IL LIBERATORE?

Un Nobel senza scrupoli

di Atilio Boron(*), da: atilioboron.com -10.5.2011

 

Un altro segno dei tanti che illustrano la profonda crisi morale della “civilizzazione occidentale e cristiana” che gli Stati Uniti dicono di rappresentare lo offre la notizia dell’assassinio di Osama Bin Laden. Al di là del rifiuto che ci provocava il personaggio e i suoi metodi di lotta, la natura dell’operazione portata a termine dai Seals dell’Esercito degli Stati Uniti è un atto di inqualificabile barbarie perpetrato sotto gli ordini diretti di un personaggio che, con la sua condotta quotidiana, disonora il premio che gli è stato assegnato dal parlamento norvegese nel consacrarlo Premio Nobel della Pace dell’anno 2009.

Secondo quanto stabilito da Alfred Nobel nel suo testamento, questa onorificenza, ricordiamolo, avrebbe dovuto essere assegnata “alla persona che abbia lavorato di più o meglio a favore della fraternità tra le nazioni, l’abolizione o riduzione degli eserciti esistenti e la celebrazione e promozione dei processi di pace”. L’energumeno che ha annunciato al popolo statunitense la morte del leader di Al Qaeda dicendo che “è stata fatta giustizia” è l’antitesi perfetta di quanto stabilito da Nobel. Un commando operativo è quanto di meno simile ad un processo dovuto, e gettare i resti della propria vittima in mare per nascondere le tracce di ciò che si è fatto è qualcosa di mafioso o genocida. Il minimo che dovrebbe fare il parlamento norvegese è esigere la restituzione del premio.

Nella truculenta operazione messa in scena nei sobborghi di Islamabad ci sono molte domande che rimangono in ombra, e la tendenza del governo degli Stati Uniti a dis-informare l’opinione pubblica rende ancora più sospetta questa operazione. Una Casa Bianca vittima di una compulsione malata a mentire (ricordiamoci la storiella delle “armi di distruzione di massa” in Iraq o il vergognoso Rapporto Warren, che affermò che non esisteva un complotto nell’assassinio di Kennedy, opera del “lupo solitario” Lee Harvey Oswald) ci obbliga a prendere con le pinze ognuna delle sue affermazioni.

Era Bin Laden o no? Parchè non pensare che la vittima fosse qualcun altro? Dove sono le foto, le prove che l’ucciso era il ricercato? Se gli hanno fatto l’analisi del DNA, dove lo si è ottenuto, dove sono i risultati e chi sono i testimoni? Perché non lo si è presentato al pubblico come fu fatto, senza andare troppo lontano, con i resti del Comandante Ernesto “Che” Guevara? Se, come dicono, Osama si nascondeva in una casa trasformata in fortezza, com’è possibile che in un combattimento durato quaranta minuti i membri del commando nordamericano siano tornati alla loro base senza neanche un graffio? I difensori del fuggitivo più ricercato del mondo, di colui che si diceva possedesse un arsenale di mortifere armi di ultima generazione, avevano così poca mira? Chi c’era con lui? Secondo la Casa Bianca il commando ha ucciso Bin Laden, suo figlio, oltre a due uomini della sua guardia e una donna che – affermano – è stata ammazzata perché utilizzata come scudo umano da uno dei terroristi. Si è anche detto che altre due persone erano state ferite nel combattimento. Dove sono? Che cosa di pensa di fare con loro? Saranno portati in giudizio, gli si chiederà una testimonianza per gettare luce sul ciò che è successo, parleranno in una conferenza stampa per raccontarlo?

A quanto sembra questa “impresa straordinaria” passerà alla storia come un’operazione mafiosa, stile strage di San Valentino ordinata da Al Capone per liquidare i capi di una banda rivale.

 

Osama vivo era un pericolo. Sapeva (o sa?) troppo ed è ragionevole supporre che l’ultima cosa che il governo statunitense voleva fosse portarlo in giudizio e lasciarlo parlare. In tal caso sarebbe scoppiato uno scandalo di enormi proporzioni se avesse rivelato le connessioni con la CIA, le armi e il denaro forniti dalla Casa Bianca, le operazioni illegali montate da Washington, gli oscuri affari della sua famiglia con la lobby petrolifera nordamericana e, in particolare, con la famiglia Bush, oltre ad altre piccolezze.

Insomma, un testimone che bisognava - sì o sì - far tacere come Muhammar Gheddafi.

Il problema è che, appena morto, Osama diventa un martire della causa per gli jihaidisti islamici, e il desiderio di vendetta sicuramente spingerà le molte cellule “dormienti” di Al Qaeda a perpetuare nuove atrocità per vendicare la morte del loro leader.

 

Continua ad essere degno di attenzione quanto è stata opportuna la morte di Bin Laden. Quando l’incendio dell’arida prateria del mondo arabo destabilizza un’area di importanza cruciale per la strategia di dominazione imperiale, la notizia dell’assassinio di Bin Laden riporta Al Qaeda al centro dello scenario.

Se c’è qualcosa che a questo punto è una verità incontrovertibile è che queste rivolte non rispondono ad alcuna motivazione religiosa. Le loro cause, i loro soggetti e le loro forme di lotta sono essenzialmente laici e in nessuna di esse – da Tunisi all’Egitto, passando per la Libia, il Bahrein, lo Yemen, la Siria e la Giordania – il protagonismo è stato della fratellanza Mussulmana o di Al Qaeda.

Il problema è il capitalismo e gli effetti devastanti delle politiche neoliberiste e i regimi dispotici che questo ha installato in quei paesi, e non le eresie degli “infedeli” dell’Occidente.

Ma l’imperialismo nordamericano e i suoi seguaci in Europa si sono dedicati, fin dal principio, a rappresentare queste rivolte come un prodotto della cattiveria del radicalismo islamico e di Al Qaeda, cosa non vera.

Santiago Alba Rico (**) ha osservato con ragione che nel pieno auge di queste proteste laiche - anti politiche di aggiustamento del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale – un gruppo fondamentalista finora sconosciuto ha assassinato il cooperante italiano Vittorio Arrigoni, attivista del Movimento di Solidarietà Internazionale, in una casa abbandonata della Striscia di Gaza. Poche settimane dopo un terrorista suicida fa scoppiare una bomba in piazza Yemaa el Fna, una delle mete turistiche più ricercate non solo del Marocco ma di tuta l’Africa e uccide 14 persone. “Ora – continua Alba Rico – riappare Bin Laden, non vivo e minaccioso, ma in tutta la gloria di un martirio rinviato, studiato, messo in scena con cura, un po’ inverosimile. ‘Si è fatta giustizia’ dice Obama, ma la giustizia richiede tribunali e giudici, procedimenti, una sentenza indipendente”. Niente di tutto ciò è successo o succederà.

Ma il fondamentalismo islamico, assente come protagonista dalle grandi mobilitazioni del mondo arabo, riappare ora in prima pagine su tutti i giornali del mondo e il suo leader come un martire dell’Islam, assassinato a sangue freddo dalla soldataglia del leader dell’Occidente.

La Casa Bianca, che sapeva da metà del febbraio di quest’anno che in quella fortezza nei dintorni di Islamabad si era rifugiato Bin Laden, ha aspettato il momento più opportuno per lanciare il suo attacco con l’idea di posizionare favorevolmente Barak Obama nell’imminente campagna elettorale per la successione presidenziale.

C’è un dettaglio per nulla aneddotico che rende ancor più immorale la bravata nordamericana: poche ore dopo essere stato abbattuto, il cadavere del presunto Bin Laden è stato gettato in mare. La bugiarda dichiarazione della Casa Bianca dice che i suoi resti hanno ricevuto sepoltura rispettando le tradizioni e i riti islamici, ma non è così. I riti funebri dell’Islam stabiliscono che si deve lavare il cadavere, vestirlo con un sudario, svolgere una cerimonia religiosa che comprende preghiere e onori funebri per poi procedere immediatamente alla sepoltura del defunto. Oltretutto si specifica che il cadavere deve essere deposto direttamente nella terra, sdraiato sul lato destro e con il viso diretto verso la Mecca.

Con quale velocità devono essere stati fatti il combattimento, il recupero del cadavere, la sua identificazione, il prelievo del DNA, il trasporto su una nave dell’Esercito statunitense, situata a poco più di 600 km. dal suburbio di Islamabad dove era avvenuto lo scontro e – finalmente – la navigazione fino al punto dove il cadavere è stato gettato in mare, per rispettare i riti funebri dell’Islam?

In realtà quello che è successo è stato abbattere e “desaparecer” (far sparire) una persona, presumibilmente Bin Laden, seguendo una pratica minacciosa utilizzata soprattutto dalla dittatura genocida che devastò l’Argentina tra il 1976 e il 1983. Atto immorale, che offende non solo il credo mussulmano ma anche una millenaria tradizione culturale dell’Occidente, precedente anche al Cristianesimo.

Come testimonia magistralmente Sofocle in Antigone, privare un defunto della sua sepoltura accende le più rabbiose passioni. Quelle che oggi devono aver incendiato le cellule del fondamentalismo islamico, desiderose di castigare gli infedeli che hanno oltraggiato il corpo e la memoria del loro leader.

Barak Obama ha appena detto che dopo la morte di Osama Bin Laden il mondo è un luogo più sicuro in cui vivere. Si sbaglia completamente. Probabilmente la sua azione non ha fatto altro che svegliare un mostro che dormiva. Il tempo dirà se è così, ma le ragioni per essere molto preoccupati abbondano.

 

(*) Politologo argentino

(**) Filosofo e scrittore spagnolo

 

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

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