spiegazioni.

 

Ma se volete parlare di genocidio, basta solo nominare il re belga Leopoldo II con ben più di 10 milioni di morti nel suo Stato Libero del Congo per mano dei suoi scagnozzi ed in nome del diritto della libera impresa – che avvennero tra il 1885 ed il 1906; basta questo? Altrimenti  ci sono da ricordare molti altri genocidi e molto più vicini nel tempo, per mano dei sacrosanti diritti europei. 

 

L’Europa e gli Stati Uniti fornirono armamenti all’Iraq di Saddam Hussein perché si lanciasse in una guerra contro l’Iran degli ayatollah, che si prese un milione di morti in otto anni di guerra (1980-1988). Quello che si dice una bagatella.

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mar

03

ott

2017

LIBRO: STRAGE DI FERROVIARIA DI VIAREGGIO

 

le autrici ed alcuni familiari

 

della strage ferroviaria di

 

Viareggio discutono con le

 

vittime dell’amianto e delle

 

stragi del profitto al CENTRO DI INIZIATIVA PROLETARIA

 

“G. TAGARELLI” Via Magenta 88, Sesto San Giovanni il 30 ottobre.

sab

30

set

2017

STRAGE DI VIAREGGIO: UN LIBRO RACCONTA

sab

30

set

2017

SOLIDARIETA' ANTIFASCISTA

 Giovedì 28 settembre in un Teatro della Cooperativa (MI) colmo di persone una serata di cultura musica e solidarietà , una serata antifascista organizzata dall’ANPI e dal nostro Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro  e nel Territorio, con Daniele Biacchessi capo redattore di radio 24 e il gruppo musicale dei GANG.

 

lun

25

set

2017

TERREMOTO IN MESSICO

 

La solidarietà e il suo freno: i messicani di fronte al terremoto

 

di Eliana Gilet e Raùl Zibechi (*);

 

Il centro sembrava una festa. Alle 11 di mattina era programmata una prova di evacuazione in caso di terremoto, in una data più che simbolica: il 19 settembre 1985 la terra tremò lasciando una scia di distruzione e di morte, il maggior sisma della storia recente del Messico. Più di 10 mila morti, anche se la cifra esatta non si è mai saputa, e circa 800 edifici crollati. Il governo dell’epoca fu un monumento di inefficienza e fu la solidarietà a salvare vite, recuperare corpi sepolti e mettere in salvo i feriti. 

 

Alle 11 di mattina di questo 19 settembre, 32 anni dopo, era difficile riuscire a passare tra le migliaia di funzionari che riempivano i marciapiedi della Colonia San Rafael, uno dei quartieri che sarebbero stati più colpiti da quanto sarebbe successo due ore dopo. Un sereno bailamme veniva dalle centinaia di gruppi che festeggiavano, forse, il tempo libero fuori dalla supervisione dei loro capi.

 

Quando la terrà ha tremato, gli edifici ondeggiavano ed era difficile restare in piedi, si poteva solo guardare in alto per vedere se ci fosse un pericolo, la caduta di qualcosa di grosso sulle teste. “Che c...o di terremoto” gridavano alcuni quando ancora il mondo si stava muovendo freneticamente attorno.

 

Poi è calata una calma tesa, migliaia di persone si accalcavano sui marciapiedi, ora con le facce serie, con la premonizione della tragedia stampata nei gesti. Immediatamente ci siamo resi conto di trovarci in un’immensa trappola per topi da cui sarebbe stato difficile uscire. Milioni di auto bloccate, semafori spenti, luce e acqua tagliati ed un’incertezza che cresceva come un’ombra minacciosa. Cammminavamo per qualche metro e ci fermavamo. 

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dom

17

set

2017

URAGANI

 

Perché Harvey ha fatto più vittime in Texas che Irma a Cuba?

 

 

di Raùl Zibechi (*)

 

 

I danni degli uragani alle costruzioni e alle infrastrutture sono simili in tutti i Caraibi. Ma Cuba si distingue perché il numero di persone che muoiono durante questi fenomeni è molto, molto minore che nel resto di questi paesi. 

 

Dall’anno 2008 Cuba ha sofferto 18 uragani, che hanno provocato la morte di migliaia di persone nei Caraibi e negli USA. A Cuba il costo è stato di sole 45 vite umane, anche se ci sono state centinaia di migliaia di case distrutte e si sono persi i raccolti.

 

Il recente uragano Irma ha causato enormi danni a Cuba, provocando onde alte fino a 11 metri a L’Avana, con una penetrazione del mare di circa 600 metri sul Malecòn, e ha spazzato il paese con venti di 285 chilometri all’ora, dato che si è trattato del più grande uragano della storia. In questa occasione ci sono stati 10 morti, cosa inusuale ma comprensibile data la gravità del fenomeno (secondo l’agenzia EFE, negli USA lo stesso uragano Irma ha fatto almeno 30 morti).  

Le enormi differenze tra i costi umani che gli uragani provocano negli altri paesi, rispetto a Cuba, ci parlano delle caratteristiche della società. Credo rispondano a tre fattori molto legati alla storia della rivoluzione.

 

Il primo è la cultura della solidarietà. Come in altre occasioni, con l’arrivo dell’uragano Irma, più di 1 milione di persone è stato evacuato. Lo Stato Maggiore Nazionale della Difesa Civile ha informato che il 70% degli evacuati trovano rifugio nelle case di altre famiglie, “prova della solidarietà caratteristica del popolo cubano nelle situazioni difficili”. Gli altri evacuati sono alloggiati in rifugi ufficiali. 

Le case degli evacuati sono protette da soldati delle Forze Armate Rivoluzionarie (FAR), che custodiscono anche i centri statali. In questo modo la popolazione non ha timore dei furti, che in altri paesi sono una delle principali cause per cui la popolazione rifiuta l’idea di abbandonare le proprie case.

 

A Cuba funziona oltretutto una cultura della partecipazione, che va per mano con la decentralizzazione dei servizi. Per affrontare gli inevitabili tagli della corrente elettrica che gli uragani provocano, Cuba utilizza alcuni equipaggamenti che funzionano a diesel per generare elettricità in modo indipendente. Le più importanti istituzioni statali hanno generatori propri per le situazioni di emergenza, così come gli ospedali.

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ven

15

set

2017

USA E 11 SETTEMBRE

 

Gli USA e l’11 Settembre: uno yihaidismo inetto ed un gasdotto fallito

 

di Nazanin Armanian (*)

 

Sedici anni dopo gli attentati dell’11 settembre che giustificarono l’affare della guerra infinita contro il terrorismo yihaidista, la minaccia terroristica si va estendendo con sempre maggiore forza. In Afganistan, paese ubicato nel cuore dell’Asia Centrale che, poichè ha una frontiera in comune con la Cina, l’Iran, gli “spazi ex sovietici” e l’India, si è trasformato nel territorio più strategico del mondo per gli USA, visto che Washington ha utilizzato questa turba polpotiana in quattro occasioni concrete: 

 

Tra il 1978 e il 1991, quando patrocinò l’estrema destra islamica e cristiana alle frontiere con l’Unione Sovietica come uno strumento in più nella sua lotta contro le forze della sinistra a livello mondiale. In nome dell’Islam, una banda di delinquenti yihaidisti venne inviata dal Pakistan a portare il terrore: attentarono contro circa 2.000 scuole (uccisero la totalità degli studenti del liceo di Kabul) e distrussero le infrastrutture del paese socialista (centrali elettriche, fabbriche, ospedali, circa mille cooperative contadine, ecc.). La CIA creò terroristi professionali nei suoi centri di addestramento in Pakistan, grazie al denaro dell’Arabia Saudita. Ronald Reagan e Margaret Thatcher li chiamavano “lottatori per la libertà”. 

 

Tra il 1991 e il 1996, una volta ottenuta la disintegrazione dell’URSS, l’obiettivo degli USA sarà il dominio economico e militare dello spazio lasciato libero dai sovietici. Nel 1992 la CIA e gli yihaidisti rovesciano il governo socialista del dottor Najibullah e lo assassinano insieme alla sua famiglia. Sono anni in cui gli USA cercano:

 

  • Di impedire la ricostruzione dello spazio post-sovietico sotto l’ombrello di Mosca;

  • Di costruire basi militari nelle vicinanze di Cina, Russia, Iran e India;

  • Di prendere il controllo della via energetica dell’Asia Centrale e dell’Oceano Indiano;

  • Di impadronirsi delle ricchezze delle repubbliche ex sovietiche: l’uranio del Kazakistan, la terza riserva mondiale; l’oro del Kirghisistan; la grande industria cotoniera dell’Uzbekistan; le immense riserve di acqua dell’Asia Centrale-Caspio; e, soprattutto, il gas del Turkmenistan, la quarta riserva mondiale. Occupare l’Afganistan sarebbe stato l’unico modo di accedere a queste risorse. Si mise così in marcia il progetto del gasdotto transafgano “TAPI” (Turkmenistan, Afganistan, Pakistan , India) che avrebbe portato il gas dal Caspio  fino al Mar Arabico. Così non solo si strappava alla Russia il controllo economico-politico su quelle repubbliche ma questo avrebbe permesso agli USA di aumentare il loro potere sull’India, grande consumatrice di energia;

 

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lun

11

set

2017

L'EREDITA' DI ALLENDE

 

L’eredità di Allende

 

Editoriale di “Punto Final” (*)

 

 Rovesciato l’11 settembre 1973 con un cruento golpe militare che né il suo governo né i partiti popolari erano in condizioni di affrontare, Salvador Allende entrò nella storia, tuttavia, con il piglio di un leader vittorioso. La sua eredità politica e morale fornisce insegnamenti importanti per i rivoluzionari di oggi. 

In primo luogo, la sua coerenza politica ed il suo coraggio personale, che gli fecero impugnare il fucile per resistere alla Moneda insieme ad un pugno di coraggiosi. Con le sue stesse parole: pagava con la sua vita la lealtà del popolo. La sua immolazione fu un atto cosciente di ribellione per non umiliarsi davanti al tradimento e al crimine dei generali e degli ammiragli. In altre circostanze avrebbe sicuramente guidato la resistenza di un popolo armato e di unità militari costituzionaliste. L’unica cosa che non passò per la mente di Allende nel palazzo in fiamme fu di arrendersi e di negoziare le condizioni di un onorevole esilio. I suoi ultimi messaggi per radio e la sua decisione finale lo coprirono di gloria e, allo stesso tempo, seppellirono nell’infamia i golpisti, la cui vigliaccheria morale venne confermata dai loro crimini e dall’arricchimento illecito dei terribili anni che seguirono.  

Non fu solo il suo coraggio e la sua coerenza. Salvador Allende lasciò anche altri insegnamenti. Ad esempio la sua instancabile perseveranza nel forgiare l’unità dei settori popolari, unità intesa quale fattore essenziale di un processo rivoluzionario. Per molti anni Allende progettò anche la nazionalizzazione del rame quale tema legato all’esercizio effettivo della sovranità nazionale. Questa rivendicazione era ben lontana dal dibattito politico quotidiano quando Allende la scelse come bandiera di lotta. Per lungo tempo la sua fu una voce nel deserto.

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gio

07

set

2017

Bombe Molotov: quelle buone e quelle cattive

 

Bombe Molotov: quelle buone e quelle cattive

 

di Atilio Boron (*)

 

Nel loro accelerato processo di putrefazione morale, i portavoce della destra e la stampa egemonica dell’Argentina si stracciano le vesti di fronte alla scalata violenta che sta avendo luogo in questi ultimi giorni nel quadro delle proteste per la sparizione forzata di Santiago Maldonado (giovane sparito in agosto durante la repressione di una protesta del popolo mapuche, n.d.t.).

 

Nella città di Buenos Aires e in El Bolson (cittadina della provincia meridionale del Chubut, n.d.t.) le manifestazioni contro questo fatto, un mese dopo, sono finite con gravi scontri tra alcuni gruppi usciti da pacifiche manifestazioni di massa – che nel caso di Buenos Aires hanno visto centinaia di migliaia di persone nella Plaza de Mayo – e le forze di sicurezza.

 

 I manifestanti si erano riuniti per protestare contro la sparizione forzata del giovane artigiano per mano della Gendarmeria Nazionale, contro la scandalosa indifferenza del governo nazionale – difficile da distinguere da una attiva copertura del crimine – e contro il non meno vergognoso atteggiamento della Giusizia federale che nelle sue indagini ha dimostrato un’inettitudine che assomiglia troppo alla complicità.  

 

Sarebbe ingenuo ignorare che alcune delle violenze e dei vandalismi di venerdì sono stati indotti – e anche eseguiti – da alcuni oscuri angoli dell’apparato statale (traduzione: “servizi”) con l’obiettivo di sviare l’attenzione della cittadinanza. Per questo non è casuale che poco dopo quanto successo, i principali titoli di stampa, della radio e della televisione dell’olilgarchia mediatica siano stati sugli incidenti e non sulla tenebrosa mancanza di informazioni su dove sia Santiago Maldonado e sul fatto che la sua sparizione costituisce un crimine di lesa umanità. 

 

Centinaia di immagini illustrano l’aggressione con bombe Molotov ai gendarmi a El Bolsòn, l’aggresisone con pietre e oggetti contundenti contro la polizia, a negozi ed edifici pubblici e privati a Buenos Aires, l’erezione di barricate sull’Avenida de Mayo, il rogo di cestini.

 

In uno sfoggio di malafede e di bugie, la destra ora condanna senza attenuanti le tattiche violente che per tre mesi ha invece celebrato come una manifestazione piena di speranza della vitalità della società civile in ….. Venezuela.

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mar

05

set

2017

L’URAGANO HARVEY

 

L’uragano Harvey non è venuto dal nulla

 

di Naomi Klein (*)  

 

Adesso è il momento di parlare del cambio climatico e di tutte le altre ingiustizie del sistema – dal fare arresti e interrogatori basati sul profilo razziale all’austerità economica – che trasformano disastri come Harvey in catastrofi umane.  

Cercate la copertura mediatica sull’uragano Harvey e sulle inondazioni a Houston e sentirete parlare del fatto che una pioggia come questa non ha precedenti. Ascolterete come nessuno l’abbia visto arrivare e quindi come nessuno potesse prepararsi adeguatamente. 

Di quanto ascolterete, molto poco si riferisce al perché questi eventi climatici senza precedenti, storici, succedono con tanta regolarità che chiamarli storici è già diventato un cliché meteorologico.

 In altre parole: non ascolterete parlare molto, se anche se ne parla, del cambio climatico.  

Questo, ci dicono, è perché si cerca di non politicizzare una tragedia umana che è ancora in corso; il che è comprensibile, ma qui sta il problema: ogni volta che ci comportiamo come se un fatto meteorologico venisse dal nulla, come una qualche azione di Dio che nessuno poteva predire, i giornalisti prendono una decisione profondamente politica. Si tratta della decisione di non ferire sentimenti ed evitare discussioni, a costo della verità, per difficile che sia. 

Perché la verità è che questi eventi sono stati previsti da molto tempo dagli scienziati che si occupano del clima.   

I sempre più caldi oceani creano tormente più potenti. I sempre più alti livelli degli oceani implicano che queste tormente arrivino a luoghi che prima non raggiungevano. Le temperature sempre più calde danno luogo a precipitazioni sempre più estreme: lunghi periodi di siccità interrotti da massicce tormente di neve o di pioggia invece degli stabili e prevedibili schemi con cui la maggioranza di noi è cresciuta.

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lun

04

set

2017

GIUSTIZIA BORGHESE

 

In una società divisa in classi, sotto la dittatura del capitale dove lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e legale, la giustizia dei padroni continua a concedere l'impunità e la licenza di uccidere a padroni e manager responsabili della morte di migliaia di operai e lavoratori. 

 

ILGIORNO.IT 

 

Amianto ex Alfa, le motivazioni della sentenza: "Impossibile accertare responsabilità".  

I dirigenti delle case automobilistiche erano accusati di omicidio colposo nel processo con al centro una quindicina di casi di operai morti per forme tumorali provocate, secondo l'accusa, dall'esposizione all'amianto.   

Arese, 4 settembre 2017 - Depositate le motivazioni della sentenza con cui, nel mese di maggio, il Tribunale di Milano ha assolto con formula piena Paolo Cantarella e Giorgio Garuzzo, rispettivamente ex amministratore delegato e presidente di Fiat Auto, e altri tre ex manager Alfa e Lancia. I dirigenti delle case automobilistiche erano accusati di omicidio colposo nel processo con al centro una quindicina di casi di operai morti per forme tumorali provocate, secondo l'accusa, dall'esposizione all'amianto. Un passaggio delle motivazioni spiega come non sia stato "possibile accertare" se l'amianto, presente nello stabilimento dell'Alfa Romeo di Arese tra la metà degli anni '70 e metà anni '90, "abbia causato o concorso a causare i decessi per tumore polmonare o mesotelioma pleurico dei 15 lavoratori che" in quella fabbrica "hanno prestato per molti anni la loro attività, né a chi siano attribuibili tali decessi". 
Il verdetto di assoluzione, emesso dal giudice della nona sezione Paola Braggion, era stato in linea con gli altri recenti verdetti del Tribunale milanese che hanno assolto manager di grandi imprese che erano imputati per omicidio colposo e lesioni colpose per casi di lavoratori morti o ammalati per mesotelioma o altre forme tumorali dopo essere stati esposti senza misure di prevenzione, secondo l'accusa, all' amianto.
 

Come si legge nelle motivazioni del giudice Braggion, il processo ha dimostrato che "nel caso dei lavoratori deceduti per neoplasie polmonari di varia natura o di mesotelioma non verificabile con sufficiente certezza", non è stato «accertato, oltre ogni ragionevole dubbio, il nesso causale tra l'esposizione ad asbesto e la patologia che li ha condotti a morte". In altri casi, poi, si legge ancora nelle motivazioni, "verosimilmente e presuntivamente l'amianto aerodisperso nello stabilimento di Arese e inalato dai lavoratori ha contribuito a farli ammalare, ma non è possibile attribuire causalmente la responsabilità per tali patologie e i conseguenti decessi alle condotte dell'uno o all'altro degli imputati che, in determinati e non lunghi periodi di tempo, hanno rivestito posizioni di vertice nelle società Alfa Romeo e Fiat". I lavoratori, prosegue il giudice, "sono stati esposti indirettamente ad amianto nello stabilimento di Arese" e anche in "altre esperienze extralavorative" o "occupazionali prima dell'assunzione in Alfa" e "non si è potuto acclarare in alcun modo, quando ciascuno di essi abbia contratto irrimediabilmente e irreversibilmente la malattia, cioè quando si sia conclusa la fase di induzione, non determinabile in termini di mesi o anni dalla prima esposizione". 

 

 

 

mer

30

ago

2017

AFGANISTAN: PARADOSSI DELLA STORIA

 

Afganistan: paradossi della storia

 

di Guadi Calvo (*)

 

Lunedì 21 agosto il presidente statunitense Donald Trump, durante il suo discorso a Fort Myer in Virginia, ha annunciato l’imminente invio di truppe in Afganistan, cambiando brutalmente la direzione delle sue promesse in campagna elettorale. Trump, trionfalisticamente, ha detto: “Le nostre truppe lotteranno per vincere e per impedire che i talebani si impossessino dell’Afganistan e per fermare gli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti prima che vengano progettati”. Nel discorso Trump ha pronunciato la parola “vittoria” quattro volte e “sconfitta” (del nemico) sette, ma non ha spiegato il come.

 

Vari congressisti di ultra-destra, compreso l’influente John McCain, si sono lamentati del ritardo della decisione di Trump rispetto all’Afganistan. 

 

 

Questo cambio di direzione nella politica estera è strettamente legato alla rinuncia di Steve Bannon, un ultra-destro anti establishment, figura fondamentale nella vittoria elettorale di Trump e ideologo del “gli Stati Uniti per prima cosa”, direttore dell’influente sito Breitbart News. Critico rispetto agli interventi militari di George W.Bush e di Barak Obama, Bannon ha dovuto dare le dimissioni giovedì 17, proprio quando Trump aveva già deciso l’azione contro l’Afganistan.

 

Bannon è uscito dal governo dopo una sanguinosa lotta interna con il generale James Mattis, capo del Pentagono e veterano dell’Afganistan, che non per niente viene chiamato “cane pazzo”, e con il segretario di Stato Rex Tillerson, i quali scommettono su un intervento aperto per risolvere la questione afgana in cui, dopo 16 anni di invasione, più di 700.000 milioni spesi e 2.600 morti americani, il fondamentalismo si radica ogni giorno con più forza.

 

Bannon era dell’idea di utilizzare “contrattisti” (mercenari) per sostituire le truppe statunitensi, e concentrare tutta l’attenzione nella “guerra economica con la Cina”. Erik Prince, fondatore della sinistra Blackwater, si era offerto di inviare 5.500 dei suoi contrattisti.

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mar

29

ago

2017

VIOLENZA POLIZIESCA

 IlFattoQuotidiano.it / BLOG / di Francesca Fornario 

Migranti Roma, agli sgomberi io c’ero e ho visto chi sono i violenti 

 

di Francesca Fornario | 26 agosto 2017 

Giornalista e autrice satirica 

Devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio“, grida il poliziotto durante lo sgombero. Il bilancio delle cariche a piazza Indipendenza sarà infatti di piedi e nasi rotti, lividi che passeranno e ferite che no, perché si cancella il sangue dall’asfalto ma non il segno che lascia assistere, da bambino, alle manganellate inflitte a tuo padre dai poliziotti armati che irrompono in casa all’alba (è questo che ricorderanno le decine di bambini portati via a forza dallo stabile in cui vivevano da cinque anni). 

E tutti, sui social, a prendere le parti, convinti da una narrazione giornalistica sciatta e in malafede che le parti in campo fossero poliziotti contro migranti, “Che però uno ha lanciato una bombola del gas”. “Che però era vuota”. Convinti che tra loro vadano cercati i violenti. Le testimonianze dei presenti circolano secondo la risonanza che trovano: “Ma quella donna l’hanno sbattuta a terra con l’idrante e poi le usciva il sangue dal naso e da un’orecchio!” (commento su Facebook). “La carezza del poliziotto a una migrante disperata” (home page di Repubblica). 

A piazza indipendenza io c’ero. Avrei potuto scrivere ieri di quello che ho visto, ho preferito scrivere oggi di quello che so, perché temo che si scriva solo degli effetti e non delle cause; solo della violenza in piazza – raccontata con parole sbagliate: “gli scontri”, che in realtà sono cariche, una parte armata ne carica una disarmata – e non, invece, della violenza più impetuosa e virulenta che innesca le cariche, generando l’esclusione sociale che porta alle occupazioni abusive e agli sgomberi.

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mar

22

ago

2017

Barcellona, colpevoli e responsabili: al di là del terrorismo

Barcellona, colpevoli e responsabili: al di là del terrorismo

di Marcos Roitman Rosenman (*)

 

Alle 12 di venerdì 18 agosto la Spagna è entrata in catarsi. In tutti i municipi dello Stato sono stati convocate manifestazioni di condanna degli attentati terroristici che hanno scosso Barcellona e Cambrils. Due camionette, guidate da giovani la cui età va dai 17 ai 30 anni, hanno investito i passanti nell’intervallo di un’ora. A Barcellona 14 vittime e più di 100 feriti; a Cambrils i cinque terroristi sono stati uccisi dalla polizia autonoma. Il modus operandi è una copia di quanto accaduto a Londra e Parigi.

Mentre si faceva silenzio, a Barcellona – in modo spontaneo – gli intervenuti alle manifestazioni hanno intonato la parola d’ordine “Non ho paura!”. Un modo di ricreare la fiducia, di recuperare il senso del normale, di cominciare il lutto e onorare le vittime.

Purtroppo nulla sembra indicare che la paura sia sparita. Coscienti, forse, della gravità della situazione, quella frase risponde alla necessità di fermare l’inevitabile.

 

Questi attentati giungono per restare. La loro spuria origine si trova nelle azioni delle cosiddette truppe alleate dell’Occidente, guidate dagli USA, che invadono paesi come Afganistan, Iraq, Libia, fomentano le guerre in Siria e destabilizzano governi considerati nemici. 

 

Che altro significano le parole di Mariano Rajoy (capo di stato spagnolo, n.d.t.) che afferma che si combatteranno sempre coloro che vogliono distruggere il nostro modo di vita e i nostri valori? O, meglio ancora, quando segnala con decisione che il problema è globale e che la battaglia contro il terrorismo è vinta? In altre parole, l’Occidente si considera il padrone del mondo e gli USA si proclamano difensori dei valori che – dice Rajoy –appartengono loro per diritto proprio. Persino lo stesso Donald Trump – che non ha problemi a difendere i suoi amici del KKK (Ku Klux Klan, organizzazione razzista USA, n.d.t.) e, en passant, a promuovere interventi militari a destra e a sinistra – mette in mostra il suo dispiacere e condanna gli attentati di Barcellona.

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mar

22

ago

2017

GAZA E BARCELLONA

 

Gaza e Barcellona: stessi attentati, diverse reazioni

 

di Leandro Albani (*)

 

Giovedì mattina un attentato suicida ha scosso la Striscia di Gaza, quella fragile porzione di territorio che appartiene ancora alle/ai palestinesi. Un giovane che cercava di passare in l’Egitto si è fatto saltare ad un posto di frontiera, mettendo fine alla sua vita e a quella di un agente di sicurezza del Movimento di Resistenza Islamica Hamas, che governa la Striscia dal 2007. Lo scoppio ha anche provocato 5 feriti. Secondo i mezzi di comunicazione, il giovane suicida potrebbe aver avuto legami con lo Stato islamico (Isis o Daesh). 

 

Fino al pomeriggio di giovedì, quando è successo l’attentato nella città di Barcellona, nessun canale televisivo né alcuno degli “importanti” governanti di questo mondo ha detto nulla su quanto successo a Gaza. Di più, nessuno pare essersi commosso per quanto succede nella Striscia. 

 

Forse perché a Gaza è morta solo una persona. O, forse, perché ai grandi mezzi di comunicazione ed ai potenti governanti del mondo non importa cosa succede a Gaza, quei 360 km. quadrati sul mar Mediterraneo, una regione sottoposta a blocco e castigata dallo Stato di Israele; un territorio che gode solo di alcune ore di corrente elettrica al giorno, nel quale gli ospedali non ricevono forniture, dove la disoccupazione è del 60%, dove i suoi abitanti si svegliano per sopravvivere e con la speranza che l’aviazione israeliana non li bombardi.  Gaza, come una volta ha affermato l’intellettuale e linguista statunitense Noam Chomsky, è il carcere a cielo aperto più grande del mondo. 

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lun

07

ago

2017

ASSEMBLEA COSTITUENTE IN VENEZUELA

Il Venezuela e l’Assemblea Costituente: poco o tanto?

di Atilio Boron (*); da: alainet.org; 31.7.2017

 

Poche volte sono state celebrate elezioni in un contesto così segnato dalla violenza come quelle di  domenica scorsa in Venezuela. Ci sono poche esperienze simili, in Libano, Siria e Iraq. Forse nei Balcani durante la disintegrazione della ex Yugoslavia. Dubito che in alcun paese europeo, o persino negli Stati Uniti, si sarebbe celebrata una qualsiasi elezione in un contesto simile a quello venezuelano.

 

Per questo il fatto che 8 milioni di persone abbiano sfidato la destra terroristica con i suoi sicari, piromani, saccheggiatori e franco-tiratori e dato il loro voto dimostra il radicamento del chavismo nelle classi popolari e, oltretutto, un coraggio deciso di lottare per la pace e rifiutare la violenza. E quando il CNE (Commissione Elettorale Nazionale) dice che hanno votato 8.089.320 persone è proprio così, un dato doppiamente certificato dal certificato elettorale e dalle impronte digitali di ogni votante.

 

Il materiale è là, soggetto alla verifica da parte dell’opposizione o di osservatori indipendenti, contrariamente a quanto successo nella pantomima della MUD (il cartello elettorale  della destra venezuelana, n.d.t.) il 16 luglio dove, in un’esilarante innovazione dell’arte e della scienza politica, sono stati ammessi votanti con o senza documenti, senza controllo di quante volte avessero votato, per poi bruciare tutti i registri una volta terminato il risplendente conteggio dei 7 milioni e mezzo di voti che – mentendo – dicono di aver ricevuto.

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ven

04

ago

2017

MURAGLIA DELL'AMERICA LATINA

 

Muraglia dell’America Latina

 

di Stella Calloni (*)

 

Il governo ed il popolo del Venezuela sono, in questi duri tempi di avanzata dell’impero nella Nostra America, la muraglia che si eleva in una guerra contro-insurrezionale di bassa intensità e di quarta generazione, di estrema violenza. 

 

E’ esattamente di ‘quarta generazione’ la più brutale guerra mediatica che stiamo vivendo nella nostra regione, nel golpismo del Secolo XXI e nel progetto della potenza imperiale – gli Stati Uniti – per portare avanti il proprio piano geo-strategico di ricolonizzazione della nostra America. Sbaglia chi pensa che si tratti solo di un ritorno conservatore o neo-liberista. E’ un avanzamento colonizzatore, perché la decisione degli Stati Uniti è quella di prendere il controllo totale del suo cosiddetto “cortile posteriore”, a partire dall’apparizione di nuove potenze che hanno tagliato in un colpo solo l’unilateralismo con cui essi avanzavano sul mondo. 

 

Paul Wolfowitz, il grande consigliere dei presidenti nordamericani, aveva chiarito già nel 1992, dopo la caduta del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, che era il momento di avanzare in un’espansione globale, senza limiti e senza frontiere. A questo servì il mai chiarito “attentato” alle Torri Gemelle e la loro strana implosione nel settembre 2001. Immediatamente, gli USA dichiararono la guerra infinita e cancellarono le sovranità nazionali in tutto il mondo. In Yugoslavia avevano già sperimentato come, usando  l’arma della disinformazione che consiste nel trasformare la menzogna in un’arma di guerra a livello globale, potevano godere dell’assoluta impunità. A questo aggiunsero l’enorme capacità di eseguire falsi attentati, per farsi strada ovunque volessero in nome della lotta al terrorismo o al narcotraffico. 

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dom

30

lug

2017

Dobbiamo davvero la modernità al capitalismo?

 

Dobbiamo davvero la modernità al capitalismo?

 

La “narratura” del capitalismo

 

(n.d.t.: narratura: fusione di narrazione e natura)

 

di Jorge Majfud (*)

 

Una delle affermazioni che gli apologeti del capitalismo ripetono più spesso e che meno viene messa in discussione è quella che dice che esso è stato il sistema che più ricchezza e più progresso ha creato nella storia. Gli dobbiamo Internet, gli aerei, YouTube, i computers da cui scriviamo e tutti gli avanzamenti medici e le libertà sociali e individuali che ci troviamo oggi.

 

Il capitalismo non è il peggiore né il meno criminale dei sistemi che sono esistiti, ma questa interpretazione arrogante è, oltretutto, un sequestro che l’ignoranza fa alla storia.

 

In termini assoluti il capitalismo è il periodo (non il sistema) che ha prodotto più ricchezza nella storia. Questa verità sarebbe sufficiente se non considerassimo che è tanto ingannevole quanto, negli anni ’90, le parole di un ministro uruguayano che si inorgogliva del fatto che durante il suo governo si erano venduti più telefoni cellulari che nel resto della storia del paese.

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gio

27

lug

2017

ISRAELE

 

Ogni israeliano dovrebbe leggere le ultime volontà e il testamento dell’attaccante palestinese

 

di Gideon Levy (*)

 

 

 

Ogni israeliano dovrebbe leggere il testamento di Omar al-Abed. Il vero tradimento non è leggere le sue ultime parole. Il vero tradimento è pensare che altri metal detectors e altri assassinii selettivi, più incarcerazioni e più demolizioni di case, più torture e più spoliazioni potranno prevenire i numerosi attacchi che avverranno. Il vero tradimento è ficcare la testa nella sabbia.

 

 

 

Senza negare l’orrore della sua terribile azione, ogni israeliano deve fare attenzione alle parole di Abed e trarne le inevitabili conclusioni. Perché tutta la Cisgiordania, e naturalmente la Striscia di Gaza, si trasformeranno in un Omar al-Abed, non sappiamo quando. Chiunque pensi che potrebbe essere diverso, deve guardare alla storia. In questo consistono l’occupazione e la conseguente resistenza: in un grande ed inutile spargimento di sangue.

 

 

 

Queste sono le mie ultime parole”, ha scritto il giovane proveniente dal villaggio cisgiordano di Kobar, prima di andare ad uccidere i coloni nella vicina colonia di Halamish. “Sono giovane, non ho ancora 20 anni. Avevo molti sogni e molte aspirazioni, ma che razza di vita è questa, in cui le nostre donne e i nostri giovani vengono assassinati senza giustificazione?”. 

 

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mer

26

lug

2017

IL VOTO E LA LOTTA

 

Anteprima di nuova unità

 

 

IL VOTO E LA LOTTA

 

Le elezioni amministrative svoltesi a giugno 2017 che hanno interessato oltre 9 milioni di elettori al di la delle chiacchiere sanciscono una sempre più netta distanza fra la politica e i bisogni delle persone e una sconfitta della democrazia borghese delegata. 

 

Il numero dei votanti alle elezioni comunali 2017 è stato ovunque in calo. L’11 giugno  l’affluenza alle urne a livello nazionale è stata del 60, 07%, in calo rispetto alla tornata precedente (68%), mentre c’è stato un crollo più grande dell’affluenza nei 139 Comuni della Lombardia dove ha votato solo il 55% degli aventi diritto.

 

Il crollo dei votanti è stato ancora più massiccio ai ballottaggi, dove la percentuale degli elettori che si è recata ai seggi domenica 25 giugno è stata del 46,03%. 

 

Il primo dato DA RILEVARE e’ l’altissima percentuale di astensioni, MA AI PARTITI come sempre INTERESSA DI PIù PARLARE DI CHI hA VINTO E DI CHI HA PERSO LE POLTRONE CHE DEL vero risultato della competitizione: cioè la vittoria dell’astensionismo.

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lun

24

lug

2017

Morti di lavoro. L’esempio perfetto

 

Morti di lavoro

 

L’esempio perfetto

 

di Daniela Trollio 

 

I fatti

 

Il 18 giugno 2013 Khaled Farouk Abd Elhamid, un giovane operaio di 34 anni, moriva mentre smontava il palco del concerto appena dato dai Kiss al Forum di Assago (Milano). Khaled era rimasto schiacciato tra la parete del montacarichi e uno dei 6 pesanti carrelli con ruote che vi stava caricando.

 

Quasi 4 anni dopo il Tribunale di Milano – sempre “celere” quando si tratta di morti sul o di lavoro – ha emesso la sua sentenza, su cui torneremo tra poco. 

 

Per emettere la sentenza, il tribunale ha dovuto ripercorrere una lunga catena, quella degli appalti. Facciamolo anche noi. Prima di tutto abbiamo:  (1) la società americana dei Kiss, la Gapp 2002, partecipe all’organizzazione, che però per l’allestimento del palco aveva stipulato un contratto con (2) la Barley Arts Promotion la quale, per l’allestimento del palco, aveva firmato un contratto con la (3) Cooperativa Working Crew che, a sua volta, per la “somministrazione” di altri operai aveva fatto un contratto con (4) la Cooperativa Work in Progress. Tranquilli ….. l’elenco è finito. 

 

Le condizioni in cui dovevano lavorare quella sera Khaled e gli altri tre suoi compagni erano le seguenti: “gli era stato consegnato un braccialetto giallo ed erano state impartite direttive da un uomo alto e tatuato. Nessuna formazione e informazione relativa ai rischi”. Uno dei suoi compagni di lavoro le ha poi descritte così durante il dibattimento: “Non conosco la sede della cooperativa, non ci sono mai stato, non ho mai parlato con nessuno. Un amico mi telefona quando c’è qualche lavoro da fare, mi dice dove andare e dopo un po’ di tempo che ho lavorato mi fa avere i soldi”.

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mer

19

lug

2017

Il popolo venezuelano ha nuovamente sconfitto, nelle urne, un tentativo di colpo di Stato

 

Il popolo venezuelano ha nuovamente sconfitto, nelle urne, un tentativo di colpo di Stato

 

Di Guillermo Cieza (*)  

 

Domenica 16 luglio il chavismo e l’opposizione hanno misurato le loro forze sul terreno elettorale in due consultazioni, diverse ma contemporanee.  

 

Il chavismo è stato convocato  – dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) –   a partecipare alla prova elettorale che si fa prima di ogni elezione per verificare il funzionamento dei seggi elettorali di voto, il sistema elettronico di conteggio, ecc.

 

L’opposizione ha partecipato ad una Consulta Popolare convocata dalla MUD (raggruppamento dei partiti di estrema destra, n.d.t.), che non era legale ma che, in termini politici, era stata pensata per dimostrare al mondo che la maggioranza dei venezuelani vogliono che il presidente se ne vada da Miraflores (il palazzo presidenziale, n.d.t.). 

Se la votazione fosse stata maggioritaria, il piano golpista si proponeva di farne il punto di forza per proclamare un governo parallelo e, da quello, chiedere l’intervento straniero, come Vicente Fox (presidente del Messico e osservatore alla consulta, n.d.t.) e Laura Chincilla (ex presidentessa del Costarica e osservatrice alla consulta, n.d.t.) (di Messico e Costarica, entrambi di destra), oltre alla macchina mediatica internazionale, si proponevano.  

Non ci sono ancora cifre ufficiali su quanti hanno partecipato alla prova elettorale obbligatoria precedente all’elezione dell’Assemblea Costituente convocata dal governo, e non ce ne saranno per quello che riguarda i partecipanti alla consultazione elettorale dell’opposizione perché l’opposizione stessa ha già bruciato i documenti elettorali.

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lun

17

lug

2017

Venezuela: l’opposizione raddoppia la scommessa

Venezuela: l’opposizione raddoppia la scommessa

 

Di Atilio Boron (*)

 

Solo gli ingenui possono non accorgersi che l’opposizione venezuelana sta adoperando una strategia a due punte per rovesciare il Governo costituzionale del paese.

 

Un settore ha scelto di scatenare la violenza nelle sue varianti più aberranti come modo di costruire l’immagine di una “crisi umanitaria” – prodotto della scarsezza pianificata di prodotti di prima necessità e dell’orgia di attacchi, saccheggi, “guarimbas”, rogo di persone vive e attentati con bombe molotov a scuole e ospedali – che serva da preludio ad un’invasione non meno “umanitaria” del Comando Sur (USA) e, applicando la ricetta utilizzata in Libia per rovesciare Gheddafi, produrre il desiderato “cambio di regime” in Venezuela. 

 

C’ un settore della destra che non è d’accordo con questa metodologia perchè intuisce che la fine potrebbe essere una guerra civile in cui le masse chaviste, tranquille per ora, potrebbero dare battaglia e mettere fine allo scontro infliggendo una schiacciante sconfitta ai golpisti. Ma quest’ala dell’opposizione, chiamiamola istituzionale o “disposta al dialogo” (anche se in realtà non è nè l’uno nè l’altro) è stata per mesi sottomessa all’intimidazione o – più chiaramente –al ricatto della frazione violenta, che riteneva un’inqualificabile tradimento il solo sedersi a negoziare con il governo un’uscita non violenta dalla crisi. 

 

Ma ora le cose sembrano cambiare e non per il meglio. Perchè? Perchè, a quanto sembra, le strategie di entrambe le fazioni sono state unificate dalla bacchetta che dagli USA tiene in mano il Comando Sur (il binomio terrorista formato dall’Ammiraglio Kurt Tidd e dall’ex ambasciatrice in Paraguay e Brasile in tempi di colpi di stato, Liliana Ayalde). A causa di questo i settori “disposti al dialogo” hanno convocato, per la prossima domenica 16 luglio, un plebiscito o “consulta sovrana” che non è altro che l’anticamera di un golpe di stato, perchè in questa consultazione si chiederà alla cittadinanza se vuole o no un cambio immediato di governo e, contemporaneamente, si decreterà l’illegittimità della legale e legittima convocazione dell’Assemblea Nazionale Costituente programmata per il 30 luglio e che ha registrato già più di 55.000 candidature in tutto il paese. Ma l’opposizione non vuole aspettare tutto questo tempo e men che meno battersi in un’elezione con tutte le regole. Per questo ha messo in atto questo esercizio assolutamente informale, senza alcun tipo di garanzie né registrazioni, senza norme nei conteggi e controlli pubblici in un paese dove, come assicurava l’ex presidente James Carter, il sistema elettorale è più trasparente e affidabile di quello USA.

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mer

12

lug

2017

4 LUGLIO - DICHIARAZION I

 

Dichiarazioni

 

di David Brooks (*)

 

Il 4 luglio, Giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti, è stato festeggiato come sempre, un giorno di patriottismo commercializzato senza grande coscienza di cosa è o di cosa significhi questa data; ma questa volta c’era un inquietudine, un dubbio e persino un po’ d’angoscia perché questo paese è sul punto di cancellare i principi su cui dice di essere nato nel 1776.

 

 

 

Non ci sono state grandi espressioni pubbliche di questo. Nelle strade alcuni, molto patriottici, si sono vestiti con i colori nazionali, altri si sono avvolti nella bandiera nazionale (dimenticando che questo, cinquant’anni fa, era visto come un sacrilegio, e che furono gli hippies ed altri che, negli anni ’60, osarono farlo come parte della loro protesta). Si è mangiato molto: troppi hot dogs e hamburgers (considerati il cibo più ‘gringo’ ma che sono, in realtà, come quasi tutto il resto tranne gli indigeni, regali degli immigranti, in questo caso di quelli tedeschi).

 

La giornata è culminata con il tradizionale spettacolo di fuochi artificiali (regalo dei cinesi), mentre suonava una strana mescolanza di canzoni patriottiche e di rock light. E, naturalmente, l’inno nazionale,  che – come ricordava brillantemente anni fa Laurie Anderson (musicista e scrittrice statunitense, n.d.t.) – è, forse, l’unico al mondo che è pieno di domande e dubbi, a cominciare dal suo primo verso: ““Oh, say can you see?” (“Oh, dimmi… puoi vedere o no? …non si sa”).

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dom

02

lug

2017

COLPO DI STATO IN VENEZUELA

 

Venezuela: la destra accelera il momento del Colpo di Stato

 

di Marco Teruggi (*) 

 

La destra accelera il momento, spinge il bottone di ognuna delle variabili, prova a spezzare la correlazione di forze, il Colpo di Stato. Lo hanno annunciato: hanno i mesi di giugno e luglio per ottenere l’obiettivo. Hanno dichiarato che, sotto la protezione dell’art. 350 della Costituzione, non riconoscono il Governo, non riconoscono l’appello all’Assemblea Nazionale Costituente e si organizzeranno per impedire che abbiano luogo le elezioni dei costituenti il 30 luglio. 

 

La traduzione di queste parole è stato l’aumento degli scontri dei poteri statali attraverso il Procuratore generale e l’Assemblea Nazionale, tentativi senza troppo successo dell’Organizzazione degli Stati Americani, la pressione dei media, l’acutizzazione degli attacchi all’economia ed una accelerazione della violenza, il terrore nelle strade e l’attacco ai corpi di sicurezza delo Stato, in particolare la Forza Armata Nazionale Bolivariana (Fanb). 

 

Questo scenario violento ha mostrato elementi di novità nelle ultime settimane. Ha caratteristiche come l’attacco sistematico alla base militare di La Carlota a Caracas, con lo scopo di demoralizzare e spezzare la Fanb, la vicinanza di alcuni focolai di violenza al Palazzo di Miraflores, e il ritorno sulle scene dei danneggiamenti nelle città, come è successo all’inizio di questa settimana a Maracay e in località vicine, dove sono stati dammeggiati più di 40 stabilimenti, negozi privati e sedi di istituzioni pubbliche. Uno schema simile a quello impiegato in più di dieci località del paese nelle settimane precedenti.

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gio

29

giu

2017

Realtà parallela Shocks

 

Realtà parallela

 

Shocks

 

di David Brooks (*)

 

 Membri di Resistenza, un’organizzazione civile composta da gruppi che lottano per la giustizia e la libertà, hanno manifestato ieri nella città di New York contro il presidente Donald Trump.

 

La sensazione di trovarsi in una realtà parallela è costante in un paese che si nasconde ancora dietro i suoi miti, che pretende di non vedere le conseguenze delle sue politiche e delle sue decisioni collettive e che ha un’enorme capacità di giustificare qualsiasi cosa, dalle guerre all’uso della tortura, le armi, le mattanze, l’odio e la paura. E’ una sensazione quotidiana di una tolleranza incredibile davanti all’evidenza – oggigiorno così efficacemente diffusa fino all’ultimo angoletto del paese dalle reti sociali – di cose che non solo violano ma che si burlano persino di ciò che il paese pretende di essere. 

Questi sono solo alcuni esempi dei giorni recenti: 

 

I video delle dichiarazioni preliminari di un paio di psicologi militari - che sono stati obbligati a testimoniare in una causa legale federale intentata dall’Unione Americana delle Libertà Civili (ACLU) in nome di due ex detenuti e della famiglia di un altro che morì in un centro di detenzione statunitense – sono agghiaccianti. Bruse Jessen e James Mitchell, in tono molto professionale, descrivono le tecniche di tortura che progettarono e svilupparono per interrogare i detenuti in siti clandestini della CIA nei mesi successivi all’11 Settembre. Hanno spiegato come elaborarono e applicarono le tecniche – compreso il famoso waterboarding, l’appendere la gente per le braccia, il rinchiuderla in una bara, lo sbatterla contro i muri, sottoporla a temperature estreme ed altro. Niente di nuovo, salvo sentire direttamente le loro voci tranquille che giustificano il tutto con l’obbligo di obbedire agli ordini (nonostante in quel momento stessero lavorando come contrattisti indipendenti, lavoro che gli ha fatto guadagnare 81 milioni di dollari per i loro servizi).

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mar

27

giu

2017

Il totalitarismo corporativo e la novità della guerra

 

Il totalitarismo corporativo e la novità della guerra

 

di Homar Garcès (*)

 

In guerra sono sempre gli stessi a perdere” è una frase detta in una scena del film spagnolo “Soldati di Salamina” e riflette quella che è sempre stata una costante in ogni conflitto bellico che sia avvenuto in qualsiasi luogo del nostro pianeta; cioè perdono coloro che hanno la disgrazia di non avere risorse sufficienti per non essere vittime della violenza e della distruzione scatenate. 

 

Quelli che in epoche passate erano definiti metodi corretti per fare la guerra sono stati sostituiti da altri che, nelle stesse epoche, sarebbero stati condannati da ogni punto di vista etico e morale, dato l’inutile eccesso di crudeltà, di distruzione e di morti di persone di qualsiasi età, osservato ad esempio durante la 2° Guerra Mondiale e, successivamente, nella guerra del Vietnam.

 

Oggi nessuno si sorprende che, ogni giorno, si commettano eccessi contro intere popolazioni indifese, trasformate in bersaglio e scenario di conflitti bellici, generalmente aizzati dalle potenze occidentali con gli Stati Uniti alla guida, come succede da decenni nella regione del Medio Oriente senza che si veda una soluzione definitiva. 

 

Tutto questo rappresenta una nuova metodologia per la dominazione. Anche se sembra inverosimile.

 

Non si può ignorare l’utilizzazione di nuovi e migliori ingranaggi di controllo della vita di intere popolazioni, molte volte senza che queste ne siano coscienti.  

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mer

21

giu

2017

GUERRA PSICOLOGICA IN VENEZUELA

  

Guerra psicologica in Venezuela

 

di Marcelo Colussi (*)

 

Il Venezuela è in guerra. Lo è da molto tempo, ma in questi ultimi mesi tutto indica che questa guerra è entrata in una nuova fase. Coloro che la provocano sembra che abbiano scommesso che questo sia il momento finale di questo scontro. Cioè: una guerra che deve avere uno sbocco; e come in ogni guerra, uno dei due lati che combattono deve vincere ma, in questo caso – da quanto si deduce dai fatti attuali – schiacciando il vinto, non negoziando ma neutralizzandolo completamente, senza lasciare spazio alcuno ad una reazione.

 

Dove ci sono le pallottole, le parole sono di troppo”,  si poteva leggere a volte sui muri di una strada anonima all’inizio di una dittatura sanguinosa, una delle tante che hanno popolato la regione latinoamericana. Quando si passa dalle parole – i simboli, la ricerca del consenso – al fatto concreto  -le pallottole, la violenza dura e pura, l’intervento armato e sanguinario -  l’unica cosa che conta è la forze bruta. E in Venezuela pare che si vada verso questo.

 

Ora: arrivare all’uso della forza bruta, almeno nei termini della dinamica socio-politica, non è qualcosa di semplice, richiede preparazione. Le guerre non spuntano per generazione spontanea. Sono possibili, senza dubbio, (“la violenza è la levatrice dell’umanità”, disse Marx), ma le popolazioni, o le forze armate, non fanno uso della violenza solo per un presunto “spirito aggressivo” sempre pronto ad entrare in azione: è necessario un condizionamento sociale-politico-ideologico-culturale che prepari le condizioni.

 

Solo perché sì (salvo nei casi di disturbi mentali: uno psicotico o uno psicopatico, ad esempio), nessuno uccide il suo vicino. La morale sociale, la colpa si impone. I cosiddetti “normali” (noi che siamo strutturalmente nevrotici) ci facciamo reggere da norme di convivenza: le possiamo trasgredire in qualche circostanza, ma in termini generali le rispettiamo. Il rispetto della norma fa parte di noi.

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gio

15

giu

2017

I robot metteranno fine al lavoro?

I robot metteranno fine al lavoro?

 

di Juan Torres Lòpez (*) 

 

Un’idea che si diffonde come la polvere in questi ultimi tempi è quella che i robot in pochi anni metteranno fine ad una gran parte dei posti di lavoro  esistenti e che milioni di persone rimarranno allora senza alcuna entrata proveniente dal lavoro stesso. Quale prova di questo si utilizzano studi come quello dei professori dell’Università di Oxford Carl Frey e Michael Osborne sul futuro del posto di lavoro. In questi studi si afferma che niente meno che il 47% dei posti di lavoro esistenti oggi negli Stati Uniti è a rischio di sparire per questo motivo. Ma, cosa c’è di vero, o almeno di probabile, in questa minaccia? 

 

Una prima cosa che conviene sapere per rispondere a questa domanda è che i cattivi presagi non sono per niente nuovi.

 

Molti lavoratori distruggevano le macchine alla fine del secolo XVIII perché credevano che queste  avrebbero distrutto i loro posti di lavoro, senza essere coscienti  che il loro effetto era la sparizione di compiti, non del lavoro in generale. Quello che facevano queste macchine era permettere che si potesse ottenere più prodotto per ora lavorata in molte attività (cioè più produttività in termini economici). Ma, grazie a questo, si generavano da un lato più entrate (perché l’entrata è l’altra faccia del prodotto) e, dall’altro, nuove attività produttive necessarie a creare o mantenere le macchine  e anche a soddisfare le nuove domande  generate dalle maggiori entrate di consumatori e imprese. E le due cose permisero di creare più posti di lavoro, quasi sempre in altre attività come ho detto, o anche in luoghi diversi da dove cominciavano a funzionare le macchine ma – in fin dei conti – più posti di lavoro. 

Ma è anche vero, come dimostrerò subito, che quell’effetto di creazione di nuovi posti di lavoro non era necessariamente  automatico, ma si verificava solo se si davano, nello stesso tempo, altre condizioni.

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mar

13

giu

2017

QATAR

 

 

Qatar

 

Dodici motivi di una strana crisi nella regione

 

di Nazanin Armanian (*)

 

E’ possibile che sette alleati degli USA dichiarino una guerra, per il momento diplomatico/economica, contro il Qatar, che è la sede del Comando USA per il Medio Oriente (CENTOCOM), la base più grande posseduta dal Pentagono in tutta la Regione, senza l’autorizzazione della Casa Bianca? Si tratta della prima conseguenza della visita anti-iraniana di Donald Trump in Arabia Saudita, e può essere una crisi trappola per trascinare l’Iran in una guerra regionale, ora che gli USA non si ritengono capaci di affrontare direttamente questa nazione e appropriarsi della prima riserva mondiale di gas e della terza di petrolio.

 

Il pretesto del conflitto sta in alcune dichiarazioni dell’emiro del Qatar – Tamim Bin Hamad Al Thani –in cui egli afferma che una guerra contro l’Iran sarebbe una pazzia, visto che sparirebbero tutti i paesi arabi del Golfo Persico, e che Trump non durerà molto al potere. Si accusa Tamim anche di finanziare i Fratelli Musulmani (FM), che sono considerati terroristi e di destabilizzare i paesi arabi.  

 

Non è stata l’Arabia Saudita che ha aggredito militarmente l’Iraq, il Bahrein, lo Yemen e la Siria? Certo. Il Qatar, come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e gli USA, ha patrocinato il yihaidismo sunnita che opera in Afganistan, Iraq, Yemen, Siria, Libia, Cecenia, Russia, Cina ed Europa. Ma come è possibile aver sostenuto il terrorismo mondiale per anni senza che gli 11.000 soldati  USA di stanza nella regione non se ne siano mai resi conto?

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gio

08

giu

2017

François Houtart

 

François Houtart (1925/2017), una vita dedicata alla lotta per la liberazione dei popoli

 

di Napolèon Saltos Galarza (*)

 

 Dobbiamo trovare un nuovo paradigma di vita contro il paradigma della morte.

 

Il paradigma del bene comune dell’umanità

 

François Houtart

 

 All’alba del 6 giugno 2017 è morto a Quito Francois Houtart, il teologo e sociologo della liberazione dei popoli.

 

Nacque a Bruxelles nel 1925. Fu ordinato sacerdote nel 1949. Dottore in Sociologia all’Università di Lovanio. Molto presto la sua  si fece sentire come una delle voci per il rinnovamento della Chiesa. Nella preparazione del Concilio Vaticano II, il Presidente della Conferenza Episcopale Latinoamericana (CELAM), Dom Helder Camara, lo incarica di sistematizzare la proposta della Chiesa del nostro Continente per presentarla all’apertura del Concilio. 

La sua voce ha accompagnato le lotte dei popoli fin dagli anni ’50 del secolo scorso. 

Nessuna lotta gli era estranea. In una stessa settimana poteva trovarsi in Vietnam, in riunioni con il Partito del Governo, e poi in Siria per cercare un accordo di pace. Poi, in America Latina poteva passare al tavolo dei negoziati delle FARC, parlare con il PT (Partito dei Lavoratori brasiliano, n.d.t.) sulla crisi in Brasile. Una conferenza in Argentina, un corso alla Scuola di Formazione dei Sem Tierra, una riunione all’Avana. Giramondo instancabile, alla ricerca della parola, dei semi di quelli che stanno in basso, dal Sud portatore della parola di speranza dalla scienza, dalla riflessione, dalla teologia. 

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mar

06

giu

2017

L'ORA DEI CONTI

 

 

 

Londra: l’ora dei conti

 

di Guadi Calvo (*)

 

 

 

Un altro attacco, low cost, è avvenuto a Londra lo scorso sabato, con 7 morti e circa 48 feriti, dei quali 21 in stato critico, il che significa che quando leggerete queste righe il numero dei morti potrà essere più elevato.

 

Questa volta i fatti si sono svolti sul Ponte di Londra e nel complesso Borough Market, una zona alla moda piena di pubs e ristoranti. La metodologia è stata esattamente uguale a quella dell’attacco del 22 marzo sul Ponte di Westminster e davanti al Parlamento, quando Khalid Masood o, secondo il suo nome di nascita Adrian Russel Ajao, un britannico di 52 anni, lanciò il suo veicolo contro i passanti e, dopo averne investito alcuni, pugnalò chiunque gli stava vicino, finchè fu ucciso dalla polizia.

 

All’attacco di sabato hanno partecipato tre uomini, lanciando un veicolo contro la massa di persone che paseggiava sul ponte, per scendere subito dopo e accoltellare indiscriminatamente i passanti, finchè la polizia, o il corpo Tuono Azzurro delle SAS – le forze speciali d’élite dell’esercito britannico – 8 minuti, 7 morti e 48 feriti dopo, ha ucciso i tre aggressori che fingevano di portare giacche con esplosivi, con 50 pallottole.

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dom

04

giu

2017

SICUREZZA, SALUTE, AMBIENTE

mer

31

mag

2017

MEMORIA

 

Memoria – 29 e 30 maggio 1969

 

Il Cordobazo

 

di Rodolfo Walsh (*)

 

 

Lavoratori metallurgici, del trasporto e di altri settori dichiarano lo sciopero (a Còrdoba) per i giorni 15 e 16 maggio, a causa delle “quitas zonales” (facoltà concessa ai padroni della zona da parte del governo dittatoriale del generale Onganìa di abbassare i salari sotto i minimi nazionali, n.d.t.) e del disconoscimento dell’anzianità di lavoro in caso di trasferimento di impresa. 

 

I metalmeccanici si riuniscono in assemblea e vengono repressi, ma difendono i loro diritti in una vera e propria battaglia campale nel centro della città il 14 maggio. 

 

Le sopraffazioni, l’oppressione, la cancellazione di innumerevoli diritti, la vergogna di tutti gli atti del governo, i problemi degli studenti e quelli dei centri vicini si uniscono.

 

Tutta la città si paralizza il 16 maggio. Nessuno lavora. Tutti protestano. Il governo reprime.

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ven

26

mag

2017

IL COMPAGNO CARLO ROVELLI CI HA LASCIATO

 

Il compagno partigiano Carlo Rovelli ci ha lasciato Il 24 maggio a 91 anni. 

 

Carlo, membro del PC clandestino, aveva partecipato alla Resistenza giovanissimo, come tanti altri ragazzi come lui.

Era un comunista e tale è rimasto fino allo scioglimento del PCI; in seguito è stato, come tanti di noi, un comunista senza partito, iscritto solo all’ANPI.

 

Anche negli ultimi mesi, quando non poteva più camminare, è sempre stato lucido, un attento lettore dei giornali e gli piaceva essere informato.

 

Nel ricordarlo, voglio riportare qualche brano delle lunghe chiacchierate fatte quando andavo a trovarlo al Circolino e a casa sua, dove andavo a cambiargli una lampadina o a riparargli un guasto all’impianto elettrico e quando gli portavo il giornale "nuova unità", che commentavamo insieme – lui, sua moglie Adriana ed io. 

 

A 18 anni Carlo, figlio di un antifascista riparato in Francia, inizia la sua attività antifascista e antinazista a Niguarda (quartiere operaio e popolare di Milano) – dove poi parteciperà, il 24 aprile – alla liberazione, con altri suoi coetanei, distribuendo volantini e facendo scritte sui muri.

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ven

26

mag

2017

STRAGE DI MANCHESTER

 

Manchester: un bersaglio mobile

 

di Guadi Calvo (*)

 

Il terrorismo ha colpito un’altra volta il cuore dell’Europa. Come si sa, un suicida di 22 anni di nazionalità britannica, chiamato Salman Abedi, si è fatto saltare nel Manchester Arena, uno degli stadi coperti più grandi d’Europa, in pieno centro di Manchester, seconda città dell’Inghilterra, mentre finiva il concerto di Ariana Grande, una delle tante stelle che l’industria dello spettacolo fabbrica così bene per esacerbare il consumo adolescenziale. 

 

Il numero delle vittime è di 22 morti e circa un centinaio di feriti, il che ha causato il collasso sanitario nei 6 ospedali della città. In maggioranza, i morti ed i feriti sono adolescenti e bambini, cosa che dà l’opportunità alle buone coscienze occidentali di costruire tumuli di fiori, candele, lettere e silenzi, esercitando la loro selettiva ghiandola della sensibilità e della drammaticità, che sembra essere programmata solo quando i bambini e gli adolescenti che muoiono sono bianchi e che non si attiva nel caso di neri o musulmani, anche se qualsiasi noiosa mattina a Bagdad, Damasco, Mosul, Aleppo, Kabul o Tripoli può superare di molto le cifre ci cui sopra.

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mar

23

mag

2017

Trump in visita alla casa del male

 

Trump in visita alla casa del male

 

di Guadi Calvo (*)

 

 

 

Donald Trump ha iniziato il suo primo giro internazionale in cui visiterà Arabia Saudita, Israele, Palestina, il Vaticano, Bruxelles e la Sicilia. Senza dubbio non sarà un viaggio di piacere anche se, data la complicata situazione politica che lascia nel suo paese, potrebbe considerarlo tale. 

 

La crisi aperta dal licenziamento del direttore del FBI James Comey, che indagava sulle possibili connessioni della squadra elettorale di Trump con la Russia,  la copertura data dal presidente al suo ex consigliere alla sicurezza Michael Flynn, che si è appena rifiutato di rispondere al Senato e la designazione – da parte del Dipartimento di Giustizia – di Robert Mueller, ex direttore del FBI e alleato di Comey, quale procuratore speciale per continuare le indagini di Comey, senza dubbio infastidiscono il presidente più degli ostruzionismi di molti congressisti, che praticamente stanno paralizzando l’Esecutivo nordamericano e che fa sì che il “Trump impeachment” suoni un’altra volta con sufficiente forza, per un capo di governo che è al potere da soli 5 mesi e a cui manca la bellezza di 1.300 giorni per portare a termine la sua amministrazione.

 

 

 

Per Trump le bandiere statunitense e saudita, i manifesti di benvenuto con la sua immagine, le fanfare che suonano e i jet che volano in cielo con le stelle rosse, bianche e azzurre al suo arrivo a Riad, contrastano molto con l’ultima, gelida, accoglienza del suo antecedente Barak Obama e saranno state una desiderata gratificazione e, ancor più se tanta baldoria finirà con un assegno di più di 110 milioni di dollari che il regno wahabita gli darà per l’acquisto di armi per “fare da contrappeso” nella regione alla predominanza che l’Iran ha acquistato dagli accordi nucleari con gli USA nel 2015. Si è anche stabilito che nei prossimi 10 anni, il regno farà altri acquisti per un valore di altri 250 mila milioni – secondo l’annuncio del ministro saudita degli Esteri Adel al-Jubeir e del segretario di Stato USA Rex Tillerson, cosa che ha fatto esclamare a Trum: “Lavoro, lavoro,lavoro”. Chissà che con questo possa registrare un primo attivo nella sua per ora negativa amministrazione.

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gio

18

mag

2017

PALESTINA

 

Palestina: chi passerà alla storia, il carceriere o chi fa lo sciopero della fame?

 

di Gideon Levy

 

Comincia la quarta settimana di sciopero della fame di più di 1.200 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Viene mantenuta l’incomunicabilità e l’isolamento dei prigionieri, mentre in tutto il mondo ci sono manifestazioni di solidarietà, in particolare in israele e nei Territori Occupati della Palestina.

 

L’aneddoto della settimana è stato il tentativo di screditare Marwan Barghouti, con un video nella cella dove è incarcerato senza contatti in cui lo si vede mangiare una galletta salata.

 

Il video è stato diffuso nell’ora di maggiore audience dalla TV israeliana, che si è fatta beffe della “serietà” del suo sciopero della fame. Questo primitivo e basso esercizio di “verità alternativa” ha avuto la reazione contraria a quanto ci si aspettava, come ha messo  in rilievo il comico israeliano Assaf Harel in un video.

 

Qui sotto riproduciamo la giusta indignazione di Gideon Levy, editorialista politico del quotidiano Haaretz. 

 

 

 Alla fine la storia giudicherà. E chi ricorderà la storia, Gilad Erdan (ministro della Sicurezza Interna di Israele, n.d.t.) o Marwan Barghouti? Il commerciante di pneumatici di Ramat Aviv Guimel (prima Savion) che vive, tra l’altro, in una via che porta il nome di un assassino ebreo, o l’attivista del Centro di Detenzione di Khison (prima prigione di Hadarim)? Il carceriere o il prigioniero? Quello che ha nascosto i dolci o la persona che se li è mangiati? Il ministro o l’arci-assassino, come l’ha chiamato il corrispondente di Canale 2 Moshe Nussbaum?

  

Chi dei due lotta per una causa più giusta? Chi di loro, di fatto, lotta? Chi di loro ha sacrificato qualcosa nel corso della sua vita? E chi è responsabile di più spargimento di sangue? A chi interessa di più la pace?

 

Alla fine, la storia giudicherà. 

 

In realtà la storia ha deciso da molto tempo. Erdan non sarà neppure una nota a pié di pagina. Come ministro responsabile della Polizia e della polizia di frontiera di Israele, è anche responsabile dello spargimento di sangue che questa causa. In quanto a Barghouti, egli ha lavorato a favore della pace molto più di Erdan, finchè ha perso la speranza … e con ragione.

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ven

12

mag

2017

VENEZUELA

Il Venezuela nell’ora dei forni

di Atilio Boròn (*)

La dialettica della rivoluzione e dello scontro di classe che la spinge avvicina la rivoluzione venezuelana al suo inesorabile esito. Le alternative sono due, e solo due: consolidamento e avanzamento della rivoluzione o sconfitta della rivoluzione.

La brutale offensiva dell’opposizione – criminale per i suoi metodi e i suoi propositi antidemocratici – trova sponda nei governi conservatori della regione e in screditati ex governanti fantoccio che gonfiano il petto in difesa della “opposizione democratica” in Venezuela ed esigono dal governo di Maduro l’immediata liberazione dei “prigionieri politici”.

La canaglia mediatica e “l’ambasciata” fanno del loro e moltiplicano per mille queste menzogne.

I criminali che incendiano un ospedale pediatrico fanno parte di questa presunta legione di democratici che lottano per deporre la “tirannia” di Maduro. Lo sono anche i terroristi – si possono chiamare in altro modo?– che incendiano, distruggono, saccheggiano, aggrediscono e uccidono con totale impunità (protetti dalla polizia dei 19 distretti oppositori, sui 335 che esistono nel paese).

 

Se la polizia bolivariana - che non porta armi da fuoco dai tempi di Chàvez – li cattura, ecco una stupefacente mutazione: la destra e i suoi media trasformano questi delinquenti comuni in “prigionieri politici” e “combattenti per la libertà”, come quelli che in Salvador assassinarono Monsignor Oscar Arnulfo Romero e i gesuiti dell’UCA, o come i “contras” che devastarono il Nicaragua sandinista, finanziati dall’operazione “Iran-Contras” pianificata e messa in atto dalla Casa Bianca. 

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ven

05

mag

2017

ELEZIONI FRANCESI

Francia, nuova tappa

di Ignacio Ramonet (*)

 

La prima sorpresa è stata … che non c’è stata sorpresa. Per una volta i sondaggisti non si sono sbagliati.

Nel Regno Unito con il Brexit o negli Stati Uniti con Donald Trump, i sondaggi sbagliarono completamente. In Francia, invece, con settimane di anticipo, le inchieste annunciarono che, nella prima tornata delle elezioni presidenziali del 23 aprile scorso, i vincitori sarebbero stati, in questo ordine: Emmanuel Macron (“En Marche!”) e Marine Le Pen (“Front National”), unici qualificati per passare alla seconda tornata di domenica 7 maggio. E che proprio dietro sarebbero arrivati, sempre in quest’ordine: François Fillon (‘Les Républicains’), Jean-Luc Mélenchon (‘France Insoumise’) y Benoît Hamon (‘Parti Socialiste”). E hanno indovinato.

 

Tali risultati, in un paese traumatizzato dalla crisi sociale e dagli attentati jihaidisti, costituiscono un vero terremoto e meritano alcuni commenti.

Primo, indicano la fine di un lungo ciclo della storia politica francese iniziato nel 1958 con il generale De Gaulle, l’adozione dell’attuale Costituzione e l’instaurazione della V Repubblica. Da quel momento, cioè da quasi 60 anni, era entrato nella seconda tornata almeno uno dei due grandi partiti francesi: quello gollista (con diversi nomi nel corso del tempo: RPR, UDR, UMP, LR) e quello socialista. Questa volta, cosa inaudita, nessuno dei due è riuscito ad oltrepassare gli ostacoli del primo turno. Questo, in sé, è già un fatto storico e dimostra, come in altri paesi, il profondo logoramento delle formazioni politiche tradizionali che dominavano la scena dalla 2° Guerra Mondiale.

 

Dei quattro candidati arrivati in testa in questa prima tornata, solo uno – François Fillon – rappresenta un partito tradizionale; gli altri tre incarnano forze alternative totalmente nuove (“En Marche!”) o quasi senza rappresentanti all’Assemblea Nazionale (“Front National” e “France Insoumise”).

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mer

03

mag

2017

CORTEO CONTRO L'AMIANTO E IL PROFITTO

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lun

01

mag

2017

PER UN 1°MAGGIO DI LOTTA INTERNAZIONALISTA

 

 

 

PER UN 1°MAGGIO DI LOTTA INTERNAZIONALISTA

 

 per rimettere al centro il conflitto di classe

 

 

 

 

Da tempo le forze politiche e sindacali che hanno tradito gli interessi delle classi lavoratrici ci vogliono far credere che la giornata del 1 maggio sia solo una ricorrenza celebrativa così come voluta da Stato e Chiesa. Una scadenza da calendario, utile solo a benedire una sorta di “santa alleanza” tra capitale e lavoro al fine del benessere nazionale.

Ma sappiamo bene che non è così!

In questa giornata le classi lavoratrici, le sfruttate e gli sfruttati di tutto il mondo, ricordano il martirio di cinque lavoratori anarchici assassinati dallo Stato statunitense l’11 novembre 1887. Cinque nostri compagni “colpevoli” solo di aver lottato insieme ad altre/i per i diritti della classe lavoratrice, a partire dalla lotta per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Parola d’ordine ancora oggi attualissima e fondamentale.

La giornata internazionale ed internazionalista del 1 maggio è e rimane quindi una giornata di lotta, tesa a ribadire che l’emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori avverrà ad opera di loro stesse/i, o non ci sarà.

In piena continuità con quelle lotte, i sindacati di base conflittuali insieme a diversi collettivi e centri sociali chiamano tutti/e, in modo unitario e includente, ad un corteo popolare cittadino caratterizzato da queste cinque “parole d’ordine”: Per un 1 maggio antimperialista ed antimilitarista: perché oggi soffiano venti di guerra soprattutto dal Medio Oriente. 

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dom

30

apr

2017

Dal quotidiano IL GIORNO di domenica 30 aprile 2017

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