sab

20

apr

2019

NOTRE DAME E I BOMBARDAMENTI IMPERIALISTI

Notre Dame e i bombardamenti imperialisti: un doppio binario che spezza l’umanità

 

di Cecilia Zamudio (*)

 

E’ triste, sì, che Notre Dame de Paris si sia incendiata; ma è ancora più triste che la Francia, insieme agli USA e agli altri paesi imperialisti, bombardi paesi in tutto l’Orbe – con sconcertante facilità – per massacrare milioni di persone, distruggere il patrimonio storico - di dimensioni e antichità maggiori di Notre Dame -  dell’umanità, abbattere scuole ospedali e infrastrutture vitali per la salute, utilizzare uranio impoverito e lasciarsi dietro decine di milioni di amputati e indici di cancro enormi nei paesi che bombardano e torturano tramite mercenari da loro incoraggiati (come l’ISIS o i presunti “ribelli” libici)

E tutto per saccheggiare fino al midollo le risorse dei paesi invasi. Perché quell'animale feroce che invade e calpesta ha le fauci avide del capitalismo multinazionale.

 

I media della dittatura del capitale oggi dicono che bisogna stracciarsi le vesti per la cattedrale di Parigi ma invece, quando i paesi imperialisti bombardano altri paesi giorno e notte, tagliando vite e sterminando sogni, quegli stessi media dicono che bisogna “applaudire” quelli che cinicamente chiamano “bombardamenti umanitari”, dicono che bisogna applaudire invasioni e saccheggi.

 

E, naturalmente, la distruzione del patrimonio culturale dell’umanità – per i media del capitale – sembra non importare nulla, a meno che non avvenga in una metropoli capitalista.

leggi di più

ven

19

apr

2019

L'ARRESTO DI ASSANGE

L’arresto di Assange è una messa in guardia della storia
di John Pilger (*); da: legrandsoir.info; 14.4.2019

L’immagine di Julian Assange trascinato fuori dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra è emblematica della nostra epoca. La forza contro il diritto. La brutalità contro la legge. Sei poliziotti che malmenano un giornalista malato, con gli occhi strizzati contro la prima luce naturale dopo circa sette anni.

Che questo scandalo sia avvenuto nel cuore di Londra, nel paese della Magna Charta, dovrebbe far vergognare e far arrabbiare tutti coloro che tengono alle società “democratiche”. Assange è un rifugiato politico protetto dal diritto internazionale, beneficiario di asilo in virtù di un accordo che la Gran Bretagna ha firmato. L’Organizzazione delle Nazioni Unite l’ha indicato chiaramente nella decisione giuridica presa dal suo Gruppo di lavoro sulle detenzioni arbitrarie.

 Ma al diavolo tutto questo. Lasciate entrare i teppisti. Diretta dai quasi-fascisti dell’amministrazione Trump, con la collaborazione dell’ecuatoriano Lenìn Moreno – un Giuda latinoamericano e un mentitore che cerca di nascondere lo stato moribondo del suo regime – l’élite britannica ha abbandonato il suo ultimo mito imperiale: quello dell’equità e della giustizia.
Immaginate Tony Blair trascinato fuori dalla sua casa georgiana da diversi milioni di sterline a Connaught Square, Londra, ammanettato, per essere poi spedito all’Aja. 
Secondo l’esempio di Norimberga, il “crimine supremo” di Blair è la morte di un milione di iracheni. 
Il crimine di Assange è il giornalismo: chiedere il conto ai rapaci, denunciare le loro menzogne e fornire alla gente del mondo intero i mezzi per agire con la verità.

leggi di più

mar

16

apr

2019

GIORNATA INERNAZIONALE DEI PRIGIONIERI PALESTINESI: 17 APRILE

Giornata Internazionale dei Prigionieri Palestinesi: 17 aprile

di Ramòn Pedregal (*)

 

All’inizio del secolo XXI lo spirito delle leggi di Israele indica che l’obiettivo dello Stato è servire gli ebrei, ... chiunque non provenga da viscere ebraiche e viva a Jaffa o a Nazareth sentirà che lo Stato in cui è nato non sarà mai suo”.  (dal libro ‘L’invenzione del popolo ebreo?  Aurore: Shlomo Sand)

Il fascismo consiste soprattutto nel non limitarsi a fare politica e pretendere di fare storia” (dichiarazione dello scrittore rafael Sànchez Ferlosio).

 

“Assassinare 300 palestinesi a Gaza è stat una decisione saggia” ha dichiarato Netanyahu, l’assassino. Ha dichiarato anche che invaderà tutta la Palestina e se la prenderà. L’assassino dichiara che continuerà a rubare. Lo stesso assassino che è stato rieletto dalla maggioranza dei sionisti nelle ultime elezioni, perchè continui ad ignorare il Diritto Internazionale ed i diritti del Popolo Palestinese.

 

Nel 1974 il Consiglio Nazionale Palestinese dichiarò il 17 aprile “Giono dei Prigionieri”.

 

La Palestina è la prima nuova colonia da quando è finita la 2° Guerra Mondiale. Il vecchio Impero inglese non voleva che il martirio del popolo palestinese terminasse: il suo territorio era – ed è – la culla imperiale in Medio Oriente tramite la quale si proponeva la destabilizzazione e il recupero dell’egemonia politica ed economica del grande capitale. Dal 1948, con la creazione dell’ente sionista per mano del governo inglese, i sionisti – ora con l’appoggio del regime imperiale statunitense - hanno provocato guerre, hanno impiantato un regime razzista, di apartheid e xenofobo fino a dichiarare lo Stato Nazionale Ebreo. Il mondo degli assassini sionazisti.

leggi di più

lun

15

apr

2019

IN VISTA DEL 25 APRILE

In vista del 25 aprile, consigliamo la lettura di quanto segue (ne abbiamo fatto un estratto, chi vuole leggere il testo completo lo troverà su https://www.wumingfoundation.com/…/…/01/partigiani-migranti/). 
Pubblicato il 15.1.2019 da Wu Ming 2

Partigiani migranti. La resistenza internazionalista contro il fascismo italiano.

 

Qualche settimana fa, poco prima di Natale, l’account twitter dell’ANPI Brescia ha segnalato l’ennesimo tentativo di ridurre la Resistenza italiana a un movimento patriottico, bianco e nazionalista.
Ancora una volta, ci è toccato leggere frasi di questo genere: «A coloro che accostano i #migranti ai #partigiani e che cantano #bellaciao faccio notare che i VERI partigiani (non i #sinistri che s’atteggiano dell’#anpi) combattevano per difendere la propria patria!!! E combattevano contro “l’invasor” ovvero lo straniero! E non scappavano!!!»
Giustamente l’ANPI Brescia ha risposto: «I partigiani combattevano contro i fascisti, italiani e stranieri, per la liberazione dell’Italia dalla dittatura, e i migranti di allora, cioè le persone costrette a lasciare il loro Paese (ad esempio dalla guerra), li accoglievano nelle loro file. E non scappavano.»
Per aiutare a smontare la mistificazione, abbiamo iniziato ad elencare alcuni esempi di quanto la Resistenza sia stata invece multietnica, creola, internazionalista e migrante. Il thread ha avuto una rapida diffusione e molte persone hanno aggiunto notizie e testimonianze familiari sulla partecipazione di «partigiani stranieri» alle «nostre» brigate.

leggi di più

mer

10

apr

2019

ISRAELE VOTA PER L'APARTHEID

Israele vota per l’apartheid

di Gideon Levy (*)

Nelle elezioni di martedì ci sarà un risultato sicuro: circa 100 membri della prossima Knesset (il parlamento israeliano, n.d.t.) saranno sostenitori dell’apartheid. Questo non ha precedenti in alcuna democrazia. Cento su 120 legislatori, un assoluto di maggioranze assolute, che appoggiano il mantenimento della situazione attuale, che è l’apartheid.

 

Con una tale maggioranza, sarà possibile nella prossima Knesset dichiarare ufficialmente Israele come Stato di apartheid. Con un tale appoggio all’apartheid e considerando la durata dell’occupazione, nessuna propaganda potrà rifiutare la semplice verità: quasi tutti gli israeliani vogliono che l’apartheid continui. L’apogeo della sfrontatezza lo chiamano democrazia, nonostante che più di quattro milioni di persone che vivono vicino a loro e sotto il loro controllo non abbiano diritto a votare nelle elezioni.

 

Naturalmente nessuno sta parlando di questo, ma in nessun altro regime del mondo c’è una comunità che vive a fianco di un’altra dove i residenti di una, abitanti di un insediamento in Cisgiordania, abbiano diritto a votare mentre i residenti dell’altra, un villaggio palestinese, non ce l’hanno. Questo è l’apartheid in tutto il suo splendore, la cui esistenza quasi tutti i cittadini ebrei del paese vogliono che continui.

 

 

Un centinaio di membri della Knesset saranno eletti a partire da liste che si chiamano di destra, di sinistra o di centro, ma quello che hanno in comune supera qualsiasi differenza: nessuno ha intenzione di mettere fine all’occupazione. L’ala destra lo dice con orgoglio, mentre il centro-sinistra ricorre a illusioni inutili per nascondere l’immagine, enumerando le proposte per una “conferenza regionale” o una “separazione sicura”. La differenza tra i due gruppi è insignificante. All’unisono la destra e la sinistra stanno cantando “dite sì all’apartheid”.

leggi di più

mar

09

apr

2019

VENEZUELA: Un altro sabato di manifestazioni fa fallire l’inizio della “operazione libertà”

Un altro sabato di manifestazioni fa fallire l’inizio della “operazione libertà”
di Marco Teruggi (*)
Caracas si è trasformata in uno scenario di mobilitazioni di piazza da mesi. I sabati sono una data fissa dove vengono fotografate le due forze politiche in lotta nel paese: il chavismo e la destra. Sabato 6 aprile non è stata un’eccezione sotto un cielo azzurro col
or dei Caraibi. La giornata era carica di domande. La principale: che forma avrebbe preso quello che la destra chiamava inizio della “operazione libertà”.

La giornata, nelle file della destra, era segnata – tra altre cose – dalle dichiarazioni dell’ “inviato” degli USA per il Venezuela, Eliott Abrams, che aveva dichiarato il giovedì che era “prematura” l’opzione dell’intervento militare in Venezuela. L’annuncio era piombato in modo demoralizzante sul settore della base sociale della destra che era arrivata alla conclusione che solo un intervento militare straniero, cioè diretto dagli USA, possa rovesciare Nicolàs Maduro. Quanto ai dirigenti della destra che affermano che questa sia l’unica via – come Marìa Corina Machado – ora devono spiegare, oltre che sopportare, l’inopportunità e il peso delle parole di Abrams, che hanno messo un freno alla loro volontà interventista.
Le risposte alla “operazione libertà” sono arrivate da quello che non è successo.
La destra ha fatto mini-proteste in vari punti del paese ed una manifestazione di alcune centinaia di persone nell’est di Caracas – ben lontano dal Palazzo di Miraflores. Là Juan Guaidò ha fatto un discorso, accompagnato da dirigenti di altri partiti della destra, dopo di che la gente se n’è andata ... fine.

leggi di più

sab

06

apr

2019

TURCHIA: TREDICI MOTIVI DELLA SCONFITTA E DELLA SOAPRAVVIVENZA DELL'ERDOGANISMO

Turchia: tredici motivi della sconfitta e della sopravvivenza dell’ “erdoganismo”
di Nazanin Armanian (*)

Le elezioni municipali del 31 marzo, che sono state un referendum sulla gestione di Tayyeb Erdogan un anno dopo l’essersi trasformato nell’onnipotente presidente della Turchia, confermano la tendenza degli avvenimenti degli ultimi anni: la fine progressiva dell’ “erdoganismo”, e questo nonostante che il nazional-islamista Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) sia stato il più votato: “Per la 15° volta siamo il primo partito” ha detto Erdogan.
La mappa politica è sempre più appassionante: AKP ed i suoi soci al governo, l’estrema destra –pan/turca di Azione Nazionalista (MHP) hanno perso niente meno che la capitale Ankara, le province costiere mediterranee di Adana, Smirne, Mersin e Antalya. 
Mentre la più grande città kurda, Diyarbakir, ha votato il perseguitato Partito Democratico dei Popoli (HDP), formazione kurdo-socialista, a Istambul la vittoria è in contestazione tra l’AKP e il centrista/secolare Partito Popolare Repubblicano (CHP).
Altro dato da infarto per il cuore spezzato del Califfo ottomano: i comunisti, per la prima volta, guadagnano un municipio, quello di Dersim. Il contadino Fatih Mehmet Maçoglu, che dal 2014 era sindaco del villaggio di Övacik – dove aveva impiantato un sistema alternativo (di trasporti pubblici gratuiti, acqua a basso costo, cooperative agricole, case popolari, borse di studio per gli studenti, politiche femministe, assemblee popolari ecc.) ora vince a Dersin, una storica città kurda con 6.500 abitanti.

Le ragioni di una caduta agonica:
1. La recessione economica: svalutazione della lira turca del 25%, l’inflazione al 20%, la disoccupazione giovanile al 25% ed un debito estero delle società private turche di 250.000 milioni di dollari, che ha causato il fallimento di decine di esse. Il governo ed il settore privato hanno investito un’importante parte dei prestiti ricevuti dalle banche europee nel settore turistico invece di potenziare l’industria e l’agricoltura. La domanda dei consumatori, come gli investimenti stranieri da cui dipende l’economia turca, sono collassati. Mentre il governo accusa le potenze straniera di tutti i mali del paese, esso ha dovuto affrontare la “crisi della cipolla”, prodotto top padella cucina turco-kurda il cui prezzo è triplicato negli ultimi mesi a causa della speculazione delle grandi imprese basate sulla rendita, legate alla borghesia commerciante che governa. La Turchia, per evitare code, ha dovuto importare così tanta cipolla dall’Iran che ha provocato la scarsità nel paese vicino, obbligando le autorità a prendere misure di controllo dell’esportazione.

leggi di più

mar

02

apr

2019

FINO A QUANDO PIOVERANNO BOMBE SU GAZA?

Fino a quando pioveranno le bombe su Gaza?

 

di Leandro Albani (*); da; lahaine.org; 2.4.2019

 

 

 

Le equazioni sembrano sempre risolversi perfettamente per Benjamin Netanyahu. Il  primo ministro israeliano, accusato di corruzione dalla giustizia del suo paese, non ha esitazioni ad ordinare una cataratta di missili sulla Striscia di Gaza quando sente che la sua credibilità è in gioco. Ma Netanyahu non si muove solo per semplice istinto di sopravvivenza; la sua formazione all’interno del sionismo, un’ideologia di ultra-destra e razzista, lo definisce come un leader cosciente che uno dei suoi principali obiettivi è reprimere (se possibile anche fino allo sterminio) il popolo palestinese.

 

 

Negli ultimi giorni l’equazione a cui si attacca Netanyahu si è perfettamente risolta. Con la campagna elettorale per i comizi parlamentari del prossimo 9 aprile in Israele, il primo ministro – assediato dalle critiche interne ed esterne – ha ottenuto un nuovo trofeo: il governo di Donald Trump ha riconosciuto che le Alture del Golan sono territorio israeliano.

 

Questa regione – siriana – fu strappata dall’esercito israeliano dopo la Guerra dei 6 Giorni del 1967. Negli ultimi anni le Alture del Golan si sono trasformate in una retroguardia di molti gruppi irregolari che operano in territorio siriano, compresa Al Qaeda. In  questa zona lo Stato israeliano ha assistito i mercenari che poi infiltrava in Siria, costruendo persino ospedali da campo perchè venissero curati.

 

leggi di più

ven

29

mar

2019

PIANETA VERDE? SI, MA...

Pianeta verde? Si, ma…

 

di Daniela Trollio (*)

 

Marzo è stato il mese di alcuni movimenti “globali”. Dallo sciopero delle donne l’8 marzo allo sciopero per il clima del 15 marzo. Ed è di quest’ultimo che vogliamo parlare.

Decine e decine di migliaia di giovani – ed è un fatto importantissimo che essi non vogliano lasciare in  mani altrui il proprio futuro - si sono mobilitati in tutto il mondo contro l’indifferenza, la complicità e la responsabilità dei governi verso il cambiamento climatico già in atto, e le cui conseguenze ognuno di noi può vedere nel proprio paese.

 

Meno visibili sono alcune azioni che da anni compromettono non solo il clima ma la vita dei più poveri, e non solo. A partire dalla campagna di alcuni anni fa per i bio-combustibili, che tanto bio non sono: un aumento della  produzione di grano, mais, canna da zucchero ecc. che andrebbero a produrre tali combustibili; peccato però che questo significhi sottrarre terreni agricoli - ovviamente nelle parti più povere del pianeta - da destinare non all'alimentazione ma a questo tipo di prodotto “verde” per le auto dei più ricchi. Risultato: la rovina dei piccoli agricoltori, delle economie familiari, un aumento della fame nel mondo. Paladino di questa battaglia, per cui ricevette un premio internazionale nel non troppo lontano 2007, fu niente meno che il vice-presidente degli Stati Uniti, Al Gore. Il progetto – almeno ufficialmente – abortì grazie alle lotte e alle proteste dei contadini messicani.

 

 E se Greta Thunberg, l’attivista svedese di 16 anni che il 4 dicembre 2018  ha parlato del tema alla COP24, il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi in Polonia, è diventata un’icona del movimento, nessuno si è ricordato, nelle manifestazioni, di Berta Càceres, uccisa il 2 marzo 2016,  ambientalista e leader del Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene, che da anni si batteva contro la realizzazione di un impianto idroelettrico nell’Honduras del Nord. I mandanti: i dirigenti della DESA S.A., l’impresa incaricata di costruirla… E nessuno ha ricordato i 207 ambientalisti che sono stati assassinati in 22 paesi nel 2017. Nella stragrande maggioranza dei casi perché la loro lotta andava direttamente al cuore del problema: non gli Stati e la loro apparente inerzia riguardo alla distruzione del pianeta che avanza , ma le multinazionali ed i loro progetti predatori alla ricerca del massimo profitto.

leggi di più

gio

28

mar

2019

SOLIDARIETÀ PROLETARIA AD ALDO MILANI

 

SOLIDARIETA’ PROLETARIA AD ALDO MILANI

 

 

Gli operai e i lavoratori organizzati nel Comitato per la Difesa della Salute e nel Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” – che da anni lottano contro l’amianto, contro una società barbara che in nome del profitto calpesta salute, diritti e vita dei lavoratori e dei cittadini - esprimono tutta la loro solidarietà ad Aldo Milani – coordinatore nazionale del SICobas - che rischia una condanna a 2 anni e 4 mesi per aver “estorto” ai padroni della Levoni Carni di Modena migliori condizioni di lavoro per i lavoratori immigrati e super-sfruttati, come dovrebbe fare ogni sindacalista degno di questo nome e come invece hanno smesso di fare, da decenni, quelli che si proclamano “rappresentanti” ufficiali dei lavoratori, che assistono senza batter ciglio all'imbarbarimento di tali condizioni.

 

Da anni siamo spettatori di una farsa: padroni e politici di ogni colore non perdono occasione per affermare di essere preoccupati per il “lavoro”. Ma quale lavoro?

Quello ormai fuori da ogni regola civile, quello che – a fronte di una disoccupazione sempre più estesa – produce ogni anno centinaia e centinaia di morti sul lavoro: 1.133 nel 2018 con un incremento del 9,4% rispetto all'anno precedente. Numeri da bollettino di guerra, una guerra in atto contro i lavoratori, dove le vittime sono tutte dalla nostra parte e nessuno dei colpevoli paga mai. Senza parlare dei morti di lavoro.

 

Ecco che allora – se i lavoratori non ci stanno a questa strage, se si ribellano, lottano e riescono anche a vincere – vanno colpiti.

Perché diventano “pericolosi” per l’ordine capitalista imperante, perché diventano un esempio per tutti gli altri. E con loro vanno colpiti quelli che li organizzano, quelli che li appoggiano. Questo è il significato vero del processo-farsa di Modena ad Aldo Milani.

 

Noi, che portiamo sulla nostra pelle le cicatrici del “lavoro” salariato e che da anni ci battiamo contro “questo” lavoro, siamo al fianco di chi lotta e non accetta più di essere carne da macello per il profitto dei padroni.

La loro lotta è la nostra e ognuno di loro, Aldo Milani per primo, è “uno di noi”.

  

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

mail: cip.mi@tiscali.it           

 https://www.facebook.com/cip.tagarelli

 

Sesto San Giovanni (Mi), 27 marzo 2019

mer

27

mar

2019

A 16 ANNI DELL'INVASIONE DELL'IRAQ

A 16 anni dall’invasione dell’Iraq: la grande bugia

 

di David Brooks (*); da: lahaine.org; 27.3.2019

 

Come ogni guerra, quella dell’Iraq fu il prodotto di una grande bugia, una menzogna propagata da quasi tutti i principali mezzi di comunicazione (con alcune eccezioni) e da una classe di intellettuali ‘professionisti’ legata al potere, e tutti questi – a oggi – non hanno mai pagato le conseguenze e, meno ancora, hanno dovuto rendere conto della loro complicità.

 

E’ stata una guerra per cui fu fabbricata una giustificazione: venne dichiarato che l’Iraq aveva armi di distruzione di massa, che era in parte responsabile degli attentati dell’11 settembre, che era uno Stato che dava rifugio ai “terroristi”.

Tutto falso. E lo si sapeva anche allora: milioni di persone, in alcune delle manifestazioni contro la guerra più grandi della storia, lo sapevano, non si erano fatte ingannare.

 

La scorsa settimana è caduto il 16° anniversario della guerra degli USA all’Iraq, cosa che quasi nessuno – nelle strade, nelle università, nei bar, nei parchi e davanti a edifici governativi – ha ricordato e meno ancora commentato. Neanche il comandante in capo. Quella e le altre guerre sono già diventate parte del rumore di fondo di questo paese (gli USA, n.d.t.). Una guerra in più, una bugia in più.

 

Questa menzogna è costata più di 190 mila morti civili per violenza diretta della guerra; quasi 5 mila militari statunitensi sono morti; centinaia di migliaia di militari e civili feriti, e un costo di 2 bilioni di dollari fino ad oggi (e non si tratta della guerra, che è ancora in atto, più lunga della storia del paese, che ha 17 anni e sta in Afganistan), secondo il rapporto ‘Costi di guerra’ dell’Università Brown..

leggi di più

dom

17

mar

2019

INTERVISTA A UN OPERAIO GILET GIALLO

Intervista a un gilet giallo: SAMUEL BEAUVOIS, operaio MCA RENAULT MAUBERGE, delegato di fabbrica per il sindacato SUD Industrie/Solidaires, attivo gilet giallo nella lotta fin dall’inizio. (Intervista rilasciata la mattina del 16 marzo 2019).

Il 7 novembre 2018 Samuel ha contestato pubblicamente il Presidente francese Macron in visita alla sua fabbrica

 

Michele Michelino (*)

 

D. Il movimento dei gilet gialli è composto da frazioni di varie classi sociali; qual è il punto di vista di un operaio, di quel settore della classe operaia industriale che partecipa a questo movimento?

 

R. E’ una buona cosa che strati sociali diversi si trovino a lottare insieme, dagli operai ai professionisti, ai padroncini, ai dirigenti, perché questo significa che il popolo francese dice basta a un governo repressivo che praticamente reprime i francesi. E’ un governo che fa parte di un’elite ben precisa. Macron sostiene tutte le multinazionali penalizzando le piccole e medie imprese, facendole fallire.

 

D. Esiste un’organizzazione nazionale dei gilet gialli? Qual è il ruolo degli operai e delle loro organizzazioni in questo movimento? Come siete organizzati.

 

R. Non esiste un’organizzazione nazionale centralizzata, è un movimento in un certo senso anarchico che si organizza sui territori. Per quanto riguarda gli operai che partecipano a questo movimento, riporto l’esempio della fabbrica in cui lavoro, la Renault: su 2.400 lavoratori gli aderenti ai gilet gialli sono circa 800. Inoltre esiste un coordinamento nazionale dei sindacati dell’industria, a cui non partecipano i riformisti favorevoli al governo Macron.

 

D. Questa lotta si è radicalizzata sempre più, le manifestazioni continuano e ci sono stati molti arresti; cosa fa questo movimento per i compagni e i manifestanti arrestati?  

 

R. Chi viene arrestato non è mai una sola persona, è sempre un gruppetto. Dopo gli arresti i gilet gialli si precipitano al commissariato locale assediandolo e dopo il presidio di mezz’ora o un’ora la maggior parte viene liberata. Io stesso sono stato arrestato e poi liberato.

 

D. Questa lotta che è partita per motivi economici, contro l’aumento del prezzo del carburante, si è trasformata in una lotta politica contro il governo Macron e le multinazionali; cosa pensi della decisione di una parte dei gilet gialli di presentarsi alle elezioni istituzionalizzando la lotta?

 

R. Quelli che vogliono costituirsi in partito e presentarsi alle elezioni sono degli infiltrati. In questo momento il movimento si sta radicalizzando e quindi ci sono delle azioni di distruzione dei radar sulle strade, delle pompe di benzina, dei bancomat e oggi anche il sindacato Solidaires si presenterà in piazza a Parigi e sarà una giornata molto calda.

 

D. Il movimento dei gilet gialli ha dimostrato a tutta l’Europa che con la lotta radicale è possibile ottenere, anche se finora solo in parte, dei risultati. Il vostro obiettivo si limita a cambiare il governo Macron, a ottenere un salario dignitoso e la patrimoniale che Macron ha abolito o vi ponete l’obiettivo di cambiare la società?

 

R. L’obiettivo principale che ci poniamo è quello di far cadere il governo francese, il nemico di classe. Certo che sarebbe un’ottima cosa se il movimento dei gilet gialli si estendesse in Europa e contro le istituzioni europee che hanno l’obiettivo di abbassare i salari facendoli precipitare, portando i nostri salari tipo quelli che ci sono in Romania, in Polonia ecc. In Belgio il movimento dei gilet gialli è abbastanza cresciuto, ci sono già delle frange anche in Inghilterra e quindi l’auspicio sarebbe quello di dilagare in tutta Europa.

 

D. Perché avete deciso di caratterizzare questo movimento con i gilet gialli?

 

R. In Francia è tradizione del movimento operaio, ad esempio fra i vari sindacati, ma anche di altri settori di massa, di caratterizzarsi con casacche di diverso colore. Dato il carattere del movimento che vede scendere in lotta insieme frazioni di classi diverse è stato scelto il giallo perché è un colore neutro.

 

D. Grazie dell’intervista a nuova unità. La vostra lotta contro le multinazionali e il governo è anche la nostra lotta, la lotta degli operai italiani e di tutto il mondo, perché abbiamo un obiettivo comune che è quello di cambiare questo sistema basato sullo sfruttamento capitalista dell’uomo sull'uomo.

 

 

Anteprima della rivista “nuova unità”

 

https://www.nuovaunita.info/ù

 

https://www.facebook.com/cip.tagarelli/posts/2246984032236278

 

 

 

 

sab

16

mar

2019

ARRETRAMENTO DEI DIRITTI UMANI IN FRANCIA

Arretramento nei diritti umani in Francia: la repubblica in marcia torna indietro

 

di Rémy Herrera . (*)

 

Questo articolo (scritto nel gennaio 2019) è servito da base per un rapporto sulle violazioni dei diritti umani in Francia presentato da Centre Europe-Tiers Monde di Ginevra (CETIM, organizzazione governativa riconosciuta come entità consultiva generale) al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite per il periodo di sessioni 25 febbraio-22 marzo 2019, al punto 4: “Situazione dei diritti umani che richiedono l’attenzione del Consiglio”. Il rapporto finale è disponibile sul sito web dell’ONU con la sigla A/HRC/40/NGO/56

 

 

 

La Francia si trova in una zona di forti turbolenze da vari mesi. La violenza dei conflitti sociali è stata, per molto, una caratteristica  importante che sta segnando la vita di questo paese, così come un dato storico di una nazione fondata, essenzialmente dopo il 1789, sulla base di una rivoluzione di portata mondiale, le cui impronte – insieme alle conquiste sociali del 1936, del 1945 o quelle del 1968 – continuano ad essere presenti nella memoria collettiva e nelle istituzioni, indipendentemente dai tentativi di cancellarle.

 

 

 

Ma presto si compiranno 40 anni da quando la Francia, così come altri paesi del Nord, senza eccezione, è rimasta intrappolata nel  gioco letale delle politiche neoliberiste demolitrici.

 

Queste si possono interpretare solo come una straordinaria violenza sociale contro il mondo del lavoro. I loro effetti distruttivi (per le persone e per la società, ma anche per l’ambiente) si propagano grazie alla complicità dello Stato con i potenti del momento.

 

La situazione peggiora ancor più per l’alienazione della sovranità nazionale e la sottomissione all’Unione Europea, rifiutata dai cittadini francesi nel referendum del 2005 e che è stata loro imposta con una negazione della democrazia.

 

leggi di più

mer

13

mar

2019

Cuba condanna il sabotaggio terroristico contro il sistema elettrico del Venezuela

Cuba condanna il sabotaggio terroristico contro il sistema elettrico del Venezuela

Il Governo Rivoluzionario condanna energicamente il sabotaggio alla fornitura di elettricità in Venezuela, che costituisce un atto terroristico, diretto a danneggiare la popolazione indifesa di un’intera nazione, per utilizzarla come ostaggio nella guerra non convenzionale scatenata dagli Stati Uniti contro il governo legittimo presieduto dal compagno Nicolàs Maduro e contro l’unione civico-militare del popolo bolivariano e chavista.

 

Politici statunitensi si sono affrettati a celebrare un atto che priva la popolazione di un servizio basico fondamentale, lascia gli ospedali senza l’energia necessaria per operare, interrompe altri servizi elementari indispensabili della vita quotidiana come l’alimentazione, la fornitura di acqua, i trasporti, le comunicazioni, la sicurezza pubblica, il commercio, le transazioni bancarie e i pagamenti attraverso carte di credito; colpisce il lavoro in generale ed impedisce il funzionamento delle scuole e delle università.

La sequenza e la modalità dei fatti ricorda il sabotaggio contro l’industria petrolifera compiuto nel 2002, compiuto allora da una società statunitense proprietaria e gestore del sistema automatizzato di produzione, raffinazione, trasporto e distribuzione della produzione.

 

Si aggiunge, oltretutto, alla spietata guerra economica e finanziaria scatenata contro il Venezuela, con il chiaro obiettivo di vincere - attraverso le carenze e le privazioni – la volontà politica e sovrana di un popolo che non si è lasciato piegare.

leggi di più

lun

11

mar

2019

DOPO L'8 MARZO

 

Dopo l’8 marzo

 

Estratti dal libro “Femminismo per il 99%. Un manifesto” di Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser (edizione spagnola; editore italiano Tempinuovi)

 

Abbiamo bisogno di un femminismo anticapitalista, un femminismo per il 99%

 

Da: lahaine.org; 8.3.2019

 

 

 

Il femminismo che abbiamo in mente riconosce di dover rispondere ad una crisi di proporzioni epocali: il crollo dei livelli di vita e il minaccioso disastro ecologico; le guerre devastatrici e le espropriazioni intensificate; le migrazioni di massa accolte con il filo spinato; il razzismo e la xenofobia ringalluzziti e l’abolizione di diritti guadagnati con grandi sforzi, sia sociali che politici.

 

 

 

Aspiriamo ad affrontare tutte queste sfide. Evitando i mezzi toni, il femminismo che vediamo punta ad affrontare le radici capitaliste della barbarie metastatizzata. Rifiutando di sacrificare il benessere della maggioranza per proteggere la libertà di poche, difende le necessità ed i diritti di molte: delle donne povere e della classe lavoratrice, di quelle che patiscono il razzismo e delle migranti, delle donne queer, delle trans, delle disabili, quelle spinte a vedersi come “classe media” anche quando il capitale non cessa di sfruttarle. Ma non è tutto, questo femminismo non si limita a “questioni femminili”, come vengono tradizionalmente definite.

 

Rappresentando tutte le sfruttate, le dominate o oppresse, vuole trasformarsi in una fonte di speranza per l’intera umanità. Per questo lo chiamiamo femminismo per il 99%.

 

 

 

Ispirandosi alla nuova ondata di scioperi delle donne il femminismo per il 99% emerge dal crogiolo dell’esperienza pratica e della riflessione teorica. Dato che il neoliberismo rimodella l’oppressione di genere sotto i nostri stessi occhi, vediamo che l’unico modo in cui le donnne e le persone di genere non conforme rendano reali i diritti che hanno in merito, o che potrebbero ancora conquistare, consiste nel perseguire la trasformazione del sistema  sociale sottostante che svuota dei contenuti questi diritti.

leggi di più

ven

08

mar

2019

8 MARZO GIORNATA DI LOTTA

8 MARZO: “FESTA” O GIORNATA DI LOTTA PER L’EMANCIPAZIONE?

Da alcuni anni c’è in atto un tentativo da parte della borghesia di cancellare la memoria storica del proletariato, svuotandola dei suoi contenuti di classe. Così l’8 marzo è stata trasformata nella “festa” della donna, della mimosa. Una giornata libera dalla famiglia, per uscire in compagnia delle amiche con grande gioia dei commercianti che ne approfittano per fare lauti affari.

In realtà l’8 marzo non c’è niente da festeggiare. Questa data ricorda che l’8 marzo del 1908, a New York, 129 operaie della “Cotton” morivano bruciate vive dentro la fabbrica in lotta intrappolate all’interno perché il padrone bloccò tutte le porte.

 

Lottavano per il salario e per migliori condizioni di lavoro e il padrone, Mr. Johnson, attuava una serrata sbarrando tutte le uscite, e nessuna di loro poté salvarsi dall’incendio scoppiato nella fabbrica. Da allora l’8 marzo è stato assunto come scadenza di lotta del proletariato femminile e punto di riferimento per le donne oppresse di tutti i paesi.

Oggi la condizione della donna proletaria non è cambiata granché. Se ieri il capitale, senza fronzoli, dimostrava l’accoglienza riservata alla lotta di emancipazione femminile, oggi le donne sono sempre le più penalizzate nel lavoro e nella società.

Per i padroni di tutto il mondo Il profitto, oggi come ieri, viene prima della vita umana.

 

 La società capitalista sviluppata che si presenta come sostenitrice e amica delle donne, ha affinato i propri strumenti democratici e concesso maggiore autonomia alle donne borghesi, non certo alle donne proletarie.

 

In questa giornata di lotta e di riflessione vogliamo ricordare la resistenza e la lotta delle donne sfruttate e oppresse di tutto il mondo contro il capitalismo e l’imperialismo.

Siamo a fianco delle madri, mogli, figlie, sorelle delle vittime dell’amianto e delle donne che in tutto il mondo combattono ogni giorno e dimostrano, scioperando e scendendo in piazza, spesso con il loro sangue, qual è il vero significato della parola “emancipazione”.

 

PROLETARI DÌ TUTTO IL MONDO UNIAMOCI

 

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

Sesto S. Giovanni, 8 marzo  2019

 

http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com      mail: cip.mi@tiscali.it                

 

via Magenta 88 – 20099 Sesto S. Giovanni (MI) – tel-fax: 02 26224099

 

 

sab

02

mar

2019

WASHINGTON: DI FALLIMENTO IN FALLIMENTO

Washington: di fallimento in fallimento

Di Atilio Boron (*)

 

Lo scorso fine settimana è stato terribile per la Casa Bianca ed i suoi impresentabili capetti del sud del Rio Bravo, il giustamente chiamato “cartello” di Lima visti gli stretti rapporti che alcuni dei governi che lo compongono hanno con il narcotraffico, in particolare quello colombiano e, prima dell’elezione di Lòpez Obrador, quello di Peña Nieto in Messico.

Il sabato gli strateghi statunitensi avevano deciso di organizzare, per il 23 febbraio, un concerto con alcune delle celebrità consacrate dall’industria musicale di Miami.  L’evento ha attirato circa 25.000 persone, un decimo di quanto sperato, divise gerarchicamente in due categorie chiaramente marcate. Il settore VIP dove sono andati i presidenti - Duque, Piñera, Abdo Benítez – i ministri e i gerarchi del cartello e, duecento metri più indietro (sic!) il resto del pubblico (vedere: http://www.laiguana.tv/articulos/438246-concierto-aid-live-fotos-tarima-vip-publico-general/).

 

 

L’organizzatore e finanziatore dello spettacolo è il magnate britannico Richard Branson, un noto evasore fiscale e molestatore sessuale che ha ingaggiato una serie di cantanti e gruppi di destra tra i quali Reymar Perdomo, "El Puma" Rodríguez, Chino, Ricardo Montaner, Diego Torres, Miguel Bosé, Maluma, Nacho, Luis Fonsi, Carlos Vives, Juan Luis Guerra, Juanes, Maná e Alejandro Sanz, che hanno combattuto con fierezza per vedere chi si sarebbe preso l’Oscar del più grande babbeo dell’impero.

leggi di più

sab

02

mar

2019

SOLIDARIETÀ AGLI SFRATTATI

 

SOLIDARIETÀ’ PROLETARIA

 

ALLE FAMIGLIE DELLA

 

CASA ROSSA ROSSA

 

 

Gli operai e i lavoratori organizzati nel Comitato per la Difesa della Salute e nel Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” – che da anni lottano contro l’amianto, contro una società barbara che in nome del profitto calpesta salute, diritti e vita dei lavoratori e dei cittadini - esprimono tutta la loro solidarietà agli abitanti della Casa Rossa Rossa sotto sgombero “al buio”.

 

In anni in cui tutti – padroni, istituzioni, partiti ecc. – si riempiono la bocca della parola “diritti umani”, i lavoratori sperimentano la perdita di questi diritti: da quello al lavoro per avere una vita decente, a quello della casa, dell’istruzione e della sanità.

 

In particolare nella città di Sesto San Giovanni dove le istituzioni – che negli anni hanno assistito senza muovere un dito allo smantellamento delle grandi fabbriche e hanno favorito i palazzinari - hanno dichiarato invece, con l’amministrazione corrente, la guerra ai poveri, siano essi immigrati, operai che hanno perso il posto di lavoro, bambini che hanno bisogno di scuole e servizi e se le vedono tagliare di giorno in giorno.

 

Guerra ai poveri portata avanti dagli amministratori della ex Stalingrado d’Italia, la città operaia della solidarietà, che esprimono in ogni occasione una rivoltante e inaccettabile mancanza di umanità, il disprezzo per chi è in difficoltà e un vergognoso razzismo.

 

Siamo al vostro fianco perché la vostra lotta è la nostra, è la lotta per un mondo migliore.

  

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

 

 

Sesto San Giovanni (Mi), febbraio 2019

sab

23

feb

2019

I Neutrali

I Neutrali

di Guillermo Cieza (*); da: lahaine.org; 23.2.2019

 

Nella mia città (in Argentina) c’era un parrucchiere socialista a cui permisero l’ingresso al Rotary Club come premio per aver appoggiato il golpe (contro Peròn) del ’55. Cioè i bombardamenti di giugno, le fucilazioni del ’56 e tutto il resto.

Quando avevo un po’ più di vent’anni e si sparava contro la dittatura, venni a sapere che c’era un Partito di sinistra che proponeva di appoggiare Videla perché non prendesse il potere il generale Lopez Aufranc. E dato che Videla non era poi tanto male perché vendeva carne e cereali all’URSS, membri di quel partito andarono in Europa per bloccare la “campagna antiargentina” promossa dagli esiliati e dai famigliari dei desaparecidos.

E, sempre in quell’epoca, mi informarono che alcuni peronisti, che dicevano di essere ortodossi, avevano dato una laurea Honoris Causa a Massera (l’ammiraglio genocida) all’Università del Salvador.

Loro non li lasciarono entrare al Rotary ma uno di essi finì per diventare Papa.

Nei fatti e nei racconti, la giustificazione era sempre che stavano in mezzo, combattendo due demoni e che i gesti criticati erano “in buona fede”, “per salvare delle vite”.

 

Le argomentazioni per non appoggiare le vittime erano sempre le stesse: erano sporchi, brutti e cattivi e non sufficientemente rivoluzionari.

leggi di più

ven

22

feb

2019

VENEZUELA: SOLIDARIETÀ' ANTIMPERIALISTA

Sabato 23 febbraio 2019 a Milano, in Largo dei Bersaglieri (corso Europa), 
presidio dalle 15.30 alle 18.00 contro l’aggressione al Venezuela.
Ci saremo anche noi

 

Venezuela, una dichiarazione di guerra. Brevi note

di Daniela Trollio (*)

 

Cosa sta succedendo in Venezuela è noto a tutti i lettori di Nuova Unità e vi invitiamo a leggere l’intervista al 2° console del Venezuela a Milano pubblicata in questa pagina, anche perché – come sempre – nessun rappresentante della nostra tanto decantata stampa “libera e democratica” (le maggiori testate italiane appartengono a De Benedetti, Berlusconi, Confindustria e Mediobanca, alla faccia della “pluralità” …) ha ritenuto di far sentire la voce del governo bolivariano legittimamente eletto (attraverso un sistema elettorale definito da anni come il più sicuro del mondo) e del suo popolo. Del resto è noto che la prima vittima delle guerre è sempre la verità.

 

Ci limitiamo quindi a poche, brevi note. Brevi perché si tratta di un copione già visto,  che viene comunque ripetuto contando sulla nostra deplorevole mancanza di memoria.

leggi di più

gio

21

feb

2019

COSA CAMBIA CON IL "DECRETO SICUREZZA"?

Lotte di classe, rapporti giuridici e diritto borghese. Che cosa cambia con il Decreto sicurezza?


Michele Michelino 

da  nuova unità n.1/2019, febbraio 2019

 

 nuovaunita.info

 

 Solo il proletariato cosciente che è estraneo al suo nemico osa ribellarsi riconoscendo il proprio nemico di classe nella borghesia, nei suoi rappresentanti politici, istituzionali, non si sente coinvolto nella sorte del suo nemico, è cosciente di non viaggiare sulla stessa barca.

Il proletariato che lotta - lo schiavo salariato che si ribella - ha imparato a non andare a trattare dal padrone col cappello in mano, a essere "insolente", ha capito che ogni "conquista" basata sui rapporti di forza può essere vanificata subito dopo averla ottenuta.
Il proletariato cosciente e le sue avanguardie non si limitano a rivendicazioni economiche ma a volere tutto, il potere, mentre la borghesia ha imparato che non può concedere niente, se non vuole che sia proprio il suo potere a essere messo in discussione.

Il sistema capitalista ha imparato a gestire le varie forme di conflitto, tollerando quelle sociali, rivendicative o politiche, compatibili col sistema stesso e reprimendo violentemente le altre.
Lo Stato è democratico, pacifico, con quelli che cercano - o si illudono - di trovare la soluzione ai loro problemi muovendosi sul terreno delle compatibilità col sistema di sfruttamento capitalistico, con tutti quelli che si illudono di cambiare la realtà economica sociale e politica a favore delle classi sottomesse affascinati dal parlamentarismo. È tollerante con coloro che si muovono e creano conflitto ma cercano momenti di legittimazione da parte del potere, ed è inflessibile con chi mette in discussione il profitto e il suo dominio.

leggi di più

mer

20

feb

2019

USA ACCERCHIANO MILITARMENTE IL VENEZUELA

Confermato: gli Stati Uniti accerchiano militarmente il Venezuela

di Sergio Alejandro Gómez, Edilberto Carmona Tamayo (*); da: cubadebate.cu; 18.2.2019

 

I recenti movimenti di truppe statunitensi, registrati da fonti pubbliche e mezzi stampa, confermano che Washington si dispone ad accerchiare militarmente la Repubblica Bolivariana del Venezuela con la scusa di un presunto “intervento umanitario”.

 

Cuba ha assicurato, lo scorso 13 febbraio tramite una dichiarazione del Governo Rivoluzionario, che gli USA cercano di fabbricare “un pretesto umanitario per inizare un’aggressione militare contro il Venezuela” e ha denunciato voli militari nella regione dei Caraibi come parte dei preparativi.

Nonostante fonti di Washington e di alcuni dei paesi coinvolti abbiano subito negato le denunce cubane, le ultime informazioni disponibili dimostrano e ampliano le prove di un accerchiamento militare contro Caracas.

 

Gli Stati Uniti accumulano silenziosamente la loro forza militare vicino al Venezuela” ha segnalato, sul quotidiano Washington Examiner, il giornalista ed esperto militare britannico Tom Rogan. “Un’importante presenza navale e marittima degli Stati Uniti sta operando vicino alla Colombia e al Venezuela. E, sia coincidenza o no, questi dispiegamenti forniscono alla Casa Bianca una serie crescente di opzioni”.

Secondo Rogan, in meno di una settimana il Pentagono è in grado di dispiegare 2.200 marines, aerei da combattimento, carri armati e di inviare due portaerei in Venezuela.

 

 

Le tre punte del tridente nordamericano sono i Caraibi, la Colombia e il Brasile. Non è casuale che l’ammiraglio Graig Faller, capo del Comando Sur, abbia visitato Bogotà, Brasilia e Curazao nelle ultime settimane, sotto la copertura di una presunta organizzazione per la consegna di “aiuti umanitari” al Venezuela.

leggi di più

gio

14

feb

2019

DOPO IL VENEZUELA ... CUBA?

Dopo il Venezuela ...Cuba?
di Peter Kornbluh (*); da:lahaine.org; 12.2.2019

Lo scorso novembre, dopo le elezioni di midterm negli USA, il consigliere nazionale alla Sicurezza John Bolton è andato nel bastione anticastrista di Miami per fare un discorso sulla troika della tirannia: un attacco retrogrado, in stile guerra fredda, contro Cuba, Venezuela e Nicaragua. La troika crollerà, ha predetto audacemente Bolton. Sappiamo che aspettano il giorno della resa dei conti. Gli USA sperano di veder cadere ogni vertice del triangolo: all’Avana, a Caracas, a Managua.

In quel momento pochi hanno visto in quel discorso qualcosa di più che un posizionamento politico per attrarre il voto della destra in Florida. Visto in retrospettiva, invece, quello che Bolton ha fatto è stato di annunciare la determinazione del governo di restaurare l’egemonia statunitense in America Latina. 
E’ chiaro che promuovere il mantra di Trump – Far grande gli USA un’altra volta (MAGA la sigla in inglese) – richiede esercitare i muscoli interventisti in Venezuela e riaffermare la volontà di Washington nella regione.

 

Ma, mentre gli USA si sforzano di rovesciare il governo del presidente Nicolàs Maduro, assistiamo a quello che il Miami Herald ha chiamato ‘la cubanizzazione’ della politica verso il Venezuela. Con una grave distorsione della storia, funzionari statunitensi accusano il governo cubano di essere il vero imperialista dell’emisfero occidentale e assicurano che è arrivato il momento di liberare il Venezuela da Cuba, secondo il vice-presidente Mike Pence. 
Espellere Maduro dal potere ringaluzzirebbe senza dubbio quelli che vogliono un cambio di regime in altre parti della regione. Di fatto, il gioco finale del governo sembra essere Cuba, la nazione isolana che ha sfidato il potere emisferico di Washington dal trionfo antimperialista della rivoluzione guidata da Fidel Castro 60 anni fa.

leggi di più

mar

12

feb

2019

GUAIDO' E I CAIMANI

Guaidò e i caimani

Di Marco Teruggi (*)

Juan Guaidò non esiste e nello stesso tempo è assolutamente reale. E’ entrato in politica nel 2007, durante proteste violente guidate da un gruppo di giovani sulle quali si è fondata Voluntad Popular (VP) nel 2009. Ha continuato come dirigente di seconda fila, deputato nel 2015, parte delle violente proteste di piazza del 2014 e 2017, fino a che – il 5 gennaio di quest’anno – abbiamo scoperto che sarebbe stato il presidente dell’Asemblea Nazionale in base ad un accordo di rotazione tra i partiti della destra e in base ad un piano progettato fuori dal paese. Da quella data al 23 gennaio sono passati giorni: da quadro medio ad auto-nominatosi presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela a dieci stazioni del metrò dal palazzo presidenziale e riconosciuto con un twitt di Donald Trump. Un viaggio astronomico.

Potrebbe sembrare una storia con in mezzo delle barzellette, e a volte lo è, nei giorni in cui la tormenta si abbassa di intensità, in cui viviamo una calma tesa che può spezzarsi in qualsiasi momento. Il punto non è mai stato Guaidò ma la storia che lo attornia, i suoi capi, il pano di cui fa parte e che lo guida. Juan Guaidò non esiste e nello stesso tempo è del tutto reale.

 

 

Dietro il nuovo esperimento ‘eroe 2.0’ si nasconde la storia di uno dei partiti creati per opporsi al chavismo dopo la serie di sconfitte delll’opposizione tra le quali si contano: il golpe di Stato del 2002, lo sciopero petrolifero, il referendum revocatorio, le elezioni legislative dove la destra inaugurò la sua serie di suicidi politici nel non presentarsi alle elezioni e la rielezione di Hugo Chàvez nel 2006. 

leggi di più

lun

11

feb

2019

SOLIDARIETA' ALLA BANDA DEGLI OTTONI

  

SOLIDARIETA’ INCONDIZIONATA ALLA

 

BANDA DEGLI OTTONI A SCOPPIO.

 

NO ALLA REPRESSIONE.

 

 

Due compagni, componenti della banda degli Ottoni a Scoppio (riconosciuta anche con l’Ambrogino d’oro) - da sempre a fianco delle lotte  operaie, sociali, studentesche e antifasciste - saranno processati il 26 febbraio per un gesto di solidarietà proletaria per fatti che risalgono al 7 dicembre 2014, durante le contestazioni alla “prima” della Scala.  

 

In quell’occasione la Banda degli Ottoni a Scoppio, storica banda militante di strada che ogni anno accompagna anche con la sua musica il corteo per commemorare le vittime dell’amianto a Sesto  San Giovanni,  è intervenuta a difesa di alcuni manifestanti contro le forze dell’ “ordine”  e chi cercava a tutti i costi lo scontro per poi criminalizzare il dissenso.

 

Siamo al fianco della Banda degli Ottoni senza se e senza ma.

 

La loro lotta è nostra lotta ed esprimiamo tutta la nostra solidarietà militante a Spinash e a Juan Carlos, oltre che a tutta la Banda.

 

NO alla criminalizzazione di chi si oppone al potere che legittima lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. 

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

 

 

 

 

 

                                                                                               

 

Sesto San Giovanni (Mi) , 7 febbraio 2019       

 

e-mail: cip.mi@tiscali.it

 

ven

01

feb

2019

VENEZUELA: COMPRATORI DI DISCORSI ALTRUI

Venezuela: compratori di discorsi altrui
di Iñaki Etaio (*); da: lahaine.org; 1.2.2019

Sono passati 24 anni dalla prima edizione del libro “Come ci vendono la moto” (sottotitolo “Informazione, concentramento e potere dei media”, n.d.t.) di Noam Chomsky e Ignacio Ramonet. Il giorno per giorno continua a dimostrarci insistentemente che l’industria di vendita di moto truccate è sempre in auge e che ha molti acquirenti.

Il caso della Repubblica Bolivariana del Venezuela è solo uno in più nell’universo della distorsione dell’informazione.
In effetti i messaggi che annunciatori, opinionisti, politici, governi e altri rappresentanti della borghesia stanno riversando in questi giorni non sorprendono per nulla. Fanno arrabbiare, ma non sono niente di nuovo. Devono vendere la loro moto, il loro prodotto, in questo caso la re-instaurazione di un modello neoliberista al servizio del capitale, avvolto nella carta della democrazia e della libertà.
Preoccupano di più, invece, la maggioranza disposta a comprare questo prodotto e a fare propaganda gratuita per esso, cercando di convincere i suoi simili della necessità e della bontà della moto truccata, ripetendo all'infinito gli slogans pubblicitari della casa commerciale.
E, più ancora, quando queste persone si dicono progressiste e preoccupate dei problemi della società e del mondo.

L’acquirente di moto truccate parla del regime di Maduro, del suo governo autoritario e dittatoriale, e ripete senza fine che sono necessarie elezioni libere. 
Ma non si è scomodato a verificare come si sono svolti i processi elettorali in Venezuela negli ultimi vent'anni e come il chavismo abbia vinto 19 competizioni elettorali ed un referendum revocatorio e ne abbia perso solo due, alla presenza di osservatori internazionali che hanno garantito tali processi elettorali.

leggi di più

lun

28

gen

2019

INTERVISTA A EDUARDO BARRANCO, 2° CONSOLE DEL VENEZUELA A MILANO.

Il 26 gennaio 2019, davanti al Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela di Milano, più di un centinaio di persone hanno partecipato ad un presidio di solidarietà organizzato dal Comitato contro la Guerra, a cui hanno aderito varie organizzazioni.

Al termine abbiamo potuto intervistare Eduardo Barranco, 2° console generale del Venezuela a Milano.

 

- - - - - - - -

 

Vorremmo sapere come è organizzato, in questi giorni, il popolo venezuelano, il popolo bolivariano.

Ci sono comitati per la difesa della Rivoluzione?

Noi in Venezuela apparteniamo al Partito Socialista Unico del Venezuela; poi il comandante Chàvez, nei suoi ultimi anni, creò la figura delle Comuni. Le Comuni sono piccole organizzazioni, all’interno delle grandi città esistono molte Comuni,   la Comune può essere l’organizzazione di un piccolo settore; nella città di Milano, ad esempio, potrebbero esserci 400 Comuni, tanto per fare un numero.

Il Partito Socialista è all’interno delle Comuni, che controllano, nella loro area, qualsiasi movimento sospetto, che può andare contro la stabilità del governo del Venezuela, e sono informate in modo immediato di qualsiasi anomalia. Quando il Presidente Maduro stava facendo un discorso nell’Avenida Bolìvar, un drone si avvicinò al palco e scoppiò. Grazie alle Comuni, al fatto che avevano visto da dove era partito, la polizia ha potuto attivare la ricerca dei colpevoli e li ha arrestati tutti.

In questo momento stiamo lavorando 24 ore su 24, per quello che si riferisce alla sicurezza.

Ora, la guerra che c’è adesso è quella con i mezzi di comunicazione in campo. E’ una guerra in cui si sta cercando di “vendere” al mondo che il governo è già caduto, che è già finito. Perché? Perché gli Stati Uniti praticamente hanno già fatto tutto, l’unica cosa che gli manca è l’intervento militare, e l’hanno già minacciato.

 

Per voi è molto importante la battaglia mediatica, in questo momento?

Noi riconosciamo che hanno un grande vantaggio, perché i grandi mezzi di comunicazione obbediscono a quello che gli Stati Uniti ordinano ed è molto difficile competere. Per fortuna il comandante Chàvez lo capì molti anni fa e fondò un canale televisivo che si chiama Telesur, che copre tutta l’America del Sud e si vede negli stati del sud degli USA. Naturalmente siamo riusciti a mantenere un poco l’equilibrio ma è anche vero che il livello di comunicazione che c’è negli Stati Uniti è molto, molto più elevato.

leggi di più

sab

26

gen

2019

CONTRO L'IMPERIALISMO CON IL VENEZUELA

CONTRO L’IMPERIALISMO CON il venezuela bolivariano!

SABATO 26 gennaio - ORE 17.30

PRESIDIO PRESSO IL CONSOLATO 

MILANO - L.GO DEI BERSAGLIERI [MM1 SAN BABILA]

 

 

 

Siamo cittadini amanti della pace, sappiamo che spesso i mezzi di comunicazione ci nascondono la verità.

 

Si sta tentando un colpo di stato in Venezuela. In queste ore si stanno vivendo momenti difficili nel Paese. Ancora una volta gli USA si stanno distinguendo in quest’opera di destabilizzazione; al tempo stesso l’Unione Europea, Francia in testa, si è allineata alla politica rivolta contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela. Brasile ed Argentina sono capofila dei vassalli latinoamericani schierati contro la sovranità del popolo venezuelano.

 

Questo deprecabile e sporco lavoro, contro un popolo sovrano, già martoriato, su cui gravano da anni pesanti sanzioni, continua. Non possiamo far finta di niente, è bene che il governo italiano non riconosca un governo illegittimo (stabilendo un precedente gravissimo), voluto dagli Stati Uniti, i quali (attraverso il Segretario di Stato Mike Pompeo) hanno già dichiarato che “tutte le opzioni sono sul tavolo” in relazione alle iniziative da prendere.

 

Così come il Consiglio Mondiale della Pace (WPC), esprimiamo la nostra solidarietà al popolo del Venezuela ed a tutti i popoli che lottano per la propria indipendenza, la propria sovranità e contro l’imperialismo, che non li perde mai di vista.

Chiediamo l’impegno di quanti aderiranno a scendere in piazza prima che sia troppo tardi.

 

La guerra si manifesta sotto molteplici forme. 

La guerra è contro i lavoratori, non un soldo per la guerra

 

Comitato Contro La Guerra – Milano

 

Per info: comitatocontrolaguerramilano@gmail.com - comitatocontrolaguerramilano.wordpress.com - cell. 3383899559

 È IN CORSO LA RACCOLTA ADESIONI, ad ora sono pervenute: Partito Comunista Milano, Rete dei Comunisti Milano, Centro di Iniziativa Proletaria Tagarelli – S.S. Giovanni (Milano), Sez. ANPI “Bassi – Viganò” – Milano, “La Casa Rossa” – Milano

sab

26

gen

2019

GIORNO DELLA MEMORIA

Oggi sabato 26 gennaio 2019 ore 14,15 presso Parco Nord, Sesto San Giovanni Via Clerici 150 (parcheggio) saremo presenti come sempre per ricordare GLI OPERAI DEPORTATI NEI CAMPI DÌ STERMINIO NAZIFASCISTA FRA CUI IL NOSTRO COMPAGNO ETTORE ZILLI (classe 1924) PARTIGIANO, deportato politico e successivamente operaio della Pirelli deceduto il 1 ottobre 2018 con cui abbiamo condiviso tante battaglie.

gio

24

gen

2019

VENEZUELA: TENTATIVO DI COLPO DI STATO

Venezuela


“Solo il popolo mette, solo il popolo toglie”

 

 

Articolo di Pagina12, quotidiano argentino, dal Venezuela, 24.1.2019

Il leader dell’oppositrice Assemblea Nazionale del Venezuela, Juan Guaidò, si è auto-proclamato presidente ad interim del Venezuela in un nuovo tentativo de delegittimare il governo di Nicolàs Maduro, che il governante venezuelano ha denunciato come tentativo di colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti.
Guaidò è stato appoggiato dal presidente Donald Trump e dal gruppo di Lima, con eccezione del Messico.
Intanto il popolo venezuelano è sceso in piazza con due mobilitazioni. Una dell’opposizione convocata da Guaidò e l’altra in appoggio a Maduro. Secondo le informazioni del Ministero Pubblico, la giornata è finita con sei morti.

Dal palazzo di Miraflores e con l’appoggio di migliaia di venezuelani, Maduro ha rotto le relazioni politiche e diplomatiche con il governo degli Stati Uniti e ha dato a Trump un ultimatum di 72 ore perché i diplomatici abbandonino il paese. “Oggi il governo degli Stati Uniti dirige un’operazione per imporre, con un colpo di stato, un governo fantoccio prono ai suoi interessi nella repubblica del Venezuela. Pretendono di eleggere e designare il prsidente del Venezuela per vie extracostituzionali” ha detto Maduro e ha continuato: “Se ne vadano, qui c’è dignità ed un popolo disposto a difendere questa terra!”. Intanto la gente nelle strade cantava “El pueblo unido jamàs serà vencido”.

leggi di più

mer

16

gen

2019

IL FASCISMO E' UN CRIMINE NON UN'OPINIONE

Venerdì 18 gennaio anche noi saremo in piazza a Sesto San Giovanni per dire NO ai fascisti di ieri e di oggi. Il fascismo è un crimine non un’opinione.

Contro ogni revisionismo storico e chi equipara i partigiani ai repubblichini

ORA E SEMPRE RESISTENZA.

lun

14

gen

2019

MACRON E LA VIOLENZA

Macron e la violenza

di Guillermo Almeyra (*)

Il presidente francese Emmanuel Macron, ex banchiere e agente del grande capitale, condanna i Gilet gialli come “violenti” e dice che “sono un gruppo di agitatori che vogliono rovesciare il loro governo” e il suo portavoce li definisce “un branco di cani pieni di odio”.

 

Non è violenza esigere un cambiamento sociale o delle riforme e resistere all’oppressione e all’abuso di potere.

 

Violenza è, invece, il denaro nei paradisi fiscali, rubando ai contribuenti; è portare all’estero le fabbriche per pagare meno salari e per evitare i controlli sanitari ed ecologici, incoraggiando così una disoccupazione di massa che aiuta ad abbassare i salari in Francia.

Violenza è tagliare i servizi negli ospedali e nei ricoveri per gli anziani, eliminare scuole, cliniche , uffici pubblici nei piccoli comuni ai quali, oltretutto, si tagliano treni e trasporti obbligando tutti a dipendere dalle auto.

 

Violenza è tagliare i salari reali e aumentare la giornata di lavoro e l’età per andare in pensione, abbassando anche le pensioni.

Violenza è costringere i lavoratori ad andare ad abitare nelle periferie e dar loro alloggi miserabili che, oltretutto, a volte crollano.

Violenza è obbligare migliaia di persone a dormire nelle strade delle città e non accogliere nei porti i naufraghi che vogliono lavorare, è essere sfruttati.

 

 

Violenza è quella dei robocops che, tra molti altri, arrestano a Drouet un camionista col gilet giallo che non ha commesso alcun reato; è pestare coi bastoni gilet gialli, neri, pensionate, anziani, o impedire una manifestazione pacifica con gas e potenti getti d’acqua fredda in inverno.

leggi di più

sab

12

gen

2019

CONTRO I FASCISTI ORA E SEMPRE RESISTENZA.

CONTRO I FASCISTI ORA E SEMPRE RESISTENZA.
ASSEMBLEA domenica 13 gennaio ore 17.00 presso la sede del Comitato Inquilini di via Marx 495 (in fianco alla farmacia comunale) a Sesto San Giovanni.
Il 18 gennaio Sesto San Giovanni ospiterà, suo malgrado, una calata di fascisti di Casapound provenienti da tutta la Lombardia. Non sappiamo se porteranno con sé il solito arsenale di coltelli e tirapugni. Quel che sappiamo è che il sindaco Di Stefano e la sua Giunta hanno steso loro un tappeto rosso, mettendo a disposizione la sala più grande della città: Spazio Arte, sala intitolata al partigiano Libero Biagi.
Dopo aver negato alle famiglie sestesi sotto sfratto diritti come la residenza, le assegnazioni in deroga, gli interventi di emergenza, questa giunta sputa ora sul sangue (344 caduti nella lotta armata contro il nazifascismo) versato da una città che è medaglia d’oro per la Resistenza.

Del resto, a Sesto come altrove, non è la prima volta che i neofascisti tentano di riemergere in contrasto con quanto espresso dalla Resistenza, dalla Costituzione e dalle lotte sociali che a quei valori si ispirano.

E’ importante continuare a riflettere sulle origini del fascismo e sul suo significato attuale, è necessario comprendere quali interessi si nascondono dietro quella ideologia autoritaria, è fondamentale capire quali obiettivi strategici ha perseguito e persegue ora, la destra razzista e nazionalista.
Per questi motivi, prima della mobilitazione in piazza della Resistenza, promuoviamo una

ASSEMBLEA domenica 13 gennaio presso la sede del Comitato Inquilini
di via Marx 495 (in fianco alla farmacia comunale) a sesto san Giovanni

Aspettiamo il contributo di tutti coloro che credono in una società non autoritaria, egualitaria, solidale, fuori dalle logiche del mercato e capace di rifiutare la guerra.
Antifasciste e antifascisti di Sesto e dintorni

mer

09

gen

2019

PER NON DIMENTICARE: GENNAIO

Per non dimenticare: gennaio

 

Il 15 gennaio dell’anno 1919  a Berlino viene assassinata dalla sbirraglia socialdemocratica – insieme a Karl Liebknecht - Rosa Luxemburg, la Rosa rossa degli operai tedeschi.

Troppo lungo ricordare la sua vita, ma Bertold Brecht riesce a farlo magistralmente in quattro righe:

 

Ora è sparita anche la Rosa rossa,

non si sa dov’è sepolta.

Siccome ai poveri ha detto la verità

i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà.

 

*****

 

Il  5 gennaio 1942 muore a Città del Messico, con il cuore letteralmente spezzato dopo una vita dedicata alle lotte del proletariato di tutto il mondo, Tina Modotti.

“Quella ragazza povera di Udine si era trasformata in una donna che proteggeva con i  suoi sforzi la fraternità dei lavoratori; che era stata membro del Partito Comunista messicano, del Comitato Giù le mani dal Nicaragua; della Lega Antifascista e del Soccorso Rosso Internazionale (la compagna Maria); che fotografava i contadini messicani  con la sua Graflex e univa le falci e i martelli proletari alle fondine della ribellione messicana; che arrivò in Spagna per lottare contro il fascismo e visse a Madrid, e a Mosca, dedicando tutta la sua vita alla rivoluzione, al socialismo, alla ricerca di un sorriso che illuminasse, nelle intemperie della storia, il faticoso cammino dei poveri.” (Higinio Polo, scrittore e ricercatore spagnolo)

 

 

d.t. Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

mar

08

gen

2019

RE MAGI

Così è stata inventata la “missione impossibile” dei Re Magi

di Nazanin Armanian (*)

Il racconto bibblico dei Re Magi, che presumibilmente  vengono da Oriente a Betlemme per legittimare il “re dei giudei” ed adorarlo, è uno dei più strani dei testi sacri scritti in Occidente su un presunto fatto accaduto in Oriente: perchè è completamente sconosciuto, in tutte le sue versioni, dalla grande maggioranza degli abitanti di quelle terre.

Se furono, come dicono alcune tradizioni, tre astrologi persiani che visitarono Betlemme e furono battezzati e poi assassinati ... perchè non esistono neppure come mito in alcun libro scritto o orale persiano?!

 

Come iraniana, nel conoscere il racconto, mi ha sorpreso:

1. L’assonanza dei nomi Melchiorre, Gaspare e Baldassarre con quello dei monarchi mitologici della preistoria dell’Iran, Manucher, Garshasp e Bastavarai;

2. che fossero venuti da “Oriente” a Gerusalemme (che è anch’essa Oriente): da 2019 anni questo li situa nei domini dell’Impero Persiano costituito nel secolo VI a.c., per cui sarebbe stati inviati dall’imperatore persiano;

3. la somiglianza del termine indoeuropeo “mago”al nome dei sacerdoti mithraici: “mog”. Il culto della dea solare Mithra era professato dagli arii che abitarono gli attuali territori di Iran e India. Di fatto la città iraniana di Mogan, una delle più antiche e importanti della regione che i greci chiamavano “Hecatompylos” (la Città dalle Mille Porte) fu uno dei centri più importanti di questa religione. 

 

4. Marco Polo afferma di aver visitato la tomba dei “re Magi” a Savé, vicino a Teheran: probabilmente era un ricordo di una fantasia magica della sua infanzia!

leggi di più

ven

04

gen

2019

CUBA SEMPRE

Cuba sempre

di Cristóbal León Campos (*)

 

Si compiono 60 anni del trionfo della Rivoluzione cubana, il cui esempio per i paesi dipendenti del mondo significò la possibilità di realizzare l’utopia di liberarsi e poter decidere da sé la strada da seguire. Le grandi trasformazioni che da subito realizzò il governo rivoluzionario sono la dimostrazione che è possibile realizzare un’altra forma di economia e di società, lontane dalla devastazione che il capitalismo storico ha generato per sua natura.

 

La Rivoluzione è riuscita a vivere resistendo ad ogni forma di aggressione, da un’invasione orchestrata dagli Stati Uniti nel 1961 a Playa Giròn al permanente blocco economico imposto dall'imperialismo yankee, insieme a centinaia di attacchi terroristici coordinati dalla CIA oltre che a continue campagne controrivoluzionarie, molte delle quali provenienti da Miami. Cuba ha superato un numero senza fine di boicottaggi economici, politici, sociali e culturali, e da essi ne è uscita con sempre maggior onore per la sua resistenza, per il suo spirito rivoluzionario e per la sua dignità fondata nelle convinzioni socialiste che guidano i passi liberi del suo popolo per il mondo.

 

L’instaurazione del socialismo a Cuba – il 16 aprile 1961 –permise di aprire la via che l’ha portata alla costruzione di una nuova società. Nel campo dell’educazione ha ridotto a zero l‘analfabetismo. Ha scuole e maestri per tutti i bambini, anche nei luoghi più isolati. Ha anche contribuito con brigate internazionaliste di maestri all'alfabetizzazione in luoghi del mondo dove erano richiesti, come nei paesi africani e latinoamericani che condividevano l’umanesimo internazionalista di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara, con la loro concezione della costruzione di un Uomo Nuovo.

 

Allo stesso modo ha costruito centri di ricerca scientifica e intellettuale come la Casa de Las Americas ed il Centro Studi Martiani, mettendosi in rilievo per i suoi apporti nel contesto latinoamericano e in gara con molti dei centri scientifici più importanti del mondo nel rappresentare l’avanguardia del pensiero della Nostra America.

leggi di più

dom

23

dic

2018

BENTORNATA LOTTA DÌ CLASSE: I GILET GIALLI

BENTORNATA LOTTA DÌ CLASSE: LA BATTAGLIA DEI GILET GIALLI

 

Smentendo tutti i teorici chiacchieroni, sostenitori della scomparsa delle classi e della fine della lotta di classe, la realtà ancora una volta dimostra di superare la fantasia.

 

Il movimento dei gilet gialli, nato nelle periferie urbane contro l’aumento di sei centesimi al litro per il gasolio, in breve tempo si è esteso e diffuso in tutto il paese riversandosi nella capitale. La radicalizzazione della lotta, gli scontri di piazza con la polizia hanno affinato gli obiettivi facendola diventare da lotta economica una lotta politica

 

L’aumento di sei centesimi al litro del gasolio per autovetture è stato la goccia che fatto traboccare il vaso, perché si tratta di un’ulteriore penalizzazione per chi vive fuori dai centri urbani; quindi visto come un nuovo taglio ai salari, agli stipendi, al reddito dei piccoli lavoratori autonomi.

Il movimento è cresciuto e, con la consapevolezza della forza che acquistava nella lotta, sono maturati obiettivi, parole d’ordine e rivendicazioni precise sul salario, sul diritto alla casa, contro le privatizzazioni, per l’innalzamento a 1.300euro del salario minimo e per la reintroduzione delle tasse sui grandi capitali.

 

A rafforzare questo movimento di massa, di “popolo”, in cui lottavano a fianco a fianco frazioni di varie classi sociali sottomesse, sono arrivati gli studenti dei licei tecnici e delle università, dove sono massicciamente presenti le terze e quarte generazioni degli immigrati, portando nuove energie nella lotta e nello scontro con lo stato.

Un movimento che si è saldato con i figli delle banlieues, operai e lavoratori protagonisti delle lotte contro la “loi travail”. Sabato 1 dicembre erano in tante/le nelle strade. Così anche sabato 8, dopo che si erano tenute a Saint-Denis assemblee molto partecipate con un obiettivo politico chiarissimo: non lasciare spazio all’estrema destra dentro la rivolta.

La protesta è proseguita anche il 22 dicembre 2018 con imponenti manifestazioni che hanno visto scendere in piazza decine di migliaia di persone a Parigi e in varie città della Francia, con scontri fra manifestanti e polizia nella capitale. Una protesta che oltre ai feriti degli scontri fra polizia e manifestanti ha provocato un morto ai margini delle manifestazioni, portando finora, secondo le stime del governo, a 11 i morti per incidenti stradali durante le lotte nelle piazze e nelle strade di Francia.

 

Il carattere politico di una classe che va definendosi sempre più nei suoi obiettivi è rappresentato dalla parola d’ordine Bourgeois Paris soumet toi! Parigi borghese sottomettiti, arrenditi!, lo slogan del quarto sabato di rivolta e degli scontri a Parigi e nel resto della Francia. 

leggi di più

dom

23

dic

2018

PERCHE' I FRANCESI MANIFESTANO CON VIOLENZA

Perchè i francesi manifestano con violenza?

di Frédéric Lordon (*)

Un ordine decadente è riconoscibile dallo stupore stampato sulle facce dei suoi sommi sacerdoti.

Questo sabato lo spettacolo non si svolgeva solo nelle strade. Era anche sulle facce sconcertate della CNN, di France 2 e di quasi tutti i media audiovisivi.

Stupidità e  stupore hanno la stessa radice etimologica. I trombettieri del “macronismo rivoluzionario” sono tornati alle loro vecchie categorie, le categorie del vecchio mondo. Ora tentennano tra il definire di estrema destra o di estrema sinistra i gilet gialli.

 

Il vecchio regime sta cercando ansiosamente “rappresentanti” o “portavoce” presentabili. A loro piacerebbe un “direttorio” con cui “negoziare”. Disperati cercano freneticamente accordi con i leaders di partito, i parlamentari e i sindacati.

 

La loro speranza è una “uscita dalla crisi”. Una moratoria alla tassa sul diesel o forse qualcosa di più? Cioè, stanno montando un’altra pantomima. E tutto questo mentre il sistema sembra andare in rovina.

Le élites stanno qui. Non vogliono vedere che lo spostamento delle tasse non è una soluzione. Che non c’è più tempo, che un intero mondo sta crollando, che le istituzioni sono intrappolate in un collasso perché i gilet gialli non sono un “movimento sociale”: sono una sollevazione popolare.

Quando la dominazione si avvicina al punto del suo rovesciamento, tutte le istituzioni del regime, e specialmente quelle della tutela simbolica, rivelano una profonda incomprensione degli accadimenti: l’ordine costituito non è forse il migliore possibile?

 

I mezzi di comunicazioni sono caduti nel panico, manifestando in piena luce il loro odio verso la sollevazione popolare. Di più, perché il movimento ha portato il fuoco dove mai c’era stato e dove sempre dovrebbe stare: tra i ricchi. E, probabilmente molto presto, tra i loro servitori.

 

Si dice che il presidente delle società di stampa abbia scoperto con orrore che “i gilet gialli non sono il risultato dell’attivismo politico ma persone comuni”. I poteri di questo tipo, quelli della tirannia dei proprietari e dei loro leccapiedi, cadono sempre nello stupore e nella stupidità: ci odiano tanto? si domandano.

La risposta ai loro lamenti è SI, e per le migliori ragioni del mondo. Dopo decenni è arrivato il momento di guadagnarsi tanta umiliazione. Diciamolo proprio adesso, ci sono troppi ritardi e per troppo tempo. 

leggi di più

mar

11

dic

2018

INTERVISTA ALLA FIGLIA DEL CHE

Anche quest’anno Aleida Guevara sta facendo un tour per l’Italia del Nord, per portare le ragioni di Cuba contro il più spietato e lungo blocco economico – quello statunitense -  mai imposto ad un paese.   

Abbiamo partecipato ad uno di questi incontri – organizzato dall’Associazione di Amicizia  Italia-Cuba di Cinisello Balsamo il 6 dicembre 2018,  dove erano presenti circa un centinaio di persone -  e abbiamo potuto farle alcune domande, le cui risposte vogliamo condividere con tutti.

  

D. Cosa è cambiato a Cuba dopo che Fidel se n’è andato?

 

R. Abbiamo cambiato il presidente - e Fidel non lo era già più - ma tutto continua come prima. 

 

D. Avete un nuovo presidente, avete fatto il Congresso: qui in Italia c’è un dibattito perché la nuova Costituzione cubana ora permette la proprietà privata; qualcuno dice che Cuba sta lasciando la strada verso il socialismo. Lei che ne pensa?

 

R. La proprietà privata esistente a Cuba è piccola. Nella Costituzione precedente tale proprietà non era permessa quindi abbiamo dovuto cambiare qualcosa per permetterla, perché stavamo violando la legge principale del Paese. Stiamo parlando di un certo tipo di proprietà privata, ad esempio di un parrucchiere o una panetteria, di un piccolo ristorante che non può avere più di un certo numero di tavoli, di una persona che affitta un appartamento. Parliamo quindi  di questo tipo di proprietà, non di proprietà dei grandi mezzi di comunicazione, di mezzi di produzione, né di hotel: niente di tutto questo cambierà. La proprietà resta dello Stato socialista.

 

Il fatto è che, in un determinato momento di crisi mondiale, lo Stato cubano si rende conto che ci sono più di cinquecentomila persone che lavorano, ricevono un salario ma che non producono e nessuno Stato può sostenere questa situazione; ma uno Stato socialista non può lasciare cinquecentomila persone senza lavoro. Quindi, in quel momento, si è deciso di permettere che questi compagni potessero lavorare per conto proprio; ma questo, anche se lo si permetteva ad un numero importante di lavoratori, stava influendo sulla legge più importante del paese perché non era previsto nella Costituzione. Per questo c’è stato questo cambiamento, perché potessero farlo senza problemi. 

 

D. Dopo l’Argentina e il Brasile, con le destre che vanno al potere, che problemi ha Cuba con questi paesi? Già i medici che lavoravano in Brasile hanno dovuto tornare. Altre cose?

 

R. Dal punto di vista economico naturalmente ci sono problemi, perché noi avevamo con la presidente Dilma (Roussef) una magnifica relazione, non con lei direttamente ma con industriali brasiliani. Ora alcuni di loro dovranno ritirarsi  a causa delle pressioni che subiranno. Non sappiamo come funzionerà questo tipo di interscambio, perché loro hanno investito capitali, ad esempio nel porto di Mariel, dove lavorano varie imprese brasiliane. E’ difficile che si ritirino senza recuperare i loro capitali. Davvero, non sappiamo come agiranno ma quello che per noi è chiaro è che chi ha investimenti a Cuba sa che i profitti sono diretti al popolo e che la nostra legge va rispettata. Quindi questo è un problema di chi vuole andarsene, ma l’investimento resta. Non so, dal punto di vista economico non sappiamo cosa decideranno ma in generale noi abbiamo relazioni con imprese indipendenti, alcune statali ma non tutte. Quindi ci possono essere comunque rapporti che proseguono, ma al momento non è stata presa alcuna decisione.

 

D. Cuba e l’Europa: come sono i rapporti?

 

R. L’Unione Europea ha sempre voluto discutere dei diritti umani a Cuba e di molte altre cose ma ora abbiamo buoni rapporti, non con la Comunità come istituzione, neanche con gli Stati in quanti tali, ma con società come la Melià, che è una società turistica spagnola che a Cuba ha 11 hotels. Abbiamo con loro una relazione da molto tempo, da prima che la Comunità Europea pensasse di fare qualcosa loro c’erano già. 

Io immagino che resteranno a Cuba perché, se prima hanno subito pressioni e sono rimasti, ora continueranno a farlo perché hanno molti più hotel di prima, no?! Dipende dalle imprese europee, da come metteranno in discussione il problema del blocco, perché è evidente che il blocco colpisce. In questo momento, bisogna considerare che Obama ha imposto sanzioni finanziarie straordinarie alle imprese europee che commerciavano con Cuba: alcune hanno resistito, altre no. 

Dipende dagli europei, noi siamo sempre qui.

 

D. Altra domanda: Cuba è un riferimento per tutti comunisti, i rivoluzionari del mondo. Il Partito Comunista non ha mai pensato di fare una “specie” di Internazionale? Perché?

 

R. Noi partecipiamo a tutti gli eventi internazionali come Partito, andiamo a vari congressi di diversi partiti di varie parti del mondo  e in questo ci comportiamo come qualsiasi Partito Comunista. Ora, non crediamo di dover fare qualcosa di “internazionale”. Abbiamo partecipato al Foro di San Paolo che si è svolto all’Avana, e che è stato molto, molto positivo; facciamo congressi e abbiamo scambi con diverse entità politiche, non solo comuniste ma anche di sinistra in generale e finora abbiamo sempre lavorato abbastanza unitariamente. Non credo sia necessario fare “qualcosa” di così definito come un’Internazionale. Semplicemente quello che stiamo facendo è da una parte aiutare, dall’altra imparare e così cresciamo tutti.

 

D. Ultima domanda: perché gli strati popolari, gli strati più poveri, in America Latina ma non solo – anche qui – votano per le destre? Errori delle sinistre?

 

R. Questo ha a che vedere con il non riconoscimento della sinistra, perché tu puoi esistere come partito, avere brillanti intellettuali che siano capaci di parlare, di discutere, ma se il popolo non”tocca” l’impegno, l’unica cosa in cui finisce per credere è … la religione. Il popolo ha bisogno di “toccare con mano”; sto parlando ad esempio di salute, dove il medico parla di quello che io sto vivendo… altrimenti è molto difficile per la gente credere. Se chiudono una fabbrica, dov’è il partito comunista, dov’è la gente di sinistra? Deve stare là, appoggiare i lavoratori, resistendo fino all’ultimo con i lavoratori. Se tu non vedi questo, se non lo “tocchi”, questo partito non esiste per te.

 

E c’è anche una campagna straordinaria contro i partiti  di sinistra e a volte un piccolo errore si trasforma in un errore immenso perché la stampa lo presenta così e la gente, normalmente, crede nella propria stampa, anche se generalmente è molto male informata. E l’informazione con cui viviamo fa sì che la gente non abbia coscienza politica.

 

 

(intervista e traduzione di Daniela Trollio, Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto San Giovanni) Milano 

 

https://www.facebook.com/cip.tagarelli

 

mer

28

nov

2018

FREDERICH ENGELS

L’uomo che accompagnerà sempre Marx

di Enrique Ubieta Gòmez (*);

da: insurgente.org; 28.11.2018

Un uomo molto citato e non molto conosciuto, compie oggi gli anni. La sua silhouette appare insieme a quella di Karl Marx su bandiere e manifesti comunisti. 
Con una lunga e folta barba, un sapere enciclopedico, un aspetto borghese (le fabbriche di suo padre, che amministrò temporaneamente, non solo diedero sostegno alla famiglia di Marx oltre che a lui, ma gli permisero di conoscere a fondo il proletariato) e anima inquieta, Frederich Engels (1820-1895) fu amico, collaboratore e mecenate del gigante di Treviri. 

La stampa borghese cerca di sottovalutarlo e presentarlo come “un gentleman comunista”, di amori eretici e vita mondana, molto diversa da quella del suo amico.

Senza dubbio, il suo è un personaggio romanzesco e la sua condotta potrebbe essere oggi definita contro-culturale, ma in essa non si può ignorare il fatto più rilevante: Engels fu soprattutto un conoscitore della miseria che il capitalismo genera, uno studioso della società del suo tempo e un rivoluzionario che non è mai venuto meno.

leggi di più

lun

26

nov

2018

TANTI COMPAGNI E AMICI PER SALUTARE MARIOLONE

sab

24

nov

2018

ULTIMO SALUTO A MARIOLONE

ULTIMO SALUTO A MARIOLONE (nella foto in tribunale secondo da sinistra)


Lunedì 26 novembre alle ore 14,30 presso la camera mortuaria dell’Ospedale di Cantù il Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio, i compagni e gli amici ricorderanno e saluteranno per l’ultima vola il compagno Mario Amiranda, Mariolone.

 

I compagni che vogliono partecipare con noi possono chiamare al n. 3357850799 o venire all'Ospedale.

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

ven

23

nov

2018

CIAO MARIOLONE, AMICO E COMPAGNO

CIAO MARIOLONE, AMICO E COMPAGNO DI TANTE BATTAGLIE

 

Con profondo dolore annunciamo sgomenti la morte del nostro compagno Mario Amiranda - Mariolone, come lo chiamavamo affettuosamente - avvenuta stanotte, a causa di un avvelenamento di barbiturici.

Ricoverato in ospedale, nonostante le cure, è deceduto durante la notte.

 

Mariolone è stato un amico sincero, un caro compagno di lotta, una persona dolce, generosa, sensibile, sempre pronto ad aiutare gli altri e battersi contro ogni forma di ingiustizia. Ma questa volta, purtroppo, ha pensato che nessuno potesse aiutare lui. Ora ci lascia un profondo senso di disorientamento e di colpa per non aver capito fino in fondo il suo dramma e non essere riusciti ad aiutarlo.

 

Mariolone, operaio di una ditta di autobus, da oltre un anno si era messo in aspettativa per curare il padre gravemente malato. Non voleva abbandonarlo in una casa di riposo, ma la solitudine e la mancanza di socialità sono stati questa volta più forti di lui.

 

Mariolone ….sempre in prima fila nelle lotte operaie: da più di un decennio faceva parte del nostro Comitato e del Centro di Iniziativa Proletaria, partecipando,  prendendo permessi e ferie sul lavoro, a tutte le iniziative di lotta. Sempre al fianco delle vittime dell’amianto nei tribunali, nelle manifestazioni contro il governo per i diritti dei lavoratori, contro l’INAIL, portando con la sua presenza la solidarietà operaia concreta a chi lottava contro lo sfruttamento e contro l’ingiustizia, dai terremotati dell’Aquila  ai famigliari della strage ferroviaria di Viareggio.

 

Dopo tanti morti per amianto, oggi siamo ancora più tristi e arrabbiati per la perdita, di cui non riusciamo a capacitarci, di un compagno e di un amico.

 

Ciao Mariolone, che la terra ti sia lieve. Con affetto e amore, i tuoi compagni

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

Sesto San Giovanni, 23 novembre 2018

 

e-mail: cip.mi@tiscali.it                        web:   http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

 

https://www.facebook.com/cip.tagarelli

ven

16

nov

2018

PARLIAMO DI FASCISMO

Parliamo di fascismo

 

di Ricardo Aronskind

 

L’elezione di Jair Bolsonaro alla Presidenza della Repubblica Federativa ha e avrà un enorme impatto in Brasile e in tutta la nostra regione. E’ un dato geopolitico, economico e sociologico/culturale che non si può ignorare.

 

Molte analisi sottolineano il carattere fascista del personaggio. Le sue dichiarazioni, i suoi gesti, sembrano tratti da un manuale autoritario, scritto in altre epoche del mondo. La sua viscerale intolleranza verso la sinistra, l’omosessualità, gli indios, le donne e i deboli in generale, è una caratteristica dello spirito fascista. La sua simpatia per dittature e torturatori anche.

 

Ma il fascismo è una categoria politica precisa. Molte volte, nel nostro paese, è stata usata non correttamente da settori progressisti per qualsiasi personaggio risultasse sgradevole, o troppo conservatore secondo i parametri di questo settore.

 

Ma non tutte le persone di destra o reazionarie sono fasciste. E Bolsonaro, letto nei termini delle caratteristiche stariche che contraddistinguono il fascismo, non lo è.

 

Tutti i fascismi sono anti-comunisti. E’ un tratto d’origine e non è casuale.

 

Il fascismo nacque in un’epoca in cui nel mondo era sorto un governo che aveva statalizzato i mezzi di produzione, distribuito la terra tra i contadini e dato un calcio alle relazioni internazionali.

 

L’ordine borghese fu messo in discussione in una forma sconosciuta dalla Rivoluzione Francese e le vecchie forme e pratiche politiche conservatrici aristocratiche non servivano per affrontare un fenomeno che minacciava di espandersi universalmente. Data l’incapacità del liberismo a fare appello alle masse, sorse con forza crescente il fascismo, e il caso paradigmatico fu quello italiano.

Il rifiuto sociale della radicalizzazione politica non fu soltanto quello dei settori minacciati dall’espropriazione dei mezzi di produzione, ma anche di importanti settori delle classi medie, settori rurali e persino poveri, che percepirono con paura e sfiducia altre caratteristiche specifiche del comunismo iniziale.

leggi di più

mer

14

nov

2018

UMANITA' E ODIO DI CLASSE

Umanità e odio di classe nella contraddizione capitale-lavoro

 

 

Ripristinare l’odio di classe – e la conseguente lotta senza quartiere - contro questo sistema barbaro è il più grande gesto a favore dell’umanità che si oggi si possa fare

 

 

Michele Michelino

 

 

Uno degli effetti più sconvolgenti e brutali della società capitalista è lo sfruttamento sempre più intensivo degli operai, della forza lavoro salariata: esseri umani costretti a produrre profitti per i padroni e, nonostante questo, espropriati della ricchezza che producono e considerati di serie b.

 

Morti sul lavoro, infortuni e malattie professionali non sono un caso del destino: sono – e sono sempre stati - il risultato di un’intensificazione dello sfruttamento, di ritmi di lavoro inumani che provocano condizioni di vita e di lavoro insicuro in ambienti insalubri, senza adeguate protezioni per i lavoratori. Le vittime del profitto e della brutalità del sistema capitalista di sfruttamento dell’uomo sull’uomo sono considerati incidenti di percorso, danni ed effetti collaterali considerati “normali” al di sotto di una certa soglia. I padroni e i mass-media da loro controllati chiamano i morti sul lavoro “morti bianche”, come se i lavoratori assassinati fossero morti per caso, senza responsabilità di alcuno; o se colpa c’è è imputabile all’errore “umano”, cioè alla disattenzione degli operai stessi. Pur di aumentare i profitti, i padroni risparmiano anche i pochi centesimi sulle misure di sicurezza, sostenuti in questo da leggi che tutelano la proprietà privata dei mezzi di produzione. Anche nei pochi casi in cui sono inquisiti, se la cavano monetizzando la morte, la salute e la vita umana degli sfruttati, o con la prescrizione.
In ogni caso, i loro delitti contro i lavoratori continuano a restare impuniti. Quanti padroni sono in galera nel nostro paese per aver assassinato ogni anno decine di migliaia di lavoratori sul lavoro o con le malattie professionali?

 

I governi cambiano e si susseguono, ma gli operai continuano a essere sfruttati e a morire come prima, più di prima, e i padroni a godere dell’impunità, perché i lavoratori, nella democrazia borghese, sono solo merce, forza lavoro, carne da macello da usare quando l’industria tira e da licenziare quando non servono più a valorizzare il capitale.

 

Tuttavia l’ipocrisia borghese si evidenzia ogni qualvolta che i lavoratori muoiono in gruppo, come alla ThyssenKrupp, o uccisi stipati in un furgone mentre tornano trasportati dai campi di pomodoro dopo una giornata di lavoro di 12 ore a tre euro all’ora.

 

In questi casi il cordoglio verso le vittime si distingue non solo in base al colore della pelle e della nazionalità, ma dal fatto che le vittime sono poveri proletari.

 

Ben diverso, invece, è il comportamento che i borghesi riservano ai ricchi - arabi, neri, gialli o di qualsiasi colore e nazionalità - dimenticandosi che tutti, poveri e ricchi, sono appartenenti alla stessa umanità.

 

 

leggi di più

lun

12

nov

2018

UNA FOTO DELLA BELLA SERATA DEL 10 NOVEMBRE

sab

10

nov

2018

POMERIGGIO E SERATA FRA COMPAGNI E AMICI

gio

08

nov

2018

ELEZIONI DI MEDIO TERMINE IN USA

 

Trump ha perso il potere assoluto, ma “l’onda azzurra” si è mossa appena

 

di Mirko C. Trudeau (*)

 

 

 

I democratici hanno avuto la vittoria che stavano aspettando da quando Donald Trump li aveva lasciati perplessi e affondati due anni fa e - nell’unica votazione  a livello nazionale di martedì scorso, quella della Camera dei rappresentanti -  hanno ottenuto il premio desiderato facendo valere un vantaggio di milioni di voti, ma non sono riusciti ad estendere la loro vittoria al Senato. In vista delle elezioni del 2020 sono significative le vittorie per i governatori in tre stati – Pennsylvania, Michigan e Wisconsin- dove Trump li ha umiliati nel 2016.

 

La grande “onda azzurra” democratica che molti aspettavano non si è vista e questa elezione non ha registrato il rifiuto deciso verso Trump e la sua agenda che molti oppositori desideravano.

 

Ma, per la grande coalizione di donne, giovani e minoranze che si sono mobilitati durante questi due anni contro Trump e la sua agenda, è stato un trionfo di cui c’era bisogno e per parecchi di loro l’inizio del riscatto del paese da una minaccia definita neofascista e segnata dalla violenza dell’ultradestra.

 

 

 

Tutti celebrano

 

Entrambi i partiti hanno motivi per festeggiare ma anche per preoccuparsi. Il presidente e i repubblicani perché, nei due anni che restano della presidenza, avranno contro la Camera dei Rappresentanti. I democratici perché , nonostante il crescente malessere sociale nei riguardi di Trump, hanno solo scalfito il solido terreno trumpista con un’onda che, alla fine, si è appena mossa.

 

Trump avrà bisogno dei democratici se vuole portare avanti alcune delle sue promesse incompiute, ma difficilmente essi saranno disposti a fare molto di più oltre a frenare i peggiori impulsi del presidente in materia di salute e immigrazione.

 

Per il presidente l’importante è che il Senato continui ad essere repubblicano, cosa che gli permetterà di nominare giudici conservatori nei tribunali di ogni livello. Questo non cambierà finche i repubblicani mantengono il controllo del Senato.

leggi di più

mer

07

nov

2018

DIBATTITO SUL LAVORO IL 21 OTTOBRE 2018

dom

04

nov

2018

MASSACRATI PER IL PROFITTO

1915-1918 / 2015-2018: 
RICORDANDO UNO DEI PIU’ GRANDI MASSACRI DELLA STORIA SOSTENUTO DAI MILITARISTI GUERRAFONDAI E CHE GLI UNICI AD ARRICCHIRSI, IERI COME OGGI, FURONO GLI AZIONISTI DELLE FABBRICHE DI ARMAMENTI (TRA CUI FIAT, BREDA & C.)!
Alla memoria di tutti i poveracci che trascorsero oltre tre anni in trincea in mezzo al fango, alla sporcizia, ai topi, alla neve ed al freddo prima di essere mandati all'assalto al macello in insensati attacchi frontali sotto il fuoco dell’artiglieria e delle mitragliatrici “nemiche”, che servivano solo ad arricchire di medaglie e di gradi i loro ufficiali superiori alla Cadorna, o alla Badoglio durante il disastro di Caporetto. Solidarietà anche ai soldati austroungarici che patirono le stesse sofferenze, anche loro vittime dei mostri dell’imperialismo e del militarismo guerrafondaio. Chi sostiene le spese militari (come l’attuale governo con l’acquisto degli inutili e costosissimi F35…), o ha in mente nuove guerre (mascherate ipocritamente da “missioni di pace”) se ne vada prima a fare una passeggiata nello sconfinato cimitero militare di Redipuglia! 
NO MORE WARS! PEACE FOREVER!

gio

01

nov

2018

BRASILE, L'ETA' DELLE TENEBRE

Brasile, l’età delle tenebre 

 

di Jorge Montero (*) 

 

“Signori, non siate tanto contenti della sconfitta (di Hitler). Perché anche se il mondo si è levato e ha fermato il bastardo, la puttana che l’ha partorito è ancora viva”

                           

                                  Bertold Brecht

 

 

Jair “Messias” Bolsonaro è presidente del Brasile dopo essere riuscito, domenica scorsa, ad ottenere 57 milioni di voti. Anche se era prevedibile, il suo trionfo nella seconda tornata delle elezioni del paese più influente della regione non è meno allarmante. Il fascismo è arrivato per mezzo delle urne, e viene per restare. Un segnale di allerta continentale. 

 

Non volevamo continuare a flirtare con il comunismo e il socialismo, e con l’estremismo di sinistra” ha detto Bolsonaro appena il Tribunale Supremo Elettorale ha confermato che era stato eletto presidente del Brasile. Immediatamente ha ricevuto i saluti entusiasti del presidente argentino Mauricio Macri, il primo governante a festeggiare il trionfo del grottesco fascista: “Felicitazioni a Jair Bolsonaro per il trionfo in Brasile! Desidero che presto lavoriamo insieme per la relazione tra i nostri paesi e per il benessere di argentini e brasiliani”.

 

Quella del Brasile non è semplicemente un’altra crisi politica. Per l’ampiezza della degradazione politica espressa dall'ingresso di Jair Bolsonaro nel Palacio do Planalto; per il peso specifico del Brasile nella regione; per il fatto di essere il primo paese che, dopo l’ondata delle dittature che devastò l’emisfero, ricompose un sistema di partiti nuovi – il Partito dei Lavoratori (PT) e il Partito della Socialdemocrazia Brasiliana (PSDB) affiancati a distanza da quelli tradizionali - ora demoliti; per la destabilizzazione provocata con il giudizio politico e la destituzione di Dilma Rousseff, la successiva incarcerazione di Lula da Silva, per finire con elezioni presidenziali manipolate; dà il via ad un periodo di destabilizzazione cronica, la cui espansione colpisce tutta l’America Latina e si fa sentire anche nel processo di costituzione dei blocchi protagonisti del nuovo mondo multipolare.

 

E’ nota la frase su cui l’ex segretario di Stato statunitense Henry Kissinger fondava la sua linea di azione verso l’alleanza con il gigante del sud: “Dove andrà il Brasile, andrà l’America Latina”. Bene: il Brasile va verso il fascismo e l’instabilità permanente. 

leggi di più

ven

26

ott

2018

IL NUOVO ESODO HONDUREGNO

Il nuovo esodo honduregno

di Luis Hernàndez Navarro (*); da: lahaine.org; 24.10.2018

 

L’Honduras, scrisse Gregorio Selser (giornalista e storico argentino, n.d.t.), è una repubblica affittata dall’impero, è la portaerei statunitense in America centrale.

Oggi è, oltretutto, una nave “distintivo” della narco-politica continentale che fa acqua.

Le migliaia di honduregni che formano la Carovana Migrante sono i passeggeri di questa nave che cercano la terraferma per sfuggire al naufragio.

 

Ironia della globalizzazione neoliberista, questi migranti che desiderano andare negli Stati Uniti fuggono dalla violenza e dalle esteorsioni delle bande criminali dell’Honduras formate dai deportati dello Zio Sam. Clicas (“cellule” delle bande criminali organizzate nel paese, n.d.t.) che spargono il terrore con armi contrabbandate dagli USA, che si dedicano ad esportare droga ai consumatori statunitensi.

Questi migranti sognano di attraversare le frontiere diretti verso la metropoli che li trasforma in vittime nella loro stessa terra, perchè là sperano di trovare un lavoro per guadagnarsi degnamente la vita che nel loro paese gli è negata dal capitale multinazionale, che succhia loro il sangue e li condanna al patibolo.

 

Secondo le cifre ufficiali (messe in discussione da vari osservatori della società civile), ogni giorno in Honduras vengono assassinate 14 persone. Il tasso di omicidi all’anno è di 56,7 ogni100.000 abitanti. San Pedro Sula - la seconda città dell’Honduras, capitale amministrativa e punto di partenza della Carovana Migrante lo scorso 12 ottobre – è stata, per anni, la città più violenta del mondo. Il tasso di omicidi è di 142 su 100.000 abitanti. La causa principale dei crimini è il narcotraffico.

 

leggi di più

mar

23

ott

2018

GLI URAGANI E LA LOTTA DI CLASSE

 

 Gli uragani e la lotta di classe

 

di Renàn Vega Cantor (*); da: lahaine.org; 20.10.2018

  

Gli ultimi uragani avvenuti negli USA hanno lasciato morte e desolazione in alcune regioni di quel paese e, come se si trattasse di una norma di tipo sociologico, i morti, i feriti e i danneggiati sono i più poveri e i più indifesi, gran parte di essi afroamericani.

 

La menzogna dei “disastri naturali”

 

Sui mezzi di disinformazione, così come in alcuni circoli accademici, si è soliti parlare di “disastri naturali” per catalogare inondazioni, terremoti, incendi, siccità, uragani, tifoni, tornadi e fenomeni similari. Che sono già quotidiani in qualche luogo del mondo.

 

Il termine, del tutto fortuito, impiegato tout court, genera l’impressione che le forze della natura non attacchino in modo ‘traditore’ come se la società capitalista in cui viviamo, nel suo accanimento incontrollabile di produzione, consumo e profitto, non fosse implicata nello scatenarsi di tali “catastrofi naturali”. Oggi è eccezionale che esistano disastri naturali (salvo qualche eruzione vulcanica o certi terremoti), per cui dovremmo parlare di catastrofi sociali, motivate principalmente dal disastro climatico in corso.

 

E’ questo il caso degli uragani, che sono diventati più frequenti, potenti e distruttori per il riscaldamento della superficie dell’oceano Atlantico, prodotto dall’emissione di gas serra, tra cui il diossido di carbonio e il metano.

 

Quando questi uragani arrivano a zone abitate, causano grandi distruzioni fisiche e umane, perché i più colpiti sono i poveri. 

Né la tecnologia moderna, né l’avanzamento nello studio degli uragani, né l’avere a disposizione apparati che misurano la forza dei venti, né il fatto che si sappia che si avvicinano, né il possedere auto più veloci .... niente impedisce l’impatto distruttore degli uragani in USA, come dimostrano i fatti degli ultimi anni, confermati dall’impatto di Florence.

 

Uragani di classe

 

I disordini climatici non possono essere attribuiti a tutta l’umanità, perché questo significa negare che in ogni paese la società è attraversata da molteplici meccanismi di divisione e segmentazione, tra cui quelli di classe, di genere, di “razza”. 

Considerando queste divisioni, tra le quali emerge quella di classe (presentata in forma schematica come esistenza di una minoranza di ricchi e una maggioranza di poveri), i cambiamenti  climatici sono stati generati a livello mondiale da certi paesi (alla testa dei quali si trovano gli USA) e dai settori più opulenti e ricchi del mondo. 

Questi hanno reso dominante un modo di produzione, di consumo e persino di morte come è il capitalismo, del quale godono  ma di cui, finora, non pagano per le conseguenze climatiche e ambientali del loro modo di vita. 

leggi di più

mar

09

ott

2018

UN 9 OTTOBRE VOLLERO UCCIDERE IL CHE....

Un 9 ottobre vollero uccidere il Che e lo resero immortale.

In un giorno come oggi dell’anno 1967, la CIA e diversi soldati boliviani uccisero il Che. Ignoravano le ripercussioni che avrebbe avuto nel mondo il suo assassinio e che decine di migliaia di persone appartenenti alle generazioni future avrebbero visto nel “comandante eroico” un esempio di vita e di lotta.. (da: lahaine.org)

 

Agano, il soldato n. 37 del Che Guevara in Congo

di Wilkie Delgado Correa (*); da: lahaine.org; 8.10.2018 (estratto)

 

Oggi ha 80 anni e viene da un paesino rurale  chiamato La Fama nel municipio di San Luìs, a Santiago di Cuba. Ora vive in un modesto appartamentino con sua moglie. Mi guarda e sorride  come se occhi e denti fossero stelle nel suo viso. E di fronte alle domande affastellate per risvegliargli i ricordi, racconta con netta precisione e con dettagli  le pietre miliari di una storia personale che fa parte di una storia più grande, appartenente alla lotta di liberazione dei popoli dell’Africa, in particolare del Congo.

 

E’ stato uno  dei combattenti della guerriglia del Che in appoggio al movimento rivoluzionario congolese.

Al trionfo della rivoluzione il giovane contadino, nato il 22 luglio 1938, si unì alle milizie nazionali rivoluzionarie  e cominciò la preparazione fisica e militare in condizioni difficili. Presto venne inserito nelle file dell’Esercito Ribelle che si organizzava in quei primi anni della Rivoluzione.

 

Fu così che accettò volontariamente, insieme ad altri quattro compagni della Divisione 50 a cui apparteneva, di compiere una missione di cui non conosceva allora lo scopo. Fu inviato, per una preparazione militare intensiva, in un luogo montagnoso della provincia di Pinar del Rio, la più occidentale del paese. Là si accorsero di quello che qualcuno, per scherzo, diceva: mai avevano visto tanti neri insieme.

Ricorda che Fidel fece loro visita in tre occasioni, e nell’ultima chiese loro discrezione e diede l’autorizzazione a visitare le loro famiglie, residenti in tutti i punti della geografia di Cuba. Più tardi, dopo quelle 72 ore per congedarsi dalle famiglie, tornarono all’Avana per l’addio finale. Come d’abitudine, Fidel li salutò nella stessa casa dove stavano quegli 8 uomini – in maggioranza della provincia di Oriente – che formavano il suo gruppo.

leggi di più

lun

08

ott

2018

MORTI SUL LAVORO E DEL PROFITTO.

Risoluzione approvata dall’assemblea su: 

 

SFRUTTAMENTO, MORTI SUL LAVORO e del profitto.

 

In Italia si continua a morire come nell’800’.

 

 

 

I partecipanti all'assemblea di Sabato 6 ottobre 2018 - ore 15,30 – ASSEMBLEA presso il CENTRO DI INIZIATIVA PROLETARIA “G. TAGARELLI” Via Magenta 88 Sesto San Giovanni dopo essersi confrontati nel dibattito sui morti sul lavoro con lavoratori e delegati RSU di diversi sigle sindacali decidono di coordinarsi nella battaglia contro lo sfruttamento capitalista a partire dalla violenza e brutalità dei morti sul lavoro riconoscendo che:

 

1)    Gli operai, i proletari e i lavoratori morti sul lavoro, per malattie professionali a causa dello sfruttamento capitalista, a prescindere dall’appartenenza sindacale sono MORTI DEL PROFITTO, vittime del capitalismo e membri della nostra stessa classe.

 

2)    Gli operai non hanno amici nei palazzi del potere economico, politico, istituzionale e religioso e riconoscono negli sfruttati di tutti il mondo i loro fratelli di classe

 

3)    Da questo momento s’impegnano a scambiarsi le informazioni sui crimini contro i proletari compiuti dai capitalisti sui posti di lavoro e nella società socializzando e scambiandosi i volantini e le prese di posizione per dimostrare che i morti sul lavoro in una fabbrica o luogo di lavoro sono morti di tutta la classe operaia.

 

4)    Gli operai, i lavoratori, nella democrazia borghese sono solo merce forza lavoro da usare quando l’industria tira e da licenziare, anche attraverso le delocalizzazioni quando non servono più a valorizzare il capitale, riconoscendo che senza organizzazione indipendente e autonoma (politico sindacale) gli operai in questa società non sono altro che carne da macello dei padroni.

 

5)    I partiti e i governi si alternano alla guida del paese, ma sempre nell’interesse dei padroni e della borghesia e gli operai, i lavoratori, frazionati e divisi, senza organizzazione non contano nulla, sono solo carne da macello sacrificati sull’altare del profitto, del mercato e del dio denaro

 

6)    Come sfruttati appartenenti alla stessa classe al di là delle appartenenze sindacali o politiche, cominciando ad organizzarci creando ambiti di discussione nazionale e internazionale per rispondere colpo su colpo al nemico di classe, mettendo in discussione con le lotte il sistema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Se colpiscono uno di noi, colpiscono tutti.

 

I governi cambiano e si susseguono, ma gli operai continuano a essere sfruttati e a morire come prima, più di prima.

 

All’indignazione, alla rabbia, deve unire la mobilitazione nelle fabbriche, nei cantieri, nelle campagne, nei luoghi di lavoro, contro lo sfruttamento e i morti del profitto inevitabili nel sistema capitalista. Contro questi omicidi considerati dai padroni semplici effetti collaterali, necessari alla realizzazione del massimo profitto insiti nella contraddizione capitale/lavoro bisogna protestare unitariamente con prese di posizione. E’ ora di ricominciare ad agire e organizzarsi per superare la frammentazione della nostra classe. 

Contro la barbarie capitalista dobbiamo riscrivere sulle nostre bandiere rosse di sangue proletario il motto: PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNIAMOCI. 

 

All’assemblea hanno partecipato e sono intervenuti diversi operai e lavoratori del: Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio, Sicobas, Slaicobas, Usb, SGB, Medicina Democratica, Voci Operaie, lavoratori del Veneto, Toscana, dell’Emilia e altri ancora. 

dom

07

ott

2018

RICORDO DI UN PARTIGIANO (da Sestoweek)

sab

06

ott

2018

LA STRAGE SILENZIOSA DEI MORTI DEL PROFITTO

LA STRAGE SILENZIOSA DEI MORTI DEL PROFITTO

 

 

Oggi sabato 6 ottobre 2018 - ore 15,30 – ASSEMBLEA presso il CENTRO DI INIZIATIVA PROLETARIA “G. TAGARELLI” Via Magenta 88 Sesto San Giovanni dibattito sui morti del lavoro e del profitto con lavoratori e delegati RSU di diversi sigle sindacali.

 

Al 5 ottobre sono 1060 i morti sui luoghi di lavoro e quelli in itinere. A questi dati da bollettino di guerra vanno aggiunti le decine di morti per malattie professionali, più di 4000 all’anno solo per amianto, quelli per disastri ambientali e da inquinamento e centinaia di migliaia sono gli infortuni gravi che creano menomazioni alle vittime.

La guerra di classe combattuta dai padroni contro gli operai, i lavoratori, i proletari continua nella più completa impunità degli assassini.

I partiti e i governi si alternano alla guida del paese, ma sempre nell’interesse dei padroni e della borghesia.

Gli operai, i lavoratori, frazionati e divisi, senza organizzazione non contano nulla, sono solo carne da macello sacrificati sull’altare del profitto, del mercato e del dio denaro

 

Riconoscerci come sfruttati appartenenti alla stessa classe al di là delle appartenenze sindacali o politiche, cominciando ad organizzarci per rispondere colpo su colpo mettendo con le lotte in discussione il sistema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo è oggi il primo passo, oggi il punto da cui ripartire. Se colpiscono uno di noi, colpiscono tutti.

 

All’indignazione, alla rabbia, dobbiamo unire la mobilitazione nelle fabbriche, nei cantieri, nelle campagne, nei luoghi di lavoro, contro lo sfruttamento e i morti del profitto inevitabili nel sistema capitalista. Omicidi considerati dai padroni come semplici effetti collaterali necessari alla realizzazione del massimo profitto insiti nella contraddizione capitale/lavoro. E’ ora di smettere di indignarci e passare all’azione. E’ ora di ricominciare ad agire per superare la frammentazione della nostra classe.

 

Contro la barbarie capitalista dobbiamo riscrivere sulle nostre bandiere rosse di sangue proletario il motto: PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNIAMOCI.

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

 

ven

05

ott

2018

CIAO ETTORE, COMPAGNO PARTIGIANO

 

Ciao Ettore,  ti abbiamo salutato in tanti.

 

Insieme alle compagne e i compagni del Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli” e del Comitato per la Difesa della Salute nei luoghi di Lavoro e nel Territorio, con cui hai condiviso anni di lotte operaie a darti l’ultimo saluto anche il nostro e tuo, amico e compagno Moni Ovadia col quale abbiamo passato giorni e ore a discutere di come cambiare questo sistema che legittima lo sfruttamento degli esseri umani.

 

Con la bandiera rossa di cui eri fiero e i pugni chiusi alzati abbiamo cantato in coro “Fischia il Vento”.

 

Caro Ettore è stato un privilegio conoscerti e lottare al tuo fianco.

 

Vergogna a chi dopo averti dileggiato ed emarginato dall’ANED e dall’ANPI in vita è venuto al tuo funerale omaggiandoti, come se non fosse successo nulla.

 

Grazie per tutto quello che ci hai insegnato.

 

LA RESISTENZA CONTRO IL SISTEMA CAPITALISTA CONTINUA FINO ALL’ABOLIZIONE DELLO SFRUTTAMENTO DELL’UOMO SULL’UOMO.

ven

05

ott

2018

UN ALTRO PARTIGIANO CI HA LASCIATO

mer

03

ott

2018

ADDIO AL PARTIGIANO ZILLI

mar

02

ott

2018

IL COMPAGNO ETTORE ZILLI CI HA LASCIATO

Ettore Zilli ci ha lasciato

Nella serata di lunedì 1° ottobre il grande cuore di Ettore Zilli – classe 1924, giovanissimo partigiano, giovane deportato, comunista per tutta la vita – si è fermato.

 

Per tutta la sua lunga vita Ettore, pur sofferente per le conseguenze delle violenze patite nei campi di sterminio nazista di Rakenau e Dachau, ha lottato per un mondo migliore, non solo come operaio della Pirelli. A Sesto San Giovanni – e non solo - era conosciutissimo, uno dei pochi testimoni ancora vivente dell’orrore del fascismo; un testimone vivente e militante, una voce forte che non ha mai taciuto.

 

Generazioni e generazioni di studenti e di giovani, e anche meno giovani, per 35 anni hanno sentito dalle sue labbra il racconto della vita di quei ragazzi come lui che avevano combattuto il fascismo, che avevano sognato un mondo più giusto, che dopo la Liberazione si erano battuti contro la violenza dello sfruttamento capitalista.

 

E’ anche grazie al suo lavoro che al Parco Nord di Milano è stato eretto il Monumento al Deportato progettato da un altro deportato, l’arch. Ludovico Belgiojoso, dedicato a tutti gli operai e lavoratori delle piccole e grandi fabbriche di Sesto deportati nei campi di sterminio nazifascisti. Dai suoi viaggi in Germania con le vedove dei deportati riportò alcuni dei sassi provenienti dalle cave di pietra di Gusen e Mauthausen che, insieme alle ceneri dei morti, stanno alla base del monumento che li ricorda.

 

Ettore è stato un uomo – un compagno – modesto, generoso e tenero, uno che - nonostante le violenze subite – amava la vita e caparbiamente, fino all’ultimo, ha lottato per difenderla: ma quella vita dignitosa e giusta, per cui si era battuto – e si batteva – fin da ragazzo.

 

Così scriveva nel 2003, ritornato dall’ennesimo viaggio a Mauthausen

 

“Coloro che erano usciti a sopravvivere nei campi di sterminio nazisti, uscendo da quell’inferno il 16 maggio 1945 nella piazza di Mauthausen giurarono di dedicare il loro impegno perché l’umanità non dovesse mai più conoscere le barbarie della guerra. Purtroppo la nostra volontà e il nostro impegno non sono bastati a fermare la macchina bellica. Da allora nel mondo si sono combattute e si combattono tante guerre, piccole e grandi come l’ultima in Iraq. Tutto ciò dimostra quanto ci sia ancora da fare per costruire un mondo di pace e di giustizia. Questo è un compito che oggi spetta soprattutto ai giovani. La generazione che ha conosciuto gli orrori dei campi di sterminio va scomparendo. Sono i giovani che devono conoscere la storia, impadronirsi della memoria del passato se vogliono evitare che tutto ciò possa ripetersi. Ai giovani è affidata la difesa della pace e con essa la conquista di un mondo migliore”.

 

Ettore ha tenuto fede a questo giuramento, che è anche il suo testamento, il legato che ci lascia oltre al suo grande esempio.

 

In tanti lo rivendicheranno, e anche noi lo facciamo con orgoglio e amore: nostro compagno da anni, ci ha insegnato a non arrenderci mai come lui, testardo friulano, figlio di poveri contadini antifascisti; ci ha dimostrato che i veri eroi sono uomini e donne semplici ma disposti a battersi per i propri ideali dando anche la vita per gli altri. Ci ha insegnato che è così che si diventa esseri umani degni di questo nome.

 

Si è conquistato un posto nei nostri cuori e ci lascia un compito a cui terremo fede, anche se oggi ci sentiamo un po’ più soli.

 

Gli daremo l’ultimo saluto giovedì 4 ottobre alle ore 15.

 

 

 

Centro di Iniziativa Proletaria“G.Tagarelli”

 

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

 

 

Sesto San Giovanni,                                                                                   2.ottobre 2018

 

email: cip.mi@tiscali.it

 

lun

01

ott

2018

L’insolita coalizione

Imperi che combattono

 

L’insolita coalizione

 

di Rafael Poch (*)

 

Lunedì 24 settembre è successo qualcosa di curioso a New York: quattro dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU si sono riuniti con la commissaria europea agli Affari Esteri, Federica Mogherini, e con il ministro degli Esteri dell’Iran, Javad Zarif, per prendersi gioco di Donald Trump.

 

Il problema era l’accordo con l’Iran.

 

Il governo iraniano sta eseguendo quanto previsto da quell’accordo, firmato da tutti loro nel 2015. Questo lo riconosce persino Theresa May.  Ciò nonostante gli Stati Uniti, sostenuti da Israele e dai membri più dementi della sua amministrazione guerrafondaia, si sono ritirati dall’accordo per tornare a quella che era stata la loro politica da quando la rivoluzione iraniana rovesciò lo Scià: il cambio di regime.

 

A coloro che pretendono di rispettare quanto firmato e fare scambi con Teheran, Trump promette sanzioni attraverso il suo controllo dei canali bancari e commerciali di cui il suo paese è padrone.

 

I ministri degli Esteri di Francia, Regno Unito, Russia e Cina, più la commissaria europea e il ministro iraniano, si sono ribellati a Trump, dichiarando la piena vigenza dell’accordo: coloro che stanno da più tempo all’ONU non ricordano niente di simile.

 

I partecipanti sottolineano la loro determinazione a proteggere la libertà dei loro operatori economici per realizzare legittimi affari con l’Iran” segnala la dichiarazione. E sul punto ottavo aprono all’Iran la Banca Europea di Investimenti come canale per i suoi affari commerciali con il mondo. Si metterà in marcia “un meccanismo speciale per facilitare i pagamenti relazionati alle esportazioni dell’Iran, compreso il petrolio, e le importazioni, il che aiuterà e tranquillizzerà gli operatori economici che facciano affari legittimi con l’Iran.”. Mogherini ha chiarito che questo sistema potrebbe aprirsi ad altri paesi al di fuori dell’EU, e ha sottolineato che tutti i firmatari attuali del patto atomico lo appoggiano.

leggi di più

dom

30

set

2018

ASSEMBLEA ONU

Rete Solidarietà Rivoluzione Bolivariana

Il 26 settembre alla Assemblea dell'ONU i presidenti di Venezuela, Cuba e Bolivia hanno parlato contro la politica dei blocchi economici, delle invasioni, delle ingerenze, portate avanti dagli Stati Uniti d'America.
Il presidente cubano Díaz-Canel: "i principali problemi che affliggono il mondo sono il risultato del capitalismo, in particolare dell'imperialismo e del neoliberismo. L'egoismo e l'esclusione che accompagnano questo sistema, sociale e culturale favoriscono l'accumulo di ricchezza nelle mani di pochi a scapito della maggioranza e causano sfruttamento e miseria. L'attuale Amministrazione statunitense, in un nuovo sfoggio di politica imperiale, attacca il Venezuela con speciale ferocia. Ribadiamo il nostro assoluto sostegno alla Rivoluzione Bolivariana e al legittimo governo del presidente Maduro."

Il presidente Maduro: "porto la verità di un popolo combattivo, eroico, rivoluzionario. La voce di un paese che ha rifiutato di arrendersi all'ingiustizia. Ieri agli schiavisti coloniali, oggi agli schiavisti neocoloniali. 
Le porte del paese sono aperte, per una indagine indipendente e internazionale con un emissario dell'ONU che indaghi sul fallito attentato con droni del 4 agosto subita dal popolo e dalle sue autorità. Attentato preparato da autori che risiedono negli Stati Uniti e che hanno avuto l'approvazione delle autorità colombiane. Esorto i paesi della America Latina e dei Caraibi a non accettare la dottrina Monroe statunitense che tanti danni ha fatto nel 20° secolo".

Il presidente socialista boliviano Evo Morales: "respingo l'intenzione spudorata degli Stati Uniti di intervenire militarmente in Venezuela.
I problemi interni dei venezuelani devono essere risolti da soli, senza alcun intervento esterno di alcun tipo o governo. Esorto il governo degli Stati Uniti a ritirare le misure unilaterali e illegali, che rappresentano una delle cause dell'attuale situazione economica della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
Respingo il blocco economico illegale di Cuba da parte degli Stati Uniti.
Il governo nordamericano ha l'obbligo di riparare finanziariamente il danno causato da queste misure al popolo cubano, di rispettare le risoluzioni dell'Organizzazione delle Nazioni Unite e di togliere immediatamente il blocco contro l'isola.

https://laradiodelsur.com.ve/presidente-de-cuba-reafirmo-a…/

https://laradiodelsur.com.ve/venezuela-pide-a-naciones-uni…/

https://www.hispantv.com/…/38…/morales-discurso-asamblea-onu

 

 

lun

24

set

2018

MENZOGNE IMPERIALISTE

 

La guerra contro l’Iraq

 

Sette menzogne al servizio di 10 obiettivi

 

di Nazanin Armanian (*); da: publico.es; 23.9.2018

 

Fino ad oggi i governanti dei paesi partecipanti all’aggressione militare all’Iraq del 2003 hanno cercato di giustificare, con maggiore o minore fortuna, i crimini contro l’umanità che hanno commesso nello spezzare la vita di 23 milioni di iracheni. Tuttavia l’ex-presidente spagnolo José Maria Aznar è l’unico che ancora nega la partecipazione delle truppe del suo paese in quella guerra illegale, nonostante le prove: almeno 1.300 soldati spagnoli furono inviati nel sud-est dell’Iraq per dirigere la Brigata Plus Ultra a Diwaniya, e non proprio per portare “democrazia” e “felicità” alla nazione aggredita. Il giornale El Paìs pubblicò nel 2004 un video sulle bastonate e i calci di alcuni militari spagnoli a due iracheni sequestrati e rinchiusi in carcere nella base che gestivano. Altre immagini delle atrocità commesse dagli occupanti nella prigione di Abu Ghraib scossero il mondo.

 

Il  Center for Public Integrity statunitense ha rilevato ben 935 dichiarazioni false del regime di Bush prima dell’attacco. Nonostante che, dopo il fiasco delle inesistenti armi di distruzione di massa (ADM), alcuni responsabili si siano scusati dicendo che “si erano sbagliati”, fingendo di essere onesti, l’organizzazione Veteran Intelligence Professionals for Sanity (VIPS) afferma che non ci fu alcun errore da parte dei servizi di intelligence: semplicemente hanno mentito.

 

Lo stesso segretario al Tesoro del regime, Paul H. O’Neill, ha affermato che il presidente aveva intenzione di invadere l’Iraq e stava disperatamente cercando una scusa per la guerra.

 

Così hanno venduto la guerra contro l’Iraq

 

Tutto il mondo pensava che l’Iraq avesse ADM e non le aveva, ora lo so” affermò Aznar non nel 2004 ma nel 2007. E non è vero: l’ONU – cioè ‘tutto il mondo’ – lo sapeva.

 

Il capo degli ispettori  dell’ONU per l’Iraq, Hans Blix, disse nel febbraio 2003 che aveva eseguito più di 400 ispezioni in tutto il paese, senza che Saddam si opponesse, e che non avevano trovato le armi suddette. Persino il capo della CIA, George Tenet, disse: “i tentativi di verificare le informazioni (sulle ADM) non hanno avuto esito”.  Se l’Iraq avesse avuto tali armi, era logico che le avesse utilizzate prima del 2003 contro i 29 paesi che l’avevano aggredito nel 1991. Oltretutto mai gli USA hanno attaccato un paese con capacità militari rilevanti: tutte le loro vittime sono stati paesi indifesi: Afganistan, Iraq, Libia, Sudan, Somalia, Siria. Vedete come non osano toccare un capello a Kim Jong-un?

 

Hanno attaccato la Libia e assassinato Gheddafi solo dopo averla disarmata nel 2003.  

leggi di più

gio

20

set

2018

MORTI SUL LAVORO E ORGANIZZAZIONE OPERAIA

 

Morti sul lavoro e organizzazione operaia

 

Bisogna partire dalle cose concrete che interessano la nostra classe, dai suoi bisogni, organizzandoci insieme ai nostri compagni, partecipando in prima persona a tutte le lotte e iniziative di chi si muove sul terreno degli interessi generali della classe.

Anche nel mese di agosto, quello in cui la maggioranza delle fabbriche e dei luoghi di lavoro sono chiusi per ferie, i morti sul lavoro hanno raggiunto cifre record.

Nocività, salute, lavoro sempre più sfruttato e precario è diventato la normalità a cui ci siamo ormai assuefatti.

 

Che il capitalismo sia un sistema ingiusto, basato sulla sopraffazione di pochi detentori della proprietà privata del capitale ai danni di proletari, operai e lavoratori salariati, è evidente.

Da sempre i padroni ci dicono che, nonostante alcune storture questo è il migliore dei mondi possibili.

Lo sfruttamento capitalista si manifesta in vari modi, ma il più violento è rappresentato dagli infortuni e dai morti sul lavoro: frutto della continua lotta di classe, guerra che i borghesi, gli sfruttatori, conducono contro gli sfruttati. Un’organizzazione sociale divisa in classi, in cui predominio e potere sono nelle mani di chi possiede il capitale, in cui la proprietà privata dei mezzi di produzione appartiene ad una minoranza di persone: in sintesi il "modo di produzione capitalistico”.

Perciò la causa dei morti sul lavoro oltre che dei singoli padroni è del sistema economico, cioè della società borghese, in cui i mezzi di produzione appartengono ai capitalisti privati o pubblici, a gruppi economici e persone cui interessa solo realizzare il massimo profitto.

 

Ruolo dei sostenitori del capitalismo: sindacati confederali e PCI

 

La ricerca del massimo profitto inevitabilmente acuisce i contrasti di classe e si scontra con la resistenza degli operai in lotta contro il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

I sindacati confederali CGIL-CISL-UIL-UGL, ma anche altri sindacati corporativi falsamente “autonomi”, riconoscendo come legittimo il profitto, sostenendo solo le rivendicazioni sindacali “compatibili “ con il sistema, sono diventati negli anni pilastri del sistema e paladini dell’ideologia borghese fra i proletari, il principale puntello al sistema dello sfruttamento dell’uomo sull'uomo.

 

In passato un aiuto importante ai padroni è venuto, oltre che dai sindacati, dal PCI che negli anni 70’, ma anche prima, giovandosi del suo passato di partito operaio, ha sostenuto una politica filo-padronale (oggi sostenuta dal PD e da Rifondazione Comunista) e, attraverso i suoi uomini nel sindacato, ha cercato e cerca di impedire e controllare le lotte autonome e indipendenti basate sui reali interessi dei lavoratori.

leggi di più

mer

19

set

2018

MALATTIE INFORTUNI MORTI IN NOME DEL PROFITTO

SABATO 22 SETTEMBRE ORE 16,00 presso la Casa del Popolo di Marano Vicentino

 

MALATTIE INFORTUNI MORTI

IN NOME DEL PROFITTO

 

 Si muore a livelli di record, sul lavoro, in Veneto. Primi in Italia, tra i primi al mondo. Muoiono operai come soldati in guerra, sulle trincee del lavoro. Operai che cadono da impalcature senza protezioni o schiacciati da presse prive di sicurezza, che sputano le loro vite assieme al muco e al catarro dei tumori che li uccidono, i tumori dell'amianto, del cvm, del cromo esavalente…. Morti bianche????

Sui giornali (quando vengono ricordati) i loro nomi durano un giorno, sulla televisione anche meno. Muoiono dimenticati in fretta. Talvolta, ma è necessario che siano più di tre o quattro, causano dure prese di posizione: le sinistre si ricordano della dura realtà del lavoro, i presidenti esclamano indignati “è inconcepibile”, “è inaccettabile”, “è inammissibile”, le destre tacciono.

 

I fatti rimangono cronaca e spariscono prima ancora di diventare racconto, storia, vissuto. Cresce l'impassibilità. Pennivendoli servili vorrebbero farci credere che l'impresa è modernità, efficienza, intelligenza che avrebbe salvato il mondo (e noi a non capire perché le fabbriche continuino a licenziare, a chiudere). Ci dicono che non c'è niente da aspettarsi dalle “ideologie” e dal loro “ipocrita proselitismo”.

La “lotta di classe”, l'opposizione tra “capitale” e “lavoro” suscitano sorrisi di commiserazione. Arrivano nuove parole, per valutare azioni e individui, “performance”, “competizione”, “profitto”. Parole per intensificare il lavoro, per aumentarne ritmi e carichi, che produrrà ulteriore logoramento fisico e nervoso, causa di altre malattie, infortuni e morti.

Più l'onnipotenza dei padroni dilaga, più i dividendi crescono. Non ci sono alternative alle vite spezzate, se non nella lotta contro lo sfruttamento, del quale sono nient’altro che inevitabili conseguenze. Per questo siamo tutti coinvolti, senza finzioni, senza delegare a nessuno la difesa delle nostre vite e la difesa dei nostri interessi di classe.

Noi, classe operaia, non abbiamo solo il dovere della memoria e l'obbligo “civico” di ricordare chi è caduto. Abbiamo soprattutto il dovere di usare l’arma della memoria per denunciare e lottare affinché non si ripetano più queste stragi, eliminando ogni forma di sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

 

 

LEGGI “VOCI OPERAIE” Giornale operaio dellʼAlto Vicentino

 

lun

17

set

2018

EDITORIALE del giornale "nuova unità"

Editoriale del Giornale "NUOVA UNITA' " n. 5
La fascistizzazione è sempre più evidente
Andare oltre l'attività sindacale per diventare protagonisti della politica che costruisca un futuro con un sistema sociale socialista, cioè solidale e non per ingrassare i capitalisti
Agosto è stato un mese caldo non solo dal punto di vista climatico. E non è stato di riposo per molti lavoratori. È stato invece caratterizzato da numerose morti sul lavoro; da presidi operai come alla Bakaert di Figline Valdarno - dove 318 operai spremuti come limoni con contratti sempre più al ribasso che hanno permesso all'azienda di realizzare grandi profitti - hanno ricevuto la lettera di licenziamento perché la multinazionale belga, ex Pirelli, ha deciso di delocalizzare in Repubblica ceca dove i profitti aumenteranno ulteriormente. È continuato il presidio a Piombino degli operai ex Lucchini con il Camping 1 Cig - che insieme ai dipendenti Bekaert - hanno portato un buon contributo alla Festa di "Partigiani sempre" che si tiene ogni anno a Viareggio. I ferrovieri si sono mobilitati contro la firma dello scandaloso contratto che tende a dividere l'unità dei lavoratori tra FS e Italo. In molti hanno passato i mesi estivi con l'incubo della disoccupazione in seguito allo stallo di varie trattative, Ilva in primis.
La caduta del ponte Morandi a Genova - che ha aumentato la lista dei morti sul lavoro - ci riporta ad altre circostanze. Nel 1999, l'anno del governo D'Alema, quando crollavano i ponti serbi sotto i bombardamenti da aerei decollati dall'Italia veniva ceduta ad un gruppo di azionisti privati la proprietà pubblica della Società Autostrade che gestiva anche il ponte Morandi. Ovvero come agevolare gli interessi dei privati alla continua ricerca del massimo profitto. Il Morandi non è il primo ponte a crollare. Negli ultimi 3-4 anni sono decine i ponti ceduti e, per logica, non sarà l'ultimo però sono eventi che permettono ai politici di ogni risma di piangere lacrime... di coccodrillo e affermare la loro propaganda demagogica.

leggi di più

dom

16

set

2018

DA SESTOWEEK : ottima cronaca, una sola precisazione al momento non ci è arrivato nessun fratto

ven

14

set

2018

PILLOLE DI STORIA: ESPOSTI ALLA MORTE

Pillole di storia operaia. CI HANNO ESPOSTO ALLA MORTE…
Qualche riga come introduzione… 
1981. Breda Fucine di Sesto San Giovanni. “A trenta metri dal mio posto di lavoro, nello stesso gigantesco capannone, c’era il “macchinone”, all’inizio della “seconda linea”. Vi si producevano aste per l’estrazione petrolifera su licenza americana. La “seconda linea” era stata acquistata nuova di pacca, perché nello stabilimento di Houston (Texas, USA) – stranamente – l’avevano accantonata subito dopo averla completata. Chissà perché?
Perché – lo abbiamo saputo parecchio tempo dopo – di morti ne avevano già seminati abbastanza gli impianti di quel genere montati in precedenza nella fabbrica americana.
Forse lo sapevano già da allora i dirigenti che avevano mandato negli USA a visionare l’impianto il tecnico Lazzati, che poi era diventato il caporeparto della seconda linea: è morto qualche mese fa, anche lui, per tumore ai polmoni, quel tumore che è causato dalle fibre di amianto che si diffondono nell’aria”.

Questa vicenda ce la racconta così bene Ezio Partesana, che preferisco lasciare lo spazio a lui, riproducendo un suo scritto pubblicato nel febbraio ’98. Intanto, noi ex operai Breda, che abbiamo costituito il “Comitato di Difesa della Salute nei luoghi di Lavoro e nel Territorio”, ci incontriamo ogni giovedì sera nella sede provvisoria che il comune di Sesto ci ha dovuto concedere, in attesa che la ristrutturazione dell’area Breda si compia; allora ci metteranno a disposizione un pezzo dell’unico capannone che hanno progettato di tenere in piedi apposta per non dimenticare (?) che cos’era la Breda… Così ci hanno promesso; e potete scommettere che noi faremo di tutto per fargli mantenere la promessa…
________________________________________

LA LINEA DEL FUOCO 
Storia degli operai e del reparto aste

Sesto San Giovanni, periferia nord di Milano, città ridotta in frammenti sospesi tra la produzione e un futuro da tecnocity , agenzie per lo sviluppo, piani di conversione, tradizione operaia, civiche scuole d’arte, fabbriche che spariscono: Falck, Breda, Pirelli, Marelli… Chi abita adesso a Sesto è probabilmente qualcuno che non c’era trent’anni fa. La memoria che se ne conserva non è di nessuno, sono i capannoni con già sopra scritti i piani di ristrutturazione residenziale e i pensionati ai giardini che non possono essere ingannati. La giunta comunale riempì gli incroci vent’anni orsono con grandi cartelli stradali bianco, rossi e verdi con sopra scritte frasi della costituzione italiana; adesso vogliono far lo stesso per ricordare le grandi fabbriche e mettere delle insegne “qui sorsero le acciaierie”, “in questa piazza c’era l’ingresso delle tute blu verso le catene di montaggio” e “ecco il reparto dove su trenta operai trenta entrarono nelle squadre di azione partigiana”. Ne vogliono cavar fuori un museo urbano, rendere l’onore delle armi e mettere a riposo i combattenti dell’unica guerra mondiale che non ha avuto un trattato di pace e che produce ricchezza maldivisa e morti al ritmo di qualche migliaio. In Italia, nell’anno di grazia mille e novecentonovantasette.
«Finito il corso mi misero sul “macchinone”: una macchina enorme, almeno tre metri per quattro, dove saldavamo le aste. Mi sentivo felice; dopo quattro anni finalmente ero entrato in una fabbrica vera, operaio saldatore. Avevo dei guanti lunghi e un grembiule. Scendevano delle aste per il preriscaldo del giunto, un manovale le sistemava sotto la macchina, poi si chiudeva e si faceva la saldatura. Per poter lavorare con quelle temperature e le scintille, c’erano delle coperte di amianto che mettevamo sopra il pezzo; ogni cento, duecento aste, la coperta era bruciata e ridotta in polvere, e bisognava cambiarla. Lavoravamo in quattro a quella macchina; adesso sono morti tutti e tre, sono rimasto io solo come vivente. Saldavamo le aste alla Breda Fucine, riparandoci gli occhi e le mani con l’amianto. C’era un mio collega che veniva da Bergamo, mi ricordo benissimo, veniva mezz’ora prima per accendere il fuoco e aprire il tetto per cacciare fuori la nuvola di fumo delle saldature del giorno prima. C’era polvere dappertutto. Lì si usava un metodo che si chiama saldatura a scintillio: i due pezzi venivano riscaldati e poi con una corrente fortissima si fondevano l’uno con l’altro. A volte dei frammenti cadevano nella vasca di recupero dell’olio e si incendiava il macchinario. E allora dovevano scendere sotto e spegnere il fuoco con dei piccoli estintori; ci tenevano fermi per un’ora, un’ora e mezzo e poi si riprendeva il lavoro. Io su questa macchina ci ho lavorato dal ’74 fino all’83, dieci anni. Ci davano il mezzo litro di latte al giorno se cominciavamo a tossire o a vomitare; a volte i sindacati ci facevano fermare ma non c’era nessuna resistenza; non mi dicano che difendevano gli operai, a me e ai miei compagni non ci ha difeso nessuno

leggi di più

mer

12

set

2018

SALVATOR ALLENDE: UN INSEGNAMENTO

 

Salvador Allende: un avvertimento e un insegnamento

 

di Atilio Boròn (*); da: lahaine.org; 12.9.2018

 

Giorni fa, il 4 settembre per essere precisi, si sono compiuti 48 anni dal trionfo di Salvador Allende nelle elezioni presidenziali del Cile del 1970.

Con il passare degli anni  è chiaro, con dolore, che la sua figura non ha raccolto la valorizzazione che merita, persino all’interno di alcuni settori della sinistra, dentro e fuori il Cile.

Invece di onorare il presidente-martire e la sua opera, molti si sono accodati alle critiche che il consenso neo-liberista dominante ha formulato sulla sua gestione, senza offrire un’analisi alternativa che tenesse conto delle gravissime, ed estremamente avverse, condizioni in cui avvenne il suo ingresso alla Moneda e tutto il suo lavoro di governo.

 

L’avvento della “democrazia a bassa intensità” nel Cile post-Pinochet, prodotto di uan sopravvalutata transizione i cui limiti economici, sociali e politici sono oggi evidenti, ha corretto solo in parte la sottovalutazione che la figuradi Allende e del governo di Unità Popolare (UP) hanno patito.

 

Ciò nonostante, dopo quasi trent’anni di una ingannevole transizione che ha accentuato le iniquità della società cilena e la sua dipendenza esterna, le cose cominciano a cambiare e, fortunatamente, vediamo numerosi tentativi di rivalizzare la sua fertile eredità.

 

Si tratta di un atto di giustizia perchè, come abbiano espresso in più di un’occasione, Allende fu il precursore del “ciclo di sinistra” che ha scosso l’America Latina (e il sistema inter-americano) fino alle fondamenta a partire dalla fine del secolo scorso. Le esperienze vissute in Venezuela con Hugo Chàvez, in Ecuador con Rafael Correa, in Bolivia con Evo Morales – dove sono state recuperate le risorse naturali – hanno nel governo di Allende un luminoso precedente nella nazionalizzazione delle miniere di rame in mano agli oligopoli nordamericani, nella nazionalizzazione delle banche, nell’espropriazione dei principali conglomerati industriali e nella riforma agraria.

 

Tenendo conto delle condizioni di quell’epoca, inizio degli anni Settanta, quello che fece il governo di UP fu una prodezza in un paese attorniato da dittature di destra e attaccato con furore dagli USA.

leggi di più

lun

10

set

2018

SERATA IN ALLEGRIA FRA COMPAGNI E AMICI.

dom

09

set

2018

NICARAGUA DI GENTE DOLCE...

Nicaragua di gente dolce..

di Daniela Trollio (*)

 

… così definiva il paese di Sandino lo scrittore Salman Rushdie dopo un viaggio di mesi - appena dopo la rivoluzione - tra le genti del Nicaragua appena liberatosi di una dittatura tra le più sanguinarie del continente latino-americano, quella di Anastasio Somoza di cui Franklin D.Roosevelt diceva: “Sarà anche un figlio di puttana ma è il nostro figlio di puttana”..

Ora, a quasi trent’anni dalla presa del potere del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, la gente dolce del Nicaragua torna alle cronache, dal mese di aprile.

Rivolte, scontri, repressione governativa, crisi “umanitaria” secondo i giornali borghesi di tutto il mondo.

Gli stessi ingredienti che hanno scosso il Venezuela per più di un anno. Una “rivoluzione colorata” che, nel paese del Comandante Chàvez, sembra essere fallita, almeno per il momento.

Questo fa pensare che, prima di parlare del paese di Sandino, sia il caso di dare un’occhiata alla situazione generale, non solo in America Latina ma anche nel suo potente vicino, gli Stati Uniti. Perché non ha senso parlare del Nicaragua senza parlare di  tutto il continente.

 

Tanto per cominciare, gli USA non hanno mai dimenticato il loro “cortile posteriore”, l’America Latina. Se per anni, con la scusa della “guerra al terrorismo”, sono stati impegnati su altri fronti, oggi – seminato il caos in Medio Oriente, persa la battaglia contro la Cina che è diventata la maggiore potenza economica, rimasti con le pive nel sacco in Siria – tornano al loro vecchio sogno. Un continente di paesi vassalli da utilizzare, spremere e buttare via. Sotto le ali dell’impero non crescono frutti, ma cadaveri, fame e miseria per le grandi maggioranze, territori da spogliare fino all’osso per trasformarsi in numeri sugli schermi delle Borse, profitti astronomici per le multinazionali imperialiste.

 

Del sogno fa anche parte la speranza di liberarsi di quei paesi della zona che decisero, nel secolo scorso, di non giocare più secondo le regole imposte dal potente vicino – alcuni tramite rivoluzioni armate, altri per vie diverse -  a cominciare da Cuba rivoluzionaria, dal Venezuela, dalla Bolivia e dal Nicaragua, per arrivare, in altre latitudini, alla Corea del Nord e alla Siria. 

leggi di più

sab

08

set

2018

ACCORDO ILVA: IL PROFITTO E' GARANTITO

 

ACCORDO ILVA: IL PROFITTO E’ GARANTITO, IL POSTO DÌ LAVORO NO, LA SALUTE NEANCHE, FORSE IN FUTURO SE COMPATIBILE CON L’AUMENTO DEI PROFITTI.

 

Tutti i sindacati confederali – FIOM/CGIL-FIM/CISL-UILM/UIL, a cui si aggiunta USB- si dichiarano soddisfatti per l’accordo firmato con Am Investco, la cordata guidata da Arcelor Mittal, concordando con il viceministro Di Maio che “sull'Ilva è stato raggiunto il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili”, la stessa, solita, frase che sentiamo ogni volta che i sindacalisti firmano accordi antioperai.

In attesa di leggere il testo integrale definitivo facciamo alcune considerazioni basandoci su quanto pubblicato sugli organi di stampa.

Gli stessi sindacati firmatari dell’accordo non possono fare a meno di ammettere che “si tratta comunque di circa 3.000 esuberi con una clausola di salvaguardia (sic!) che prevede che ‘dal 2023 i lavoratori in esubero possano essere riassorbiti se nel frattempo non hanno usato gli ammortizzatori”. In teoria, come prevede  l’accordo, chi accetta il licenziamento senza chiedere nemmeno un euro di FIS (ex cassa integrazione), fra 5 anni può forse cominciare a sperare che lo riassumano, un sogno destinato a rimanere tale.

 

Anche sull’ambiente il risultato è pessimo. Come ha dichiarato il presidente del Consiglio Conte “Se Ilva vuole produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio lo deve fare senza aumentare di nulla le emissioni che ci sono”. Non c’è che dire, una bella difesa dell’ambiente in questo stabilimento dove gli infortuni e i morti sul  lavoro sono all’ordine del giorno, non solo fra gli operai costretti a lavorare senza sicurezza, ma anche tra i loro famigliari e la popolazione, che protesta da decenni. Si può continuare a morire, basta “non aumentare le emissioni” di sostanze cancerogene.

Con quest’accordo i padroni possono continuare a fare il massimo profitto risparmiando sulla sicurezza, ma anche con garanzia d’impunità!.

 

La popolazione della città da anni protesta – insieme a molti operai, ma non tutti - contro l’inquinamento provocato dalla fabbrica; ma non si difende il salario difendendo il posto di lavoro così com’è, con i suoi veleni per tutti e i profitti per il solo padrone di turno, che in cambio da loro un misero salario.

La storia insegna che gli operai, senza un’organizzazione di classe che difenda i loro interessi immediati e futuri, sono alla mercé del padrone: lavorano finché il loro lavoro valorizza il capitale e sono licenziati appena non servono più.

 

L’esperienza ci insegna che la monetizzazione della salute, della vita umana, del posto di lavoro e dei licenziamenti va a vantaggio solo dei padroni. LA SALUTE NON SI PAGA, LA NOCIVITA’ SI ELIMINA E LA SICUREZZA DEVE ESSERE GARANTITA, anche se questo obiettivo si scontra con il mercato, con la logica del profitto che sono i fondamenti della società capitalista.

La mancanza di sicurezza in fabbrica e l’inquinamento, le sostanze cancerogene, uccidono prima gli operai che sono a diretto contatto in fabbrica, ma uscendo nel territorio anche i loro famigliari e tutta la popolazione. E questo è ciò che accade da sempre in molti luoghi, prima di tutto a Taranto.

Per difendersi bisogna intervenire sull’ambiente di lavoro e sulla società con una posizione anticapitalista, e questo è possibile imporlo solo con un’organizzazione indipendente che unifichi le lotte in fabbrica e nella società.

 

L’unità di classe fra i proletari che lottano in fabbrica e nel territorio, l’unione degli sfruttati, fa ritornare più che mai di attualità la famosa esortazione: "Proletari di tutti i paesi, unitevi!".

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

Sesto San Giovanni, 8 settembre 2018

 

mail: cip.mi@tiscali.it                                                 web:  http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

 

https://www.facebook.com/cip.tagarelli

lun

03

set

2018

CIAO BEPO

Il compagno Bepo con cui abbiamo combattuto tante battaglie ci ha lasciato a 63 anni (nella foto).

 

Giovedì 30 abbiamo salutato Bepo all’obitorio dell’ospedale di Castelfranco Veneto.

Oltre a noi, una decina, c’erano parecchie persone. La loro età era piuttosto avanzata, ma abbiamo visto anche bambini e giovani. Persone che non conoscevamo, molti di Castel di Godego, il suo paese, parenti, amici….

Il nostro obiettivo era di salutarlo nel modo migliore, da compagni, mettendo una bandiera rossa con falce e martello sulla bara, dedicandogli un breve ricordo. Ma avrebbe capito quella gente cosa intendevamo, o meglio chi era Bepo per noi? Dovevamo spiegarlo.

 

Proprio quella bandiera poteva aiutarci a spiegare: quei simboli, falce e martello, a rappresentare il riscatto operaio dalla fatica e dallo sfruttamento sul lavoro. Lui con quei simboli aveva molto a che fare.

 

Da quando lo abbiamo conosciuto, all’inizio degli ’80, qualcuno di noi, da subito, lo battezzò: era Bepo “l’operaio”.  Niente da dire, un soggetto difficile, del quale si narravano le epiche gesta di pugni e sbronze.       Se I primi, potenzialmente letali, diventavano ricordo, le seconde erano attualissime e frequenti. Beveva, e avrebbe sempre bevuto. Ma questo è un tema che riprenderemo.

 

Di mestiere faceva il tubista: una specie di idraulico, saldatore per grandi impianti industriali, con un curriculum di tutto rispetto. Il Superphenix, di Cray-Melville, in Francia, la centrale più potente dell’epoca, e le centrali, pure nucleari, di Montalto di Castro e Caorso, il petrolchimico di Marghera, raffinerie di mezzo mondo, nelle sue amate Russie, come nei Paesi Arabi, in Libia, com’era capitato, a mettere in sicurezza i pozzi di estrazione del petrolio, poco prima dei bombardamenti Nato, o dove capitava. Lo si vedeva poco, era spesso all’estero.

Negli intervalli tra questi lavori, era sempre con noi; alla Riva, l’osteria, ritrovo dell’epoca, e poi allo Stella Rossa, il centro sociale occupato, e soprattutto davanti ai tribunali a difendere la causa degli operai morti di cromo esavalente alla Tricom (non mancò ad una sola udienza), e nelle manifestazioni, quelle che lui sentiva come sue, quelle operaie, con i compagni di Sesto, i nostri compagni, come gli piaceva dire, ma anche antifasciste, lui che andava giustamente fiero del babbo, con quelli di Masaccio, il capo partigiano. 

Questo della lotta partigiana era un altro dei suoi marchi di fabbrica, che curò negli anni, attraverso una lettura assidua di testi storici sulla Resistenza, soprattutto locale, che si sciroppava senza paura per lo spessore in cm del testo.

 

Insomma, operaio e antifascista. Due circostanze di base per la sua immedesimazione nella classe, quella operaia e storica, fosse a Reggio Emilia o a Sesto S. Giovanni. L’istinto proletario e antifascista innato e l’amore per i suoi simboli, il rosso della Bandiera e dell’URSS, formavano il suo comunismo.

 

Niente di teorico o di spessore politico, come si dice, no, ma tutto cuore ed esperienza vissuta. Quella del lavoro nei cantieri, a saldare e sudare. Con sempre più evidenti i segni di quel lavoro e dell’usura che comportava e dell’alcol col quale sosteneva quella fatica, che era anche fatica di vivere.

leggi di più

dom

02

set

2018

JOHN MC CAIN: CRIMINALE DI GUERRA

John McCain: da falso eroe a criminale di guerra in serie 

di Nazanin Armanian (*)  

 

John McCain era un eroe statunitense, un uomo di decoro e onore ed un mio amico”. Così Bernie Sanders, il presunto “socialista” del Partito Democratico, ha reso omaggio al senatore repubblicano rivelando che gli statunitensi ed il mondo intero hanno un serio problema se persino l’ala sinistra del Partito Democratico è altrettanto militarista e bugiarda dell’ala di estrema destra dei Partito Repubblicano.

 

In realtà la maggioranza delle guerre degli USA contro altre nazioni sono state scatenate dai presidenti democratici mentre i repubblicano erano “isolazionisti”. Questo sì, essi condividono l’idea che “Dio salvi l’America” e che il resto dell’umanità non sia fatta altro che da “Untermensch” sub-umani e danni collaterali degli infami interessi delle élites governanti.

 

Il sentimentalismo reazionario che ha invaso la stampa per la sua morte impedisce di riconoscere McCain come uno dei politici più tenebrosi degli ultimi decenni degli USA, e questo dice molto di lui in un paese con il culto della guerra, e ai cui presidenti si attribuisce un valore per il numero delle loro aggressioni militari contro altre nazioni.

 

A John McCain venne attribuito il titolo di “eroe” nel 1973 quando fu restituito agli USA dal Vietnam, durante un interscambio di prigionieri. Era stato catturato nel 1967 quando il suo aereo da combattimento, dopo aver realizzato 23 missioni di bombardamento, fu abbattuto dall'esercito vietnamita, cadendo nel lago di Hanoi. Venne salvato dal signor On, una guardia di sicurezza di una fabbrica di lampadine. La stessa gente le cui vite aveva distrutto con le sue bombe curò le sue ferite e lo restituì al suo paese sano e forte. 

Durante la guerra gli USA buttarono 7 milioni di tonnellate di bombe, 100.000 tonnellate di sostanze chimiche come l’agente “arancio”, uccidendo cinque milioni di vietnamiti e lasciando con gravi problemi altri 3 milioni per effetto del napalm.

  

Gli eroi erano persone come il signor On, non uno spietato individuo che diventerà, con onore, candidato alla presidenza USA.

 

Il falso eroe

 

Se la superpotenza fu sconfitta da quella piccola – grande - nazione, quali atti eroici avevano compiuto soldati come McCain? Se andare ad uccidere sconosciuti col rischio di perdere la vita è eroismo, eroi più grandi furono Hitler o Gengis Khan per la quantità di cadaveri che lasciarono dietro di sé.

 

Ma John non era un soldato qualsiasi, bensì il figlio dell’ammiraglio al comando della Flotta del Pacifico, John S. McCain che, come se non bastasse, era stato pizzicato a cooperare con il nemico vietnamita, disonorando la storia di famiglia.

leggi di più

dom

02

set

2018

LA VERITA’ E’ RIVOLUZIONARIA

PILLOLE DI STORIA: PER NON DIMENTICARE: LA VERITA’ E’ RIVOLUZIONARIA

Lettera inviata da un partigiano al segretario del PCI e Ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti che il 22 giugno 1946 firma l’amnistia per i fascisti. Il provvedimento, che doveva pacificare il Paese, si tradusse nella liberazione di migliaia di fascisti, compresi i peggiori criminali. Riportiamo un brano e una lettera inedita pubblicata a pag. 100 del libro di Antonio Masi e Michele Michelino DALL’INTERNAZIONALE A FISCHIA IL VENTO A NIGUARDA fornitaci dal compagno Enzo Galasi (nella foto) partigiano, militante comunista della terza GAP deceduto nel 2015. .......”Tra gli antifascisti aumenta la rabbia verso Togliatti che aveva, in nome della pacificazione concesso l’amnistia ai fascisti. Anche militanti del PCI scrissero lettere di protesta. Riportiamo il testo della lettera fornitaci dal partigiano Enzo Galasi, compagno di lotta di Sergio Bassi”.

“Caro Togliatti, sono un vecchio comunista compagno di Picelli . Lei mi crederà settario perché così sono chiamati quelli che hanno la propria fede e sono disposti a qualunque sacrificio. Intendo parlare dell’amnistia.

So già che lei mi dirà che si tratta di una mossa politica indispensabile e strategica. I lavoratori, anche se ignoranti, sono in grado di capire certe necessità date le condizioni in cui ci troviamo, gli alleati ecc. Ma i lavoratori capiscono anche che c’è un limite a tutto, specie se hanno sofferto. I migliori compagni pensano che lei ha passato ogni limite e non conosce i fascisti se pensa che questi si ammansiranno di fronte al generoso gesto dell’amnistia generale. Perché di questo si tratta non si è ridotta la pena di cinque o dieci anni. No signori.

Si sono mandati addirittura a casa uomini che avevano meritato l’ergastolo o trent’anni di galera, che sono fra i maggiori responsabili della rovina del popolo.

 Si è dato ragione in questo modo alle canaglie fasciste che si atteggiavano a martiri e che chiamano delinquenti i valorosi partigiani che hanno combattuto contro tedeschi e fascisti.

Io che le parlo sono il padre di Sergio Bassi. A 19 anni si è battuto come un leone in difesa della libertà e ha compiuto circa venti azioni pericolose. Anche lui è morto abbattuto alla mitraglia insieme ad altri cinque giovani generosi come lui all’idroscalo di Milano.

Ma il compagno Togliatti queste cose riesce a comprenderle? Mio figlio non può avere pace se io tengo ancora la tessera del Partito per il quale egli è morto, di quel Partito che trascura i migliori che favorisce i profittatori, di quel partito che non rispetta più nemmeno i suoi morti perché manda in libertà i loro assassini. Lei mi dirà che è stato obbligato a questo da altri componenti del governo, ma piuttosto che commettere una cosa simile era molto meglio dimettersi”.

Distinti saluti.

Bassi Roberto

 Via Carlo Imbonati 9, Milano

 

 

 

 

mar

28

ago

2018

PER RICORDARE

L’Operazione TP-Ajax della CIA: “ripulire” l’Iran dai comunisti

di Nazanin Armanian (*)

Sono passati 65 anni dal colpo di Stato del 19 agosto 1953, il primo organizzato dalla CIA e al quale ne seguirà una lunga lista per tutto il mondo. Era un segreto di Pulcinella, e Barak Obama nel 2013 riconobbe, senza chiedere scusa, l’implicazione del suo paese in quell’intervento che cambiò la storia dell’Iran.

 

Correva l’anno 1950. Il parlamento iraniano ottemperava ad una delle vecchie richieste della società: approvava la Legge di Nazionalizzazione del Petrolio e metteva fine al dominio della società British Persian Oil Company (BP la sua sigla), affidando il controllo sull'esplorazione, l’estrazione e la vendita dell’Oro Nero iraniano allo Stato. Gli sforzi del governo di Winston Churchill perché la legge includesse un emendamento che in realtà annullava l’essenza della legge stessa e che con trappole manteneva i privilegi del consorzio britannico non diedero i risultati desiderati.

 

Persino lo Scià, sotto la forte pressione popolare, si vide obbligato a ratificarla e a nominare primo ministro il dottor (in Diritto, in Svizzera) Mohammad Mossadeq (1882-1967) che era il capo della Commissione sul Petrolio del Parlamento per affrontare la denuncia presentata dalla BP all’Aja, che accusava l’Iran di far saltare la licenza ricevuta nel 1933. Dopo che i giudici diedero ragione al leader iraniano – che non riconosceva al tribunale stesso il diritto di giudicare un accordo che non era un “trattato internazionale” e quindi l’Iran non aveva infranto alcuna legge, le navi militari britanniche, appoggiate dagli USA, entrarono nel Golfo Persico.

leggi di più

mer

22

ago

2018

ANCORA MORTI SUL LAVORO

 Altri 4 morti sul lavoro ieri: dal nord al sud continua la guerra degli sfruttatori contro i lavoratori. 

 

A Massa Carrara un portuale di 40 anni è rimasto schiacciato da un carrello elevatore, un altro di 33anni è rimasto folgorato nell'Aretino, un altro operaio di 62 anni è morto in seguito a una caduta dal tetto di un capannone industriale a Frosinone, un altro ancora travolto di un tubo ad alta pressione. Ad Aosta gravissimo operaio caduto da un'impalcatura.  

 

Ancora una volta si parla di quattro morti bianche per nascondere i morti del profitto e la brutalità del sistema capitalista di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

 

Gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali sono sempre il risultato di un’intensificazione dello sfruttamento, di ritmi di lavoro inumani che provocano condizioni di vita e di lavoro insicuro in ambienti insalubri, senza adeguate protezioni per i lavoratori.


In mancanza di serie e certe sanzioni, molti datori di lavoro, che si arricchiscono attraverso lo sfruttamento degli esseri umani, quando si verificano infortuni mortali parlano dei morti sul lavoro come di “tragedie imprevedibili”, di errore umano, di disattenzione, di fatalità.  

Le chiamano “morti bianche”, come se i lavoratori assassinati fossero morti per caso, senza responsabilità di nessuno, arrivando in alcuni casi a sostenere che la colpa degli infortuni sarebbe la causa della disattenzione degli operai stessi .

 

 Secondo dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna, al 21 agosto si registrano 475 morti sui luoghi di lavoro dall’inizio dell’anno, cifra che va raddoppiata se aggiungiamo quelli in itinere. At

 

 In Italia ci sono più di 800 mila invalidi del lavoro e 130 mila sono le vedove e gli orfani causati da capitalisti che, pur di aumentare i profitti, non esitano a risparmiare anche pochi centesimi sulle misure di sicurezza rischiando, consapevolmente, di mandare a morte i lavoratori, ben consci che le leggi che tutelano la proprietà privata dei mezzi di produzione si limitano a monetizzare la salute e la vita umana degli sfruttati. In ogni caso, con la prescrizione, i loro delitti contro i lavoratori continueranno a essere impuniti.


Gli operai, i lavoratori nella democrazia borghese, sono solo merce forza lavoro da usare quando l’industria tira e da licenziare quando non servono più a valorizzare il capitale. Senza organizzazione gli operai in questa società non sono che carne da macello dei padroni

 

 All’indignazione, alla rabbia, dobbiamo unire la mobilitazione nelle fabbriche, nei cantieri, nelle campagne, nei luoghi di lavoro, contro lo sfruttamento e i morti sul lavoro che evidenziano la realtà della contraddizione capitale/lavoro.


E’ ora di smettere di indignarci e passare all’azione. E’ ora di ricominciare a discutere come organizzarci come classe operaia con risposte unitarie alla barbarie capitalista.

 

 Costruiamo momenti di discussione, organizzazione e lotte unitarie, partendo dai nostri interessi di classe a prescindere dalle sigle sindacali di appartenenza o politiche: basta lacrime, è il momento della lotta. 

 

 Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

 

 Via Magenta 88, Sesto San Giovanni 

 

  Mail: cip.mi@tiscali.it       

 

Sesto San Giovanni 22 agosto 2018

 

 

 

 

mar

21

ago

2018

YEMEN: TUTTE LE MORTI NECESSARIE

Yemen: tutte le morti necessarie

di Guadi Calvo (*); da: //rcmultimedios.mx; 20.8.2018

 

Come succede con l’enclave sionista in Palestina, sembra che il regno saudita abbia conseguito, da parte della comunità internazionale, la sua licenza di uccidere senza che questo non significhi assolutamente niente.

 

L’olocausto che il sionismo porta avanti in Palestina da 70 anni ha la sua correlazione, dal marzo 2015, nello Yemen, da quando l’Arabia Saudita – con la miseria scusa che gli Houti, un’alleanza tra sciiti (il 35% della popolazione) e vasti settori del sunnismo povero (64%), minacciavano di prendere il controllo totale del paese dopo la rinuncia e la fuga del presidente Mansour Hadi, che dopo essere andato in esilio a Riad è stato obbligato dai sauditi a riassumere il suo ruolo, cosa al di fuori da ogni protocollo vigente nel paese.

 

Gli Houti, dal nome del loro leader, conosciuti anche come Ansarolà (Seguaci di Dio) sono accusati di avere stretti legami con l’Iran, la forza squilibrante in un Medio Oriente sottomesso all’alleanza tra nordamericani e sionisti. Mentre i Sauditi non sono accusati di avere legami con gli Stati Uniti, invece.

 

Dopo i colpi della “Coalizione” guidata dai sauditi, insieme ad un certo numero solo nominale di soci, visto che gli unici che partecipano davvero sono Riad e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), il popolo yemenita è stato trascinato in una situazione che dovrebbe essere inammissibile al nostro livello di civiltà o, per lo meno, dovrebbe essere castigata con la stessa severità con cui fu castigato in nazismo dopo la sua sconfitta nella II Guerra Mondiale.

 

L’ultima grande prodezza del principe ereditario Mohammad bin Salman al-Saud - figlio di Re Salman, responsabile principale del genocidio yemenita, che già si avvicina ai 20 mila morti, con milioni di sfollati e che ha precipitato la nazione più povera del Medio Oriente in un disastro umanitario ancora lungi dall’aver raggiunto la sua quota massima e che ha causato anche migliaia di morti per fame oltre alla più grande epidemia di colera registrata nella storia con un milione e duecentomila contagiati e per lo meno 3 mila morti – è stato l’attacco a tre trasporti scolastici nel governatorato di Saada lo scorso 9 agosto, in cui sono morte 50 persone (40 bambini e 11 adulti) e ne sono rimaste ferite altre 77.

leggi di più

sab

18

ago

2018

Lettera ai giovani

Lettera ai giovani

 

 

“Giovani, giovani ricordatevi delle sofferenze che i vostri padri hanno sopportato, delle terribili battaglie che hanno dovuto vincere per conquistare la libertà di cui ora godete.
Se vi sentite indipendenti, se potete andare e venire a vostro piacimento, scrivere sui giornali quello che pensate, avere un’opinione ed esprimerla pubblicamente, è perché i vostri padri hanno offerto intelligenza e sangue. Voi non siete nati sotto la tirannide, ignorate che cosa significhi svegliarsi ogni mattina con un calcio del padrone sul petto,  non vi siete battuti per sfuggire alla spada del dittatore, alle false decisioni d’un cattivo giudice. Ringraziate i vostri padri, e non commette il delitto di acclamare la menzogna, di unirvi con la forza bruta,  l’intolleranza dei fanatici e la voracità degli ambiziosi. La dittatura ne è lo sbocco. (…)
Giovani, giovani siate umani, siate generosi. Se anche ci ingannassimo, siate con noi quando diciamo che un innocente subisce una pena terribile, e che il nostro cuore si rivolta e si spezza per l’angoscia (…)
Chi dunque se non voi tenterà la sublime avventura, si lancerà in una causa pericolosa e superba, terrà testa a un popolo, nel nome dell’ideale della giustizia? E, infine, non vi vergognereste se  fossero i maggiori, i vecchi ad appassionarsi, a fare –oggi- quel che sarebbe il vostro compito di generosa follia”.

 

 

Emile Zola (1840-1908)
Estratti da: Lettre à la jeunesse, 1897.

 


Emile Zola, per i candidati-partecipanti ai quiz televisivi che sono soliti premiare l’ignoranza più o meno nella stessa misura in cui l’attuale governo DiMaio-Salvini premia l’incompetenza affidandole incarichi ministeriali e di sotto-potere, è autore di numerosi romanzi, fra i quali Germinal, Nana, La bestia umana, Il denaro, anche se la sua notorietà è legata al notissimo episodio dell’affare-Dreyfus e del suo (di Zola) J’accuse!

 

 

 

Dal sito:www.ilbuio.org/?p=19645

 

gio

16

ago

2018

IL CAPITALISMO E' SFRUTTAMENTO E MORTE

Il capitalismo è sfruttamento e morte per i poveri

 

INTERNAZIONALISMO E SOLIDARIETA’ DI CLASSE
Il capitalismo, fin dai suoi albori, con la colonizzazione e la conquista di buona parte del mondo, ha causato la schiavitù e la morte di centinaia di milioni di persone. Solo in America Latina e in Africa si calcola che siano morti almeno 70 milioni di indigeni e che , in nome del profitto, circa 12 milioni di schiavi africani siano stati strappati ai loro paesi nei primi anni del secolo, mentre sono miliardi gli esseri umani che ancor oggi l’imperialismo sacrifica.

Così, mentre aumenta la ricchezza nelle mani di una minoranza, dall’altro polo aumenta la miseria, la disuguaglianza, la povertà, i campi non coltivati, i contadini senza terra, gli operai senza lavoro: disoccupazione, fame, malattie, guerre, morte.
Nel sistema capitalista molte vite, che potrebbero essere salvate, si perdono per pochi centesimi. L’analfabetismo, la prostituzione infantile, i bambini sfruttati e costretti a lavorare sin dalla più tenera età che chiedono l’elemosina per poter vivere, le baraccopoli in cui vivono milioni di persone in condizioni disumane, le discriminazioni per motivi razziali o sessuali, sono solo una parte dello sfruttamento capitalista.
L’imperialismo impone ai popoli del mondo sottosviluppo, prestiti usurai, debiti con interessi impossibili da pagare, scambio diseguale, speculazioni finanziarie non produttive, corruzione generalizzata, commercio di armi, guerre, violenza, massacri.
In questo secolo l’umanità è cresciuta di 4 volte (la popolazione ha superato i 7 miliardi) e ormai sono migliaia di milioni le persone che soffrono la fame, la sete, la voglia di riscatto e di giustizia......
Gli investimenti finiscono per tre quarti nel nord del mondo e per un quarto in una decina di paesi del sud. Ormai ad un aumento di produttività non corrisponde più alcuna crescita dell’occupazione. Assistiamo quotidianamente al fatto che più le imprese multinazionali licenziano i lavoratori e più si vedono aumentare il valore delle loro azioni. La sovrapproduzione di capitali ha raggiunto cifre pazzesche, innescando nel sistema mondiale una bomba ad orologeria pronta ad esplodere da un momento all’altro, di cui le ricorrenti crisi delle Borse sono solo la spia........


Ormai questa enorme massa di denaro non produce alcun giovamento alla società, e quando esplodono crisi come quella del Sud-Est asiatico del 1998, o quella argentina del 2000, il Fondo Monetario Internazionale interviene non per salvare le popolazioni affamate di quei paesi, bensì i grandi speculatori finanziari.
Agli ordini del mercato, lo stato viene privatizzato sempre più. Le campagne sull’inefficienza e sulla corruzione montate dai capitalisti hanno lo scopo di rendere possibile realizzare le privatizzazioni con il consenso di una parte dell’opinione pubblica e con l’indifferenza di un’altra parte.
Gli stati del Terzo Mondo più pagano più sono in debito, e più sono costretti ad obbedire all’ordine di smantellare lo stato sociale, ipotecare l’indipendenza politica e alienare l”economia nazionale.
La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale rispondono solo agli interessi delle multinazionali, decidono e riscuotono a Washington, sebbene gli Stati Uniti siano il paese più indebitato del mondo.
Conoscere, far conoscere e combattere le leggi che regolano il sistema di sfruttamento capitalista che, in nome del profitto, impongono miseria, guerra, fame e morte, è il primo dovere di ogni proletario cosciente.
Ormai l’imperialismo ed il sistema capitalista, per i proletari e i popoli del mondo, è diventato sinonimo di distruzione e di barbarie, che continuano a perpetuarsi attraverso le violenze e le guerre.......................

 

www.resistenze.org - materiali resistenti - disponibili in linea: saggistica contemporanea -

 

sommario > Capitolo 9. [M. Michelino:1970-1983 - La lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni]

 

mer

08

ago

2018

PILLOLE DI STORIA OPERAIA. BREDA DI SESTO. La lotta contro lo sfruttamento capitalista, per la liberazione dell'uomo sull'uomo, e per il socialismo, continua.

lun

06

ago

2018

LAVORO: LA STRAGE INFINITA