mar

17

lug

2018

E’ cominciata la guerra commerciale mondiale

 

E’ cominciata la guerra commerciale mondiale

 

di Manuel E. Yepe (*); da: rebelion.org; 15.7.2018

 

 

 

Con una ferma replica di Pechino alle azioni offensive degli Stati Uniti sul terreno dei mercati, è scoppiata la guerra commerciale mondiale più colossale della storia.

  

Nell’imporre, a partire da venerdì 6 luglio, dazi del 25% ad un centinaio di prodotti importati dalla Cina per un valore di 34.000 milioni di dollari USA annuale, gli Stati Uniti hanno violato le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e hanno dato inizio alla più grande guerra commerciale nella storia economica del mondo” denuncia un comunicato del Ministero del Commercio cinese.

 

Pechino afferma di essersi impegnata a non sparare il primo colpo, ma che si è vista obbligata a prendere misure in risposta alla situazione creata dagli Stati Uniti e di averlo notificato all’Organizzazione Mondiale per il Commercio.

 

Le misure degli Stati Uniti danneggiano le catene mondiali di fornitura e di valore, ma stanno anche aprendo il fuoco contro tutto il mondo. compreso contro essi stessi” ha sostenuto un portavoce del Ministero del Commercio del paese asiatico.

 

L’organismo cinese ha denunciato il “bullying” (vessazione) mercantile con cui Washington fa pressione sui suoi soci commerciali tramite le minacce di dazi che vanno contro la condotta che i tempi attuali esigono.

  

La Cina esorta tutti i paesi del mondo ad unire gli sforzi contro il protezionismo commerciale e ad appoggiare il multilateralismo. Il gigante asiatico afferma di aver voluto evitare la guerra commerciale che gli Stati Uniti hanno provocato, ma che è stato costretto a battersi, in questa guerra, quanto sarà necessario per proteggere gli interessi della propria nazione e del suo popolo.

 

Come rappresaglia Pechino ha annunciato l’applicazione della stessa percentuale di dazi per lo stesso valore monetario a varie merci statunitensi, alcune delle quali comincerebbero ad essere gravate da tali dazi nella stessa data fissata da Washington.

  

Una guerra commerciale tra USA e Cina, le due maggiori economie del mondo, potrebbe danneggiare non solo le due nazioni ma l’economia mondiale nel suo insieme, secondo le proiezioni degli economisti della Pictet Asset Management di Londra, uno dei principali gestori indipendenti di patrimoni e attivi d’Europa.

 

Alcuni degli effetti più immediati della guerra appena cominciata, per i consumatori USA, sono il rincaro del 25% dei prodotti importati dalla Cina, che comprendono prodotti tecnologici come semi-conduttori e chips che sono assemblati in Cina, e sono necessari per la fabbricazione di prodotti di ampio consumo come televisori, computers, cellulari e veicoli, senza dimenticare una grande varietà di altri prodotti, dalla plastica ai reattori nucleari.

 

Ovviamente le più colpite saranno le economie statunitensi e cinesi, ma non solo queste.

 

Più del 90% dei prodotti colpiti dai dazi statunitensi sono produzioni intermedie o beni di capitali: cioè prodotti necessari per ottenere altri tipi di produzioni.

 

I dazi statunitensi colpiranno sicuramente altri beni non necessariamente commercializzati esclusivamente negli Stati Uniti. A sua volta, la Cina ottiene da molti altri paesi componenti che finiscono nei suoi prodotti finiti, per cui qualsiasi cambiamento nel flusso di esportazione cinese colpirebbe inevitabilmente questi paesi.

 

 

 

Circa il 91% dei 545 prodotti USA che la Cina, per rappresaglia, colpirà con i dazi appartengono al settore dell’industria agricola danneggiando gli agricoltori statunitensi, bastione del presidente Trump. Verranno colpite, nel settore automobilistico, società come Tesla e Chrysler, che fabbricano negli Stati Uniti e vendono i loro prodotti in Cina.

 

Tra le economie che potrebbero essere più vulnerabili in una guerra commerciale, si trovano quelle più strettamente integrate nelle catene globali di valore, cioè in quei processi mediante i quali un prodotto, per la sua elaborazione, ricorre non solo alla linea produttiva di un paese, ma viene lavorato in più paesi fino ad arrivare al suo risultato finale..

 

Molti esperti ritengono che le misure vessatorie di Trump contro la Cina, basate sulla falsa affermazione che il paese asiatico sta rubando la tecnologia statunitense, colpiranno in qualche modo l’impressionante avanzamento dell’economia cinese, ma che l’effetto negativo più grande lo subiranno la vita e i capitali dei cittadini statunitensi.

 

Bisognerà conoscere quali sono i calcoli  dei profitti e delle perdite che potranno derivare dalla guerra commerciale contro la Cina che farà il sistema delle multinazionali di Wall Street. Da questi calcoli dipenderà probabilmente la sopravvivenza del regime di Donald Trump, con i suoi continui spropositi e le sue illegalità.

 

(*) Avvocato, economista e politologo cubano

 

(traduzione di Daniela Trollio

 Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” - Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

 

 

gio

05

lug

2018

CUBA. RAUL CASTRO PASSA IL TESTIMONE

Daniela Trollio * | nuovaunita.info
giugno 2018


Nel 57° anniversario della vittoria di Playa Giròn, Raùl Castro ha passato il testimone a Miguel Dìaz-Canel Bermùdez, un ingegnere figlio di un meccanico e di una maestra che diventa presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri

Il 19 aprile scorso - "Anno 60 della Rivoluzione" - l'eroica (e non c'è alcuna retorica nel definirla in questo modo, ma un semplice riconoscimento della realtà storica) "generazione della Sierra" ha fatto un passo indietro e ha ceduto il posto ai rappresentanti della nuova generazione, quella nata dopo la Rivoluzione. Nel 57° anniversario della vittoria di Playa Giròn, Raùl Castro ha passato il testimone a Miguel Dìaz-Canel Bermùdez, un ingegnere figlio di un meccanico e di una maestra di Villa Clara, che diventa così presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri.

Il passaggio era già stato annunciato due anni fa, in chiusura del 7° congresso del Partito Comunista di Cuba, quando Raùl disse che la sua generazione avrebbe consegnato "ai nuovi alberi le bandiere della Rivoluzione e del Socialismo, senza il minimo accenno di tristezza o pessimismo, con l'orgoglio del dovere compiuto, convinta che sapranno continuare e ingrandire l'opera rivoluzionaria per cui diedero le energie migliori e la vita stessa generazioni di compatrioti". E tale passaggio è già in atto da diversi anni, visto che il 77,4% dei membri del Consiglio di Stato è nato dopo il trionfo della Rivoluzione e l'età media dei membri dell'Assemblea Nazionale del Potere Popolare (il parlamento di Cuba) è di 48 anni.

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mar

03

lug

2018

LA SITUAZIONE DELLA CLASSE OPERAIA IN ITALIA NEL 2018

LA SITUAZIONE DELLA CLASSE OPERAIA IN ITALIA NEL 2018

 

Negli ultimi 25 anni la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale è salita a dismisura, a scapito dei salari e delle pensioni, tagliandoli e riducendoli, dimostrando che la lotta di classe dei capitalisti continua e finora l’hanno vinta loro, sia in Italia e negli altri Paesi capitalisti.

 

In Italia, negli ultimi vent’anni, il rapporto salari/Pil è diminuito del 7-8 per cento e questo significa di fatto che oltre 100 miliardi sono passati “dai salari al profitto e alle rendite”.

L’aumento dello sfruttamento degli operai e dei proletari occupati comporta anche un peggioramento della condizione dei cosiddetti “lavoratori poveri”, più di otto milioni, ai quali si sommano molti degli oltre quattro milioni di “poveri assoluti” (in forte aumento, oggi al 7,6 per cento rispetto al 6,8 per cento del 2014).

L’8 per cento del Pil di oggi è uguale a circa 120 miliardi di euro e se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent’anni fa, oggi quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che in quelle dei capitalisti.

Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbe dire 5 mila 200 euro in più, in media, all’anno, se consideriamo anche gli autonomi (professionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, stanno un po’ di qui, un po’ di là. Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tonde in più in busta paga.

Altro che flat tax e taglio delle aliquote con l’Irpef che avvantaggiano ancora una volta solo i ricchi attraverso la rapina dei poveri.

 

La civiltà di un paese si misura da come è trattato chi produce la ricchezza del paese. La condizione della classe operaia è la base e il punto di partenza per verificare il grado di progresso e di civiltà di una nazione.

 

Secondo il Trades Union Congress(TUC) - che ha analizzato i dati dell’OCSE e ha fatto una previsione della crescita dei salari nelle economie sviluppate nel corso del 2018 – in Italia è prevista una decrescita dei salari, in particolare del salario reale, ossia la quantità di beni e servizi che il lavoratore può acquistare con il suo salario o stipendio, cioè il suo potere d’acquisto. Il salario reale si calcola tramite il rapporto tra il salario nominale (ovvero la quantità di moneta ricevuta come stipendio) e l’inflazione.

La TUC, la confederazione che unisce i sindacati del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord (in inglese: United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland; abbreviato in UK), ha messo in risalto la situazione difficile del mercato del lavoro dell’UK da diversi anni, chiedendo che con l’accordo Brexit siano trovate delle soluzioni per incrementare l’occupazione e i salari.

Dai dati si evidenzia che, mentre per i lavoratori dei Paesi dell’Europa orientale – come Ungheria, Lettonia e Polonia si prevede una crescita dei salari rispettivamente del 4,9%, del 4,1% e del 3,8%, l’Italia in questa classifica si trova nella penultima posizione, precedendo appunto il solo Regno Unito. Inoltre in Italia, insieme all’UK e alla Spagna, è previsto un calo degli stipendi nel 2018

 

 

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gio

28

giu

2018

La linea

 

 

La linea

 

di David Brooks (*); da: jornada.unam.mx; 26.6.2018

 

 

 

Attraversano una linea e improvvisamente agenti in uniforme strappano loro dalle braccia i figli. Non sono casi isolati (ce ne sono stati oltre 2.000 di questi atti per quanto se ne sa ad oggi), né si tratta di abuso di autorità, non si tratta di un’aberrazione. E’ la politica ufficiale degli Stati Uniti.

 

Di fronte a ciò, c’è un’altra linea che si sta attraversando, molto chiara e definita per tutti da entrambi i lati della frontiera. Una linea che definisce se esiste ancora la coscienza o se siamo già così sopraffatti da tale violenza, così abituati all’orrore, che non reagiamo più davanti a questa barbarie, un’altra di più.

  

Questi bambini sono incarcerati temporalmente – a volte questo significa per vari mesi e in alcuni casi per più di un anno – in centri di detenzione, mentre la burocrazia cerca di sistemarli in case, di solito con i familiari se questi esistono ed hanno il coraggio di presentarsi (corrono il rischio di essere detenuti se non hanno documenti).

In alcuni di questi centri i bambini separati dai loro genitori, o quelli che arrivano non accompagnati, vivono con altre centinaia di minori in attesa di essere processati. Viene loro prestato qualche servizio medico e ci sono centinaia di ufficiali che mostrano compassione ma, alla fine dei conti, sono bambini ingabbiati senza i loro genitori, alcuni con meno di 4 anni.

  

Bisogna segnalare che tutto questo non è cominciato con Trump, ma che – a fronte della cosiddetta crisi dei minori di età che migrano non accompagnati di qualche anno fa - il governo di Barak Obama già li alloggiava in centri di detenzione (anche se formalmente non si chiamavano così). L’Arizona Republic già nel 2014 ottenne alcune delle prime immagini di un centro di detenzione specializzato per bambini a Nogales, dove li si vede dormire sul pavimento di un capannone suddiviso in gabbie.

 

Ma ora la politica ufficiale è la separazione dei minori di età dalle loro famiglie quando attraversano la linea di frontiera con il Messico. Oggi questi centri sono già arrivati al 90% della loro capacità e le autorità stanno cercando nuovi luoghi dove mettere i minori di età perchè presto non ci sarà più spazio, e tra le opzioni ci sono alcune basi militari.

  

In decine di città del paese sono scoppiate proteste, organizzazioni come l’Unione Americana delle Libertà Civili ed altre ancora hanno presentato cause davanti ai tribunali nazionali e persino alla Commissione Interamericana del Diritti Umani; altri promuovono petizioni o campagne di lobby al Congresso per esigere la fine di queste pratiche.

 

Ma, davanti all’estrema crudeltà di questa politica – e alle sue ovvie conseguenze di traumatizzare rifugiati e immigranti che fuggono dalla violenza, attraversano uno o vari paesi in condizioni estremamente pericolose solo per essere criminalizzati e separati dai figli che cercavano di proteggere  dopo la loro grande fuga – ci si aspetterebbe una risposta molto più di massa e universale, sia qui che dei paesi da dove provengono o che hanno attraversato: o no? (In questo stesso spazio del giornale, la settimana scorsa abbiamo parlato dello stesso problema, con la stessa domanda. Una settimana dopo, e ci scusiamo con i lettori per l’insistenza, bisogna ripeterla).

  

Non ci vuole molto ad immaginare – come riportato nei reportage e anche fotografato – le grida di paura e dolore, di terrore. Più e più volte gli agenti dell’immigrazione, che si suppone abbiano anch’essi figli, hanno portato via bambini che piangevano e gridavano dalle braccia delle loro madri, e alla fine della giornata sono tornati a cenare con la loro famiglia, e certamente hanno abbracciato i loro figli: stanno solo facendo il loro lavoro, ordinato da Washington.

  

Molti diconono – compresi familiari delle vittime – che i nazisti facevano lo stesso. Uno striscione , durante una protesta, segnalava: “Per favore, non facciamo i buoni tedeschi”, riferendosi a come ufficiali, burocrati e militari nazisti giustificavano i loro crudeli compiti asserendo di essere semplicemente buoni patrioti  e di aver solo obbedito agli ordini (è urgente rileggere nuovamente Hannah Arendt, che esplorò questo discorso).

  

Il peggior terrore che un bambino può provare è essere strappato ai suoi genitori.

Bambini biondi con gli occhi azzurri saranno mai trattati così brutalmente sulle nostre frontiere? No, il trumpismo è razzismo; ‘Dio mio, in cosa ci siamo trasformati?” ha commentato l’attore e comico Jim Carrey (molti uomini di spettacolo si sono trasformati nei portavoce della coscienza in questo paese).

  

Tristemente, questo tipo di pratiche non sono nuove in questo paese. Migliaia di bambini delle comunità indigene furono separati dalle autorità e inviati nelle scuole per indiani a migliaia di chilometri dai loro villaggi, dove sistematicamente veniva cancellato il loro idioma, la loro cultura, la loro storia, a volte con l’accompagnamento di castighi fisici e di abusi di ogni genere; una pratica iniziata nel secolo XIX e continuata per un altro secolo, fino al 1970.

 

Anche i bambini degli schiavi africani e i loro discendenti furono rubati alle loro madri dai loro padroni. Giorno e notte si potevano ascoltare uomini e donne che gridavano ... i loro famigliari venivano strappati senza alcun avviso. La gente moriva di crepacuore, ricordò in un’intervista nel 1938 una testimone delle aste degli schiavi. Un ex schiavo raccontò nel 1849 come un bambino fosse strappato dalle braccia di sua madre, tra le grida terribili di entrambi da un lato e le frustate crudeli dei venditori dall’altro, prima che la madre fosse venduta al miglior offerente, come del resto documenta una mostra al Museo di Storia Afroamericana del Smithsonian Institute di Washington chiamata “Tempo di pianto”, scrisse il Washington Post.

  

No, non è qualcosa di nuovo ma è invece il momento in cui uno deve decidere se è stata o no oltrepassata una linea che dovrebbe essere assoluta e rigida: sono nostri figli, figli di tutti, di entrambi i lati della frontiera.

 

 (*) Giornalista canadese/statunitense.

 (traduzione di Daniela Trollio

 Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 Via Magenta 88, Sesto San Giovanni)

 

 

dom

24

giu

2018

Calcio, un bel posto dove non cresce niente

 

Calcio, un bel posto dove non cresce niente

di Jorge Montero (*); da: lahaine.org; 15.6.2018

 

 Arriva un nuovo mondiale e le emozioni si gonfiano. Goals, magliette, tunnel e cappelli, giochi a stadio completo, giri, finali. Il Maracanà, Wembley, lo Stadio Azteca, San Siro, il  Monumental, il Santiago Bernabeu.... concentrazioni, relatori e patriottismo, gruppi di fanatici, la gloria e la sconfitta ... Garrincha, Johan Cruyff, Pelé “Grande pulce”, Zidane, Andrès Iniesta, “Gioca con le due gambe, Diego, perchè da macino è un furto!”.

  

Lealtà e trappole, “l’arancia meccanica” e il catenaccio, magnati yankee, oligarchi russi, sceicchi arabi, milionari cinesi, corruzione, l’emozione collettiva, il rumoroso silenzio di uno stadio vuoto. Filosofi da salotto, “Il calcio è il gioco più difficile del mondo, perchè lo si gioca con i piedi obbedendo alla testa ... e guardate la distanza che c’è”, diceva Angel Labruna.

  

Culto al successo, demolizione dello sconfitto. Silvio Berlusconi mentì su una storia di trionfi del Milan e seppe approfittare dell’energia simbolica del calcio per prostituire l’Italia; il truffatore Jesùs Gil y Gil costruì una sua forza politica a partire dalla sua rovinosa presidenza dell’Atletico Madrid; Mauricio Macri ci parlò dell’efficacia nella gestione imprenditoriale dalla direzione del Boca Juniors e milioni di persone si comprarono la frode.

  

Il calcio, con le sue molteplici vergogne e le sue scarse dignità. I mondiali mussoliniani del 1934 e del 1938. L’Italia due volte campione del mondo. Il Duce che assisteva a tutte le partite a Roma. Dal palco d’onore, il mento sollevato verso le tribune strapiene di camcie nere. Due argentini, appena nazionalizzati, gli danno la prima coppa. Orsi fa il primo gol, Guaita assiste al secondo. 2 a 1 alla Cecoslovacchia. Quattro anni dopo gli azzurri ricevono il telegramma prima di uscire dal tunnel dello Stadio Olimpico di Parigi: “Vincere o morire” è l’ordine che Mussollini da loro. Sconfiggono nella finale l’Ungheria 4 a 2. La squadra fa il saluto fascista.

 

Neri nuvoloni si affacciano sull’Europa alla vigilia di un’altra guerra.

 

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mer

20

giu

2018

GIORNATA DEL RIFUGIATO POLITICO

 

Migranti e rifugiati politici

 

Michele Michelino (*)

 

Sulla pelle dei migranti è in atto una campagna che ha fatto la fortuna elettorale di diversi partiti, dalla Lega di Salvini al M5 Stelle Di Maio e Grillo, ma questo è un tema abbastanza traversale che accumuna anche partiti di centrosinistra a cominciare dal PD.

 

La caccia e il disprezzo razzista verso lo “straniero” fanno ormai parte del pensiero dominante di un popolo – il nostro - che ha dimenticato che migliaia di suoi fratelli, connazionali, sono stati costretti a spargersi per il mondo quando gli stranieri eravamo noi.

 

Chi si scrive non ha mai dimenticato i racconti del padre e dei suoi amici e compagni, meridionali venuti al nord in cerca di lavoro e in seguito, per mancanza di lavoro, trasferitisi in Germania. Più volte ho ascoltato di nascosto i racconti di mio padre che diceva a mia madre, quando tornava a casa, che gli italiani, al pari di altri lavoratori, turchi, spagnoli ecc., costretti a emigrare per guadagnarsi il pane, erano considerati esseri umani di serie b. In Germania questi lavoratori vivevano in baracche e quelli che non avevano il permesso di lavoro erano “clandestini” e spesso quando al sabato sera si ritrovavano fra compaesani a causa di qualche zuffa che inevitabilmente scoppiava fra alcuni  quando si è lontani da casa e il sabato sera è l’unica occasione di svago, tutti gli italiani venivano identificati come mafiosi e attaccabrighe e per questo era impedito loro di entrare in alcuni bar o caffè dove campeggiava  la scritta “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”.

 

Anche nella Repubblica Italiana nata dalla Resistenza la divisione fra il nord e sud dell’Italia non si è mai sanata e allora era ancora più evidente. Le fabbriche del “miracolo economico” di Milano e di Torino reclutavano manodopera dal sud e dal Veneto, costringendo al trasferimento coatto decine di miglia di persone senza fornirgli adeguati servizi. Quelli erano gli anni in cui a Torino e Milano nelle portinerie dei palazzi erano affissi cartelli con la scritta “qui non si affittano case ai meridionali” costringendo molti lavoratori a dormire nelle macchine dismesse o a occupare le case sfitte o appena costruite (come succede oggi agli esseri umani chiamati “extracomunitari”). I loro figli erano chiamati “i fiò del terùn” (i figli dei terroni).

 

I paesi occidentali, capitalisti, l’imperialismo - compreso quello italiano - prima depredano le risorse, le materie prime con le guerre di rapina, distruggendo le economie locali dei paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina costringendo milioni di esseri umani a fuggire dalle guerre e dalla fame e poi, ipocritamente, davanti agli esodi di massa parlano di invasione e mobilitano gli eserciti e la polizia alle frontiere.

 

Prima con le guerre imperialiste, il neocolonialismo, lo sfruttamento delle risorse del paese costringono alla fame interi popoli causando i flussi migratori poi si lamentano se questi vogliono rifugiarsi nei loro paesi .

 

La penetrazione economica delle economie imperialiste in paesi sovrani distrugge le economie locali, costringe alla fame e alla sete milioni di persone nel mondo provocando nuove forme di schiavitù. 

 

L’ultimo esempio del respingimento della nave Aquarius dai porti italiani attuato dal governo giallo-verde di leghisti e 5 Stelle, è l’esempio lampante dell’ipocrisia dei difensori dei “valori cristiani” e chi, come il Ministro dell’Interno Salvini, ha fatto la campagna elettorale e i comizi con in mano il rosario ostentato.

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mar

19

giu

2018

SERATA AL CIP TAGARELLI

sab

16

giu

2018

POESIE DI ANTONIO RICCI

SABATO 16 GIUGNO ALLE ORE 18.00

 

presso il Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”, via Magenta 88,

 

Sesto San Giovanni

 

 

 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “la Memoria mastica l’Acqua

 

 

 

Poesie di ANTONIO RICCI, docente, poeta e musicista della Banda degli Ottoni. Lo accompagnerà con il mandolino Franco Di Biase.

 

 

 

Introduce la lettura Giovanni Ribaldone

 

Alla fine della presentazione - alle ore 19.30 - spaghettata, vino e chiacchiere in compagnia dell’autore e degli amici.

 

 

mail: cip.mi@tiscali.it     

                                                                      http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

 

 

 

 

mer

13

giu

2018

Hanno ragione. Se non gli sparano, nessuno ascolta i palestinesi di Gaza

 

Hanno ragione. Se non gli sparano, nessuno ascolta i palestinesi di Gaza.

 

di Gideon Levy (*); da: rebelion.org; 7.6.2018

 

 

 

Dobbiamo dirlo con molta sincerità e chiarezza: hanno ragione.

 

Non resta loro altra opzione che non sia quella di lottare per la libertà con i loro corpi, con le loro proprietà, le loro armi ed il loro sangue. Non hanno altra alternativa che i razzi Qassam e i mortai. Non hanno altra alternativa che la violenza o la resa. Non possono abbattere i muri che li rinchiudono senza usare la forza, e la loro forza è primitiva, patetica, quasi commovente.

 

Un popolo che lotta per la sua libertà con aquiloni, tunnel, specchi, pneumatici, forbici, dispositivi incendiari, proiettili di mortaio e razzi Qassam contro una delle macchine belliche più sofisticate del mondo, è un popolo senza speranza ma l‘unico modo in cui può cambiare la sua situazione sta nelle sue povere armi.

  

Se se ne stanno tranquilli, Israele e il mondo dimenticano la loro sorte. Solo i razzi Qassam fanno conoscere il disastro che li circonda.

 

Quando sentiamo parlare di Gaza in Israele? Solo quando Gaza spara. Questa è la ragione per cui non hanno altra scelta che sparare. Questa è la ragione per cui i loro spari sono giustificati, anche se causano un danno criminale a civili innocenti, infondono paura e terrore ai residenti del sud e sono intollerabili, a ragione, per  Israele.

  

Non hanno armi più precise e per questo non li si può incolpare di ferire i civili: la maggior parte dei loro proiettili di mortaio cadono in zone spopolate, anche se questa non è la loro intenzione.

 

E’ difficile incolparli per colpire un asilo vuoto: è chiaro che preferirebbero contare su armi più precise che possano arrivare a obiettivi militari, come quelle che ha Israele che, detto en passant, ferisce (e assassina) molti più bambini.

   

E’ evidente che la loro violenza è crudele, come qualsiasi violenza. Ma che altra scelta resta loro? Qualsiasi timido tentativo di prendere una strada diversa – una tregua, un cambiamento dei leaders o delle loro posizioni politiche – si scontra immediatamente con l’automatico rifiuto israeliano. Israele crede loro solo quando sparano. In fondo contano su un chiaro “gruppo di controllo”: la Cisgiordania. Là non c’è Hamas, non ci sono lanci di razzi Qassam, non c’è quasi traccia di terrorismo …. e cosa è servito tutto questo al presidente palestinese Mahmoud Abbas e al suo popolo?

 

 Hanno ragione perché, nonostante tutte le distrazioni, gli inganni e le menzogne della propaganda israeliana, niente può nascondere il fatto che li hanno richiusi in un’immensa gabbia per il resto delle loro vite. Sono sottoposti ad un assedio inconcepibile, 11 anni senza un attimo di respiro, praticamente il più grande crimine di guerra esistente in ambito internazionale.

  

Non c’è propaganda possibile che possa nascondere la loro identità: il loro passato, il loro presente. La maggior parte di essi vive nella Striscia di Gaza perché Israele li ha trasformati in rifugiati. Israele espulse i loro avi dai loro villaggi e dalle loro terre. Altri fuggirono per paura di Israele, e poi non gli fu permesso di ritornare.. un crimine non meno grave dell’espulsione.

 

 Tutti i loro villaggi furono distrutti. Vissero 20 anni sotto il controllo egiziano e altri 50 sotto l’occupazione israeliana, che mai smise di trattarli con crudeltà  in vari modi. Quando Israele ha abbandonato Gaza per il proprio interesse, l’ha sottomessa ad un assedio e la sua sorte è stata persino più crudele.

 

Non hanno goduto della libertà neppure un solo giorno della loro vita. Non c’è alcun segno che la situazione possa cambiare.

 

Neppure per i bambini. Vivono in un pezzo di terrà il più densamente popolato del mondo, di cui l’ONU ha detto che non sarà più adatto alla vita umana tra un anno e mezzo.

Tutto questo non basta perché si meritino appoggio?

 

Sono gli ultimi che lottano contro l’occupazione israeliana. Mentre la maggior parte della Cisgiordania occupata sembra essersi arresa, Gaza non si arrende. Sono sempre più decisi e audaci dei loro fratelli cisgiordani, forse perché la loro sofferenza è maggiore.

  

Non c’è un solo israeliano che possa immagine com’è la vita a Gaza. Cosa significhi crescere vivendo quella realtà. Si è spiegato la situazione innumerevoli volte, e nessuno si scalda per questo. Hanno un governo duro e tirannico, ma Israele non può incolpare Hamas. In Cisgiordania esiste un governo molto più moderato e Israele neanche là sta facendo nulla per mettere fine all’occupazione.

  

Nelle ultime settimane hanno seppellito 118 persone il che- relativamente al loro volume di popolazione - equivale a 500 morti israeliani, e non smetteranno di lottare. Hanno più che ragione.

 

 

(*) Giornalista israeliano, scrive sul quotidiano Haaretz.

 (traduzione di Daniela Trollio

 Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 Via Magenta88, Sesto San Giovanni)

 

 

 

 

dom

03

giu

2018

USA-IRAN: CREDERAI AL VANGELO

 

“Crederai al vangelo” è l’unica cosa che gli USA non hanno chiesto all’Iran nei loro 12 comandamenti

 

di Nazanin Armanian (*)

 

 

 

Li schiacceremo”, “non permetteremo che…”, o “Il regime iraniano deve sapere che questo è solo l’inizio” sono stati i termini ed il tono usato da Mike Pompeo, l’ex capo della CIA, esperto in torture e operazioni coperte, che dirige oggi la politica estera degli USA, nello spiegare il 21 maggio la nuova politica USA verso l’Iran in 12 punti.

 Come i capi della mafia, Pompeo non negozia, invia solo messaggi all’avversario: se questi li accetta lo lascia vivere, altrimenti lo eliminerà.

 Sapendo che la Repubblica Islamica (RI) li avrebbe rifiutati, il suo discorso era una dichiarazione pubblica di guerra. Due mesi prima gli USA avevano realizzato con Israele la mega-manovra “Juniper Cobra 2018” con 4.500 soldati su suolo europeo, con l’obiettivo di “migliorare la coordinazione tra gli eserciti degli USA e di Israele”.

 

Un anno fa il governo israeliano ha organizzato le più grandi manovre di guerra della sua storia, “la Bandiera Azzurra”, insieme a USA, Francia, Italia, Grecia e Polonia. E ha appena provato il (secondo) caccia più moderno del mondo, l’F-35, utilizzando il cielo di Beirut come scenario di guerra reale.

  

Se l’Iran non rispetterà questi comandamenti, ha affermato Pompeo, si troverà di fronte alle “sanzioni più dure della storia” e a “pressioni finanziarie senza precedenti”.

 E’ quello che hanno fatto in Iraq uccidendo quasi due milioni di civili per fame e bombe, comprese quelle all’uranio impoverito.

 

Le loro minacce devono mettere in allerta il mondo, se ricordiamo anche che il neo-cons John Bolton, consigliere alla sicurezza di Trump, disse che “gli USA devono farla finita con la RI peima del suo quarantesimo anniversario” nel 2019, o che Rudy Giuliani, capo della “Giuliani Partners LLC”, una compagnia di sicurezza, prometteva al gruppo oppositore di destra islamico “Moyahedin –e Khalq” che nel 2019 avrebbe celebrato i suoi eventi a Teheran.

 

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sab

02

giu

2018

I 63 morti di Gaza

 

I 63 morti di Gaza e la fine della coscienza israeliana

 

di Gideon Levy (*); da: lahaine.org; 26.5.2018

 

 Quando arriverà il momento in cui la mattanza dei palestinesi sarà un problema per la destra?

 Quando arriverà il momento in cui la mattanza di civili commuoverà, almeno, la sinistra e il centro?

 Se l’assassinio di 63 persone non è sufficiente, forse lo sarà quello di 600? O di 6.000?

  

Quando arriverà il momento in cui apparirà un briciolo di sentimenti umani, anche solo per un momento, verso i palestinesi? Simpatia? In quale momento qualcuno dirà “basta!” e proverà compassione, senza essere tacciato di eccentricità o di essere un nemico di Israele?

 Quando arriverà il momento in cui qualcuno ammetterà che il boia, alla fine, ha qualche responsabilità nella mattanza, e non solo il sacrificato che, naturalmente, è responsabile del suo stesso massacro?

  

A nessuno importa delle 63 persone morte (in un solo giorno, nel totale della Grande Marcia del Ritorno sono stati più di 110 gli assassinati da pallottole vere): e se fossero 600? O 6.000? Israele troverà scuse e giustificazioni anche allora? Si darà la colpa alle persone assassinate e a quelli che li hanno “sviati” anche allora, senza una parola di critica, mea culpa, dolore, pena o pentimento?

  

Lunedì, quando il numero di morti è aumentato in modo allarmante, Gerusalemme celebrava la nuova ambasciata USA e Tel Aviv si felicitava del trionfo in Eurovisione, come se mai più si potesse ripetere un momento come quello.

 Il cervello israeliano è stato lavato in modo irrevocabile, il suo cuore serrato per sempre.

La vita di un palestinese non vale più niente.

 

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sab

02

giu

2018

LA LOTTA DEGLI ESPOSTI ALL'AMIANTO IN ITALIA

Incontro seminariale

 

Nocività, salute, lavoro: esperienze italiane e internazionali

Università degli Studi di Padova – Dipartimento di Filosofia, Sociologia,Pedagogia e Psicologia Applicata

30 maggio 2018

 

 

LA LOTTA DEGLI ESPOSTI ALL’AMIANTO IN ITALIA

 

 

 

La storia della lotta contro l’amianto in Italia, - detto anche asbesto, il più economico e “ miglior termo-dispersore al mondo” - è una storia di anni di battaglie collettive di uomini e donne che spesso sono rimasti senza volto e senza nome, ma sono riusciti a sfondare il muro di omertà e di complicità eretto da un sistema industriale basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo che, pur di realizzare il massimo profitto, non ha esitato consapevolmente di mandare a morte centinaia di miglia lavoratori nelle fabbriche, le loro mogli e figli e anche tanti cittadini che mai hanno visto una fabbrica.

La nostra è una storia che è costata enormi sacrifici economici e umani ed è tuttora costellata dalle conseguenze mortali sui lavoratori e sulla popolazione. Se non si bonificherà il territorio, continuerà l’inquinamento degli esseri umani, degli animali e della natura e si continuerà a morire.

Nonostante il ricatto fra occupazione e lavoro, la lotta dei lavoratori per la tutela dei loro diritti, della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro è stata una lunga lotta che non ha fine. Una lotta difficile e drammatica di sfruttati che hanno dovuto guadagnarsi il pane in luoghi di lavoro nocivi, esposti a sostanze cancerogene, dove si lavorava l’amianto o dove quest’agente killer era, ed è, presente.

 

La pericolosità dell’amianto e il danno letale che provocava alla salute di chi ne veniva in contatto era noto fin dall’inizio del Novecento.

In Italia fino agli anni 30’ la silicosi e l’asbestosi erano patologie non riconosciute come professionali, ma alla fine degli anni 30 - anche grazie agli studi del prof. Vigliani, oltre che per porre fine al contenzioso e per assecondare lo sforzo bellico in una fase particolare della 2° Guerra Mondiale, quando le sorti del conflitto sembravano ormai segnate - il legislatore approvò la legge 455 del 12/4/1943 con la quale era finalmente stabilita la “Estensione dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali alla silicosi e all’asbestosi”. Si trattava di un sia pur minimo riconoscimento per i lavoratori dell’amianto che si erano ammalati.

Lo Stato italiano era dunque consapevole, fin dagli inizi degli anni ’40, del rischio morbigeno legato all’esposizione a polveri e fibre di amianto aerodisperse nell’ambiente lavorativo.

Un ritardo, quello dello Stato Italiano, ingiustificato e colpevole, perché già nel 1983 l’allora Comunità Europea (Cee), tramite la direttiva 477, aveva dichiarato fuori legge l’amianto. Tuttavia per sei anni nessun governo accoglie le seppur timide indicazioni comunitarie e nel 1989 l’Italia viene giudicata inadempiente, ma la sanzione europea non comporta alcuna reazione immediata. Bisognerà attendere il 27 marzo di tre anni dopo perché la legge 257 venga approvata dal Parlamento.

 

Con questa legge viene sancito il divieto di estrazione, importazione, lavorazione, utilizzazione, commercializzazione, trattamento e smaltimento ed esportazione dell’amianto e dei prodotti che lo contengono. La messa al bando è affiancata da una proroga di due anni per permettere agli industriali di smaltirlo. Questo significa che per 9 anni lo Stato Italiano, cioè tutti i governi che si sono succeduti, sono stati responsabili e complici delle lobbies dell’amianto e di Confindustria nella mattanza di centinaia di migliaia di operai e di loro famigliari.

 

Ci sono volute grandi mobilitazioni, battaglie politiche e sindacali, e anche battaglie giudiziarie per far approvare finalmente, nel 1992, dopo un lungo presidio di due giorni e due notti dei lavoratori dell’Eternit di Casale Monferrato, della Breda, e rappresentanti di molte altre fabbriche italiane sotto il parlamento, una legge che mettesse al bando la produzione e la commercializzazione di questa sostanza killer e disponesse un insieme di norme rivolte a tutelare la salute degli esposti, prevedendo misure di risarcimento per coloro che avevano dovuto svolgere una attività così pericolosa.

Purtroppo l’amianto provoca malattie e morte, anche molti anni dopo che si smesso di lavorarlo a causa dei lunghi tempi di latenza di tali patologie. 

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sab

26

mag

2018

E’ morto il Bin Laden dell’America Latina

E’ morto il Bin Laden dell’America Latina

 

di Hernando Calvo Ospina (*)

 

E’ morto in Florida il Bin Laden dell’America Latina, Luis Posada Carriles, un terrorista di origine cubana anche se la stampa internazionale lo definiva semplicemente “noto anticastrista”. Se n’è andato  a novant’anni senza pagare per tutti i suoi crimini, protetto fino all’ultimo dal Governo degli Stati Uniti, in particolare dalla CIA e dalla famiglia Bush.

 

Divenne noto internazionalmente quando si seppe che era stato uno degli autori intellettuali dell’esplosione dell’aereo della Cubana de Aviaciòn, il 6 ottobre 1976, con 73 passeggeri a bordo, poco dopo il decollo dall’aeroporto Seawell delle Barbados. Venne catturato in Venezuela, dove lavorava per i servizi di sicurezza di quel paese. Dopo essere stato in prigione pochi anni, la CIA lo aiutò a fuggire e lo portò in Centroamerica per collaborare alla guerra del terrore che Ronald Reagan e il suo vice-presidente George Bush padre inaugurarono contro il Governo sandinista del Nicaragua negli anni Ottanta.

 

Ecco qui alcuni dettagli dell’azione di questo terrorista, e i nomi di alcun dei suoi protettori e complici (**).

 

Posada Carriles era stato reclutato dalla CIA nel 1960. In un’intervista al New York Times, il 12 luglio 1998, diceva: “La CIA ci ha insegnato tutto … Come usare esplosivi, costruire bombe … ci addestrarono ad atti di sabotaggio”. Fu uno degli uomini scelti per partecipare alle operazioni speciali contro Cuba. Dopo la Crisi dei Missili si arruolò nell’esercito statunitense, diventando ufficiale.

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ven

25

mag

2018

GUERRE IMPERIALISTE, CLASSE OPERAIA E INTERNAZIONALISMO

A proposito dei concetti di Patria, nazionalismo, e internazionalismo.

 

Guerre imperialiste, classe operaia e internazionalismo.

 

 

Il riconoscersi, come appartenenti alla stessa classe sociale, al di là delle barriere nazionali, con gli stessi interessi immediati e storici, è alla base dell’ Internazionalismo proletario

 

 

Michele Michelino (*)

 

L’ultima aggressione imperialista contro la Siria con missili USA, francesi e britannici su presunti impianti chimici riporta all’ordine del giorno il dibattito sulla guerra imperialista e sul ruolo della classe operaia e proletaria nei riguardi delle guerre imperialiste.

 

Gli operai comunisti e i rivoluzionari sono persone di pace, che lottano contro lo sfruttamento capitalista, contro le guerre di rapina dei padroni. Il profitto di pochi si fonda sulla miseria di molti e noi lottiamo contro la proprietà privata dei mezzi di produzione, per un sistema economico, politico, sociale che si chiama Socialismo nel quale le guerre per il profitto e di rapina, al pari dello sfruttamento degli esseri umani, siano considerati e condannati come un crimine contro l’umanità.

 

La classe operaia, cosciente dei suoi interessi immediati e storici, ha sempre ritenuto che l’unica guerra giusta è quella contro i padroni e i loro governi, cioè quella delle classi e dei popoli oppressi. Noi operai comunisti siamo per la pace ma non pacifisti e combattiamo l’unica guerra giusta: quella contro lo sfruttamento.

 

Noi viviamo in un paese imperialista, membro della NATO, che partecipa insieme ad altri predoni alla spartizione del bottino rapinato in Africa, in Asia o in America.

 

La presenza sul suolo italiano di molte basi militari USA e NATO, concesse dal dopoguerra a oggi da tutti i governi - democristiani, di centrodestra, di centrosinistra - con la presenza di atomiche “tattiche” fanno dell’Italia la portaerei NATO del Mediterraneo.

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gio

24

mag

2018

LULA SI LULA NO...

Lula sì, Lula no…

 

Daniela Trollio * | nuovaunita.info
maggio 2018

Anche lui si è accorto, riconoscendolo recentemente che il suo più grande errore è l'essere stato "condiscendente" verso il potere effettivo

Mentre il nuovo attacco di USA, Inghilterra e Francia al popolo siriano tiene con il fiato sospeso il mondo, dall'altra parte del pianeta è avvenuto un fatto altrettanto grave, anche se con armi "pacifiche".

Stiamo parlando dell'arresto e dell'incarcerazione dell'ex presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva, condannato senza prove (come era già successo con la destituzione della presidente Dilma Rousseff) per corruzione (aver ricevuto un appartamento di tre vani) e arrestato prima che fossero esperiti tutti i gradi di giudizio previsti dalla legge.

Prima di cercare di spiegare tutte le implicazioni di questo fatto, vogliamo ricordare qualche dato.

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mer

23

mag

2018

VENEZUELA: HA VINTO MADURO

Ha vinto Maduro. E adesso?

 

di Guillermo Cieza (*)

 

Il popolo venezuelano ha compiuto alcuni atti che lo trasformano in un paese eccezionale. A quanto pare è stato l’unico caso in cui un popolo nelle strade sconfisse un colpo di Stato.

 

Ora aggiunge un’altra impresa. Non si conoscevano antecedenti riguardo ad un paese dove un presidente che sia passato per una iper-inflazione, fosse rieletto. E l’iper-inflazione in Venezuela, negli ultimi 12 mesi, è stata un record mondiale, più del 2.000 per cento.

 

Per aggiungere difficoltà, questo è successo in un paese sanzionato da USA e Unione Europea, bloccato, ridotto quasi alla sopravvivenza. Peggio ancora ... minacciato. Nell’ultimo mese, nell’ultima settimana, il Dipartimento USA, il Comando Sud, gli hanno imposto, gli hanno ordinato di sospendere le elezioni. L’impresentabile Segretario Generale dell’OEA e la lega dei peggiori governi dell’America Latina – Argentina, Colombia, Panama, Paraguay, Perù e Cile – hanno anticipato chee non avrebbero riconosciuto i risultati elettorali (salvo vincesse la destra).

 

Tutti stanno da tempo cospirando per portare a termine la campagna per “liberare Veneuzela e Cuba”. Dappertuto appaiono documenti, piani, dichiarazioni che fanno riferimento ad un’invasione di forze combinate di diversi paesi coordinate dagli USA, una riedizione di quella che fu la Guerra della Tripla Alleanza contro il Paraguay nel secolo XIX.

 

E come successe con il Paraguay, l’obiettivo principale è molto più ambizioso dell’impadronirsi di beni naturali o annettersi dei territori. L’obiettivo principale è sradicare il “cattivo esempio”: che non restino che le ceneri di coloro che hanno osato sfidare il sistema capitalistico mondiale e gli imperi occidentali.

 

Ed è successo che un’importante parte del popolo venezuelano ha deciso di andare a votare e di rieleggere Nicolàs Maduro.

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mar

22

mag

2018

NUOVA UNITA'

Di male in peggio


Finché esisterà il capitalismo non ci saranno governi che daranno risposte ai problemi che attanagliano il paese.


È brutto cominciare un ragionamento con l'affermazione "lo avevamo già detto", ma in questo momento di grandi manovre per la formazione di un "nuovo" governo pensiamo sia appropriato. Abbiamo tenuto in sospeso la chiusura del giornale, in attesa di conoscere la formazione del nuovo governo.

utti sostengono di aver vinto (ma le elezioni non sono una lotteria) - tranne gli accasciati del PD che non perdono occasione per ribadire la loro sconfitta come un vanto -, e tutti - che non avevano fatto i calcoli di una legge truffa e pasticciata confezionata a misura per far governare PD e Forza Italia -, si accorgono che senza il premio di maggioranza non raggiungono il numero necessario per governare. E allora è stato inventato un nuovo metodo, quello del cosiddetto "contratto di governo" che si può fare con chi ci sta e si candida a gestire e amministrare la crisi del capitalismo italiano e il montante malcontento e rancore dei settori popolari più colpiti che si manifesta apertamente tramite l'astensione, ma anche nell'appoggio ai cosiddetti populisti cui è stato aperto un certo credito nelle ultime elezioni.

Vogliono il potere, ma devono trovare il modo migliore per nascondere le loro intenzioni e come ingannare il loro stesso elettorato e le masse del nostro paese di fronte alle decisioni economiche, l'approvazione del bilancio dello Stato con il conseguente aumento dell'Iva e la ricaduta oggettivamente antipopolare, il futuro dei lavoratori Ilva ecc., le esigenze dei padroni che vogliono più soldi, una crescente povertà estesa sempre più anche ai lavoratori occupati e l'aumento della disoccupazione.

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lun

21

mag

2018

VENEZUELA, MADURO VINCE LE ELEZIONInezuel

Abecedario per capire la vittoria del chavismo in Venezuela

 

di Katu Arkonada (*)

 

Il chavismo ha di nuovo vinto le elezioni in Venezuela. Sono 22 su 24 elezioni fatte in Venezuela dal trionfo del Comandante Chàvez nel 1998, trionfo che inaugurò il cambio di epoca in America Latina.

 

In un chiaro esempio di “dissonanza cognitiva”, una buona parte dell’opinione pubblica internazionale, compresa la sinistra, ancora non capisce il perché se il Venezuela è una dittatura nel mezzo di una guerra civile, si celebrano le elezioni in pace, senza morti, e con risultati similari, in partecipazione e appoggio al vincitore, od altri processi elettorali del continente.

 

Vediamo allora un breve abbecedario per cercare di capire quanto è successo:

C di Chavismo: questo abbecedario non inizia con la A ma con la C di Chavismo che, più che un concetto teorico, è una teoria di azione collettiva, proletaria, portata nella pratica. Senza il chavismo politico e sociologico – selvaggio nelle parole di Reinaldo Iturriza – non sarebbe possibile capire non la rivoluzione bolivariana ma la resistenza eroica agli attacchi politici, economici e mediatici contro un processo, attacchi iniziati dopo la vittoria di Chàvez, ma che si sono approfonditi dopo la sua morte nel 2013.

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dom

20

mag

2018

IRAN, USA E LE GUERRE (INVISIBILI) ALLA PERIFERIA

Iran, USA e le guerre (invisibili) alla periferia

 

di Silvina M. Romano (*)

 

Quello a cui assistiamo nella scalata di tensione a livello internazionale in virtù della ritirata degli USA dall’Accordo nucleare firmato con l’Iran, in definitiva potrebbe essere inquadrato nella ridefinizione di cosa è la guerra, o cosa si intende oggi per guerra e l’impatto che ha il concetto nell’opinione pubblica.

 

Dalla 2° Guerra Mondiale non ci sono guerre globali: ci fu la Guerra Fredda tra le potenze che si materializzò o colpì la periferia attraverso guerre limitate di bassa intensità. Nel secolo XXI si parla invece di interventi, conflitti armati, conflitti di alta intensità. Cambiano anche i modi di utilizzare il vocabolo “guerra”: “guerra alle droghe”, o “guerra al terrorismo”, vocabolo utilizzato a fini propagandistici per generare un certo impatto, ma che nessuno si aspetta venga interpretato come una guerra “sul serio”.

 

Sembra che, nel corso dei decenni, il concetto di “guerra” abbia perso forza o sensazione di “realtà”, sempre e quando questi conflitti, che potrebbero essere definiti come “guerra punto e basta”, si sviluppino nella periferia.

 

In questi spazi, come in Medio Oriente, ci sono conflitti permanenti. La gente vive in una guerra permanente. Tuttavia la stampa internazionale, le opinioni degli esperti, le società che fanno affari in quei paesi la percepiscono/mostrano come uno “stato naturale” di quelle società: là la gente vive “così”.

Invece, quando il conflitto colpisce le potenze occidentali,  allora acquisisce maggiore visibilità, diventa un problema nel quale l’Occidente, e specialmente gli USA, è obbligato ad intervenire per risolvere, soprattutto in uno schema in cui Cina e Russia si mostrano come contrappesi importanti.

 

Gli scenari di guerra permanente invisibile che acquisiscono periodicamente visibilità (dovuto agli interessi in gioco, al timing politico e alla disputa geopolitica e geoeconomica di cui sono protagoniste alcune potenze) potrebbero essere l’Iran o la Siria, o anche la Colombia e il Messico.

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gio

17

mag

2018

ISRAELE STATO ASSASSINO E RAZZISTA

Israele e Palestina nel 2018

 

Decolonizzazione, non pace

 

di Ilan Pappe (*)

 

Settant’anni dopo la creazione dello Stato di Israele non possiamo più parlare di conflitto israelo-palestinese.

 

I fondatori dello Stato di Israele furono principalmente persone che si stabilirono in Palestina all’inizio del secolo XX. Vennero soprattutto dall’Europa dell’Est, ispirati da ideologie nazionaliste romantiche in voga nei loro paesi d’origine, delusi dalla loro incapacità di unirsi a questi nuovi movimenti nazionalisti e entusiasti dalle prospettive del colonialismo moderno.

 

Alcuni erano vecchi membri di movimenti socialisti che speravano di fondere il loro nazionalismo romantico con esperimenti socialisti nelle nuove colonie. La Palestina non fu sempre la loro unica opzione ma diventò la preferita quando divenne chiaro che si adattava bene alle strategie dell’Impero britannico e alla visione del mondo dei potenti cristiani sionisti di entrambi i lati dell’Atlantico.

 

Dalla Dichiarazione Balfour del 1917 e durante tutto il periodo del Mandato britannico del 1918-1948, i sionisti europei cominciarono a costruire l’infrastruttura per un futuro Stato con l’aiuto dell’Impero britannico. Ora sappiamo che quei fondatori dello Stato ebreo moderno erano coscienti della presenza di una popolazione nativa con aspirazioni proprie e con la propria visione del futuro per la loro patria.

 

La soluzione a questo “problema” – per quanto si riferisce ai fondatori del sionismo – fu di de-arabizzare la Palestina per spianare la via al sorgere dello Stato  ebreo moderno. Che fossero socialisti, nazionalisti, religiosi o laici, i dirigenti sionisti pianificarono l’espulsione della popolazione della Palestina dal decennio del 1930.

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mer

16

mag

2018

NAKBA, 70 ANNI DI PULIZIA ETNICA

Nakba, 70 anni di pulizia etnica

 

di Koldo Anzola (*);

 

Ieri, 15 maggio, si sono compiuti 70 anni da quando il movimento sionista installò in modo unilaterale lo stato di Israele sul territorio storico della Palestina. Un progetto di stato che sette decenni dopo continua a produrre un’anormalità senza precedenti secondo gli standards internazionali – mancanza di frontiere riconosciute e di una costituzione - e riconosce pieni diritti di cittadinanza solo alle persone di confessione ebrea.

 

La fondazione di Israele ha comportato anche la deportazione forzosa di gran parte della popolazione locale, circa 800.000 palestinesi, in quella che Ilan Pappe, storico israeliano esiliato in Gran Bretagna, ha definito “pulizia etnica programmata”.

 

Questo fatidico anniversario è chiamato in arabo Nakba, o “giorno del disastro”, e ancor oggi è una data di rivendicazione del diritto della popolazione palestinese rifugiata – attualmente circa 6 milioni di persone – al ritorno alle loro case, come glielo riconosce la risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

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mar

15

mag

2018

I CRIMINI ISRAELIANI CONTRO I PALESTINESI

Israele e il suo impegno criminale contro il popolo palestinese

di Pablo Jofré Leal (*)

Una delle grandi direttrici del sionismo - che gli ha permesso di essere la base ideologica dei diversi governi che l’entità israeliana si è data, dal maggio dell’anno 1948 ad oggi - è la centralità del suo odio e dell’apartheid contro il popolo palestinese. Ed esso lo spiega e si difende, avvertendo che se non avesse tale politica di discriminazione, potrebbe soffrire una nuova persecuzione come quella vissuta negli anni della 2° Guerra Mondiale e sotto l’occupazione dell’Europa da parte del nazionalsocialismo, dato che Israele vive circondata da nemici, secondo quella teoria razziale per cui si considera il “popolo eletto” per una “terra promessa”.

 

In questo quadro fantasioso, in cui il popolo palestinese sta pagando le conseguenze di politiche di discriminazione sofferte in Europa, il regime israeliano si impegna a rendere invisibile non solo la lotta del popolo palestinese e a mantenere nell’impunità i crimini commessi giorno per giorno nella Striscia di Gaza  nei territori della Riva occidentale – compresa al Quds (Gerusalemme, n.d.t.), ma anche a seppellire la storia di questo popolo, la sua cultura, il suo idioma e le sue possibilità di autodeterminazione.

 

Israele porta avanti questo piano funesto e criminale mitizzando una storia costruita su inganni, sull’imposizione di dogmi di fede come se fossero leggi di obbligatorio compimento e sulla ferrea alleanza con gli Stati Uniti, che hanno agito come padri putativi del sionismo, servendosi l’uno dell’altro in materia di politiche di dominio e di aggressione in Medio Oriente. E questo con il forte appoggio del lavoro realizzato – in territorio statunitense stesso – dalla la lobby sionista del Comitato di Affari Pubblici Statunitense/Israeliano (AIPAC la sua sigla in inglese) – a cui si aggiungono potenti reti di cristiani sionisti, che abbracciano questa idea di dominio di Israele in base a considerazioni religiose più consone a fanatici che a credenti di una religione di pace.

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mer

09

mag

2018

Karl Marx, vecchio filosofo del domani, compie 200 anni

Karl Marx, vecchio filosofo del domani, compie 200 anni

 

di Chris Gilbert (*)

 

Si spengono le luci e il proiettore comincia a girare. Sullo schermo sfarfallante vediamo il giovane protagonista che scopre un vecchio anello, o una spada lucente, che cambierà il suo destino. L’oggetto, nonostante sia molto vecchio, dà poteri speciali a chi lo raccoglie, dandogli accesso alla conoscenza accumulata da molte generazioni e aprendogli la strada, con i suoi poteri speciali, al futuro ...Senza molte correzioni a questo copione di fantasia, così concepiamo il ruolo del pensiero di Marx nel nostro presente.

Non è casuale che in queste opere di fantasia il mondo degli adulti sia di solito segnato da una meschinità ed una vacuità che lo trasformano nel fedele riflesso del nostro. Nonostante fin dall’inizio il giovane protagonista intuisca che non appartiene ad un ambito così grigio e monotono, è l’incontro con il “vecchio” – con la generazione dei nonni, dei bis o dei trisnonni – quello che afferma la sua appartenenza ad un mondo superiore che lo chiama a lottare senza tregua per la sua realizzazione.

 

Va detto che se avessimo la capacità di assumere la vita reale con lo stesso impegno emozionale che applichiamo alle fantasie di Hollywood, ci renderemmo conto che questo mondo superiore è il socialismo e che la critica marxista della società attuale, insieme alla lotta degli oppressi, è ciò che apre la strada al suo emergere. Ma oggi il pensiero di Marx è come un anello magico e potente gettato nel fango al bordo della strada. Ben pochi si fermano a raccoglierlo, ma il gioiello non ha perso la sua brillantezza nonostante l’abbandono generalizzato che patisce.

 

La sua persistente brillantezza è empiricamente comprovabile, visto che il pensiero di Marx ha dimostrato la sua validità in tante occasioni, smentendo così i suoi detrattori che – quasi ogni decennio da quando sorse il marxismo – si sono dati al vuoto rito di annunciare la sua morte.

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mar

08

mag

2018

CUBA, TRUMP E IL DIALOGO COREANO

Cuba, Trump e il dialogo coreano

 

di Atilio A. Boron (*)

 

Di ritorno da un viaggio a Cuba, vorremmo condividere queste poche riflessioni sul momento attuale dell’isola.

 

L’indurimento del blocco ordinato da Donald Trump complica la situazione economica dell’isola ribelle. Mette inciampi sulla via dell’attualizzazione del modello economico ma non intacca la morale dei cubani che, nel corso di quasi sessant’anni, hanno imparato a convivere con la cattiveria che, come il brutto tempo, viene dal Nord.

 

Con Trump sono già dodici gli inquilini della Casa Bianca che volevano abbattere la Rivoluzione Cubana, o produrre il tanto desiderato “cambio di regime”. Gli undici precedenti hanno morso la polvere della sconfitta, e al magnate newyorkino succederà lo stesso. Ha ordinato il ritiro di numerosi diplomatici dalla riaperta ambasciata USA all’Avana (la maggioranza dei quali erano agenti dell’intelligence o personale addestrato a “rianimare” con vari sussidi e programmi la “società civile” cubana) e ha imposto nuovi ostacoli al commercio estero dell’isola, agli investimenti nord-americani e anche al turismo verso Cuba, esortando i cittadini a “riconsiderare la loro decisione di fare viaggi” sull’isola.

 

Il nuovo presidente, Miguel Dìaz-Canel, dovrà passare per un sentiero irto di difficoltà: dall’illegale extraterritorialità delle leggi USA che, con l’acquiescenza di governi servili (a cominciare dagli europei e seguendo con i latinoamericani), impone sanzioni a banche ed imprese di paesi terzi che intervengano nel commercio estero di Cuba fino ai veti all’importazione di prodotti che contengano più del dieci per cento di componenti statunitensi o di patenti del paese, passando per la proibizione di entrare nei porti USA a navi da carico che nei sei mesi precedenti siano stati in porti cubani.

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gio

03

mag

2018

CORTEO CONTRO L'AMIANTO

mar

01

mag

2018

CON I LAVORATORI SFRUTTATI DI TUTTO IL MONDO

 

CON TUTTI GLI OPERAI E I POPOLI OPPRESSI DEL MONDO

 

1° maggio di lotta internazionale e corteo proletario a Milano

 

Concentramento ore. 15 in piazza Duca D’Aosta davanti alla Stazione Centrale.

 

Contro le guerre imperialiste di rapina, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la precarietà di lavoro e di vita, gli omicidi sul lavoro, per l'unita di tutti i proletari del mondo.  Gli operai sono una classe internazionale e combattono lo stesso nemico: il capitalismo e l’imperialismo. Contro tutti i padroni e i governi a cominciare da quelli”italiani”. Il nemico è in casa nostra e sono i padroni e i loro governi.

 

 Contro razzismo, fascismo, e ogni discriminazione.

 

PER UNA SOCIETA SOCIALISTA IN CUI LO SFRUTTAMENTO SIA CONSIDERATO UN CRIMINE CONTRO L’UMANITA’

 

 

lun

30

apr

2018

DIRITTO ALLA SALUTE E AMIANTO A SESTO S.GIOVANNI (28 APRILE 2018):

COMITATO PER LA DIFESA DELLA SALUTE NEI LUOGHI DI LAVORO E NEL TERRITORIO: PER RICORDARE TUTTE LE VITTIME DELL’AMIANTO E DELLO SFRUTTAMENTO.

 

 

 

Sabato 28 aprile 2018 manifestazione e corteo popolare organizzato dal CIP Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” con partenza dalla sede in via Magenta 88 a Sesto S.Giovanni ed arrivo alla lapide commemorativa posta in via Carducci: “A perenne ricordo di tutti i lavoratori morti a causa dello sfruttamento capitalista ora e sempre Resistenza! I compagni di lavoro di Sesto S.Giovanni. 24 aprile 1997”.

 

 

 

Esibizione della Banda musicale degli Ottoni a Scoppio, deposizione di omaggi floreali, interventi di Michele Michelino (CIP Tagarelli), un lavoratore del Teatro della Scala di Milano, Claudio Menichetti (padre di Emanuela, tra le vittime della strage di Viareggio), una rappresentante del Comune di Sesto, Lorena Tacco (AIEA, Associazione Italiana Esposti Amianto di Paderno Dugnano), Renato Sarti (Teatro della Cooperativa di Niguarda), il Presidente provinciale dell’ANMIL e Daniela Trollio (CIP “Tagarelli”) e rientro in via Magenta.

 

DIRITTO ALLA SALUTE E AMIANTO A SESTO S.GIOVANNI (28 APRILE 2018):

 

1.      https://www.youtube.com/watch?v=sFxWNbGq6TQ&t=13s

 

2.      https://www.youtube.com/watch?v=hvg4KdxIUh0&t=19s

 

BANDA MUSICALE DEGLI OTTONI A SCOPPIO:

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=1pninurx1Ss

 

 

 

RICORDANDO LA STRAGE DI VIAREGGIO (RICCARDO ANTONINI):

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=DQ5nZmwPKXU&t=19s

 


RICCARDO ANTONINI, FERROVIERE LICENZIATO PER AVER DENUNCIATO LE INADEMPIENZE CHE AVEVANO PORTATO ALLA STRAGE DI VIAREGGIO DEL 29 GIUGNO 2009 (32 VITTIME).

 

 

 

RICORDANDO LA STRAGE DI VIAREGGIO (CLAUDIO MENICHETTI):

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=B78N1o9Txr4&t=37s

 


CLAUDIO MENICHETTI, PADRE DI EMANUELA, UNA DELLE 32 VITTIME DELLA STRAGE FERROVIARIA DI VIAREGGIO DEL 29 GIUGNO 2009.

 

 

 

DIRITTO ALLA SALUTE E AMIANTO A SESTO S.GIOVANNI (TG3 28 APRILE 2018):

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=qJhLjHHAIfQ

 


L’INTERNAZIONALE (BANDA DEGLI OTTONI A SCOPPIO):

 

 

 

https://youtu.be/v6hjm1yrSvA

 

 

 

 

ven

27

apr

2018

CONTRO LO SFRUTTAMENTO E I MORTI SUL LAVORO

Sabato 28 aprile 2018 – ore 16.00 corteo, partenza dal Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” in  via Magenta 88, Sesto San Giovanni, fino alla lapide di via Carducci.


Tutti sapevano e nessuno ha parlato.
Lo sapevano i sindacati.
Lo sapeva la direzione dell'azienda.
Lo sapeva l'assessorato alla sanità.
Lo sapevano tutti, e non gli operai ...


Il 28 aprile è stata istituita dall'Organizzazione Internazionale sul Lavoro la giornata mondiale contro l'amianto, i morti sul lavoro e per la sicurezza, per sensibilizzare datori di lavoro e istituzioni.

Da allora, era il 2003, nonostante le chiacchiere e le lacrime di coccodrillo, gli operai continuano a morire fra l'indifferenza aspettando una sicurezza e una "giustizia" che non arriva mai.

Dall'inizio dell'anno sono più di 150 i morti sul lavoro e le malattie professionali sono in crescita.


Il 28 aprile alle ore 16 a Sesto San Giovanni il nostro Comitato e altre associazioni delle vittime organizza il corteo per chiedere Giustizia per le vittime dell’amianto. IN RICORDO DI TUTTI I LAVORATORI E I CITTADINI ASSASSINATI PER IL PROFITTO.

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio,

 

gio

26

apr

2018

CORTEO CONTRO I MORTI D'AMIANTO E DEL PROFITTO

 

 

Giustizia per le vittime dell’amianto

 

 

IN RICORDO DI TUTTI I LAVORATORI E I CITTADINI ASSASSINATI PER IL PROFITTO

 

 

 

Sabato 28 aprile 2018 – ore 16.00 corteo

 

 

partenza dal Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” di via Magenta 88, Sesto San Giovanni, fino alla lapide di via Carducci

 

 In tutto il mondo il 28 aprile si celebra la giornata mondiale contro l’amianto. Una fibra killer che continua a uccidere nel mondo oltre 100 mila persone ogni anno.  Secondo l’allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ogni anno, in Europa, perdono la vita per patologie asbesto-correlate circa 15 mila persone (4mila in Italia) e una persona su tre è a rischio.

 

L’amianto non è un problema del passato ma del presente e del futuro. Una vera emergenza sociale, ambientale e sanitaria.

 

A 26 anni dalla messa al bando dell’amianto in Italia ci sono ancora 32 milioni di tonnellate d’amianto e le bonifiche sono ancora da fare.

 

Per denunciare questo pericolo, rivendicando misure concrete per la tutela della salute degli esseri umani e per la messa in sicurezza del territorio, da anni molte associazioni e Comitati delle vittime dell’amianto hanno intrapreso campagne informative e contenziosi giudiziari per la difesa della salute e della vita umana.

 

La conoscenza è la prima forma di difesa 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio,  

 

                                                                                        

 

Sesto San Giovanni (Mi)  aprile 2018                                                     e-mail: cip.mi@tiscali.it

 

mer

25

apr

2018

LA RESISTENZA CONTINUA

lun

23

apr

2018

GIRON, SAIGON E DAMASCO

Giròn, Saigon e Damasco

 

Di Miguel Angel Ferrer (*)

 

Da tempo immemorabile la conquista e la colonizzazione di un popolo ha implicato l’occupazione militare del territorio dove quel popolo vive. Se non avviene questa occupazione tramite le armi, non si può parlare di conquista.Così conquista e occupazione sono sinonimi assoluti.

Dal punto di vista del conquistatore il luogo, i bombardamenti e i blocchi trovano la loro ragione di essere se si consuma l’occupazione militare. E’ il caso, ad esempio, dell’Afganistan e dell’Iraq, occupati da truppe USA e di altri paesi imperialisti.

In Libia e in Siria si è ripetuto più o meno lo schema classico. La differenza sta nel fatto che l’esercito invasore non proveniva formalmente dai paesi imperialisti. Si è trattato di soldati mercenari di origini varie al servizio dell’imperialismo statunitense e dei suoi alleati.

 

Nel caso libico l’esercito mercenario invasore riuscì a occupare il terreno (dopo i bombardamenti massicci di USA ed Europa), rovesciare il governo legittimo ed imporre un regime coloniale.

 

Ma in Siria l’esperienza non si è ripetuta. La tenace resistenza del presidente Bashar al-Assad (e del popolo siriano, aggiungiamo noi, n.d.t.) e l’aiuto diplomatico e militare russo anche con truppe sul terreno, hanno impedito la caduta del regime ed una nuova colonizzazione della Siria.

 

La resistenza e l’aiuto diplomatico e militare russo sono stati fattori determinanti nella sconfitta dell’esercito invasore. Vinte e dandosi alla fuga sbandandosi, le truppe mercanarie non sono riuscite a concludere con successo l’occupazione militare cominciata anni fa.

 

Fallita la riconquista e la ricolonizzazione della Siria attraverso l’azione di un esercito mercenario, raggiungere questi obiettivi implicherebbe  la partecipazione diretta degli USA e dei suoi alleati. Ma sembra che non ci siano nemmeno le condizioni minime per tale impresa. E non solo non esistono per portarle a termine con successo, ma neanche per tentare di farlo. E meno ancora oggi che la presenza e l’aiuto russi appoggiano la stabilità del governo di al-Assad.

 

Si tratta della prima, grande, sconfitta dell’imperialismo yankee dalla guerra del Vietnam, consumata nell’aprile 1975, 43 anni fa. E della seconda se consideriamo la vittoria cubana sull’esercito mercenario invasore costruito, e al servizio, dagli USA a Playa Giròn, anch’essa in aprile, ma del 1961, già 57 anni fa.

 

La vittoria di Playa Giròn e la liberazione di Saigon cambiarono il corso della storia.

E lo stesso su può dire, più o meno, del trionfo siriano sugli invasore mercenari al servizio degli USA.  Perchè la riconquista e la ricolonizzazione della Siria avrebbero dato le ali al progetto yankee, tra altri simili, di riconquistare e ricolonizzare l’Iran, obiettivo che ora è più lontano e complicato.

 

La vittoria della Siria sugli USA non significa, tuttavia, che cessino le aggressioni, i propositi di nuove invasioni, i tentativi di destabilizzazione, il finanziamento e l’addestramento dell’opposizione interna, il lavoro di strangolamento economico, la satanizzazione di al-Assad e del suo governo.

 

Ma questa vittoria ha rovesciato, a favore dell’anticolonialismo, la correlazione di forze tra centro e periferia. E se la vittoria in Siria è di per sè fonte di ottimismo e di allegria, lo è anche la nuova correlazione di forze che si annuncia dopo questi storici fatti, in un altro storico mese di aprile.

 

(*) Economista e professore di Economia Poliltica messicano. Collabora con siti come Rebeliòn e Telesur, e con quotidiani come El Sol de México, El Universal, La Jornada, ecc.). Da lahaine.org; 23.4.2018

 

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” Via Magenta 88, Sesto San Giovanni)

 

lun

16

apr

2018

SIRIA: LE RAGIONI DEL DIAVOLO

Siria

 

Le ragioni del diavolo

 

di Guadi Calvo (*)

 

L’ultimo attacco contro la Siria, eseguito dalle tre potenze più forti dell’occidente – Stati Uniti, Francia e Regno Unito con l’appoggio esplicito di nazioni come Germania, Olanda, Canada, ovviamente Israele, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e un altro gruppo di paesi , che anelano ad apparire nella foto di un club di cui non sono soci, né lo saranno mai perché poveri ed esauriti come la Spagna - ha portato il numero dei morti ad alcune centinaia o a poche migliaia; non si sa né si saprà mai (che importa?), visto che sono già così tanti che il numero esatto di essi non aggiungerà nulla alla vergogna di una guerra che dura da poco meno di sette anni e dove sono stati commessi una serie di crimini che neppure le più infiammate teste del nazismo avrebbero potuto immaginare.

 

Una guerra dove gli episodi di Nizza, Manchester, Parigi, Londra o Barcellona non godrebbero neppure della gravità per essere considerati “una notizia”.

 

Sono ormai molte le volte in cui Washington, riparandosi dietro accuse che non sono mai state provate, attacca nazioni “disubbidienti” o mette in atto attentati di “falsa bandiera” per giustificare un’invasione. Forse la più eclatante è stata quella dell’Iraq nel 2003:  le armi di distruzione di massa - che Saddam Hussein avrebbe ammassato in arsenali, che a 15 anni da quell’invasione e dopo una guerra civile che non è ancora finita e che ha provocato centinaia di migliaia di morti – che non sono mai state trovate.

 

A quanto sopra bisognerebbe aggiungere le morti per cancro provocate dalla contaminazioni delle falde acquifere con l’uranio impoverito proveniente dalle ‘camicie’ che rivestono i missili e le bombe lanciate dalla coalizione occidentale provocando un esponenziale aumento dei tumori.

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sab

14

apr

2018

CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA

Questa notte attaccata la capitale Damasco con missili da USA, GB, Francia. Mobilitiamoci!  

GIÙ LE MANI DALLA SIRIA!

 

SABATO 14 APRILE

 

2018 -  ORE 18.00

 

 

PRESIDIO-MANIFESTAZIONE

 

MILANO - PIAZZA SAN BABILA 

 

“L’Italia ripudia la guerra come strumento d’offesa alla libertà degli altri popoli

e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.”

Costituzione della Repubblica Italiana - Art.11

 

Questo appello nasce dalla volontà dei soggetti promotori di mobilitarsi contro la politica di aggressione, condotta dalla NATO – USA in testa, che ha già provocato una violenta rottura degli equilibri in tutto il Medio Oriente, in parte del continente africano, in Europa. 

Stiamo assistendo alla solita commedia, il cui copione è ben noto: ancora una volta con finanziamenti degli USA e, allo stesso tempo, mercenari, filonazisti, jihadisti, golpisti, consiglieri militari della NATO. Migliaia di morti civili sono il tragico risultato. 

Come in Iraq, dove risultarono inesistenti le tanto declamate armi di distruzione di massa, anche in questa occasione si crea un pretesto per muovere guerra alla Siria. A Douma, liberata in queste ore dall'esercito arabo siriano, si sarebbero usate armi chimiche, causando perdite di vite umane tra i civili. Prima ancora di accertare se sia accaduto realmente, si vorrebbe lanciare un attacco missilistico sulla Siria. Un silenzio totale invece avvolge la tragedia dello Yemen, da più di due anni attaccato dall'Arabia Saudita con armi fornite dagli USA e, tra gli altri, anche dall'Italia. Come sempre due pesi e due misure. 

Non è mai stato così alto il rischio di una guerra devastante tra la NATO, che potrebbe avere l’appoggio delle petromonarchie così come di Israele, e la Federazione Russa. La Siria infatti ha una storica amicizia con l’Unione Sovietica prima, con la Russia oggi; per questo ha chiesto il suo aiuto nella lotta contro i terroristi armati, addestrati e finanziati dagli USA, è evidente che in queste circostanze un attacco alla Siria equivale ad una dichiarazione di guerra alla Russia

   

Chiediamo l’impegno di quanti aderiranno a scendere in piazza prima che sia troppo tardi.

La prima vittima della guerra è la verità.

La guerra è contro i lavoratori. Non un soldo per la guerra

 

Comitato contro la guerra – Milano  


PER INFO:

E-MAIL   comitatocontrolaguerram ilano@gmail.com 
BLOG
   comitatocontrolaguerramil ano.wordpress.com 
FB
   www.facebook.com/comitato.m ilano.5 
CELL.
  3383899559

 

È IN CORSO LA RACCOLTA ADESIONI ad ora sono pervenute : 
Centro di Iniziativa Proletaria Tagarelli
 – S.S. Giovanni (Milano), 
Marx21.it
,  
Sez. ANPI "Bassi - Viganò"
 - Milano, 
La Casa Rossa” - Milano, 
Comitato Lavoratori Precoci – Lavoro Giovani

Partito Comunista – Milano, 
Comitato Lavoro Milano, 
Ass.ne Italia-Cuba Circolo Celia SanchezMarilisa Vertì
- Parma, 
Ass.ne Italia-Cuba Circolo Arnaldo Cambiaghi - Milano, 
GiovaniComunisti 
Milano, 
Sez. ANPI Abbiategrasso "Giovanni Pesce"

L'Antidiplomatico
PCI
 federazione Milano, 
Scintilla
Ass.ne Italia-Cuba Circolo Camilo Cienfuegos
 (Abbiategrasso- Magenta MI), 
Circolo Vegetariano V.T.

   

 

 

mer

11

apr

2018

APPOGGIO USA A ISRAELE

Le 14 ragioni dell’appoggio incondizionato degli USA a Israele

 

di Nazanin Armanian (*)

 

Nessuno si aspetta che Donald Trump condanni l’ultimo attacco militare di Israele alla manifestazione pacifica dei palestinesi per la “Grande Marcia del Ritorno” del 30 marzo, che ha fatto una ventina di morti e circa 2.000 feriti.  I palestinesi stavano ricordando al mondo la data dell’appropriazione delle loro terre nel 1976 da parte di Israele e reclamando il diritto al ritorno di circa 700.000 persone espulse dalle loro case nel 1948.

 

Non l’ha fatto neanche Barak Obama (nonostante la sua opposizione agli insediamenti ebrei), definendo “difesa propria” il massacro di 2.205 palestinesi, tra i quali circa 400 bambini e bambine, commesso da Israele nell’estate 2014.

 

L’amore quasi religioso che oggi gli USA professano verso Israele non si deve alla loro preoccupazione per la sicurezza del loro amato, né perchè è il rifugio di una minoranza oppressa, ma a vari fattori uniti da un’unica verità assoluta: gli interessi strategici della superpotenza stessa.

 

Dall’indifferenza alla devozione totale

 

Nonostante il Congresso USA appoggiasse nel 1922 la creazione di uno Stato ebreo in Palestina, quello tra Washinton e Tel Aviv non fu un colpo di fulmine. Fu l’URSS il primo paese che nel 1948 riconobbe lo stato israeliano. Il Segretario di Stato George Marshall credeva che riconoscere Israele avrebbe allontanato gli USA dai paesi arabi e, in concreto, dal petrolio del Medio Oriente. In più sospettava che Israele avesse delle inclinazioni verso l’URSS perchè vari suoi dirigenti venivano dall’impero russo, come i suoi primi quattro presidenti (tra il 1949 e il 1978): Chaim Weizmann, Yitzhak Ben-Zvi, Zalman Shazar e Ephraim Katzir. Il signor Marshall confondeva l’origine etnica con il pensiero politico: Israele era nato da un’ideologia antisocialista.

 

Solo quando gli israeliani sconfissero vari stati arabi nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, una Washington meravigliata comincia ad inviargli generosi aiuti militari ed economici, che si moltiplicheranno dopo aver vinto un’altra guerra, quella del 1973. Non c’erano dubbi: Israele era il candidato ideale per essere la loro porta di ingresso ed il guardiano dei loro interessi in quella lontana regione.

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mer

04

apr

2018

AUTOMAZIONE, ROBOTIZZAZIONE, VERSO LA QUARTA RIVOLUZIONE iNDUSTRIALE?

 Dal periodico comunista di politica e cultura nuova unità n. 2/2018

 

AUTOMAZIONE, ROBOTIZZAZIONE, VERSO  LA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE?

 

Non dimentichiamo che oggi, più di ieri, o si lotta per abbattere il potere della borghesia, contro la società capitalista e per il socialismo o si va incontro alla sconfitta totale e alla barbarie.

 

Michele Michelino

 

Oggi sempre più spesso si parla di quarta rivoluzione industriale fantasticando un mondo dove il lavoro salariato è sostituito dai robot. Su questo tema si stanno sprecando fiumi d’inchiostro. Gli apologeti del capitalismo prospettano nuovi mirabolanti scenari.

 

Alcuni pensano che sia arrivato il momento in cui le macchine faranno tutta la produzione e l’umanità non avrà più necessita di lavorare ma sarà mantenuta dai profitti generati dalle macchine. Questo, naturalmente, è un sogno che non tiene conto che è dallo sfruttamento del lavoro salariato che sono generati i profitti che intascano i capitalisti.

 

In realtà il capitale ha una continua necessità di ristrutturarsi usando le nuove scoperte della scienza e della tecnica, asservite al capitale per intensificare sempre più lo sfruttamento della forza lavoro. Generalmente le cosiddette rivoluzioni industriali sono state fatte corrispondere alle scoperte scientifiche e tecniche applicate al processo produttivo. L’aumento della produttività in una società divisa in classi in cui il potere è nelle mani dei borghesi si realizza sullo sfruttamento operaio.

 

All’inizio del XIX secolo, agli albori della nascita del capitalismo, contro l’introduzione delle macchine si sviluppò in Inghilterra un forte movimento popolare degli operai e lavoratori a domicilio che, impoveriti dallo sviluppo industriale, decisero di colpire macchine e impianti. Questo movimento popolare di lavoratori, ancora privi di una coscienza di classe, vedeva le macchine come nemici che “toglievano” il lavoro e prese il nome da Ned Ludd che, nel 1779, spezzò un telaio in segno di protesta.

 

Questo movimento di massa di lavoratori ribelli fu duramente represso e nel 1813, in un processo a York, molti furono condannati all’impiccagione e deportati.

Con lo sviluppo della tecnica e della scienza al servizio dei capitalisti, la ricchezza dei borghesi aumentava a discapito dei salari, dell’occupazione e della condizione operaia.

 

Queste prime ribellioni di una primordiale e nascente classe operaia contro una certa tecnologia e un “progresso” che li costringeva alla fame e alla miseria negli anni seguenti - con lo sviluppo dell’industria e del capitalismo e del sistema di fabbrica sulla società - diventarono obiettivi dei nascenti sindacati operai: gli orari di lavoro, il minimo salariale, le condizioni del lavoro minorile e delle donne, le condizioni di salute.

 

La condizione operaia nella fabbrica capitalista che aveva come obiettivo la ricerca del massimo profitto e lo sfruttamento della forza-lavoro fin dalla sua origine aveva grandi conseguenze sulla salute.

 

I licenziamenti degli ex lavoratori a domicilio a causa dell’introduzione delle macchine e del sistema di fabbrica provocarono suicidi, alcolismo, prostituzione e criminalità.

 

Finora le rivoluzioni industriali del mondo occidentale sono state tre

 

La prima nel 1784 con la nascita della macchina a vapore, con l’uso e lo sfruttamento della potenza di acqua e vapore per meccanizzare la produzione sostituendo attraverso le macchine il lavoro artigianale.

 

La seconda nel 1870 con il via alla produzione di massa attraverso l’uso sempre più diffuso dell’elettricità, l’avvento del motore a scoppio e l’aumento dell’utilizzo del petrolio come nuova fonte energetica, che portò le popolazioni rurali a emigrare nelle città e a lavorare nelle fabbriche.

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mer

04

apr

2018

MASSACRO ALLA FRONTIERA DI GAZA

Massacro alla frontiera di Gaza

 

“Non taceremo, mettiamo fine all’impunità israeliana”

 

Coalizione della Flottiglia della Libertà; da: rebelion.org; 3.4.2018

 

 Nel Giorno della Terra, il 30 marzo, migliaia di donne, uomini e bambini palestinesi pacifici, speranzosi e disarmati si sono riuniti sulle frontiere di Gaza per la Grande Marcia del Ritorno. I rapporti iniziali indicano che almeno 16 palestinesi sono stati assassinati e più di 1.400 persone ferite a seguito degli spari delle Forze di Occupazione israeliane contro la folla, con munizioni vere e gas lacrimogeni.

 

Questa azione pacifica, non diretta dai partiti, si celebra ogni anno il 30 marzo per ricordare un’ingiustizia che i palestinesi sperimentano tutti i giorni: la perdita delle loro terre per l’occupazione coloniale illegale. Seguendo la tradizione di Gandhi e di Martin Luther King la popolazione palestinese manifestava in forma non violenta sulla sua terra, nel tentativo di correggere una grave ingiustizia: si sono scontrati con gli spari dei francotiratori.

 

Nella Risoluzione 194 (del 1949) dell’ONU, L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite esprimeva chiaramente che “i rifugiati che desiderino ritornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbero poterlo fare nella data più vicina possibile” ( https://www.unrwa.org/content/resolution-194).

 

La società civile palestinese intende continuare le sue azioni pacifiche tutti i giorni, fino al 15 maggio, giorno in cui i palestinesi commemorano la Nakba (Catastrofe) e giorno in cui il governo USA ha deciso di traslocare la sua ambasciata ad al-Quds/Gerusalemme.

 

La Coalizione della Flottiglia della Libertà (Freedom Flotilla Coalition), composta da organizzazioni della società civile di 14 paesi, tra le quali “Verso Gaza”, condanna il massacro del governo israeliano contro il popolo palestinese che esercitava il suo legittimo diritto di protestare contro l’occupazione illegale ed il diritto universale alla libertà di movimento.

 

Una volta ancora le Forze di Occupazione Israeliane (IOF) hanno dimostrato il loro disprezzo per la vita umana: non si deve permettere loro di farlo impunemente. I responsabili di questi crimini di guerra devono essere portati davanti alla giustizia.

 

E’ importante dare un nome a coloro che sono stati assassinati venerdì dalle Forze di Occupazione israeliane. Non sono “caduti” anonimi, sono giovani con familiari e amici, persone che avevano un futuro ma che l’hanno messo a rischio per la Palestina e per la libertà di movimento:

 

Naji Abu Hajir – 25 anni

 

Mohammed Kamal Al-Najjar

 

Wahid Nasrallah Abu Samour – 27 anni

 

Amin Mansour Abu Muammar

 

Mohammed Naeem Abu Amr

 

Ahmed Ibrahim Ashour Odeh – 16 anni

 

Jihad Ahmed Fraina

 

Mahmoud Saadi Rahmi

 

Abdel Fattah Abdel Nabi – 18 anni

 

Ibrahim Salah Abu Shaar – 22 anni

 

Abd al-Qader Marhi al-Hawajri - 25 anni

 

Sari Walid Abu Odeh

 

Hamdan Ismail Abu Amsha

 

Jihad Zuhair Abu Jamous – 30 anni

 

Bader al-Sabbagh – 22 anni

 

Mus' ab Zuhair Essaloul – 23 anni

 

La Coalizione della Flottiglia della Libertà continuerà a navigare finché dureranno l’occupazione e il blocco, chiedendo ai governi di non essere complici di queste violazioni dei diritti umani.

 

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto San  Giovanni)

 

sab

31

mar

2018

OPERAI, INTELLETTUALI E SOCIALISMO

Operai, intellettuali e socialismo

 

 Liberarci dei lacci e lacciuoli che tengono imbrigliata la classe operaia e i proletari e li legano ai loro sfruttatori è oggi indispensabile

 

Michele Michelino (*)

 

 

 

Le ultime tornate elettorali hanno evidenziato il grande distacco esistente fra la classe operaia e i partiti che dicono di rappresentarla, a cominciare da chi si dichiara “comunista” nella forma, ma è riformista nella sostanza.

 

Non c’è né da meravigliarsi né da scandalizzarsi. I più grandi tradimenti degli interessi proletari sono stati attuati proprio da chi diceva di rappresentarne gli interessi.

Le guerre, le varie “riforme del lavoro” che hanno peggiorato le condizioni di vita e di lavoro di operai e proletari, sono state compiute proprio dai governi “amici”, dimostrando agli operai e ai proletari che di amici, nel palazzo, non ne hanno.

 

Coperti dal simbolo della falce e martello, i cosiddetti “comunisti” - con la loro partecipazione ai governi che hanno sostenuto gli interessi dell’imperialismo e dei grandi industriali, delle banche, ecc. – si sono guadagnati invece il loro posto al sole

 

E ora i gruppi dirigenti di queste organizzazioni - composte di riciclati da vecchi partiti “comunisti”, che nella pratica sono stati le mosche cocchiere dell’imperialismo - davanti ai fallimenti e alla perdita di una poltrona “conquistata” attraverso il voto operaio e popolare, incolpano del loro fallimento gli operai e parlano di “arretratezza” della classe operaia che vota Lega o Cinque stelle.

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gio

29

mar

2018

DI LAVORO E SFRUTTAMENTO SI CONTINUA A MORIRE

DI LAVORO SI CONTINUA A MORIRE: IL CAPITALISMO E’ UN VAMPIRO CHE SI ALIMENTA E PROSPERA’ SUL SANGUE OPERAIO.


Un’esplosione, scoppio in un serbatoio nel porto industriale di Livorno ha provocato la morte di due operai di 25 e 52 anni. Altri operai sono rimasti feriti. Ora ci sarà l’ennesima inchiesta e un processo che si concluderà come sempre dopo anni e vari gradi di giudizio. I tempi lunghi dei processi e la prescrizione concedono l’impunità ai padroni assassini. La giustizia dei padroni tende sempre a proteggere gli sfruttatori, per i padroni nessuno è responsabile se non gli operai che si sono trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato.
Il 28 marzo Alla Sanac di Massa, atri tre operai sono rimasti feriti nell'esplosione, all'interno dell'azienda, che tratta materiale edile refrattario.
Dal 1° gennaio 143 morti sui luoghi di lavoro in Italia. Almeno altrettanti muoiono sulle strade e in itinere.
Nel 2017 il dato dell’Inail (ancora provvisorio in attesa dei dati definitivi che arriveranno con la relazione annuale di luglio) sale a 1.029 ‘casi mortali’, +1,1%.
I dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro ci dicono che dal 1° gennaio sono 143 morti sui luoghi di lavoro in Italia, e almeno altrettanti muoiono sulle strade e in itinere.

 

gio

29

mar

2018

IL TRONO SANGUINOSO

Arabia Saudita

 

Il trono sanguinoso

 

Di Guadi Calvo (*)

 

Dal giugno dell’anno scorso, quando il re Salman ha escluso dalla linea di successione il nipote Mohamed bin Nayefi e ha designato con decreto reale suo figlio, il principe Mohammed bin Salman, di 31 anni, ministro della Difesa, questi è responsabile del genocidio, che si continua a commettere con il consenso di tutte le potenze occidentali, contro il popolo yemenita dal 2015, che da allora ha prodotto circa 17 mila morti civili, tra cui 3.500 bambini. Più di 25 mila feriti, 3.000 di questi donne. Una somma di circa 22.000 civili feriti, 25 milioni di yemeniti colpiti dalla crisi umanitaria e, di essi, 10 milioni che soffrono la fame: tra loro 2 milioni sono bambini. Con l’aggiunta delle epidemie: solo il colera ha fatto, fino ad ora, 3.500 morti.

 

Il futuro monarca sta mettendo alla prova il suo potere, dimostrando – come i suoi predecessori – il profondo disprezzo per i diritti umani, quegli stessi diritti che i suoi alleati occidentali si sgolano a difendere quando governi che non fanno i loro interessi – tipo Venezuela, Cuba, Iran, Corea del Nord o anche la Russia – senz’altra prova che una serie di campagne mediatiche perfettamente orchestrate , vengono accusati e sanzionati.

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mer

28

mar

2018

LA POLITICA ESTERA USA

La politica  estera degli Stati Uniti: il  circolo estremista si chiude

 

di Randy Alonso Falcòn (*)

 

Nel mezzo dell’ambiente febbrile che si vive nalla Casa Bianca, le recenti nomine del presidente Trump a posti-chiave della sua amministrazione riflettono chiaramente l’accento militarista, di potere forte e di ricatto imperiale che questi sta imprimendo alla politica estera statunitense.

 

Insieme ai cambi al comando del Dipartimento di Stato e del Consiglio di Sicurezza nazionale, anche il bilancio che Trump ha appena firmato lo scorso venerdì, per quello che resta dell’esercizio fiscale 2018, mostra la preminenza delle politiche della forza sulla diplomazia, nel più classico stile detto “hard power”. Mentre le assegnazioni al Dipartimento della Difesa crescono più di 60 mila milioni di dollari, il bilancio della cancelleria statunitense  e dei suoi organi per la diplomazia pubblica è stato tagliato del 32%. Mentre la spesa totale per la difesa, compreso il rinnovamento dell’arsenale nucleare, arriva a 700 mila milioni di dollari, il resto delle spese raggiungerà i 591.000 milioni. Gli Stati Uniti spenderanno in difesa più di quello che spendono i sette paesi che li seguono.

 

Nel presentare un anno fa la proposta di bilancio 2018, il direttore dell’Ufficio del Bilancio di Trump, Mick Mulvaney, è stato deciso: “Il presidente ha detto che avremmo speso meno denaro per la gente di fuori e più per quella di casa”. “E’ un bilancio di potere duro, non morbido, ed è intenzionale. Questo è il messaggio che vogliamo inviare ai nostri alleati e agli avversari. Questo è un Governo forte e potente”, ha detto in conferenza stampa.

 

I falchi fanno il nido

 

In una parodia con i giorni più sinistri dell’amministrazione W. Bush, vecchi e nuovi falchi assumono la conduzione della politica estera imperiale.

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lun

26

mar

2018

AHED TAMINI

Ahed Tamimi condannata a otto mesi di prigione per aver resistito ad uno scagnozzo israeliano

 

 

Da: lahaine.org; 22.3.2018

 

 

L’attivista palestinese Ahed Tamimi è stata condannata mercoledì (21 marzo) ad una ingiusta pena di otto mesi di prigione e ad una multa di 5.000 shekel (1.168 euro) per aver contrastato l’entrata illegale in casa sua di uno scagnozzo dell’esercito israeliano e per aver “convocato manifestazioni”, nonostante avesse 16 anni al momento della sua detenzione, secondo informazioni della Ong Avaaz.

 

L’adolescente,  in carcerazione preventiva da dicembre, verrà messa in libertà il prossimo luglio grazie alla pressione interna e internazionale che ha obbligato la Procura Militare di Israele e il Tribunale a cancellare alcuni dei dodici reati che pesavano su di lei e per i quali rischiava una pena di almeno tre anni di carcere.

 

La giovane di 17 anni è comparsa il pomeriggio davanti alla Corte Militare, ubicata nella prigione israeliana di Ofer, nel territorio occupato di Cisgiordania, accusata di dodici reati. “Non c’è giustizia sotto l’occupazione israeliana” ha detto alla Corte sulla sua condanna alla fine del giudizio, iniziato lo scorso 31 gennaio.

 

La condanna riguarda anche sua madre Narima, condannata ad altri otto mesi di prigione e ad una multa di 6.000 shekel (1.400 euro), che appare anch’essa nel video per il quale è stata arrestata Ahed, e la cugina di questa, Nour, che è in libertà provvisoria ma che sarà condannata alla prigione se verrà accusata di reati simili nei prossimi tre anni.

 

L’udienza è stata celebrata a porte chiuse, nonostante la difesa avesse chiesto che fosse pubblica, richiesta che il Tribunale militare del regime sionista ha rifiutato. La Polizia di Israele, in un comunicato, ha informato dell’arresto di una donna palestinese che era presente all’udienza e che ha schiaffeggiato un procuratore militare.

 

Il video per il quale Ahed è stata arrestata mostrava l’adolescente, allora di 16 anni, che insultava e resisteva ai soldati israeliani che erano entrati con la forza nel cortile di casa sua, nella città cisgiordana di Nabi Saleh. Ahed è stata accusata – tra altri reati, alcuni dei quali per fatti avvenuti nel 2016 – di aver attaccato le forze di sicurezza, di aver proferito minacce, di aver gettato pietre e di aver partecipato a manifestazioni ‘violente’.

ven

16

mar

2018

RIFLESSIONE SULL' 8 MARZO

Qualche riflessione sull’8 marzo

 

E adesso?

 

di Daniela Trollio (*)

 

Un altro 8 marzo è passato. E’ stato caratterizzato da “scioperi”, anzi per meglio dire da manifestazioni, in tutto il mondo. L’azione più incisiva l’hanno fatta in Brasile 800 donne del Movimento Sin Tierra occupando la stamperia del gruppo editoriale Globo, il più grande dell’America Latina. La protesta è stata diretta contro il governo e i suoi provvedimenti anti-lavoratori, contro la stampa asservita e contro l’utilizzo dell’esercito in città come Rio de Janeiro.

 

Sembrano rivendicazioni  un po’ poco femministe. Ma non è così, per varie ragioni.

 

La principale è molto semplice: va bene l’8 marzo, ma c’è un prima e un dopo -  altri 364 giorni  - in cui continuiamo a vivere la nostra vita di sfruttate e di oppresse. Un intero anno in cui dovremo lottare, a quanto pare non più come – genericamente - “donne” ma come parte di quell’immensa maggioranza che sono i proletari, i lavoratori; un anno in cui ci troveremo davanti, tutti i giorni, i nemici di cui sopra.

 

Parole

E qui veniamo ad una parola d’ordine “storica” e centrale del femminismo nordamericano ed europeo : “il corpo è mio e lo gestisco io”. Bellissima parola d’ordine che sottoscrivo come desiderio, ma il corpo delle donne non esiste in un luogo senza spazio e senza tempo, ma nella realtà nuda e cruda di ieri, di oggi, di domani. Se è vero che il corpo è “mio”, chi lo gestisce sono altri. Se devo lavorare per vivere, il mio corpo sarà gestito dai miei padroni, che stabiliranno il suo valore, l’uso del suo tempo, la sua utilità.

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mer

14

mar

2018

PER IL DIBATTITO

Pubblicato sulla rivista Scintilla n. 87 di marzo 2018

 

Risposta a Scintilla

 

Sul numero 86 del febbraio 2018 di “Scintilla”, sotto il titolo “Risposta a un articolo stimolante”, i compagni di Piattaforma Comunista rispondono a un mio articolo pubblicato nel numero di gennaio 2018 di “nuova unità” dal titolo “Potere operaio e organizzazione comunista”.

 

Ringrazio i compagni per la risposta e il garbo con cui replicano al mio articolo, aprendo un confronto sul che fare di chi oggi si dichiara comunista. Confronto che raccolgo volentieri.

 

I compagni di Scintilla concordano su una serie di analisi e affermazioni - in particolare ” pochi operai e proletari rivoluzionari, comunisti, sono costretti a lavorare nel movimento di massa, sindacale, sociale, divisi fra loro, frazionati, dispersi e annacquati fra alcune decine di organizzazioni che si definiscono “comuniste” senza alcun confronto fra loro, alcun dialogo, con gli operai spesso isolati anche nelle loro organizzazioni”. E che occorre “cominciare a interrogarsi sul come uscire dal pantano in cui siamo caduti, come ricomporre la classe proletaria, la nostra organizzazione politica rivoluzionaria”. E che “oggi serve una sola organizzazione di classe proletaria anticapitalista antimperialista di combattimento, indipendente, non di mera rappresentanza”, e “un’unica grande organizzazione di classe che si pone l’obiettivo del potere operaio”.

 

Ma essi si soffermano sull’ultima frase del mio scritto che afferma “Oggi il “che fare” è: quale deve essere il ruolo dei comunisti nel movimento di massa attuale?”, ritenendo che “La domanda, così come è posta, rischia di far retrocedere il dibattito”.

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lun

12

mar

2018

ULULATI SOLO CONTRO DAMASCO

Ululati” solo contro Damasco: quello che i media occidentali non dicono su Guta Orientale

 

Di Rania Khalek (*)

 

Mentre le forze governative siriane ed il gruopo estremista Jaysh-Al-Islam lottano per il controllo di Guta Orientale, i media occidentali ‘ignorano’ le atrocità commesse dagli insorti, incolpando il “regime” di tutta la violenza nella zona suburbana di Damasco”, denuncia la giornalista Rania Khalek.

 

Come è già successo ad Aleppo, Madaya e Homs, i media coprono la situazione “come se lì non esistessero insorti armati e le autorità stessero massacrando i civili senza pietà”, presentandole come se fossero mosse da “una sete di sangue caricaturisticamente vile” dice Khalek  in un articolo in inglese per Russia Today.

 

Quando parlava degli insorti, la stampa occidentale, generalmente, li presentava – e ancora li presenta – come ribelli moderati e lottatori per la pace.

 

Coloro che seguono il conflitto siriano limitandosi a leggere i principali media d’Occidente si creano la falsa impressione che esista un conflitto unilaterale tra il Governo siriano e i suoi cittadini. Ma questa guerra non è molto semplice.

 

Yihaidisti

 

I ‘ribelli’ che controllano Guta Orientale fanno parte di una serie di gruppi yihaidisti, il più forte dei quali è Rania Khalek una formazione salaafita yihaidista sostenuta dall’Arabia Saudita, che cerca di sostituire il Governo siriano con un Stato Islamico (Isis). Jaysh Al Islam è un gruppo estremamente settario e rivoltante nella sua retorica, nelle sue tattiche e negli obiettivi quanto lo è l’ISIS. Compie esecuzioni pubbliche e il suo fondatore, il defunto Zahran Alloush, fece un appello pubblico alla pulizia etnica contro le minoranze religiose di Damasco.

 

Il secondo gruppo più grande è Faylaq Al Rahman, alleato di Hayet Tahrir Al Sham (HTS), ultimo nome della filiale di al-Qaeda in Siria. Anche HTS ha una piccola presenza a Guta orientale, come Ahar Al Sham e Nour Al Din Al Zenki, che erano soliti ricevere armi statunitensi e i cui miliziani si fecero riprendere decapitando un adolescente.

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mer

07

mar

2018

8 MARZO

8 marzo, giornata internazionale della donna lavoratrice

 

Per noi… niente mimose, grazie!

 

Svegliamoci, svegliamoci umanità, non c’è più tempo! Le nostre coscienze saranno scosse dal fatto di stare soltanto contemplando l’autodistruzione basata sulla depredazione capitalista, razzista e patriarcale!”.

 

Sono le parole di Berta Càceres, leader del popolo indigeno Lenca e co-fondatrice del Consiglio delle organizzazioni popolari ed indigene dell'Honduras (COPINH). Con una dura lotta riuscì, insieme al suo popolo, ad evitare  la costruzione di una diga sul Rio Gualcarque, sacro ai Lenca, ad opera di una joint venture tra la compagnia honduregna DESA e la cinese Sinohydro, il più grande costruttore di dighe al mondo. Dopo anni di minacce, è stata assassinata nella sua casa il 2 marzo 2016. Pochi giorni fa è stato arrestato il mandante del suo assassinio: il presidente della DESA. Berta è una dei 130 ambientalisti uccisi in Honduras.

 

L’8 marzo è una giornata di lotta “internazionale”:  così vogliamo ricordare alcuni nomi delle donne proletarie, rivoluzionarie, comuniste che nel corso dei decenni hanno lottato in prima fila per un mondo senza sfruttatori, senza oppressori, contro il colonialismo, il capitalismo, l’imperialismo.

 

Solo alcuni nomi, ma dietro a questi ci sono migliaia e migliaia di donne invisibili che continuano la loro lotta, nelle condizioni più difficili, in tutti i continenti, per un mondo diverso e contro le menzogne imperiali sulle guerre, fatte per “ragioni umanitarie” e per difendere ”i diritti delle donne”, nascondendo il fatto che in Afganistan, in Iraq, in Libia le donne godevano di diritti e condizioni di vita incomparabilmente migliori prima che l’aggressione imperialisti precipitasse i loro paesi in un caos di violenza e di oscurantismo.

 

 

Prima di partire nel nostro giro intorno al mondo, un pensiero va a Rosa Luxemburg, ad Alexandra Kollontaj, a Nadezda Krupskaja e alle operaie russe che il 23 febbraio 1917 (l’8 marzo per il nostro calendario) scesero in sciopero trasformando la giornata in una vera e propria insurrezione.

E, tra le 35.000 donne partigiane, a Onorina Brambilla Pesce, Carla Capponi, Gisella Floreanini e Gina Galeotti Bianchi, la partigiana “Lia”.

 

 

Fu Nwanyeruwa, una donna Ibo della Nigeria, a scatenare la prima, anche se breve, sfida alle autorità britanniche nell’Africa Occidentale. Nel novembre 1929, organizzata da lei, scoppiò la Guerra delle Donne: circa 25.000 donne di tutta la regione protestarono, manifestarono e lottarono contro l’imposizione delle tasse applicata anche alle donne che, tradizionalmente, ne erano esenti. Dopo qualche mese piegarono l’Impero Britannico.

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mar

06

mar

2018

OFFENSIVA MEDIATICA CONTRO LA SIRIA

Si scatena una nuova offensiva mediatica contro la Siria

di JuanLu Gonzàlez (*)

 

Tutto indica che siamo alle porte di una nuova fase dell’aggressione internazionale contro la Siria.

 

Ora che la situazione sul terreno fa intraveder la fine della guerra, di nuovo – come ad Aleppo – i battaglioni mediatici dell’occidente si dirigono unanimemente contro la campagna di liberazione di Guta orientale, in prossimità di Damasco, dalle mani dei terr